Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

12

Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

610

Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

1416

Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

L’ambasciatrice degli squali.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Sulla scia dei signori del mare. Il viaggio di Daquwaka, il dio-pescecane, prosegue fino a Bahamas… con Cristina Zenato, e il linguaggio della natura.

Una vita che è un’avventura. Cristina Zenato nasce in Italia, cresce in Africa, si trasferisce a Bahamas nel 1994. Lì comincia a lavorare come istruttrice d’immersioni, giungendo a una molteplice vita professionale, che va dall’interesse per gli squali alla perlustrazione delle grotte subacquee (ottenendo risultati ritenuti impossibili; per esempio, è lei la prima persona al mondo ad aver messo in comunicazione una grotta terrestre a una marina). Il lavoro di Cristina Zenato è complesso, la “mission”, peculiare: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, si punta sistematicamente alla protezione del mare e delle creature che lo abitano con metodi legati a pratica, conoscenza ed esperienza diretta.

E’ una scelta di campo ben precisa, arrivano anche i riconoscimenti internazionali che premiano una passione per lo meno insolita, per una donna. Un lungo, paziente impegno fatto d’acquisizioni quotidiane e immersioni che si trasforma in un diario di comportamento degli animali, scoprendo la vera natura degli squali. Un diario, uno studio particolareggiato e meticoloso che diventa ben presto parte attiva per tutti quei movimenti e associazioni che puntano a un’immagine realistica di questi predatori e alla loro tutela.

Per lei, che si auto-definisce “ambasciatrice degli squali”, gli appellativi ormai non si contano; ma Cristina Zenato resta una donna forte ed entusiasta, una professionista impegnata in primo piano e su molti livelli. Le sue indiscutibili credenziali la presentano a tutto tondo: PADI Course Director, sostenitrice dell’Our World Underwater Scholarship Society, creatrice di un programma locale educativo per giovani Bahamensi, membro d’eccellenza del Women Diver Hall of Fame, Explorers Club, Ocean Artists Society, ecc.

Per capire il mondo segreto degli squali, l’abbiamo incontrata e questa è la sua lettura:

 Ci spieghi chi è Cristina Zenato e com’è nata la tua passione?

Cristina Zenato: Sono cresciuta con il mare e la voglia di esserne sempre a contatto, il sogno d’avere degli squali per amici e il desiderio di non dover mai uscire dall’acqua. Ho sempre seguito e cercato di realizzare i miei sogni anche quando sono costati dei sacrifici. Ho imparato a usare la parola “impossibile” con il più grande dei riguardi e cautela. Mi sento cittadina del mondo con un pezzo di cuore per la “mia Africa”, per l’Italia e tanto per Bahamas, il mio mondo e la mia casa negli ultimi ventidue anni. E’ vero…parlo cinque lingue, anche se alcuni dicono sei, comprendendo il linguaggio degli squali che io preferisco chiamarlo, il linguaggio della natura.

Vivo senza televisione ma possiedo più di mille libri. Mi piace leggere, scrivere, praticare yoga, stare all’aria aperta. Anche se sono una professionista subacquea da ventidue anni, un’ambasciatrice degli squali, esperta nel lavoro diretto con questi animali, un PADI Course Director, istruttrice d’immersioni a livello tecnico e appassionata esploratrice di grotte, non ho mai smesso d’imparare. Credo profondamente nel potere dell’educazione per migliorare il nostro rapporto col mondo e la natura. Alle Bahamas ho sviluppato un programma senza scopo di lucro per educare i Bahamensi nel mondo sub, un programma che ha permesso di creare numerosi professionisti subacquei. Credo nel potere delle persone. La passione per gli squali è nata grazie a una famiglia che viene dal mare e che mi ha sempre riportata al mare, insegnando che tutte le creature, belle, brutte, che ci spaventano o che affascinano, sono necessarie per un equilibrio di cui non abbiamo benché una minima idea di delicatezza. La passione per gli squali viene dal fatto che sono creature forti, perfette eppure molto vulnerabili.

Secondo te, quanto è importante conoscere e interagire con questi splendidi animali per garantirne l’incolumità e la sopravvivenza nei nostri mari?

