Vite in movimento.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Il progetto ideato da Piet Grobler e Tobias Hickey (fondatori dell’International Center for the Picture Book in Society presso l’Università di Worcester, Regno Unito), implica diversi coefficienti opportunamente connessi. Difatti, “Migrations: Open Hearts, Open Borders”, ha previsto tre inscindibili steps che hanno finito per fondersi in un risultato di rara bellezza ed efficacia.

Tutto parte da una chiamata all’azione, attraverso passaparola e social network, coinvolgendo illustratori/disegnatori – famosi e non – con l’invito a focalizzare estro e genialità sul grande immaginario degli uccelli migratori, comparandolo idealmente alle traversate dei piccoli rifugiati in fuga dalle guerre e dalla fame. L’accettazione e la dissoluzione dei nostri preconcetti sulle nazionalità e le frontiere, in un progetto itinerante (che raggiungerà anche l’isola di Lampedusa, quest’estate) e in un libro, pubblicato da Otter – Barry Books, i cui proventi saranno destinati ad Emergency e Ibby (organizzazione no – profit, con l’obiettivo di promuovere la letteratura infantile in tutto il mondo).

Agli illustratori è stato dato libero arbitrio: insieme ai disegni, ci sono poesie, citazioni, cenni personali, una sorta d’affrancatura per ogni Paese d’origine, con un effetto finale quantomeno struggente. Al progetto di Grobler e Hickey hanno partecipato circa trecento artisti per altrettanto “cartoline” esposte alla Biennale di Bratislava, in Serbia – Slovacchia, in Sud Africa e a Nami Island nella Corea del Sud. Collocate in verticale con l’intenzione di “replicare la natura precaria del volo”, toccando uno solo di quei pezzi di carta, l’intera struttura oscilla ripetutamente in un’organizzazione interagente, una rete silenziosa di comunicazioni.

In Physica, nel terzo capitolo del suo trattato, Aristotele sostiene che la natura stessa è in costante mutamento; ignorando questo principio, il senso profondo d’ogni fenomenologia rimarrà a noi necessariamente sconosciuto. La vita in tutte le sue manifestazioni, è dunque movimento, secondo il filosofo greco. “Life is movement”, è anche il messaggio d’Isol (Marisol Misenta), illustratrice e scrittrice argentina di libri per bambini, che aggiunge autografando la sua opera: “Condividi il mondo… La Terra e il suo popolo non hanno proprietari”. Perfino i nomi più blasonati non si sono tirati indietro; così, insieme a tanti sconosciuti, ecco che spuntano i disegni di Petr Horàcek, Nicola Davies, Jon Klassen, illustratori di fama internazionale.

Mohammad Barrangi nasce a Rasht, nord dell’Iran, oggi vive nel Regno Unito. E’ arrivato in Europa con lo status di “rifugiato” e contribuisce con un’illustrazione fiabesca, ricca di colori intarsiati come in un tappeto persiano. Crea un uccello leggendario che porterà i bambini in sicurezza, ovunque ci sia pace e fiducia, nelle terre dei loro sogni. Mohammad ha una disabilità a una mano, crea le sue stampe usando in parte un piede, la sua arte rappresenta la vittoria sulle avversità, la conquista di una vita piena e appagante. Stian Hole, illustratore norvegese, fa fiorire rose e arcobaleni lungo la traiettoria della sua creatura volante, accompagnandola con una poesia di Olav Hauge, il volo come un’opportunità: “E’ solo un sogno che portiamo con noi/che qualcosa di meraviglioso può ancora accadere/che gli altri capiranno/e può accadere/che il tempo sarà dalla nostra parte/e le porte si apriranno…”. La giapponese Kana Okita mantiene il suo stile inconfondibile e minimalista, linee bianche quasi minacciose contro un cielo blu intenso e una sola parola: “Speranza”. Più complesso e oscuro il contributo di Jackie Morris. I suoi superbi falchi pellegrini hanno la testa incappucciata, occhi che guardano fissi nel vuoto attraverso due fori su uno sfondo d’oro tagliato in due. Sezionato anche il poema di seguito, un seducente acrostico di Robert Macfarlane, allorché devi unirlo insieme per leggerne il contenuto. Un’opera audace che allude alla separazione, allo spostamento, all’essere comunque divisi dalle origini, dal proprio Paese, talora dalla propria famiglia.

L’illustratore australiano Shaun Tan, si pone una domanda (necessaria), preambolo alla sua composizione. Egli scrive: “I piccoli gesti – un’immagine, un messaggio amichevole – possono fare la differenza? – Creando qualcosa, affrontando la disperazione, stiamo investendo in un’economia molto più grande di qualsiasi Borsa, più nobile di qualsiasi altro sistema politico?…”.

E continua: “Come la sterna artica che si prepara a un nuovo nido a circa ventimila chilometri di distanza, volando attraverso l’oscurità, con il solo campo magnetico terrestre a guidare la sua rotta, il migrante si muove verso l’ignoto, un salto nel buio di promesse e paure…”.

