Viaggio in Botswana: paradiso senza confini.

Liliana Adamo per Latitude180.

Viaggio in Botswana: vivi con noi un’immersione totale dentro la natura senza confini.

Il Delta dell’Okavango, i parchi nazionali in cui sembra d’essere circondati solo da animali selvaggi, le migrazioni di Makgadikgadi, l’enigma del Savutè Channel, l’aura spirituale di Tsodilo, le grotte preistoriche di Gewihaba: ogni particolare ci svela un Botswana come terra senza confini, dove riconciliarsi con la natura.

…  “Si è completamente soli là fuori, con gli echi e i riverberi d’Africa che ti separano da ciò che conoscevi – soli con se stessi, il bush, gli animali selvaggi. Un mondo nuovo attende d’essere esplorato.”
Un’esperienza unica attende solo d’essere vissuta…

http://www.latitude180.travel/natura/144-viaggio-in-botswana-paradiso-naturalistico-senza-confini

 

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Wadi El Gemal, fra mare e deserto.

Liliana Adamo, reportage per InNatura magazine

Un lembo di terra e mare isolato dal resto del mondo, ricchissimo di biodiversità. Parco nazionale dal 2003, il Wadi El Gemal rivela una natura sorprendente e  segreti millenari.

 

Il Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), all’estremo sud del Mar Rosso fra Marsa Alam e la mitica Berenice a lambire il confine con il Sudan, copre settemilacinquecento chilometri quadrati di litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne ed è forse il più grande wadi esistente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare l’acqua dai rilievi verso la costa, la quale, tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo. E’ questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato; un impervio, selvaggio paradiso fatto di acqua e sabbia.

Un organismo morfologico di acqua e sabbia.

Cos’è un wadi? E’ il letto di un fiume in apparenza arido, un bacino di sabbia che si forma nelle grandi distese sahariane, quasi un canyon su cui, un tempo, scorreva un corso d’acqua; si riempie quando subisce forti piogge, ma l’acqua può raccogliersi anche percolando dalle montagne. Solo i beduini, abitanti del deserto, sanno dove sgorgano le sorgenti, conoscono il punto preciso dove l’acqua può tornare in superficie. E dunque, fra wadi millenari, altipiani rocciosi, montagne d’origine vulcanica dove riappaiono antichissime città avvolte nel mistero, torna utile acquisire alcuni gerghi in uso: le oasi si chiamano jennat, le grandi dune di sabbia, erg, la sorgente sotterranea o la pozza d’acqua piovana che si sedimenta tra le rocce si chiama guelta, hammada è la piana rocciosa perpendicolare segmentata da fenditure e ricoperta da una crosta secca e friabile, hofra è il nome dato alle depressioni, le più note si chiamano chott e sono bacini inariditi di acque saline.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi per l’estrazione (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, città romana dove gli smeraldi si scavavano dalle montagne, erano dislocati verso il Nilo poi ad Alessandria per giungere attraverso il Mediterraneo, nella Roma imperiale. Le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, scolpite nella roccia ocra, si stagliano in uno spazio rarefatto di silenzio e suggestione.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Molti di loro, gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, a radunare greggi di capre muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Ababda sono le guide che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, il personale dei pochi alberghi, dell’eco resort nella zona. Eppure, tuttora essi si definiscono “figli di Jinn”, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari di un’uguale identità fin dall’era romana.

Da Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, gli Ababda hanno popolato queste regioni da tempo immemore guardando l’ascesa e il declino d’intere civiltà, le hanno attraversate sentendosi isolati e respinti: dagli antichi Egizi, Greci, Romani, ai Turchi e così via.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni a tutti i popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento sono simili ai sudanesi che considerano i loro parenti più stretti. Sono magri, elastici, la loro pelle è più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati e pure eleganti; non si lamentano mai, non litigano mai fra loro. Trasudano una calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace. La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda. Suonano il tampura a cinque corde, una specie di semplice chitarra o lira o altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti che possono essere utilizzati a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo. La musica dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno.

Regno degli uccelli e del reef.
Foto di Liliana Adamo.