Cristina Zenato: “Con l’ignoranza si bruciano le streghe al rogo”, è una frase, credo, pienamente veritiera. La differenza tra il sentito dire e la vera esperienza, può essere in alcuni casi, la differenza tra la vita e la morte del soggetto in questione.  Gli squali soffrono di una pubblicità negativa alimentata da storie, leggende, idee e sentito dire. L’esperienza diretta, essere in grado di stare in acqua con loro, vedere altre persone che nuotano e interagiscono con loro, può aiutare a separare i miti dalla realtà, la verità dalle leggende, per entrare nel mondo reale degli squali.

EDDY RAPHAEL
Eddy Raphael; Digital Seaweed

Ho sentito dire da un operatore subacqueo che i tigre, hanno un temperamento molto incline alla tolleranza (in realtà, lui parlava di “dolcezza”), con le persone che li avvicinano. Tu credi che ci sia una diversificazione sul “carattere” d’ogni squalo? Ciascuno dei “tuoi” squali ha un differente approccio con te? 

Cristina Zenato: Ogni squalo, come ogni animale ed essere umano, ha una personalità. Alcuni sono curiosi, altri molto diffidenti, alcuni imparano velocemente, altri lentamente. I miei, sono differenti l’uno dall’altro ed anche in questa definizione, essi cambiano di giorno in giorno per diversi fattori che li influenzano. Dal tempo, per esempio, alla temperatura dell’acqua o anche se qualcuno ha cercato di fare loro del male, oppure no. Intuisco se qualcuno ha pescato intorno alla zona dove, di solito, si concentrano (anche se proibito), perché li trovo molto irrequieti, quasi distratti, contrariamente, possono essere molto più tranquilli e rilassati, sì…gli squali hanno personalità e attitudine.

In che misura può definirsi “pericoloso” imbattersi con uno squalo di grosse dimensioni? Come comportarsi? Soprattutto, cosa evitare di fare?

Cristina Zenato: Una domanda che mi giunge spesso cui rispondo con mille altre domande. Che tipo di squalo? Dove siete? Quali acque? Che cosa state facendo? Apnea? Sub? Pesca subacquea? Avete attirato lo squalo o vi siete incrociati per caso? Ci sono oltre 500 specie di squali e diverse hanno enormi dimensioni. Alcune mangiano plancton (il più grande pesce del mare è lo squalo balena, un filtratore di plancton). E’ una domanda senza risposta, sicuramente un’idea sarebbe di conoscere in parte che tipo di squali è facile incontrare in un certo habitat, se è un luogo adatto per lo snorkeling o subacquea o nuotare. Il tutto torna alla conoscenza degli animali e del loro ambiente; abbiamo necessità a smettere di credere che il mondo ci appartenga e che, esclusivamente per noi, dobbiamo creare un mare “sicuro”. Siamo debitori verso il mare, quindi, cominciare a capire come funzionano gli squali in determinate situazioni e ambienti, è il primo passo per adattarsi a loro e non l’opposto.

Ci sono episodi o imprevisti accorsi durante la tua lunga frequentazione con gli squali di Bahamas?

Cristina Zenato: La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno). Contrariamente a un mito molto diffuso, solo pochissime specie di squali continuano a nuotare per ventilare; la maggior parte ha un secondo sistema chiamato pompaggio buccale (delle guance). Questo permette di muovere l’acqua attraverso i tagli branchiali, grazie a un movimento della mandibola. Quel movimento è fra le sensazioni più belle da provare, insieme al corpo dello squalo che lentamente, gentilmente si abbandona al tocco e diventa sempre più pesante…Ogni volta è un’esperienza unica, un privilegio, un dono speciale che mai cambierà anche dopo migliaia di volte che mi è successo.

Per esperienza: peggiore allievo, è chi, per la prima volta, si cimenta nello shark diving o l’ignaro squalo? Come avvengono le tue lezioni?