Ancora, a concludere il tema, l’uccello migratore dell’irlandese PJ Lynch vola solitario su rocce brune e un mare incerto, quasi ad annunciare un’imminente tempesta: un immaginario pressappoco testuale.

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Galassie, Einstein e Buchi Neri.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Dedicato a mia madre, Concetta Giraud.

Sulla teoria della relatività, pare che Albert Einstein avesse ragione. Distante più di 50 milioni d’anni luce, nel cuore di un gigantesco sistema stellare ellittico, chiamato Messier87, un Buco Nero attira e ingurgita ogni sorta di materia che si avvicina: stelle, pianeti, gas e polvere. Neanche la luce sfugge alla presa, perlomeno fino quando non attraversa “l’orizzonte degli eventi”, delimitata soglia nel gergo degli astrofisici.

Resa possibile dal progetto Event Horizone Telescope (una serie d’osservatori sparsi per il mondo, dalle Hawaii al Polo Sud), grazie al coordinamento d’oltre duecento scienziati, la foto di M87, la prima in assoluto apparsa lo scorso 10 aprile, non è che un minuzioso assemblaggio durato due anni e ultimo, straordinario risultato per una serie di ricerche nel campo dei Buchi Neri generati dopo il Big Bang.

Ad esempio, nel 2005, osservando una coppia di galassie chiamate ARP299, alcuni ricercatori sulle tracce di supernove, del William Herschel Telescope alle Isole Canarie, assistettero in diretta alla “morte” di una stella, “divorata” dalla forza attrattiva di una cavità supermassiva superiore venti volte alla massa solare, a una distanza pari a 150 milioni d’anni luce dal nostro Pianeta. Ridotto letteralmente a brandelli, l’astro in collisione determinò un getto di proporzioni apocalittiche: ciò che rimase di una stella fatta a pezzi da un Buco Nero.

Il calcolo della velocità media per l’energia sprigionata, almeno in quel caso, fu di un quarto rispetto a quella della luce. Un evento “drammatico” che ha poi fornito dati fondamentali sul comportamento dei Buchi Neri supermassivi quando non sono in uno stato  di  “quiete”.

Cosa succede alla materia una volta attirata da un Buco Nero? In una porzione di spazio dove non filtra alcun raggio di luce, nulla sembra poter essere indagato, da nessuna delle sofisticatissime strumentazioni a disposizione della scienza.

Eppure una convinzione c’è: osservando un vortice gravitazionale causato dal Buco Nero H1743-322, a 30mila anni luce, i ricercatori hanno visto e calcolato la materia surriscaldarsi per milioni di gradi, pulsare ed emettere raggi X a frequenza regolare che aumentavano man mano avvicinandosi inesorabilmente.

Più l’attrazione cresceva, più le onde subivano cali e picchi d’intensità, con oscillazioni veloci. Al culmine della potenza il vortice appariva come un unico, fulmineo turbinio di materia.

L’enigma sulle cosiddette oscillazioni quasi periodiche che ha impegnato gli scienziati per circa un trentennio dopo che i due fisici austriaci Josef Lense e Hans Thirring le teorizzarono come possibile conseguenza alla teoria della relatività di Einstein, oggi può essere finalmente “testato” e osservato direttamente. “Provate a girare un cucchiaio nel miele – spiega Adam Igmarastrofisico all’Università di Amsterdam che si dedicato, fin dalla tesi di laurea, alla teoria sulle oscillazioni quasi periodiche – immaginate che il miele sia lo spazio e che venga trascinato dal cucchiaio che ruota…”.

Semplificando: tutto ciò che la scienza oggi è in grado di mostrare era stato previsto da Einstein, con un notevole passo avanti nella comprensione del cosmo e dei suoi illimitati segreti. La conoscenza dei meccanismi centrali nei nuclei galattici attivi, è già una sfida alla teoria della relatività.

Tuttavia, il confronto resta aperto, dal momento in cui nuove osservazioni costituiscono strumento d’indagine per esplorare movimenti gravitazionali fino all’estremo limite, su una scala di massa finora inaccessibile. In un prossimo futuro, gli scienziati potrebbero essere in grado di confermare le teorie relativistiche, superando addirittura le formule di Einstein, semmai  quest’ultime si rivelassero in qualche modo parziali per capire appieno l’universo.

La Tratta.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

Per la Convenzione delle Nazioni Unite sussiste un distinguo fra due terminologie: human traffiking (tratta degli esseri umani) e migrant smuggling (traffico di migranti), riferendosi a una sola tipologia di criminalità organizzata transnazionale nella quale non si esclude il collegamento tra due fenomenologie.

E’ estremamente complicato smantellare le organizzazioni di trafficanti, lo è molto di più rispetto alle associazioni a delinquere di stampo mafioso: ne è convinto Maurizio Scalia, ex Procuratore aggiunto di Palermo, che più volte ha coordinato indagini su scafisti responsabili della morte per decine di profughi nel Canale di Sicilia, durante le traversate. Ciò nonostante, dietro l’enorme giro di vite  barattate da un punto all’altro dell’Africa fino alle coste del Mediterraneo, qualcosa siamo riusciti a capire.