Il Mar Rosso offre spettacoli unici al mondo; incuneato in un profondo vuoto, fra i tavolati arcaici d’Arabia e Africa, è parte di quel grandioso allineamento di fosse tettoniche estese dalla Siria e dal Mar Morto fino all’equatore africano. Le perturbazioni che nel Terziario diedero origine a fratture e dislocazioni varie, furono accompagnate da un’intensa attività vulcanica, come documentano le formazioni insulari e costiere a sud del 14° parallelo. In alcuni tratti (lungo la penisola del Sinai, per esempio), suoi litorali possono essere rocciosi, in altri, aridi e pianeggianti, costituiti da sabbie e banchi madreporici. Dietro il litorale, il paesaggio diventa quasi lunare, un susseguirsi d’alture riarse che, al tramonto, assumono colori fra il rosa e l’antracite (grazie ai contenuti d’ossidi di ferro), lunghi orli montuosi, altipiani retrostanti e secche vallate. Le piogge, ragguardevoli seppur scarse favoriscono diverse specie di piante xerofile. Il Mar Rosso è caldo, la sua salinità (più del 40%), è la più alta rispetto a qualsiasi altro mare aperto verso l’oceano, ma ciò che lo rende davvero incomparabile è l’insieme di creature che lo abita, la bellezza dei suoi reef: il giardino di Allah, per gli arabi, il corridoio delle meraviglie per Jacques Cousteau.

Oltre 1200 varietà di pesci, delfini e squali, 25 specie di madrepore, gorgonie, coralli molli vivono e si riproducono in un giardino sommerso pari a uno straordinario mondo alieno. Le barriere del Mar Rosso si mantengono sostanzialmente in buona salute, senza patire il rialzo termico delle acque oceaniche il cui picco si è verificato nel 1998 deteriorando i reef maldiviani (il famoso “sbiancamento” dei coralli).

Il parco nazionale del Wadi El Gemal racchiude in sé tutte queste caratteristiche ma il silenzio d’echi lontani, il distacco e l’isolamento dal resto del mondo qui diventano ancora più persistenti: ciò che si prova è un senso di purezza primordiale, di pace e tranquillità, solo il rumore della risacca e del vento. Ogni tanto vedi un cane, qualcuno che passa ti rivolge un saluto, ci sono mandrie di dromedari liberi, greggi di capre, ovunque arbusti seccati dal sole, conchiglie portate dal mare, assenza d’inquinamento atmosferico, luminoso, acustico.

Foto di Liliana Adamo.
Foto di Liliana Adamo.

E ci sono gli uccelli. Tanti, variegati e mai timorosi. Ho vissuto quindici giorni in compagnia del falco pescatore che aveva nidificato accanto alla mia camera, in un oblò del fabbricato adiacente. Ho avuto modo d’osservarlo a lungo e capire le sue abitudini. Gli uccelli sono tra i protagonisti del Wadi El Gemal; i momenti migliori per le osservazioni sono le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio, nei mesi primaverili (marzo/maggio) e in quelli autunnali (settembre/novembre), quando le specie stanziali si aggiungono a quelle migranti che sorvolano le coste del Mar Rosso, passando sul territorio del parco. Eterei aironi bianchi (Egretta gularis) sostano sul bagnasciuga muovendosi con circospezione ed eleganza. Squadriglie di rari gabbiani occhi bianchi (Larus  leucophtalmus) e quelli dal collare (Larus hemprichii), formano triangoli isoscele alati sulle isolette di sabbia bianca che emergono con la bassa marea, solitarie sterne guance bianche (Sterna repressa) e tortore dal collare orientale si dissetano nelle piscine dei resort insieme ai pochi bagnanti, ma gli esemplari sono numerosissimi, arduo farne un elenco.

Di ritorno a casa, in aereo, ripensando a tanta bellezza, rifletto sulla richiesta di Ayman Qarabawy Mi piacerebbe una tenda nel deserto… per accogliere gli ospiti. Forse per il prossimo anno… Una tenda nel deserto e il resto intatto.

 L’Intervista.
Foto di Liliana Adamo.

Incontro Ayman Qarabawy, ranger capo per il Wadi El Gemal National Park, presso un edificio di legno sulla spiaggia, circondato da palmizi che smorzano il sole e gli sbuffi del khamsin (il vento polveroso che spira sul Mar Rosso). All’interno, c’è il suo ufficio: una vecchia scrivania, un ventilatore, una macchinetta per le bibite, una panca, qualche sedia, scansie per l’archivio. Una donna completamente vestita di nero mi rivolge un lieve cenno del capo e io le rispondo in arabo. Dopo le formalità, Ayman m’invita a entrare in una grande tenda che si trova nelle vicinanze, dietro capannoni adibiti a serre. Alla presenza di un taciturno Ababda/ barman intento a preparare un caffè sul carbone vivo, mi fa accomodare su tappeti e cuscini messi alla rinfusa; benché la posizione sia un po’ scomoda, certamente informale per un’intervista, iniziamo a parlare; ma prima, Ayman vuole mostrarmi il vero rituale del caffè che si svolge fra un ospite e i beduini.