Cristina Zenato: Chi si cimenta senza conoscenza, senza capire gli squali, magari, senza voler imparare da coloro che ci sono passati prima, non per trovarsi fermo allo stesso livello, ma evitare i medesimi errori, per accedere a una piattaforma di lancio più alta di chi ha cominciato prima. Povero squalo ignaro, in fin dei conti, ci rimette sempre lui…

Freediving-Image Amanda Cotton
La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno)…

Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano. Il perché sia venuto qui, cosa vuole scoprire, conoscere o assimilare, cosa invece, trova difficile, quali siano le paure o ciò che la renderebbero felice. Da qui, usando schemi e metodologie per immergersi e soprattutto tramite “il mio corso”, a “immergersi” sul serio in mezzo agli squali, costruisco un’esperienza specifica per quella persona. Si comincia con la preparazione e azioni che tutti sono obbligati a svolgere. Osservando le reazioni, sono in grado di guidare la persona verso il rilassamento, a essere più confidente, o meno dominante. Compio degli esempi, faccio ripetere e poi incoraggio. In superficie, rivisito ogni immersione, azione e reazione, descrivo cosa fare, dove e come concentrarsi. E’ un lavoro unico, che mi permette non solo di rivelare gli squali alle persone, ma di far scoprire un’identità sconosciuta perfino a se stessi. E’ un lavoro che, attraverso gli anni, mi ha garantito incredibili amicizie anche con chi una volta, è stato un mio studente.

Sei d’accordo con le immersioni in gabbia, alla presenza di grandi squali bianchi?

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano…

Cristina Zenato: Sì, in genere sono d’accordo. E’ anche possibile nuotare e fare immersioni con squali bianchi senza l’ausilio della gabbia, ma c’è una difformità che va evidenziata tra la circostanza di una due o più persone che, effettivamente possono definirsi sub super esperti, sapendo dunque come muoversi, interagire e commercializzare l’esperienza in acqua senza protezione e chi, invece, si avventura per puro sensazionalismo, privo d’esperienza e cautela. Spero, che fra dieci anni possano dirmi che mi sbagliavo, nel senso che chiunque possa fare immersioni con squali bianchi, senza dover entrare in una gabbia. Al momento, è giusto dire che l’unico livello commerciale per avvicinare uno squalo bianco è questo: la gabbia è l’unico escamotage che garantisce la quasi piena sicurezza ai sub e agli stessi animali.

Un tuo parere su come si dovrebbe condurre una campagna capillare per la sopravvivenza di questo splendido predatore.

Cristina Zenato: Credo che le campagne dovrebbero essere diverse con ruoli e voci distinte. I primi due obiettivi sarebbero di: 1) diminuire la domanda attraverso l’educazione dei consumatori, senza domanda, muore l’offerta; 2) cambiare le leggi di pesca integrando soluzioni alternative per pescatori e commercianti (la pesca a rotazione in Alaska funziona molto bene al punto che gli stessi pescatori si auto-controllano con una disciplina ferrea).

Credo nel potere delle persone, perché anche uno solo può cambiare il destino di tanti. Ci credo… l’ho visto attraverso le mie azioni, il mio lavoro e i progetti condivisi. Nel 2011 siamo riusciti ad ottenere la dichiarazione da parte del governo Bahamense circa la tutela per tutti gli squali da importo, esporto, pesca sportiva, cattura per errore, insomma, una legge completa.

Sarebbe utile realizzare campagne locali, da persone che vivono nella stessa comunità, conoscono da vicino le medesime problematiche: dare valore agli squali vivi e non da morti. Il sistema che impiego e in cui ho sempre creduto, produce concrete possibilità per i pescatori che si convincono di una nuova prospettiva, usare gli squali con criterio positivo, da vivi, invece che da morti.

Un modello è nel programma educativo che ho ideato e sviluppato, dove vivo, alle Bahamas. Dare un valore agli squali, che sarà evidente e favorevole alla sopravvivenza di un intero ecosistema. A coloro che mi chiedono idee per proteggere gli squali, suggerisco sempre di cominciare a guardare in casa nostra, porci delle domande: quali leggi sono in attivo per proteggere gli squali? Quali sono le scelte per chi dipende dalla pesca? Che programmi educativi possiamo creare? Chi possiamo persuadere? Abbiamo la facoltà a educare i consumatori a non comprare carne di squalo (sappiamo con quanti altri nomi gli squali sono venduti sul nostro mercato, che non sembrano neanche nomi di squalo?), educare i bambini, gli adulti a non collezionare denti o prendere supplementi di cartilagine, possiamo convincere chi stabilisce le leggi nel luogo dove viviamo, cui possiamo esprimere il nostro dissenso.