Tratta e traffico permangono giuridicamente concetti distinti, una differenza che pare ormai superata dagli eventi. Le organizzazioni criminali sviluppano canali “umani” allo stesso modo con cui manovrano illecitamente armi, droga, auto rubate, attraverso l’impiego di medesimi metodi, rendendo complicato individuare una o un’altra situazione.

Questa labilità giuridica rende ancor più tortuosa l’attività investigativa: se nella tratta di esseri umani resta implicito il concetto di reclutare persone dal loro territorio, con coercizione e violenza al solo scopo di profitto (laddove il trafficante includa sfruttamento sessuale, lavorativo o espianto d’organi, in sostanza applicando una vera e propria forma di moderno schiavismo), per “traffico”  – o contrabbando – di migranti, s’intende invece l’ottenere implicitamente vantaggi materiali o finanziari dal trasporto illegale di persone da un Paese a un altro.

A ridosso delle coste nordafricane fino alle porte dell’Europa, le organizzazioni di trafficanti che gestiscono questi viaggi pianificano le traversate su mezzi che, già alla partenza, versano in condizioni precarie, in modo da rendere doveroso l’azione di soccorso sollecitata, non di rado, nei tratti di mare ancora poco distanti dal porto d’imbarco.

A Sabrata, in Libia, ottanta chilometri a ovest di Tripoli, punto di partenza per migliaia di migranti che tentano la traversata verso l’Europa, un al-jorf, un promontorio, una sorta di baia si trasforma in fossa comune all’indomani d’ogni naufragio. Un altro cimitero sorge in terra di nessuno, trenta chilometri più a sud: è qui che imperversa il business del traffico degli esseri umani su cui alcuni personaggi noti al Dipartimento anti migrazione libico e agli investigatori internazionali, hanno fondato un impero economico.

Come Ahmed Dabbashi, (o Al-Ammu, come si fa chiamare), ex combattente “eroe” contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi, convertito al remunerativo traffico di migranti grazie al quale sembra aver accumulato una fortuna, al punto da formare la più potente milizia locale,  aggiudicandosi il controllo anche per l’impianto dell’Eni, Mellitah Oil&Gas, a quaranta chilometri da Sabrata. Suo diretto concorrente è il dottor Mussab Abu Ghrein, che pare abbia lavorato benissimo con i migranti subsahariani stipandone a centinaia in vari alloggi sparsi alla periferia della città, fra cui molti bambini; la fetta più consistente di denaro, però, spettava alla guardia costiera libica.

La stessa cui l’Unione Europea aveva chiesto di fermare la tratta, la stessa finanziata con fondi dell’UE, ufficialmente incaricata dal comando centrale al pattugliamento, mentre sono stati proprio i suoi alti graduati a regolarne traffici e dividerne guadagni. Secondo una fonte militare libica sopravvissuta a due attentati, a capo di questo affare infernale c’era Al-Bija, al secolo, Abdurahman Milad, ex comandante deferito della guardia costiera di Zawiya, attualmente indagato dagli ispettori ONU, con conti congelati (solo nel 2016 la torta ammontava a 2 miliardi) e restrizione negli spostamenti.

Secondo l’organo di controllo Frontex, i guadagni scaturiti dal traffico dei migranti – insieme a quello d’esseri umani a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo – hanno superato il ricavo netto per  traffico d’armi e droga. Inoltre, i “negoziatori” farebbero sempre più ricorso a Facebook. Attraverso il social media, essi pubblicizzano “i servizi” e i prezzi, organizzando luoghi e tempi di viaggio: un business coordinato su scala globale.

Dunque, questi sono i fatti nudi e crudi, ma come uscirne? Se gli europei, al riguardo, non hanno le idee chiare, gli africani, probabilmente, sì. Con la premessa che i flussi migratori sono sempre esistiti e che ad essi non bisogna opporsi, perché è nella natura dell’uomo muoversi da un territorio all’altro per conseguire una vita più sicura e accettabile, e riaffermato che ciò resti un diritto inalienabile per ogni essere umano, si resta convinti che tali flussi debbano essere accolti con regole di civiltà, secondo valori laici e democratici.

Tuttavia, qui non parliamo del fenomeno legato all’immigrazione tout court e nemmeno degli “sbarchi” in quanto tali, bensì di una potente rete criminale che si avvale di connivenze negli apparati statali di vari Paesi. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il principio d’umanità, tanto meno con qualsivoglia senso “illuministico” legato all’accoglienza. Una diatriba in corso, orchestrata da due forze politiche – una all’opposizione, l’altra al governo – divide nettamente l’opinione pubblica, malgrado in queste due circostanze allo stesso modo drammatiche – migrazione regolare e traffico d’esseri umani – persiste una sostanziale differenza.

“Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani. Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia nuove un giro di 600 milioni di euro l’anno. Nessun africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo attende in Europa. Non mi infilo nell’eterna guerra civile italiana basata su fazioni e non contenuti, ma da afro discendente italiano e immigrato ora negli Stati Uniti, credo sia arrivato il momento di parlare e trattare l’immigrazione o meglio la mobilità come un problema e fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che li usano per il loro divorzio come arma di ricatto (…).”