Bere caffè in compagnia è usanza che esprime socializzazione e accoglienza, la preparazione del djabana è sempre un momento speciale. Il nostro, ripone i chicchi di caffè ancora grezzi e verdi in un piccolo scaldino e li fa arrostire sul fuoco delle braci. Sento il tintinnio dei semi e una forte fragranza si sparge nel chiuso della tenda. L’Ababda macina i semi caldi in un mortaio di legno, aggiungendo zucchero e zenzero dal Sudan, poi versa il composto in un fiasco di terra marrone. Questo è un oggetto cui non si separerà mai, magari la fiaschetta sarà riparata tante volte e rinforzata con fili in diversi punti, ma mai farne a meno! Ora, vi versa un po’ d’acqua richiudendo l’apertura con un pezzo di stoffa per trattenere l’aroma, la riscalda avvicinandola al fuoco e coprendola con le ceneri calde. Finalmente tutti e tre sorseggiamo il liquido scuro, profumato di zenzero, versato in piccole ciotole; il djabana è una mistura dolce e piccante. Il rituale è ripetuto più volte, finché l’ospite (cioè, la sottoscritta), non spinge indietro la coppetta con un gesto determinato.

  • Cosa differenzia il Wadi El Gemal dalle altre località del Mar Rosso, perché è così importante tutelarlo?

Perché è un regno di biodiversità unico al mondo, per il mare e le sue cinque isole, per le caratteristiche dell’entroterra: è il regno del falco pescatore e della tartaruga verde (la Chelonia myda, a rischio d’estinzione), che nidifica da maggio a settembre, delle mangrovie che trovano un humus ideale lungo la costa, dei reef, dei delfini e del dugongo.

Poi c’è il deserto nel suo straordinario habitat: anche in condizioni ardue, qui vivono la gazzella Dorcas, lo stambecco della Nubia, l’Hyrax, cammelli allo stato brado, volpi, conigli e felini selvatici.  Sono animali che sfidano un clima a volte estremo, resistendo grazie alla vegetazione presente sulla superficie arida. In realtà, il deserto del Wadi El Gemal è ricco d’acqua dolce che rimane imprigionata nel sottosuolo ed è la zona più piovosa del Sahara egiziano; le piogge si riversano da ottobre a dicembre, l’acqua percorre il deserto per oltre cinquanta chilometri fino al Mar Rosso.

  • Lei sovrintende la tutela e le attività all’interno del Parco: che tipo di apporto può dare il turismo e dal suo punto di vista cosa le piace del suo lavoro e cosa meno?

La decisione d’istituire il Parco Nazionale da parte del governo centrale, risale al 2003 (designato con IUCN di categoria II, area protetta finalizzata alla protezione di un ecosistema con possibilità di fruizione a scopo ricreativo) e pur con le dovute restrizioni, ciò è stato importante per incrementare lo sviluppo turistico. Di conseguenza, il turismo ha apportato un notevole miglioramento nel tenore di vita per i nuclei familiari degli Ababda, gli abitanti del luogo, i quali preservano le loro tradizioni millenarie compreso il senso d’ospitalità, comune a tutti i popoli d’origini nomadi.

Amo vivere qui, nel mio Parco Naturale, in uno dei luoghi più belli e intatti, mi piace pensare che ogni visitatore sia informato e rispettoso… don’t take nothing, don’t leave nothing, questo dovrebbe essere un motto valido per chiunque. Non lo è purtroppo per i bracconieri e i cacciatori a loro seguito. Mi è capitato di consegnare un gruppo di queste persone sorprese a cacciare di frodo, alle autorità locali.

  • Chi erano queste persone?

