L’iceberg matematico del clima.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

In un intervento apparso sull’ultimo numero del Nature Journal, Hans Joachim Schellnhuber, climatologo e fisico atmosferico, direttore e fondatore dell’Istituto Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico (PIK), nonché ex presidente del Consiglio consultivo tedesco sui cambiamenti globali (WBGU), azzarda un confronto quanto mai efficace per definire una teoria che sembra mettere d’accordo molti scienziati sull’attuale momento “titanico” del clima terrestre. Egli lo rappresenta come “punta di un iceberg matematico”, espressione per nulla “fantasiosa” riferendosi a “un tempo di reazione più lungo del residuo d’intervento”,  circostanza che provoca in effetti, una perdita di controllo.

L’accostamento al transatlantico che cola a picco centrato da un iceberg sulla propria rotta, non è solo un escamotage figurativo, piuttosto il risultato di una vera e propria sequenza algebrica: se sei il capitano del Titanic e ti stai incautamente avvicinando a un gigantesco iceberg con il potenziale d’affondare la tua nave, il rischio diventa emergenza quando ti rendi conto di non avere più tempo necessario per invertire la rotta ed evitare l’impatto.

L’attuale crisi climatica, secondo Schellnhuber, non è un’astrazione aperta a varie interpretazioni ma un dato oggettivo, con rischi calcolabili, che può essere inserito nella seguente formula: Emergenza =  R × U = p × P × τ / T. Sapere quanto tempo ha a disposizione la società umana per contenere gli effetti climatici e quanto tempo ancora impiegherà la nave a rallentare: in sostanza, è tutta qui la differenza tra un’emergenza e un problema gestibile.

Nell’articolo apparso su Nature, Shellnhuber spiega come, insieme ai colleghi della sua equipe, abbia quantificato l’emergenza climatica stilando una relazione tra rischio (R) e urgenza (U), prendendo in prestito i grafici delle compagnie assicurative. Si definisce il rischio (R),  come l’eventualità che qualcosa accada (p), moltiplicata per il danno (D).

Un esempio: quanto è probabile che gli oceani si innalzeranno di un metro e quanti danni ciò causerà. Urgenza (U) è il tempo necessario per reagire a un problema (τ), diviso per il tempo d’intervento che rimane per scongiurare un esito negativo. Per Hans Joachim Schellnhuber e i ricercatori dell’Istituto Postdam, la formula è solo “la punta di un iceberg matematico” per definire, in pratica, l’emergenza climatica che ci aspetta. “Ho illustrato il disastro del Titanic, ma questa prassi si applica a svariati rischi molto elevati in cui è possibile calcolarne l’impatto e la pericolosità, nelle probabilità di non fare nulla o non intervenire nei tempi necessari per contenerne gli effetti. E tuttavia, gli stessi grafici indicano che ci sono opzioni per evitare un risultato sfavorevole. In altre parole, è un problema di controllo…”.

Il ritardo a decarbonizzare il pianeta e ridurre i gas serra rispetto al tempo di reazione nel sistema climatico, è già di per sé un fatto palesemente irresponsabile. Attraverso la formula  si saprà se ci sarà tempo utile, in quali e quanti punti saremo più o meno in emergenza. Intanto, si procede a elaborare i numeri; il tempo dovuto per la piena decarbonizzazione globale sarà almeno di vent’anni e se, purtroppo, il tempo d’intervento che rimane risulterà più lungo, allora abbiamo perso il controllo. L’analisi del “rischio standard” del Postdam parla chiaro, Schellnhuber afferma: “Oltre quel punto critico, ci resta solo un’opzione di adattamento, come spostare i passeggeri del Titanic in barche di salvataggio (se disponibili)”.