La lettera del regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu, resa nota su vari quotidiani nazionali, può dirla lunga sulla realtà dei fatti, di come tutto cominciò sfruttando l’emotività psicologica dei primi naufragi sui gommoni, proseguendo come stimolo a un esodo dall’Africa, dall’Asia, violando sistematicamente ogni norma per la tutela della vita, creando traffici di droga e prostituzione, danneggiando per di più, la condizione economica nei paesi di provenienza.

Come sappiamo, dalle “carrette del mare” si è presto passati alle strapagate navi delle ONG, per consentire un trasbordo più sicuro alle flotte di migranti: ma anche in questo caso, Kuwornu ci va giù pesante. Secondo il regista italo-ghanese, le ONG insieme alle associazioni umanitarie impegnate a favorire gli imbarchi, nonché all’intreccio d’aziende locali, settori corrotti della Marina e intrallazzatori vari, forniscono una copertura a uno dei più grandi e complessi traffici criminali dell’era moderna.

Il parallelo è semplice: se esistono traversate, sbarchi e morti nel Mediterraneo è perché si consente a largo raggio il traffico degli imbarchi; un lavoro sporco gestito alla base d’associazioni criminali a scopo di lucro, con imbarcazioni che, spesso, agli inizi, erano “gentilmente” restituite affinché i trafficanti potessero continuare indisturbati la loro tratta. Ciò non vuol dire che non si debbano accogliere coloro che arrivano stremati sulle coste della Sicilia, è fuori discussione. Vuol dire che si deve impedire che avvengano gli imbarchi e per farlo non affidarsi alle galere libiche, ma ad una task force che coinvolga più unità transnazionali dirette dall’ONU, vuol dire, soprattutto, intervenire duramente nei luoghi dove si originano gli imbarchi, annientando “fisicamente” le imprese criminali che gestiscono il traffico.

Ancora Kuworno: “ (…)  Io non so se lei ha mai vissuto o lavorato nell’Africa vera e che Africani conosce in Italia o se da giornalista si informa su testate anche non italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari (bambini, organi, prostituzione), non è un fenomeno che riguarda solo l’italietta dei porti sì o porti no, ma è un fenomeno globale che fattura alle mafie africane, asiatiche, messicane, 100 – e ripeto 100 – miliardi di dollari l’anno. Soldi che non vengono certo redistribuiti alla popolazione povera di questi paesi, ma usati per soggiogarla ancora di più con angherie di ogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu.

Si è mai chiesto perché, a parità di condizioni di povertà e credenza che l’Europa sia una bengodi, quelli che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d’origine ha una crescita del PIL del 7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni), provano a venire?Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana e pubblicizza nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in Italia e da lì se vogliono anche in altri Paesi Europei. Salvo poi fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all’improvviso la fee di altri 1000 $, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia dove gliene chiedono altri 1000 dollari per la traversata finale. Il tutto non in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un anno.

In questo ci aggiungo minori che vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri, che poi spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di altre donne che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale vale 60 mila euro d’incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone 100.000 verso l’Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600 milioni di euro l’anno.

A questo si somma quello che perde l’Africa: risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a elemosinare o a guadagnare 3 euro l’ora, se gli va bene, trattati come bestie e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su Facebook, che tutto va bene per non dire la verità per vergogna e quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati), cercano di venire qui perché pensano che sia facile arricchirsi. Che senso ha sostenere che questo traffico di “schiavi” e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare? (…).

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu

Gli ultimi gommoni a rischio affondamento (partiti subito dopo che il governo ha chiuso i porti alle ONG), erano in un certo senso, “previsti” dai trafficanti (la notizia è stata data per certa dal Corriere della Sera). Sono criminali che conoscono benissimo l’enorme portata emotiva e l’effetto psicologico che la morte in mare produce sull’opinione pubblica; del resto è proprio con questo metodo, naufragi più o meno programmati  con uomini, donne e bambini a bordo, che tutto ebbe inizio.

E se dunque il sogno di lasciare l’Africa e l’Asia per raggiungere l’Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti, la ramificazione di un traffico internazionale dietro esborso di cifre altissime senza passare per dogane, aeroporti con documenti alla mano, resta invece un fenomeno che si è allargato a dismisura in pochi anni. Per chi arriva in Libia, dopo settimane o addirittura mesi di sofferenze e non ha soldi per pagare gli extra richiesti, nell’impossibilità di tornare indietro, non resta altro che la schiavitù nei campi profughi e in altri lager, anche questi gestiti da bande più o meno legali, se non da altri sfruttatori.

 

Namibia: nella Terra dei contrasti.

Liliana Adamo per Latitude180.

Paese di una bellezza sbalorditiva e grande potere attrattivo, la Namibia è un’antica terra di colori, contrasti e culture. Attraverso l’Oceano, la Terra e l’Aria, un percorso a tappe: dalla Foresta del Quiver Tree, alla Skeleton Coast, dalla natura selvaggia dell’Etosha National Park, attraversando la savana e il deserto, fino alle dune rosse del Sossusvlei e oltre.