Arrivano dalla vicina Arabia Saudita o dal Kuwait, con regolari visti turistici e con yacht personali, solo che poi patteggiano con delinquenti di nazionalità egiziana per portarsi qualche trofeo di caccia a casa, soprattutto animali rari come le gazzelle Dorcas e gli stambecchi della Nubia, che finiscono per essere uccisi, trafugati e impagliati. E’ successo ma per fortuna, non avviene spesso; anche se si può pensare il contrario, le ispezioni sono ferree. Gli stessi Ababda, profondamente innamorati della natura del Wadi, sono istruiti al controllo e tengono gli occhi bene aperti. Per loro, il turismo, vale più d’ogni “regalia” a buon mercato. Noi siamo guardie ambientali ma operiamo in stretta collaborazione con i militari stanziali, sempre pronti a intervenire in caso di bisogno e per il controllo del territorio.

  • Cosa chiederebbe al governo egiziano per il “suo” Parco?

Lo Stato dovrebbe fare di più ma purtroppo oggi c’è la crisi economica… Mi piacerebbe una tenda nel deserto, comoda e spaziosa per quelle tribù che accolgono i turisti (la cena con gli Ababda si è svolta sotto un cielo stellato e con il fuoco acceso, nessuna tenda, quindi). Forse per il prossimo anno…

Si ringrazia vivamente: Silvia Bastianello, per i contatti esterni, Amr Soliman, l’uomo pesce, Ayman Qarabawy, ranger capo del Wadi El Gemal National Park,

tutti gli altri.

 

World Wildlife Day: il futuro nelle nostre mani.

Liliana Adamo per Altre Notizie.org

Chissà se ha ragione l’Assemblea generale dell’Onu ad applicare al World Wildlife Day dell’anno in corso, un unico, efficace principio: signori, il futuro delle specie selvatiche su questo pianeta è nelle nostre mani. La Giornata mondiale della natura che ricorre ogni 3 marzo dal lontano 2013, celebra la ricchezza e la bellezza delle forme di vita esistenti, eppure siamo ancora qui a enumerare animali e vegetali estinti o in via d’estinzione. A ritmo vertiginoso, ci stiamo giocando la vita e le varietà delle specie, le biodiversità e gli habitat fino ai grandi oceani e sia chiaro, a rischio anche della nostra sopravvivenza. Insieme, si dovrebbe convenire a un presupposto necessario, cambiare sostanzialmente l’approccio al problema sia culturale sia pragmatico, dandoci da fare perché non tutto è perduto.

Vogliamo rincuorarci con le buone notizie: preposta dall’Onu a officiare il dibattito sulla tutela del Wildlife, Berna, capitale della Svizzera, è sede europea più che meritevole nel rappresentare lo sforzo comune al recupero delle specie selvatiche sul proprio territorio. S’individuano i felini come varietà in pericolo nei prossimi anni, per questi mammiferi/predatori fra i più affascinanti, il target dell’estinzione è altissimo. Le cause si annoverano in perdita d’ecosistemi e mancanza di prede, conflitti con gli esseri umani, bracconaggio e commercio illegale. Nell’ultimo decennio il numero di tigri è drasticamente diminuito del 95%, per i leoni africani del 40, in vent’anni; percentuali enormi nonostante il divieto di caccia su scala globale in vigore dal 1987.

Abbiamo parlato di buone notizie ed ecco la solerte Svizzera predisporre la ripopolazione della lince europea con particolare responsabilità per la sua conservazione nell’ambiente alpino. Al mondo sussistono quaranta tipologie di felini; il più diffuso in Europa è la lince euroasiatica che raggiunge i 26 chilogrammi di peso, un’altezza dalla spalla di circa 50 centimetri. Un animale bellissimo e solitario che, per vivere, cacciare e muoversi ha bisogno di un’estensione dai 40 ai 400 km2.

Vari enti federali come l’Ufficio per la sicurezza alimentare e veterinaria (USAV), per l’Ambiente (UFAM), il Dipartimento degli affari esteri (DFAE), la segreteria CITES, si unisce a un gruppo d’esperti e conoscitori dell’Unione Internazionale per la conservazione della natura (IUCN), a discutere e pianificare in concreto maggiori tutele per le specie minacciate nei nostri confini e non solo. Per esempio, affinché la lince possa essere preservata a lungo termine in Europa, si renderà indispensabile ampliare le popolazioni attuali, gli spazi per contenerle e per questo, istituire una cooperazione transnazionale.