In toto, se ci vogliono vent’anni per la completa decarbonizzazione, se ne calcolano trenta per stabilizzare la pressione sul clima. Gli scienziati evidenziano nove “punti di non ritorno”, che se fossero attraversati, renderebbero impossibile tornare indietro e cinque di questi sono già “attivi”. Lo scioglimento del permafrost, il degrado e gli incendi delle foreste, aggiungono più gas serra nell’atmosfera, rendendo ancora più difficile mantenere basse le temperature globali. Si tracciano le priorità con diversi tempi d’intervento: per esempio, abbiamo dai venti ai venticinque anni per salvare la calotta glaciale della Groenlandia, quindi bisogna impegnarsi fin da ora senza perdere un minuto di più. Ancora, il tempo che ci resta per intervenire sullo sbiancamento e la morte delle barriere coralline è parecchio al di sotto dei trent’anni e se la decarbonizzazione dovrà avvenire entro il 2050, dobbiamo muoverci ora. Questo è il punto nodale della matematica di Schellnhuber: “Prendere altro tempo e divagare incontro al pericolo è l’atteggiamento più stupido che possiamo assumere”.

Clima: crisi, non cambiamento.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Un cambiamento imprevisto che interviene in un contesto – destabilizzandolo – può sfociare in una crisi, ma una crisi in atto è già una crisi, un punto culminante.

Muovendosi dal presupposto che nel lessico comune, parole e locuzioni rinviano a diverse nozioni e azioni, questo si trasforma a livello mediatico, in un elemento d’estrema importanza. Si sa che, attraverso i mezzi d’informazione, l’uso di un vocabolario ad hoc può turbare, persuadere, suggestionare e tuttavia quasi in modo implicito, si carica di una responsabilità, riferisce una situazione, una realtà complessa e oggettiva. Prendiamo un termine divenuto molto in voga che descrive una condizione per la quale, ci piaccia o meno, siamo chiamati a confrontarci: il climate change, cambiamento climatico o global warming, surriscaldamento globale.

In tutte le lingue del mondo ci sono parole usate genericamente, mode lessicali, termini ignorati. In Italia, clima e meteo ne subiscono le spese. I fenomeni atmosferici sono associati al termine e al concetto di “allarme”, mentre l’approssimazione scientifica nella comunicazione resta a dir poco, imbarazzante. Diversamente in Inghilterra, dove, conoscenza, divulgazione e informazione hanno fatto del climate change, un argomento da prima pagina.

Per The Guardian Observer la posizione del team editoriale e redazionale è chiara: sul climate change si cambia lessico, questo non è un cambiamento, è una crisi. Le terminologie hanno credito, se non altro per discernere un concetto di fondo. Il cambiamento potrebbe accadere, essere qualcosa a venire, girare intorno a una mera previsione visto i molteplici segnali, potrebbe anche rivelarsi una grossolana fesseria a sentir le campane dei negazionisti e degli scettici, ma da quindici/vent’anni come prospettato da esperti e climatologi, questo processo avanza a una velocità impressionante. Nel frattempo, ci troviamo alle porte del 2020, con decine di conferenze tenute sul clima e altrettante defezioni. E sono nazioni responsabili del massimo inquinamento su scala mondiale – vedi l’ultima prodezza del presidente Donald Trump – a non sottoscrivere accordi, perseverando in una politica miope se non addirittura criminale, un evidente nulla di fatto mentre lo scenario paventato avviene sotto i nostri occhi.

E’ già crisi, afferma The Guardian, bisogna affrontarla con ogni mezzo, attraverso inchieste dettagliate, supportate da fonti attendibili, in una sorta di giornalismo “militante” efficace e comprensibile. Possiamo senza indugio, chiamarlo “giornalismo militante” senza rischiare un vecchio cliché? Grazie a una semplice sottoscrizione di liberi cittadini e un’iniziativa senza pari, si chiede ai lettori di sostenere economicamente la condivisione nel continuo ragguaglio su clima e ambiente, in piena coscienza e libertà, senza legami imbarazzanti, padroni e senza assoggettarsi a multinazionali. E’ una giusta causa, basta un euro.