A questo punto, non ci resta che venire a Bahamas per un’immersione con i tuoi squali!

Cristina Zenato: Con grande piacere, vi aspetto!

Il sogno di una foresta per Sebastião Salgado.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile, è il luogo dov’è nato Sebastião Salgado. Un tripudio di piante, fiori, fiumi, animali, che rivive in funzione mnemonica come un rifugio idealizzato, il paradiso perduto.

Considerato il più grande fotografo dei nostri tempi, Salgado si è reso testimone di un aspetto profetico e “materico” del mondo. Per lui che segue le orme del cuore e dell’azzardo mollando una carriera spianata in banca, il viaggio si compie in cento paesi diversi, osservatore di culture eterogenee, problematiche sociali e aspetti inediti; documentando esodi di massa, genocidi, catastrofi ambientali, il dramma delle comunità minacciate (in primo luogo, gli Indios in Amazzonia), così le polimorfie di grandiosi paesaggi naturali e la bellezza violata del pianeta, sembrano volerlo accompagnare nei suoi lavori più recenti.

Un viaggio forgiato da terra e luce, esito d’esperienze e conoscenze su tutto ciò che ha smosso il corso degli eventi alla fine del Novecento. Salgado si reca in Ruanda e riprende gli orrori del genocidio, in Kuwait, le esplosioni dei pozzi petroliferi, con Genesis, l’ultima, monumentale raccolta di fotografie, rende omaggio alla Terra e alle sue creature, un segno di riconciliazione, testamento d’amore e arte.

E durante il reportage sulla guerra civile in Ruanda, l’incontro con la morte nella prassi più disperata e brutale, Salgado contrae una malattia cui non si conosce la diagnosi. Lasciata l’Africa orientale per raggiungere Parigi alla ricerca di una cura, egli trova la risposta: ha guardato la morte troppo a lungo e la morte gli è entrata dentro, bisogna smettere o altrimenti lui stesso cederà.

A meeting of a religious community in Base, on the road to Attilo, Chimborazo, Ecuador, 1982

Alla soglia dei settant’anni inizia un periodo di cambiamenti e riflessioni. Turbato dall’insensatezza d’alcune esperienze, dalla fotografia e dal mondo intero, Sebastião Salgado si rifugia ad Aimorés, nel suo Brasile, un ritorno alle origini; ma dell’imponente foresta pluviale che si estendeva per metà di un territorio vastissimo, rimane un pietoso 0,5%.

Ancora una volta, l’artista percepisce quel senso di perdita che l’aveva accompagnato durante gli eccidi in Ruanda e nel percorso della sua malattia; riconosce la morte anche qui, nel luogo a lui più intimo: una terra stremata, dove l’utilizzo indiscriminato di materie prime (ferro, manganite e oro), favorisce un’economia distorta a beneficio di multinazionali e classi abbienti, mentre amplifica l’indigenza dei nativi, cancellando il lavoro rurale.

Sebastião Salgado si avvale nuovamente della macchina fotografica. La sua denuncia è potentissima, ripercorre i luoghi che conosceva da ragazzo, espone il suo “paradiso” deforestato: ciò che rimane di una distesa fiorente a perdita d’occhio si riduce a un suolo sterile, renoso, privo di piante e animali. Grazie alla sua fama internazionale esercita pressioni e va oltre; insieme alla moglie, Lélia Deluiz Wanick, elabora un ambizioso progetto di recupero, piantare un albero, poi un altro e un altro ancora… una foresta infine, l’originaria giungla pluviale subtropicale, pressoché distrutta.

Converte in “quartier generale”, il ranch che il padre aveva gestito in passato, crea una comunità a sviluppo ambientale il cui impegno è sensibilizzare, educare, promuovere la ricerca scientifica. Nasce così l’Instituto Terra, che avvia il più grande piano di riforestazione su scala globale; un programma no-profit, continuo e sistematico, per ridare linfa vitale a zone complesse, puntando sul ripristino della biodiversità locale.