Per obiettivi raggiunti, ci sono dati che sembrano incoraggianti: a dispetto del picco verificatosi nel decennio, le tigri crescono di numero (prima volta nella storia), aumenta la popolazione dei panda, s’inasprisce il divieto di commercio per il pangolino (unico mammifero ricoperto di squame, suddiviso in otto specie in Africa e in Asia, tutte a rischio d’estinzione), si annullano progetti industriali in aree ritenute patrimonio naturale inestimabile, come la barriera corallina in Belize. In Messico si crea la più grande riserva marina del continente americano dopo le Galapagos e novità, la chiusura del mercato più aberrante, quello per l’avorio in Cina; dunque, grazie a regole ferree e volontà politica, qualcosa si muove.

La scienza ha capito che salvare le tigri dal rischio d’estinzione protegge altre specie, gli ecosistemi, noi stessi. I benefici “collaterali” motivano ampiamente gli investimenti fissati dal Programma globale per il loro recupero approvato a San Pietroburgo nel 2010, che ne prevede, difatti, un raddoppiamento entro il 2022.

Negli anni, sparuti gruppi di questo magnifico esemplare si sono frammentati in remote zone dell’Asia. Proteggere gli ecosistemi in cui vivono le tigri asiatiche, tutela almeno nove grandi bacini idrografici d’acqua dolce e circa 830 milioni di persone. Esattamente così! Protegge altre specie, come i rinoceronti di Sumatra, gli oranghi e un terzo degli elefanti, che si trovano a condividere il territorio delle tigri. Preservare i grandi felini appoggia indirettamente dieci siti naturali per il Patrimonio mondiale, 22 milioni d’ettari ricchi di biodiversità e le ultime foreste ancora esistenti che detengono un ruolo chiave per immagazzinare carbonio, un’arma naturale contro gli effetti del cambiamento climatico.

Secondo il South African Department of Environmental Affairs, va meglio anche per i rinoceronti del Sudafrica, si registrano meno uccisioni e più condanne per i bracconieri, anche se, onestamente non basta. L’intera comunità internazionale deve farsi carico di quest’enorme, capillare business che mira a eliminare l’intero patrimonio faunistico cancellandolo letteralmente dalla faccia della Terra, un’ignominia clandestina e subdola, una mafia cosmopolita, ramificata e potente con cui non bisognerebbe mai cedere le armi, anzi, affrontarla in modo radicale e definitivo con tutti i mezzi possibili, legislativi, repressivi, educativi. Il bracconaggio si dirige soprattutto a ridosso del Kruger National Park con maggiore concentrazione di rinoceronti; si coordina con organizzazioni criminali internazionali che hanno trasformato la fauna selvatica in via d’estinzione in un affare multimiliardario, esponendo le comunità locali a corruzione, ostilità, insicurezza, disgregandone il tessuto sociale. Emblema di questa strage è uno scatto del foto-giornalista sudafricano, Stirton che ha sconvolto e commosso il mondo intero, un rinoceronte nero, privato dei suoi corni, giace accasciato, in fin di vita in una riserva naturale.

Per salvarlo dai colpi dei bracconieri, si è arrivati a prelevarne una minoranza dalle riserve e trasferirla in una località top secret. Il progetto Brrep, che si adopera per evitarne la scomparsa, prevede fedelmente questo, una percentuale del 10% è stata catturata, sedata, trasportata in elicottero dalla provincia di Kwa Zulu in Natal fino a nord del Sudafrica, in una zona di cui non è stato reso pubblico il nome, un territorio super protetto dove il rinoceronte nero possa vivere e riprodursi.

Galletti: un pessimo ambiente.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Diciamolo chiaro e senza perifrasi: a fine legislatura e nella migliore delle ipotesi, si può tranquillamente definire Gian Luca Galletti come il peggior ministro dai tempi in cui fu istituito il Dicastero Ambiente a oggi. Una materia nella quale non hanno certo brillato i suoi predecessori, ma l’arroganza, il pressapochismo, l’asservimento alle lobbie dettati a suon di decreti dal governo Gentiloni, non ha avuto pari e purtroppo, da destra a sinistra con le elezioni alle porte non s’intuisce uno spiraglio per un cambiamento di rotta, in pratica, ciò che si teme per le questioni ambientali, è inscritto in un panorama politico desolante.

