Galletti: un pessimo ambiente.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Diciamolo chiaro e senza perifrasi: a fine legislatura e nella migliore delle ipotesi, si può tranquillamente definire Gian Luca Galletti come il peggior ministro dai tempi in cui fu istituito il Dicastero Ambiente a oggi. Una materia nella quale non hanno certo brillato i suoi predecessori, ma l’arroganza, il pressapochismo, l’asservimento alle lobbie dettati a suon di decreti dal governo Gentiloni, non ha avuto pari e purtroppo, da destra a sinistra con le elezioni alle porte non s’intuisce uno spiraglio per un cambiamento di rotta, in pratica, ciò che si teme per le questioni ambientali, è inscritto in un panorama politico desolante.

Dall’insediamento fino all’ultimo colpo di coda, il ministro Galletti non ne ha imbroccata una: Ilva, Tap, Terra dei fuochi, estrazioni petrolifere, discariche, inceneritori, depuratori; se non bastasse, l’allarme smog che registra i suoi picchi più alti in varie città italiane e il richiamo dell’Ue che potrebbe costarci fino a un miliardo d’euro in sanzioni, più la paventata ricaduta in termini di salute per i cittadini. Cosa ha fatto il ministro Galletti? Si è voltato dall’altra parte e ha cominciato a infierire sulla fauna selvatica.

“Il ministro cacciatore” com’è stato definito da più parti, ha pensato bene di soddisfare le urgenti priorità delle congreghe affaristiche invece di perdersi in quisquilie. Il primo nel mirino (in senso letterale), è stato l’animale simbolo della nostra storia, il lupo, poi è passato ai volatili, migratori e stanziali e dulcis in fundo, con un bel decreto di fine legislatura, ai delfini reclusi nei delfinari-lager.

Con il presupposto che la fauna selvatica sia patrimonio indisponibile per lo Statola cui tutela rientra a pieno diritto nell’interesse della comunità nazionale e internazionale, l’Italia, nonostante buone leggi, resta comunque fanalino di coda nella comunità europea per educazione ambientale, protezione di habitat e animali dimoranti. Si assiste a una diffusa mentalità tradizionalista di chi nutre affetto per quelli domestici, ignorando che il nostro paese ha una straordinaria ricchezza faunistica alla mercé di bracconieri, speculatori d’ogni risma, cacciatori senza scrupoli, dunque, un capitale naturale che rischia di scomparire.

WWF conferma: “Il nostro non è un paese per fauna selvatica… Una classe politica miope vorrebbe forse i cieli d’Italia vuoti rendendo concreto lo scenario preconizzato dal grande scrittore americano Jonathan Franzen, in Emptying the skies…”Con “Svuotare i cieli”, circostanziata testimonianza scritta per il New Yorker e l’omonimo film documentario, Franzen ha dimostrato come nelle terre che si affacciano sul Mediterraneo – Malta, isole greche e Italia – gli uccelli canori sono decimati per divertimento e profitto, in barba a leggi vigenti.

Ciò che è accaduto quest’estate, è indegno di un paese civile nella progredita Europa. Dopo caldo, siccità, incendi dolosi, le regioni italiane, tutte, fatta eccezione per l’Abruzzo che ha riconosciuto una seppur breve dilazione, hanno concesso la mattanza sulla fauna selvatica, sebbene fosse stata messa a durissima prova dal caos climatico e dagli incendiari.

Si è visto come i cacciatori prendessero di mira (è il caso di dirlo), anche particolari aree protette, zone sicure, sulla carta, per l’incolumità d’uccelli e altre specie selvatiche; il tutto, senza che Dipartimento Ambiente con l’avallo del ministro Galletti, muovesse un dito. Completamente ignorati i pareri contrari dell’Ispra sull’avvio alla stagione venatoria per i gravi problemi preesistenti; Campania, Lazio, Sardegna, Sicilia, Toscana avevano chiesto persino una pre – apertura della caccia senza attendere la terza domenica di settembre.

C’è altro da aggiungere al quadro suddetto? Sì, perché l’agenda con le “perle” di Gian Luca Galletti, appare nutrita e ingegnosa; come, ad esempio la conferenza Stato-Regioni che decide se rendere legale la caccia al lupo, con associazioni ambientaliste e ministero Ambiente in stato di guerra, gli uni contro l’altro.