Quiver Tree Forest. Le foreste endemiche che affascinarono gli antichi esploratori.

Kokerboom Woud è la corretta pronuncia afrikaans per la “foresta degli alberi faretra”, meglio conosciuta come Quiver Tree Forest. Si trova sulla strada che conduce a Koes, nei territori della fattoria Gariganus, 14 km a nord dalla città di Keetmanshoop, nella regione di Karas.

Tra le più note attrazioni turistiche a sud della Namibia, “monumento nazionale” dal 1° giugno 1995, grazie ai suoi duecentocinquanta esemplari d’Aloe dichotoma, contorte piante succulente, (kokerboom, in afrikaans), i cui rami erano tradizionalmente usati dai Boscimani per costruirvi appunto, delle faretre come contenitori per le loro frecce (velenose).

Poco lontano dal Giant Playground, nella regione arida del sud, ciò che vedrai è uno scenario che cambia euritmicamente secondo la luce solare e il momento del giorno, dall’alba al tramonto, un ambiente naturale unico nel suo genere. Grandi alberi raggiungono dieci metri d’altezza, popolando l’area da duecento anni circa; i loro rami sono nudi e dicotomici (si dividono in coppie) e le foglie che possono attecchire fino a trenta centimetri in lunghezza, sono affollate, polpose con margini pungenti. Nei mesi invernali e in primavera, quando le precipitazioni restano abbondanti, gli alberi faretra si riempiono di fiori simili a rose dai colori cangianti tendenti al giallo ed è una caratteristica per queste giungle strane e al contempo, meravigliose e che, a dispetto di fusti altissimi, rose e foglie oblunghe, non riescono a fare ombra.

Come spesso accade in Africa, la Quiver Tree Forest, custodisce uno status “sacro” per le religioni animiste del luogo, ma per i visitatori è oltremodo interessante per un fattore diremmo, “ottico”: gli alberi sembrano crescere in modo capovolto, un punto di vista bizzarro dovuto probabilmente al fogliame che somiglia molto alle radici.

Nel sud della Namibia, oltre a sparuti bush curvati dal vento e qualche arbusto, gli alberi faretra sono gli unici che troverete, non vi è altra vegetazione. Una foresta ulteriore si trova ad est di Sesriem (a qualche decina di chilometri) alcune, non spontanee, si osservano in siti di conservazione, come nel Karoo National Botanical Garden di Worcester, in Sudafrica.

Scopritori” di queste fitologie autoctone sono stati coloni, esploratori e viaggiatori. Simon Van Der Stel, le menzionò nel corso di una spedizione a Namaqualand nel 1685 e al suo seguito, il disegnatore Hendrik Claudius, le riprodusse in diversi bozzetti. Altri esemplari furono osservati ed effigiati anche da Thomas Baines nel 1866, nei pressi di Roodeberg, a sud-est di Walvis Bay. I disegni, i primi per questi habitat incontaminati, mostrarono al mondo occidentale foreste e paesaggi intorno a crinali di ruvida e cresposa roccia ocra, costellati da ciottoli e cristalli scintillanti.

Il momento migliore per godere appieno del luogo è durante i mesi invernali per evitare il caldo. Da utilizzare per escursioni, la proprietà del Gondwana Canyon, un ottimo campo base, con eccellenti sistemazioni.

Skeleton Coast. La costa atlantica, i relitti e le otarie: segni di un mondo primordiale.

Una lunga strada semi deserta si confonde sulla superficie arida lungo la costa dell’Atlantico “dove tutto sembra tornare polvere”. Dove incontri solo qualche pescatore solitario con il suo fuoristrada parcheggiato sulla striscia di sabbia, carico di provviste e taniche di benzina. Tuttavia, non è questo il motivo per l’appellativo di “Skeleton”; la strada, la spiaggia, la costa si chiamano così per le innumerevoli navi che vi sono arenate nel corso del tempo, colpa le correnti, le tempesti, le nebbie, i fondali frastagliati. Ciò che resta di questi relitti è strappato dal vento e dalle onde, ultimi passaggi umani riassorbiti dal deserto e dal mare fino a sparire del tutto, a diventare polvere nella polvere, appunto (i resti della nave Zelia sono fra i più recenti, risalgono appena al 2008. Il relitto è ben indicato lungo la strada, fra Hentie’s Bay e Cape Cross). Alta curiosità: la costa namibiana è definita al pari di un “deserto freddo”. In un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi.

Sulla Skeleton Coast dimenticatevi il confort dei campi tendati nella savana, qui è l’ultimo avamposto per la civiltà del lusso, fino al confine con l’Angola e oltre, c’è solo qualche campeggio. Finalmente a Cape Cross, quasi sul confine angolano (dove si può visitare un interessante museo dedicato alla storia del luogo, che deve il suo nome alla croce piantata dal portoghese Diogo Cao, primo europeo a sbarcare nel 1486), l’Oceano regala la visione impressionante dinanzi a una distesa di decine di migliaia d’otarie. I loro versi, lamentosi o feroci squarciano l’aria, l’odore è quasi insopportabile ma ci rendiamo conto che siamo al cospetto di un mondo primordiale, di cui, ormai, non siamo più parte.Un centinaio di chilometri separa Cape Cross da Ugabmund, nel parco nazionale, dopo l’interminabile strada di salsedine e polvere sulla costa Atlantica.