Dall’insediamento fino all’ultimo colpo di coda, il ministro Galletti non ne ha imbroccata una: Ilva, Tap, Terra dei fuochi, estrazioni petrolifere, discariche, inceneritori, depuratori; se non bastasse, l’allarme smog che registra i suoi picchi più alti in varie città italiane e il richiamo dell’Ue che potrebbe costarci fino a un miliardo d’euro in sanzioni, più la paventata ricaduta in termini di salute per i cittadini. Cosa ha fatto il ministro Galletti? Si è voltato dall’altra parte e ha cominciato a infierire sulla fauna selvatica.

“Il ministro cacciatore” com’è stato definito da più parti, ha pensato bene di soddisfare le urgenti priorità delle congreghe affaristiche invece di perdersi in quisquilie. Il primo nel mirino (in senso letterale), è stato l’animale simbolo della nostra storia, il lupo, poi è passato ai volatili, migratori e stanziali e dulcis in fundo, con un bel decreto di fine legislatura, ai delfini reclusi nei delfinari-lager.

Con il presupposto che la fauna selvatica sia patrimonio indisponibile per lo Statola cui tutela rientra a pieno diritto nell’interesse della comunità nazionale e internazionale, l’Italia, nonostante buone leggi, resta comunque fanalino di coda nella comunità europea per educazione ambientale, protezione di habitat e animali dimoranti. Si assiste a una diffusa mentalità tradizionalista di chi nutre affetto per quelli domestici, ignorando che il nostro paese ha una straordinaria ricchezza faunistica alla mercé di bracconieri, speculatori d’ogni risma, cacciatori senza scrupoli, dunque, un capitale naturale che rischia di scomparire.

WWF conferma: “Il nostro non è un paese per fauna selvatica… Una classe politica miope vorrebbe forse i cieli d’Italia vuoti rendendo concreto lo scenario preconizzato dal grande scrittore americano Jonathan Franzen, in Emptying the skies…”Con “Svuotare i cieli”, circostanziata testimonianza scritta per il New Yorker e l’omonimo film documentario, Franzen ha dimostrato come nelle terre che si affacciano sul Mediterraneo – Malta, isole greche e Italia – gli uccelli canori sono decimati per divertimento e profitto, in barba a leggi vigenti.

Ciò che è accaduto quest’estate, è indegno di un paese civile nella progredita Europa. Dopo caldo, siccità, incendi dolosi, le regioni italiane, tutte, fatta eccezione per l’Abruzzo che ha riconosciuto una seppur breve dilazione, hanno concesso la mattanza sulla fauna selvatica, sebbene fosse stata messa a durissima prova dal caos climatico e dagli incendiari.

Si è visto come i cacciatori prendessero di mira (è il caso di dirlo), anche particolari aree protette, zone sicure, sulla carta, per l’incolumità d’uccelli e altre specie selvatiche; il tutto, senza che Dipartimento Ambiente con l’avallo del ministro Galletti, muovesse un dito. Completamente ignorati i pareri contrari dell’Ispra sull’avvio alla stagione venatoria per i gravi problemi preesistenti; Campania, Lazio, Sardegna, Sicilia, Toscana avevano chiesto persino una pre – apertura della caccia senza attendere la terza domenica di settembre.

C’è altro da aggiungere al quadro suddetto? Sì, perché l’agenda con le “perle” di Gian Luca Galletti, appare nutrita e ingegnosa; come, ad esempio la conferenza Stato-Regioni che decide se rendere legale la caccia al lupo, con associazioni ambientaliste e ministero Ambiente in stato di guerra, gli uni contro l’altro.

“Uccisioni controllate”, sostiene Galletti, per il quale “esiste un consenso su quasi tutte le misure, sviluppo con sistemi di prevenzione naturali (cani pastori, rifugi, recinti elettrificati), rimborsi più rapidi agli allevatori, gestione dei pascoli, lotta agli incroci con i cani, nucleo anti-bracconaggio dei Carabinieri” e naturalmente sulla caccia legale al lupo.

Al povero ministro, preso in contropiede, si riconosce una missione: non può lasciare l’Italia in una situazione così indecorosa, perché, appare ovvio, che l’unico problema d’impatto ambientale che abbiamo nei nostri territori, è rappresentato dai lupi. E noi siamo rimasti indietro rispetto agli altri Paesi Ue, insomma, la solita storia, è l’Europa che lo chiede.