“Uccisioni controllate”, sostiene Galletti, per il quale “esiste un consenso su quasi tutte le misure, sviluppo con sistemi di prevenzione naturali (cani pastori, rifugi, recinti elettrificati), rimborsi più rapidi agli allevatori, gestione dei pascoli, lotta agli incroci con i cani, nucleo anti-bracconaggio dei Carabinieri” e naturalmente sulla caccia legale al lupo.

Al povero ministro, preso in contropiede, si riconosce una missione: non può lasciare l’Italia in una situazione così indecorosa, perché, appare ovvio, che l’unico problema d’impatto ambientale che abbiamo nei nostri territori, è rappresentato dai lupi. E noi siamo rimasti indietro rispetto agli altri Paesi Ue, insomma, la solita storia, è l’Europa che lo chiede.

I lupi non bastano, nella deroga, quasi in sordina, ce n’è anche per i randagi. Avete letto bene, quelle sventurate bestiole che vagano in cerca di cibo e riparo, spesso vittime di crudeltà e abbandono, che, nel migliore dei casi, finiscono dietro le sbarre di un canile. Per loro, Galletti ha pensato a una soluzione rapida, indolore, economica: la reintroduzione dell’eutanasia, altre sì nei canili. In breve, farli fuori e problema risolto; non si sentiva il bisogno di un ministro dell’Ambiente con tale lungimiranza, bastava guardare al senso “civico” ed “etico” del governo spagnolo, alle celle della morte, le oscure Perreras, dove, sistematicamente si compie la triste sorte dei cani randagi.

L’ultima “perla” del nostro, giusto per coronare una luminosa carriera, arriva fresca, pochi giorni or sono. Si decreta una vera porcata con la quale si autorizzano i delfinari a far entrare nelle vasche i visitatori ed è difficile trovare definizione più garbata nel vocabolario in lingua italiana. Un regalo pre-elettorale offerto a quei centri che traggono profitto a dispetto di una diffusa protesta a livello mondiale per la crudeltà, la sofferenza inflitta ai delfini, straordinari mammiferi provenienti direttamente da cattura in mare (Taiji, ne è l’esempio più drammatico), dove vivono intense forme di socialità e interazione.

Pretestuoso anche il testo che stralcia la legge preesistente sulla tutela (fra le migliori d’Europa) a firma del signor Gian Luca Galletti, cui riportiamo il seguente passaggio: “E’ altre sì consentito l’ingresso in vasca ai soggetti che partecipano ad attività di educazione e sensibilizzazione del pubblico in  materia  di conservazione della biodiversità con i delfini”, con cui si travisa intenzionalmente la realtà dei fatti.

L’ingresso in vasca del pubblico, in una zona delimitata di cattività come un delfinario, con altoparlanti ad altissimo volume e addestratori spesso implacabili, non estende la coscienza ambientalista, né rispetto e conoscenza verso gli animali, altro che sensibilizzazione alla biodiversità! Un’autorizzazione in cui traspare tutta l’idiozia di un governino miope e asservito a interessi di cassa, che nessuna autorità scientifica al mondo può approvare. Al contrario, delfinari, circhi e zoo, sono strutture diseducative che provocano stress e sofferenza agli animali esibiti come mere attrazioni a fine economico.

Per non parlare del rischio igienico -sanitario nell’avvicinare persone e delfini non in mare aperto con il presupposto di gioco e reciprocità, ma in vasche chiuse dove questi poveri mammiferi espletano le loro funzioni organiche. Si contesta come in numerose strutture di questo tipo, i “contatti” avvengano in spregio alle più elementari norme di sicurezza e che la trasmissione di patologie anche gravi, sia, di fatto, dimostrata.

Faciloneria, servilismo alle lobbie, indecenza tout court? Certo è che per Gian Luca Galletti, il passaggio dal Ministero dell’Ambiente al nulla, farà tirare in questo Paese un respiro di sollievo.

Fino alla prossima legislatura.

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Il mare ricco del Messico (Revillagigedo project).