Lélia Deluiz Wanick e Sebastião Salgado

Il lavoro si concentra soprattutto a Serra da Mantiqueira (1220 metri d’altitudine), sul delta del Rio Doce (letteralmente “fiume Dolce”), area ricca d’affluenti, eclettici ecosistemi, varietà di microclima, sede della più grande miniera a cielo aperto del mondo, oggetto di un disastro ambientale di vaste proporzioni con milioni di metri cubi di fanghi tossici e acque acide riversate nel maggiore dei suoi emissari, il Rio Carmo. Un intervento non facile, ma grazie al quale l’acqua continua a scorrere dalle sorgenti naturali, reintegrando gli ambiti necessari affinché specie animali a rischio d’estinzione, possano essere salvate.

“Pensiamo all’elemento acqua per ogni attività della nostra vita… ”. Sostiene Salgado: “…Ma l’acqua non si ottiene se non ci sono alberi. Quando c’è pioggia in un luogo senza alberi, in pochi minuti, l’acqua arriva nei torrenti, portando terriccio, distruggendo le nostre sorgenti, danneggiando i fiumi e non c’è umidità da trattenere. Quando ci sono alberi, il sistema di radici trattiene l’acqua. Tutti i rami degli alberi, le foglie che cadono, creano un’area umida, l’acqua si trattiene per molti mesi nel sottosuolo per arrivare ai fiumi e mantenere le nostre sorgenti…”.

Bulcão Farm, ex fattoria paterna, sede operativa del progetto Instituto Terra, coordina 1.754 acri, 1.502 dichiarati Patrimonio Privato Riserva Naturale (PNHR). Nel 2004, la buona pratica fa sì che la confederazione di Minas Gerais dia impulso alla Categoria della Riserva Privata per il Restauro Ambientale (PRER), sollecitando ogni iniziativa privata a muoversi (coraggiosamente) in tal senso. Il primo impianto ha avuto luogo nel dicembre 1999; in un work in progress estenuante, l’Instituto Terra è in fase di completamento nel recupero di tutti i lotti distrutti. Per il Brasile moderno, è un risultato senza precedenti.

La prospettiva di rivalorizzazione ambientale, come pure di un patrimonio storico inestimabile, ottiene tale prestigio e attendibilità da trascinare numerosi sostenitori e un’ingente raccolta di fondi. Il beneficio a lungo termine si estende alle popolazioni autoctone: indicativo è il caso dei Quilombola, discendenti degli indigeni fuggiti dalla schiavitù, che rischiavano di scomparire per sempre, insieme alla cultura e all’identità originarie del Brasile.

Sebastião Salgado

Fra acqua e terra, la Foresta Atlantica è depositaria di un ecosistema fra i più straordinari per l’intero continente americano. Con una superficie di 400.000 miglia quadrate (lungo l’asse del Rio Grande, da nord a sud), un tempo si spingeva fino all’estrema Argentina e il Paraguay. Ciò che rimane del “polmone terrestre”, è un deposito di biomasse ancora ricchissimo di biodiversità che, per quanto minacciato, rimane punto fondamentale per ripristinare in origine, l’equilibrio perduto; in pratica, un record di varietà botaniche: 454 specie in una singola area (appena 2,5 acri) a sud di Bahia, 476 nel dipartimento chiamato Espirito Santo, zona montuosa, di modeste dimensioni. La devastazione di queste regioni spiega il cambiamento climatico avvenuto drasticamente, conseguenti inondazioni e altre calamità, normalmente attribuite a fattori “naturali”.

Obiettivo è reintegrare gli habitat derivanti su trentasette milioni di acri; dal primo albero, che rievoca quel dicembre 1999, fino al 2050, a lavoro concluso. A oggi, 17.000 acri di terreno sono stati riportati a nuova vita, un milione di piantine curate nelle serre, aspetta d’essere collocato nel suo humus primario, come la Mata Atlantica, tipica flora pluviale subtropicale. Molte aree circostanti cominciano a seguire il sogno di Salgado, lo sforzo diventa collettivo per restituire dignità e speranza: una Biosphere Reserve, eredità di un uomo e dei suoi conflitti interiori a una pluralità d’individui e al futuro dell’intero pianeta.

 

Rob Stewart, 72 ore di un eroe moderno.

Liliana Adamo per AltreNotizie.

Non è un giorno come tanti, quel 31 gennaio 2017. Di primo mattino, il giovane fotografo naturalista, documentarista e conservazionista, Rob Stewart e Brock Cahill, suo stretto collaboratore, prendono a nolo una barca dalla società Horizon Divers, a Key Largo, in Florida.