I lupi non bastano, nella deroga, quasi in sordina, ce n’è anche per i randagi. Avete letto bene, quelle sventurate bestiole che vagano in cerca di cibo e riparo, spesso vittime di crudeltà e abbandono, che, nel migliore dei casi, finiscono dietro le sbarre di un canile. Per loro, Galletti ha pensato a una soluzione rapida, indolore, economica: la reintroduzione dell’eutanasia, altre sì nei canili. In breve, farli fuori e problema risolto; non si sentiva il bisogno di un ministro dell’Ambiente con tale lungimiranza, bastava guardare al senso “civico” ed “etico” del governo spagnolo, alle celle della morte, le oscure Perreras, dove, sistematicamente si compie la triste sorte dei cani randagi.

L’ultima “perla” del nostro, giusto per coronare una luminosa carriera, arriva fresca, pochi giorni or sono. Si decreta una vera porcata con la quale si autorizzano i delfinari a far entrare nelle vasche i visitatori ed è difficile trovare definizione più garbata nel vocabolario in lingua italiana. Un regalo pre-elettorale offerto a quei centri che traggono profitto a dispetto di una diffusa protesta a livello mondiale per la crudeltà, la sofferenza inflitta ai delfini, straordinari mammiferi provenienti direttamente da cattura in mare (Taiji, ne è l’esempio più drammatico), dove vivono intense forme di socialità e interazione.

Pretestuoso anche il testo che stralcia la legge preesistente sulla tutela (fra le migliori d’Europa) a firma del signor Gian Luca Galletti, cui riportiamo il seguente passaggio: “E’ altre sì consentito l’ingresso in vasca ai soggetti che partecipano ad attività di educazione e sensibilizzazione del pubblico in  materia  di conservazione della biodiversità con i delfini”, con cui si travisa intenzionalmente la realtà dei fatti.

L’ingresso in vasca del pubblico, in una zona delimitata di cattività come un delfinario, con altoparlanti ad altissimo volume e addestratori spesso implacabili, non estende la coscienza ambientalista, né rispetto e conoscenza verso gli animali, altro che sensibilizzazione alla biodiversità! Un’autorizzazione in cui traspare tutta l’idiozia di un governino miope e asservito a interessi di cassa, che nessuna autorità scientifica al mondo può approvare. Al contrario, delfinari, circhi e zoo, sono strutture diseducative che provocano stress e sofferenza agli animali esibiti come mere attrazioni a fine economico.

Per non parlare del rischio igienico -sanitario nell’avvicinare persone e delfini non in mare aperto con il presupposto di gioco e reciprocità, ma in vasche chiuse dove questi poveri mammiferi espletano le loro funzioni organiche. Si contesta come in numerose strutture di questo tipo, i “contatti” avvengano in spregio alle più elementari norme di sicurezza e che la trasmissione di patologie anche gravi, sia, di fatto, dimostrata.

Faciloneria, servilismo alle lobbie, indecenza tout court? Certo è che per Gian Luca Galletti, il passaggio dal Ministero dell’Ambiente al nulla, farà tirare in questo Paese un respiro di sollievo.

Fino alla prossima legislatura.

Il mare ricco del Messico (Revillagigedo project).

Liliana Adamo per Altrenotizie

La foto vincitrice del primo premio per il National Geographic Traveler Contest nel 2015, è una riproduzione subacquea con cetacei e delfini scattata nelle acque profonde intorno a quattro isole vulcaniche che formano l’arcipelago Revillagigedo, in Messico: San Benedicto, Socorro, Roca Partida, Clarion.

A 240 miglia da Baja California, in pieno oceano Pacifico, il santuario marino quasi ignoto ai più e disabitato, cui è stato dato l’appellativo di “Galapagos del Nord America”, è luogo di straordinarie biodiversità, patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2016.

Complessivamente pari a 57.000 miglia quadrate di oceano (150.000 kmq), Revillagigedo era sede fino a poche settimane fa, di una piccola riserva marina non in grado di preservare proporzionatamente la varietà di specie sulla traiettoria dei pescatori, lasciando squali, razze, balene, vittime di catture commerciali e bersaglio di pesca illegale.

“Da ciò che abbiamo visto e appurato è come se le Galapagos – le isole di Charles Darwin, regno indiscusso d’ecosistemi e specie diverse – avessero aperto una filiale in Messico. Questo è il sito più selvaggio dell’America Nord tropicale…”.