Liliana Adamo per Altrenotizie

La foto vincitrice del primo premio per il National Geographic Traveler Contest nel 2015, è una riproduzione subacquea con cetacei e delfini scattata nelle acque profonde intorno a quattro isole vulcaniche che formano l’arcipelago Revillagigedo, in Messico: San Benedicto, Socorro, Roca Partida, Clarion.

A 240 miglia da Baja California, in pieno oceano Pacifico, il santuario marino quasi ignoto ai più e disabitato, cui è stato dato l’appellativo di “Galapagos del Nord America”, è luogo di straordinarie biodiversità, patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2016.

Complessivamente pari a 57.000 miglia quadrate di oceano (150.000 kmq), Revillagigedo era sede fino a poche settimane fa, di una piccola riserva marina non in grado di preservare proporzionatamente la varietà di specie sulla traiettoria dei pescatori, lasciando squali, razze, balene, vittime di catture commerciali e bersaglio di pesca illegale.

“Da ciò che abbiamo visto e appurato è come se le Galapagos – le isole di Charles Darwin, regno indiscusso d’ecosistemi e specie diverse – avessero aperto una filiale in Messico. Questo è il sito più selvaggio dell’America Nord tropicale…”.

Durante una spedizione d’accertamento condotta nella zona del Mar Pristine nel marzo 2016, Eric Sala, esploratore del National Geographic, afferma di non aver mai visto mante, testuggini, squali, cernie, tonni di tali dimensioni, forse i più imponenti del pianeta. Sulla terraferma, a ridosso delle quattro isole, nidificano uccelli marini e terrestri, trovano il loro habitat ideale rettili endemici e piante uniche al mondo, ma non basta: a circa 300 piedi dalla superficie, grazie a un DeepSee e un Drop-cam remoto, il team scientifico di Pristine Seas ha potuto esaminare una “cresta” sui fondali e qui, giardini incantati ricoperti di coralli, gorgonie, spugne, granchi, una moltitudine di pesci.

Nell’insieme, 400 specie diverse, scaturiscono e dipendono dai nutrienti estratti in un biosistema fra mare e terra.

C’è da dire che la convenzione delle Nazione Unite si pone l’obiettivo a tutelare il 10% degli oceani del mondo entro il 2020. Tuttavia, secondo biologi ed ecologi, la finalità più appropriata si aggirerebbe intorno al 30% contro lo sfruttamento intensivo e i danni, per una logica più accettabile. A oggi, il numero è notevolmente in ribasso: solo il 6% degli oceani è stato preservato in aree marine, o destinato a futura protezione.

E mentre Donald Trump, leader degli inquinatori globali, valuta allegramente un limite rilevante di tutela per i santuari nel Pacifico sotto giurisdizione americana – Rose Atoll, altre isole remote, insieme ai Canyon e alle catene montuose del Nordest o lungo la costa del New England – (fonte, Washington Post), il Messico si unisce a Cile, Nuova Zelanda e Tahiti e crea viceversa, la più grande riserva oceanografica del Nord America tropicale.

Così, secondo il nuovo statuto emanato dal presidente Enrique Peña Nieto, l’arcipelago di Revillagigedo sarà soggetto a salvaguardia totale. Sulla terraferma, precluse estrazione di risorse naturali, edificazioni d’infrastrutture alberghiere, anche se la Marina Messicana manterrà una sua presenza costante.

Ministero dell’Ambiente e Marina svolgeranno attività di controllo e sorveglianza in un’area molto vasta (come abbiamo detto, per 57.000 miglia quadrate d’oceano). Le attività comprenderanno attrezzature, monitoraggio remoto in tempo reale, addestramento, educazione ambientale anche verso i pescatori; per i trasgressori sono previste sanzioni severissime e dunque, in difesa dell’ambiente, arriva dal governo messicano “una mossa senza precedenti”, come afferma Maria Josè Villanueva, direttrice del WWF.