Etosha e Sossusvlei. Nel cuore del Wildlife, ammirando le Dune rosse più alte al mondo.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti; tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale, difficile immaginarli nel sole accecante di questi spazi sterminati, nel paese più arido a sud del Sahara.

La Namibia, oggi, rappresenta la vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione. Lo stesso Ministero dell’Ambiente e Turismo è impegnato in un’unità di lavoro (il progetto Community-Based Natural Resource Management), che coordina egregiamente lo stato di conservazione e lo sviluppo economico.

Il governo centrale ha quindi incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le “Conservancies”, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e crescita economica. Un modello di “Conservancy” è Torra, vale a dire la terra dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.

La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intero Paese per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico al mondo. Il pan più scenografico è nel Sossusvlei, un altro, molto grande, si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo, “Big Daddy” (390 metri d’altitudine) e la famosissima “Duna 45”, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nella conformazione delle aree secche su … Marte!

Superando le pianure che si spingono fino alla costa atlantica, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di superficie chiamata Dito di Caprivi e usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive in Africa per il Wildlife.

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo (a voler essere precisi, la denominazione è Kavango in Namibia, Okavango in Botswana), attraversando Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata, valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna straordinaria. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope, l’ippotrago.

Con i suoi 20.000 kmq, il Parco Nazionale di Etosha ha una prerogativa che lo rende unico: in qualsiasi altro luogo impieghi ore o addirittura giorni per avvistare fauna selvatica, da osservare o fotografare. Qui, sono gli animali ad avvicinarsi; basta fermarsi nei pressi delle tante buche d’acqua, aspettare un po’ mentre leoni, elefanti, antilopi e gazzelle si appresteranno non a due, tre o quattro ma a centinaia!

Ancora: la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione. Il parco è, infatti, un donor, un ente speciale che cede animali ad altre riserve qualora quest’ultime, richiedessero un ripopolamento di varie specie.

Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si trasforma in una bassa laguna, in uno scenario di vita e colori, oasi per fenicotteri e pellicani; viceversa, nella stagione secca, la sabbia bianca avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale.

Intorno al Parco, nei villaggi del Kaokoland, vive un’etnia fra le più “perseguitate” dai turisti: sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, a lungo rimasti isolati.

Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Sono proprio le donne a difendere le usanze più antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino di pellame, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona all’epidermide una tonalità lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

 

 

Fuga in Messico.

Testo e foto di Liliana Adamo per InNatura  magazine.

Attraverso miti indios e cultura indigena, da Città del Messico alla penisola dello Yucatan, un viaggio intrapreso sull’onda di suggestioni cinematografiche e letteratura beat, fino al silenzio di una natura sconfinata e per certi versi, misteriosa.

Film, Beat Generation e fantasmi

In individui pressoché sani di mente resta inconfutabile come certa cinematografia eserciti una sorta di traslazione, un meccanismo psichico chiamato transfert. Per cui guardando Puerto Escondido di Gabriele Salvadores (1992) ero giunta a conclusione che il personaggio principale del film, quel Mario Tozzi interpretato da Diego Abatantuono… beh, ero io. Un transfert protratto fino al momento in cui presi un aereo con destinazione Centro America.

In una mirabolante fuga sulla Mexican Pipeline, con riprese sulle dune di Playa de Amor, tra surfisti, bambini di strada che giocano con l’oceano e pellicani che atterrano sulle barche di Puerto Angel, il protagonista arriva nello stato di Oaxaca, dove: “il sole carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso”, sorpreso di trovarsi in un: “senso di vastità che in Europa si è estinto, nella memoria genetica di almeno dieci generazioni”.

Foto di Liliana Adamo

Narcotraffico, sparatorie, roghi di marijuana, poliziotti in veste di criminali, furti subiti o portati a segno: tutto cambia per Mario Tozzi, ex vicedirettore di banca a Milano, testimone scomodo di due delitti, suo malgrado, complice. Lontano dalla frenesia europea, nel silenzio di una natura sconfinata, nei segreti oscuri della cultura indigena, egli stringe nuove amicizie con cui divide un percorso di vita fatto d’espedienti, inevitabilmente, on the road. Di sicuro è una seconda occasione, la rinuncia (per forza di cose), alle false certezze di una vita “integrata”.

“Quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”

Da Puerto Escondido e Oaxaca, la mente corre a Città del Messico, capitale per antonomasia del crimine. Ci sono fantasmi che girano indisturbati a Città del Messico? Due, di sicuro: dal bancario milanese di Puerto Escondido, coinvolto in un duplice omicidio, allo scrittore maledetto, William Seward Burroughs, un parallelo per nulla azzardato. Far rivivere Burroughs e la sua giovane compagna, da lui uccisa – accidentalmente? – con un colpo di pistola alla testa, a Città del Messico – è semplice:Il posto è uno di quelli che ha più confidenza al mondo con la morte e i suoi derivati…”.