Rob StewartL’idea è ancorare nei pressi di un relitto antistante Nassau con un obiettivo ben preciso, messo a punto nei particolari, rischi compresi. Con loro ci sono il proprietario del noleggio barche, Dan Dawson e un istruttore subacqueo di Ft. Lauderdale, Peter Sotis, con cui Rob e Brock hanno appena ultimato un corso di tri-mix rebreather, un tipo d’immersione “di verifica”, fra le più ardue da eseguire con un non generico scopo d’essere utilizzata, come ravviseremo poi.

Sebbene complicato, immergersi attraverso la nuova procedura è un test che, in teoria, Rob Stewart avrebbe affrontato in sicurezza: il trentasettenne pluripremiato wildlife photographer, regista, strenuo difensore degli squali, ambientalista ed educatore, nato e cresciuto a Toronto, in Canada, ha iniziato a fotografare sott’acqua dall’età di tredici anni. A diciotto, è già un istruttore subacqueo d’altissimo livello e, fra Ontario, Kenya, Giamaica, non tralascia una laurea in Scienze Biologiche; insomma, un attivista a tutto tondo, esperto e attento, dal carattere generoso, immaginifico, innovatore, destinato a incarnare una leggenda vivente sulla variegata scena dell’ambientalismo mediatico. Aveva detto: “Reputo la probabilità di morire per l’attacco di uno squalo pari allo zero per cento, l’ultima delle mie paure”. Come dargli torto?

Prima d’intraprendere le sue campagne a difesa degli squali e precedente alla realizzazione di Sharkwater del 2007, film documentario che l’ha reso celebre, Rob Stewart trascorre quattro anni nelle zone più remote del mondo, con l’incarico di capo fotografo per le riviste del Wildlife Federation canadese. Nel modo in cui spesso accade, c’è in agguato qualcosa di predestinato, un incontro che cambierà la sua rotta e la sua visione: con l’incombenza di fotografare gli squali delle Galapagos, il giovane fotografo si aggrega a Sea Sphepherd e al capitano Paul Watson, mentore e ideatore della più agguerrita compagine internazionale a difesa degli Oceani.

Fra le isole ecuadoriane, a bordo dell’Ocean Warrior, Stewart scopre un’area di palangari all’interno di una riserva marina protetta, interdetta alla pesca e molti squali uccisi, le cui pinne saranno dirottate (illecitamente) sui mercati orientali. Prova a sensibilizzare sullo scempio dello shark finning attraverso i supporti mediatici ma non conseguendo alcun feedback in termini di “popolarità”, lascia la carriera fotografica e, appena ventiduenne, s’imbarca in un viaggio singolare, durato quattro anni. Il tempo necessario per filmare un documentario epico come Sharkwater, testimonianza di “prima mano” e grande impatto visivo, che mostra le contraddizioni e la bellezza di questi animali, l’orrore che si prova dinanzi a un corpo cui sono state tranciate le pinne, abbandonato sul fondo del mare ancora vivo, un corpo trascinato dalla corrente e senza speranza. Per un lungo attimo lo spettatore guarda in quegli occhi e intuisce il dolore di una meravigliosa specie che lentamente si avvicina all’estinzione.

Per la conoscenza diretta di questi predatori fragili, vessati da una reputazione costellata d’incapacità e ignoranza, le prime fasi del film sono destinate a entrare nella storia. Rob Stewart è inginocchiato sul fondale sabbioso, accarezza gli squali che gli turbinano attorno, che si avvicinano curiosi, con tocco leggero: “Fin da ragazzino ti dicono che sono pericolosi. Ti avvertono di non avventurarti troppo lontano in mare… ma poi, finalmente, ti accorgi che tutto ciò che ti è stato insegnato nella vita è la paura. E qui è perfetto, nessuno vuole farti del male ed è la cosa più bella che abbia mai visto…”.