Durante una spedizione d’accertamento condotta nella zona del Mar Pristine nel marzo 2016, Eric Sala, esploratore del National Geographic, afferma di non aver mai visto mante, testuggini, squali, cernie, tonni di tali dimensioni, forse i più imponenti del pianeta. Sulla terraferma, a ridosso delle quattro isole, nidificano uccelli marini e terrestri, trovano il loro habitat ideale rettili endemici e piante uniche al mondo, ma non basta: a circa 300 piedi dalla superficie, grazie a un DeepSee e un Drop-cam remoto, il team scientifico di Pristine Seas ha potuto esaminare una “cresta” sui fondali e qui, giardini incantati ricoperti di coralli, gorgonie, spugne, granchi, una moltitudine di pesci.

Nell’insieme, 400 specie diverse, scaturiscono e dipendono dai nutrienti estratti in un biosistema fra mare e terra.

C’è da dire che la convenzione delle Nazione Unite si pone l’obiettivo a tutelare il 10% degli oceani del mondo entro il 2020. Tuttavia, secondo biologi ed ecologi, la finalità più appropriata si aggirerebbe intorno al 30% contro lo sfruttamento intensivo e i danni, per una logica più accettabile. A oggi, il numero è notevolmente in ribasso: solo il 6% degli oceani è stato preservato in aree marine, o destinato a futura protezione.

E mentre Donald Trump, leader degli inquinatori globali, valuta allegramente un limite rilevante di tutela per i santuari nel Pacifico sotto giurisdizione americana – Rose Atoll, altre isole remote, insieme ai Canyon e alle catene montuose del Nordest o lungo la costa del New England – (fonte, Washington Post), il Messico si unisce a Cile, Nuova Zelanda e Tahiti e crea viceversa, la più grande riserva oceanografica del Nord America tropicale.

Così, secondo il nuovo statuto emanato dal presidente Enrique Peña Nieto, l’arcipelago di Revillagigedo sarà soggetto a salvaguardia totale. Sulla terraferma, precluse estrazione di risorse naturali, edificazioni d’infrastrutture alberghiere, anche se la Marina Messicana manterrà una sua presenza costante.

Ministero dell’Ambiente e Marina svolgeranno attività di controllo e sorveglianza in un’area molto vasta (come abbiamo detto, per 57.000 miglia quadrate d’oceano). Le attività comprenderanno attrezzature, monitoraggio remoto in tempo reale, addestramento, educazione ambientale anche verso i pescatori; per i trasgressori sono previste sanzioni severissime e dunque, in difesa dell’ambiente, arriva dal governo messicano “una mossa senza precedenti”, come afferma Maria Josè Villanueva, direttrice del WWF.

Ancora, Alejandro Del Mazo Maza, membro della Commissione nazionale messicana delle aree naturali protette: “Per garantire massima protezione in questo sito del Patrimonio Mondiale, sarà applicata la categoria di conservazione più forte della nostra legislazione e categoricamente proibite tutte le forme di pesca…”. Parole che non lasciano adito a dubbi; nondimeno le critiche non si sono fatte attendere, gli interessi in gioco sono tanti, quelli della pesca commerciale e flotta tonniera in primis, con l’espansione del sette per cento in meno nella gamma del Pacifico. Un ritorno economico si presume nella quantità di turismo subacqueo con le barche che partono dalla famosa Cabo San Lucas, relativamente vicina alle isole del Revillagigedo, un’attività che già fattura quindici milioni in dollari l’anno.

Quanto vale la vita di una manta gigante per l’economia messicana? Cinquantasette volte in più rispetto a una catturata tra le reti dei pescatori (di frodo) e rivenduta a pezzi sui famigerati mercati asiatici. Proteggere la fauna selvatica e acquatica non è solo un’urgenza etica e dovuta, ma economicamente sostenibile e produttivo.

La riserva della biosfera dell’arcipelago Revillagigedo, sotto l’egida della Commissione Nazionale delle Aree Naturali e Protette è di fatto, operativa e non un “parco su carta” come preme ribadire lo stesso ministro Del Mazo. Fin da ora le prime organizzazioni private e agenzie governative di Stati Uniti e Messico, fra cui il Fish and Wildlife Service (statunitense), il Cornell Lab of Ornithology e l’Audubon Society, si stanno muovendo in uno sforzo comune per ripristinare l’habitat idoneo ad accogliere miriadi d’uccelli marini che troveranno casa nell’impervio paradiso del Pacifico senza temere caccia o inquinamento, lo stesso dicasi per quei cetacei nel blu profondo, straordinariamente immortalati in una foto da primo premio.

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi. Agatha Christie.