Ancora, Alejandro Del Mazo Maza, membro della Commissione nazionale messicana delle aree naturali protette: “Per garantire massima protezione in questo sito del Patrimonio Mondiale, sarà applicata la categoria di conservazione più forte della nostra legislazione e categoricamente proibite tutte le forme di pesca…”. Parole che non lasciano adito a dubbi; nondimeno le critiche non si sono fatte attendere, gli interessi in gioco sono tanti, quelli della pesca commerciale e flotta tonniera in primis, con l’espansione del sette per cento in meno nella gamma del Pacifico. Un ritorno economico si presume nella quantità di turismo subacqueo con le barche che partono dalla famosa Cabo San Lucas, relativamente vicina alle isole del Revillagigedo, un’attività che già fattura quindici milioni in dollari l’anno.

Quanto vale la vita di una manta gigante per l’economia messicana? Cinquantasette volte in più rispetto a una catturata tra le reti dei pescatori (di frodo) e rivenduta a pezzi sui famigerati mercati asiatici. Proteggere la fauna selvatica e acquatica non è solo un’urgenza etica e dovuta, ma economicamente sostenibile e produttivo.

La riserva della biosfera dell’arcipelago Revillagigedo, sotto l’egida della Commissione Nazionale delle Aree Naturali e Protette è di fatto, operativa e non un “parco su carta” come preme ribadire lo stesso ministro Del Mazo. Fin da ora le prime organizzazioni private e agenzie governative di Stati Uniti e Messico, fra cui il Fish and Wildlife Service (statunitense), il Cornell Lab of Ornithology e l’Audubon Society, si stanno muovendo in uno sforzo comune per ripristinare l’habitat idoneo ad accogliere miriadi d’uccelli marini che troveranno casa nell’impervio paradiso del Pacifico senza temere caccia o inquinamento, lo stesso dicasi per quei cetacei nel blu profondo, straordinariamente immortalati in una foto da primo premio.

Clima: nell’occhio del ciclone.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Qualora non fosse sufficiente un’estate equatoriale, se non bastassero le impennate di piogge torrenziali, le improvvise temperature in picchiata, potremmo definirlo un “clima sotto attacco”? Un accanimento dovuto soprattutto a una sistematica censura per ciò che concerne il dibattito sul surriscaldamento globale ed è curioso costatare che buona parte d’opinione pubblica “beneducata” o “maneggiata” che dir si voglia, sia persuasa alla lettera sugli orientamenti dell’amministrazione Trump. Un diffuso (quanto pleonastico) negazionismo di ritorno sembra aver operato con puntuale efficacia secondo le nuove direttive del governo americano.

Sarà sufficiente scrutare l’orizzonte per accorgersi che la pubblicità potrebbe non funzionare: la realtà dei fatti è molto più drammatica rispetto alla propaganda edulcorata che Donald Trump rifila al mondo intero con analfabetismo opportunistico. Semmai l’amministrazione americana ci induca a ritenere il cambiamento climatico alla stregua di una truffa, negli Stati Uniti (e altrove), si annovera l’estate più rovente mai censita finora, costellata da una lunga serie di disastri climatici.

E a guardare i notiziari serali su ABC, CBS, NBC, sull’ultra conservatrice Fox News, si scopre che c’è una “copertura combinata” per un totale di cinquanta minuti per tutte le reti, cinquanta minuti complessivi dedicati all’uragano Harvey. In pratica, è ciò che un articolo di George Monbiot, (columnist di The Guardian), espone come “la questione centrale che definirà le nostre vite, cancellata dai notiziari e dalla mente del pubblico”.

Dunque, “l’attacco al clima” è un atto politicamente edotto; non si tratta esclusivamente d’autocensura dei media, i quali si sa, hanno un particolare istinto a sminuire i problemi reali e ingigantire quelli di contorno. Il punto è, come giustamente asserisce Monbiot, di mettere in discussione non solo la politica di Trump, non solo l’attuale politica ambientale, non solo le strutture economiche sovranazionali e il post capitalismo o liberismo, ma l’intero sistema politico/economico/concettuale che abbiamo fin qui conosciuto.

O saremo noi a invertire la rotta o sarà la disgregazione climatica a farlo. Rendiamoci conto che il nostro organismo sociale globale, così “vecchio” e figlio di una cultura obsoleta, sta rischiando d’implodere in modo irreversibile: “Un sistema destinato, se non sostituito, a distruggere tutto”.