8
Rob Stewart

Lo stesso Paul Watson rimarca il genio di questo giovane, versatile “guerriero” attraverso le sue ultime dichiarazioni: “Sharkwater è stato proiettato in decine di festival in giro per il mondo cambiando il punto di vista per milioni di persone; ha rimosso profondamente la percezione riguardo a questi animali. Rob era un esperto biologo marino e possedeva le quattro virtù più importanti, passione, empatia, coraggio e immaginazione. Ha avuto il coraggio di seguire la sua passione con profonda empatia e ha avuto l’immaginazione di trasformare il centro del suo lavoro usando una macchina fotografica…Quello iniziato nel 2002 è stato un viaggio per cambiare il mondo. E ci è riuscito. È riuscito a ripulire il giudizio sugli squali, da animali assetati di sangue ad aggraziati e meritevoli di rispetto ed empatia. Rob era un uomo appassionato di squali. Li considerava animali senzienti, la cui esistenza contribuisce a un delicato equilibrio dell’ecosistema marino… era anche un eccezionale educatore, in grado d’adottare uno spirito di vita come Jacques Costeau, portare in superficie l’ignoto regno marino e confrontarsi con la sua vera natura. Le sue azioni sono state eroiche, per aver prodotto un documentario in grado di mostrare la realtà e difeso animali la cui considerazione è stata negativa per decenni”.

Sea Shepherd Conservation Society

Al largo di Nassau, dall’imbarcazione di Dan Dawson, Rob Stewart compie tre immersioni insieme al suo cameraman, Brock Cahill e l’istruttore, Peter Sotis. Tre immersioni molto profonde col sistema del tri-mix rebreather. Perché? Il 19 dicembre lui stesso ha inserito un post sul timeline di Facebook: “A gennaio in Florida, mi aspetta un tuffo infinito per rivelare (e filmare), una creatura misteriosa e sfuggente, una specie di cartone animato incredibilmente grazioso”. E’ il sawfish, corporatura di squalo, bocca che si avvicina al profilo di una motosega, molto timido, facilmente spaventato dai flussi del respiratore (bolle), prodotti da una normale immersione “superficiale”.  Il degrado degli habitat minaccia d’estinzione anche questa strana ed eterea creatura che, in rari esemplari, si aggira sul fondo degli oceani. L’operazione è parte di un progetto scientifico e un nuovo cortometraggio sequel del precedente, Sharkwater Extinction, che esamina questi aspetti: il rebreather, un sistema a circuito chiuso che ricicla anidride carbonica esalando aria respirabile, permette d’avvicinare il sawfish, la creatura nascosta e filmarlo, permette una presenza furtiva, un nuoto in silenzio, privo di bolle, a oltre cento metri in profondità.

I subacquei si muovono alla ricerca del pesce sega per ben tre volte nell’arco di una giornata. Sono le immersioni più profonde mai tentate finora. Al terzo tentativo risalgono in superficie, verso la barca che li attende. Rob Stewart dà il segno di “tutto ok”, va bene. Eppure qualcosa non va: Sotis e il cameramen, Brock Cahill, riescono a risalire in evidente stato confusionale, barcollanti, vittime di un palese stato di decompressione, Cahill ha la telecamera oscurata; a questo punto l’equipaggio comincia a eseguire la prassi prevista per la rianimazione attraverso l’uso di ossigeno. C’è panico e confusione a bordo, per momento, tutti voltano le spalle all’acqua. Quando si cerca il terzo superstite della tri-mix rebreather, Rob, è già scomparso. Cinque minuti dopo, con un elicottero HH65 decollato da Miami e il personale della Guardia Costiera, cominciano le ricerche in mare e sott’acqua.

Nelle 72 ore che verranno, la sparizione in Florida per l’acclamato direttore di Sharkwater è fra le news che fanno il giro del mondo. Sono ore d’attesa, dove preoccupazione e speranza si accomunano. L’intero equipaggio di Dan Dawson, il noleggiatore dell’Horizon Divers, è tratto in arresto con l’accusa di “tentato omicidio”. In 72 ore il destino ha già deciso la sorte per il trentasettenne canadese; 72 ore in cui gli equipaggi hanno perlustrato l’oceano, l’oceano che lui ha amato più di se stesso, offrendogli il suo talento e una straordinaria forza di carattere; 72 ore che culminano il mattino del venerdì 3 febbraio, una giornata plumbea e pesante: sospese le ricerche, si recupera in mare il corpo senza vita di Rob Stewart.

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi. Agatha Christie.