 

Lo scrittore descrive la città parlando di avvoltoi volteggianti, figure retoriche e identità del male: “Quando ci abitavo, alla fine degli anni Quaranta, aveva un milione di abitanti, l’aria pulita e frizzante e il cielo di quella speciale sfumatura d’azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi volteggianti, il sangue e la sabbia, quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Yucatàn: un’antica catastrofe. Presumibilmente, un asteroide?

Un territorio esteso su una superficie di 1.972.550 kmq, il cui nome, Mèxihco, deriva da un’etimologia risalente a una divinità di guerra per gli Aztechi“luogo dove vive Mèxtli”, ma può avere origine anche dal cosmo, Il Centro della Luna; dove Teotihuacan fu la più grande città-stato precolombiana e domini teocratici furono governati da misteriose civiltà, (Zapotechi, Maya, Toltechi, propugnatori quest’ultimi di sacrifici umani). Immagina una città sacra, Tula o ancora Tenochtitlàn, capitale azteca, che sorgeva come Venezia, su diverse isole sul lago Texcoco, distrutta dai conquistadores spagnoli, nel 1521.

Foto di Liliana Adamo

Immagina un entroterra di montagne e vulcani tra due oceani, Pacifico e Atlantico, fino al Golfo del Messico. Immagina una penisola sul Mar dei Caraibi che si prolunga verso il Belize, a sud: è la regione del Quintana Roo, particolarmente abitata dai Maya (Yucatàn, in lingua madre, vuol dire, noi non vi capiamo), luogo unanimemente prediletto dai viaggiatori occidentali, me compresa.

 

La sua fama risale a sessantacinque milioni di anni, da quando, a Chicxulub un asteroide in impatto con la Terra vi scaricò la potenza pari a un migliaio di bombe atomiche o giù di lì, ponendo fine, secondo la teoria più accreditata, all’era dei dinosauri. Quel cratere formatosi dal terribile urto (trecento km in diametro), è ora sepolto in profondità mentre residui sono ancora visibili in superficie. In perfetta sequenza, lungo l’intero perimetro della penisola, la collisione ha formato misteriose cavità incastonate in scenari favolistici collegati tra loro da lunghe gallerie naturali (fino a 600 metri), i cenotes.

Zat-ay-Uinic, vuol dire “rinascita” nella lingua dei Maya

Effigie celesti scolpite dal meteorite, gli antichi Dzonot erano sacri ai Maya. I sacerdoti si affidavano al canto del Mot-Mot (mitico uccello che nidificava in queste cavità), per trovarne sempre di nuovi dando loro nomi fantasiosi (Dos Ojos, i due occhi), mistici (Kukulkan), efficaci (Bat Cave, la caverna dei pipistrelli).

Foto di Liliana Adamo

I cenotes avevano diversi funzioni: oltre a fornire acqua dolce, rappresentavano il punto di contatto con le divinità dell’inframondo, sede preferenziale per compiere sacrifici umani: per coloro destinati a immolarsi, le pareti levigate di queste voragini non avrebbero dato scampo, impossibile risalire!

In un’atmosfera irreale scandita da gocce d’acqua che scendono dalle rocce, schivando pesci gatto e stalattiti, oggi, sono i turisti a tuffarsi nei cenotes. In antri cupi se si tratta di una grotta, o cristallini d’una incavatura alla luce del sole; in entrambi i casi, sentire sul proprio corpo l’impatto dell’acqua gelida si tramuta in un’esperienza quasi ascetica/profana, metafisica/terrena.

Foto di Liliana Adamo

Il Gran Cenote (o Ik Kil), dedicato a Chaac, dio della pioggia, è situato nei pressi di Chichen Itzà, imponente sito archeologico tolteco, vale a dire, la città che con il suo pentaedro immaginifico, la sua piramide, ha guidato i miei sogni per almeno sette mesi prima della partenza.

Arriviamo nella penisola dello Yucatàn insieme all’uragano Patricia. Nelle ventiquattro ore successive raggiunge la categoria 5, massimo grado della scala Saffir-Simpson, il ciclone tropicale più intenso mai registrato nell’emisfero occidentale, con venti superiori a trecento chilometri orari, veloci quanto il Boeing 767 che mi ha portato fin qui. Nondimeno, i demoni benevoli sono dalla nostra parte e la perturbazione non raggiunge la regione, né restituisce il fenomeno del sargassum, lasciando intatto il colore cangiante di smeraldo al Mar dei Caraibi. Uniche testimonianze sono quei tronchi sradicati sulla battigia, frammenti di barche, perfino una tavola di wind surf (dove sarà finito il surfista?)

 

Con lunghissime spiagge bianche e nei dintorni, isole incontaminate (Cozumel, Mujeres, Holbox e la bellissima Contoy, riserva del biosistema, importante rifugio per gli uccelli marini nei Caraibi messicani), Playa del Carmen e Cancún restano i luoghi più desiderabili dello Yucatan. Due località sexy e informali, ricche d’iniziative culturali, laboratori multietnici dove, anno per anno, ogni più rosea previsione è puntualmente superata. La vegetazione tropicale, i profumi, uccelli variopinti, una fauna esotica unica al mondo (gli animali girano indisturbati, come i curiosi sereke), tutto da tempo vagheggiato, passa attraverso una sola percezione, è il Messico!