E allora il programma politico qual è? Preservare il presente, barcamenandosi tra “rappezzi” qua e là e sequestrare il futuro alle prossime generazioni; un programma che richiede una crescita perpetua su un pianeta finito, mentre la vita d’ognuno è dominata da un sistema non più sostenibile, che ha depauperato tutte le risorse reperibili.

Affermare che non esiste correlazione tra la concomitanza di ben quattro uragani dalla potenza distruttiva e cambiamenti climatici, è una plateale immaturità politica e di rimando, mediatica; pura e semplice manipolazione per l’oggettività scientifica dell’evento in sé. L’insieme di calamità legate al meteo è influenzato da un unico fattore: che le temperature siano aumentate di circa 4° e in maggiore percentuale e che il riscaldamento globale sia dovuto alle attività umane.

Harvey, Irma, Jose, Katia, si sono abbattuti sulle coste dal Texas, a Cuba, da Haiti alla Florida, su gran parte delle isole caraibiche (distruggendole completamente), dal Golfo del Messico fino allo lambire (con relativo stato d’allerta) South Carolina, Alabama, Virginia.  Dietro di loro, una lunga scia di lutti e danni incalcolabili, che richiederanno anni d’investimenti e sacrifici. Irma, “l’uragano nucleare” sarà ricordato come il più potente mai formatosi in oceano Atlantico; questo avviene dodici anni dopo la devastazione a causa di Katrina.

In media, tra il 1981 e il 2010 si sono verificati dodici tornado e sei uragani. Secondo il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), quest’anno il numero sarà certamente superiore. Perché? Per le condizioni idonee alla formazione di grandi eventi atmosferici e a temperature oceaniche molto più elevate rispetto a qualche anno fa.

Ci sono poi elementi geotermici: forti monsoni dall’Africa Occidentale arrivati al Mar dei Caraibi e in parte, sull’oceano Atlantico tropicale, con la premessa che proprio quest’ultimo, possiede “un consistente potenziale termico”. In altre parole, dal mare evapora acqua che va a concentrarsi nella sovrastante atmosfera in una condizione che favorisce la formazione d’uragani; più intenso è il suo valore, maggiore sarà l’impatto con la terraferma.

Come deterrente alla stabilità meteorologica, c’è un’altra questione: la scomparsa di El Niño, la corrente del golfo che con i suoi venti freschi, indebolisce notevolmente la formazione degli uragani. Su un dato, molti climatologi concordano, non ci sono prove certe strettamente correlate all’aumento delle temperature terrestri, circa il numero crescente degli eventi, ma sulla loro intensità, sì. E questa sarà sempre più rilevante.

In conclusione, l’impatto sulle città costiere d’eventi meteorologici estremi come tempeste tropicali e uragani, è aggravato dal surriscaldamento globale attraverso due fattori. Il primo, imputa i livelli degli oceani sempre più innalzati per l’espansione termica, il secondo, include le stesse temperature del mare aumentate esponenzialmente negli ultimi anni (l’aria calda trattiene più acqua rispetto a quella più fredda).

Dove sono venuti fuori quattro uragani concomitanti? Prima di raggiungere il Golfo del Messico, Harvey era classificato in tempesta tropicale, tutto nella norma quindi, visto il periodo e le aree interessate; solo che spostandosi in quella vasta superficie di mare, ha trovato temperature molto più alte della media, incamerando tal energia da essere classificato al grado cinque, il più alto con potenziale di pericolosità.

Una massa compatta talmente estesa da “frammentarsi” in più cicloni; se non bastasse, ci sarebbe stato un cedimento approssimandosi alla costa, dove si manifesta quel fenomeno chiamato storm surge, quando gli uragani, scivolano in mare, portando in superficie acque più fresche, ingrossandole e disperdendole sulla terraferma, ma ciò che ha incontrato Harvey anche in prossimità delle coste, erano acque surriscaldate.

Da qui si evince il collegamento in modo chiaro e importante tra l’intensità di questi fenomeni e i cambiamenti climatici in corso. Negarli, oltre che irresponsabile, è criminale.

Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi. Agatha Christie.