Tulum è l’antica Zamà, rappresentazione del dio discendente

Zamà, città sacra al “dio discendente” (al sole calante raffigurato al tramonto, con coda d’uccello e ali, a testa in giù e gambe divaricate), ex rifugio hippie, odierna Tulum sulla Riviera Maya, è, senza eufemismo, uno scenario fra i più affascinanti al mondo. A quaranta chilometri a nord, lungo la Carrettera del Quintana Roo, fra scimmie urlatrici e coccodrilli (in uno specchio d’acqua dove abbondano), si trova il sito archeologico di Cobà. Assediato dalla giungla che s’impossessa delle piramidi (realizzate e forse abitate, tra il 500’ e il 900’, fino all’arrivo degli spagnoli), Cobà è un’area che resta ancora da esplorare, scavare, approfondire.

Foto di Liliana Adamo

Eretta su alte scogliere, Zamà fu la prima a essere avvistata dai conquistadores: il 3 marzo 1517, raggiunti dalle piroghe, tre vascelli carichi di soldati si apprestano sulla costa risolvendo la questione con una carneficina. Tulum era un fiorente centro commerciale, asse di congiuntura tra l’Altopiano messicano e l’America Centrale. Le piccole imbarcazioni ormeggiavano nell’insenatura di Playa Paraiso, da cui oggi, ammiriamo il Castillo, dove la luce è accecante e i riflessi s’insinuano fra rocce e vegetazione. Le barche trasportavano miele, sale, pesci, oggetti d’ossidiana, piume di quetzal e ogni conflitto, prima d’allora, era quasi sconosciuto.

Attraverso un angusto anfratto nella roccia, si entra nell’area archeologica adiacente, uno spazio aperto che sembra sospeso tra cielo e terra. Nella bellezza prepotente della natura, la porta dell’Eden rivela il Tempio degli Affreschi, offrendo alla vista lo spirito più genuino del popolo Maya: in una visione, la dea Ix Chel si lascia accompagnare dal dio Chaac.

A Chichén Itzá, “alla bocca del pozzo degli Itzá”

Foto di Liliana Adamo

Felci, orchidee, bromelie, alti fusti come titani: il passaggio alla città precolombiana profuma d’incenso e ricco di vegetazione. Si è rapiti e silenziosi dinanzi alla piramide di Kukulkan che appare in tutta la sua imponenza (nonostante non sia altissima, ventiquattro metri circa), dopo un fondo naturale rasentato da un intrico di piante e alberi, che sembra soggiogare le altre costruzioni in pietra.

Visione del mondo e dell’universo, la torre astronomica segue i movimenti della luna, del sole, di Venere. Puntualmente, alle 15.00 nel giorno dell’equinozio di primavera (20 marzo), in quello d’autunno (21 settembre), assorbe la luce diurna lungo il parapetto ovest della scala principale, creando un’imperscrutabile illusione ottica: ecco la curvilinea fisionomia del serpente adagiarsi sui triangoli isoscele e insinuarsi verso il basso, fino a combaciare con la testa dell’aspide, scolpita in fondo alla scala. Nei due equinozi, secondo il ricercatore messicano Luis El Arochi, si ricrea la simbolica discesa di Kukulkan, del serpente piumato, il re fatto dio.

 

Suddivisa a sud nelle reliquie dei Maya Puuc, a nord nell’architettura tolteca, Chichén Itzá è una città permeata di misteri mai svelati: un sussurro da un capo all’altro può essere intercettato attraverso tutta la lunghezza e il respiro di quell’enorme ball court, il campo del Gran Gioco, senza un caveau, o discontinuità tra le pareti, aperto al cielo blu dello Yucatan. È facile immaginare il re avvolto nelle piume di quetzal, negli ornamenti d’ossidiana, a presiedere quei giochi e la sfera di pietra scagliata dai giocatori verso un punto all’altro del campo. Leggenda vuole che il Capitan vincente nello juego de pelota, offrisse la propria testa per essere sacrificato, perché la morte per martirio agli dei, in nome del beneficio per l’intera comunità, era vista come la più alta ricompensa, l’onore finale.

Foto di Liliana Adamo

All’interno del ball court le onde sonore restano immutabili di giorno e notte, non influenzate dalla direzione del vento e da qualsiasi condizione meteo. Gli archeologi impegnati nella ricostruzione evidenziarono come la trasmissione sonora divenisse più forte e chiara, man mano che l’antico campo dello juego risaliva alla luce. Nel 1931, Leopold Stokowski, direttore d’orchestra inglese, si fermò quattro giorni nel sito maya per determinare quei particolari principi acustici applicandoli a un concerto all’aperto che aveva in progetto; ovviamente, non vi riuscì e, a oggi, il mistero pare sia rimasto insoluto.

 

 

 

 

 

 

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi. Agatha Christie.