La relazione iniziale verte su un dato significativo: The Guardian raggiungerà emissioni pari a zero nei prossimi dieci anni, sviluppando un piano per raggiungere l’obiettivo. Si è stabilito un controllo completo nella priorità a ridurre l’impronta di carbonio in modo permanente.

Saremo trasparenti con i nostri progressi in campo energetico. Abbiamo annunciato di essere la prima organizzazione di stampa ad acquisire la certificazione Bcorp, il che vuol dire entrare in una comunità di aziende impegnate a guidare un cambiamento sociale in positivo. Questa è una pietra miliare nella trasparenza pubblica e nella responsabilità politica nei confronti dell’ambiente”.

E si precisa:“Il giornalismo ambientale del Guardian Observer ha un forte impatto nel mondo, per il quale abbiamo ricevuto supporto e contributi finanziari da lettori divisi in 180 Paesi. Ciò ci consente di mantenere questo particolare modo di fare inchieste, accessibile a tutti… scevro da ogni subordinazione esterna. Qualsiasi forma di supporto, per quanto grande o piccola è fondamentale al nostro futuro”.

Il nuovo glossario sullo stile di scrittura divulgativa in materia di clima, si sintetizza in alcuni punti essenziali. E’ stata la stessa direttrice responsabile, Katharine Viner, a fornire le linee guida a giornalisti e redattori, assicurandosi sulla veridicità scientifica nonché di fornire una chiave d’interpretazione semplice e diretta ai lettori: “Vogliamo comunicare chiaramente con loro su questo importantissimo problema”.

Pertanto, “crisi climatica” o “emergenza climatica” si utilizzeranno al posto di “cambiamento climatico”, per descriverne l’impatto in maniera più ampia. Si ricorrerà a terminologie come “disaggregazione del clima” – ossia la scomposizione di un elemento omogeneo – invece di “global warming”, non mancando di spiegarne il senso scientifico e geofisico. Per esempio: “Gli scienziati affermano che la disaggregazione climatica contribuisca a un aumento nell’intensità degli uragani”.

Negazionista della scienza sul clima”, al posto di “scettico sui cambiamenti climatici causati da attività umane”. Si definisce uno scettico “un cercatore di verità”; un inquirente che non è ancora giunto a una conclusione certa, ma il nostro nega prove scientifiche inoppugnabili, disconosce un cambiamento del clima su larga scala, non attribuisce la crisi all’obsoleto sfruttamento di risorse energetiche e all’inquinamento.

Emissioni di gas a effetto serra” avranno la precedenza su “emissioni di biossido di carbonio”. Difatti, tale linguaggio non comprende tutti i gas dannosi come metano, ossidi di azoto, CFC.

Sarà preferibile usare “fauna selvatica”, non “biodiversità”, ritenendo il primo termine meno “clinico”, più giusto e accessibile in quanto si parla di “creature con cui condividiamo il pianeta”. Utilizzare “popolazioni ittiche”, invece di “stock ittici”, sottolineando che pesci e i mammiferi non esistono solo per essere raccolti e consumati, ma dando impulso a percepirli come esseri senzienti che svolgono un ruolo vitale negli ecosistemi degli oceani.

Mi si conceda, inoltre, di stilare un secondo vademecum improntato sulla speranza che culturalmente e grazie a buone pratiche, qualcosa possa davvero cambiare. Un lessico improntato su un nuovo modo di vivere, affrontare questa crisi con uno sforzo comune, forse, invertirne la tendenza.

Innanzitutto “renewable energy”, energie rinnovabili e sostenibili; “wind power”,”geothermal energy”, “hydropower, o “biofuel”, giusto per citarne qualcuna. Le buone pratiche si riconoscono nell’asserzione di “recycle and reuse”, rigettano il “food waste”, optano per un “use public transportation”, oppure scelgono l’acquisto d’auto elettriche. La scienza è unanime anche dal punto di vista alimentare: “eat less meat”, prediligendo “locally grown vegetables and fruits”… Giusto perché il lessico conta e contano le azioni, la consapevolezza in ognuno di noi.

Vite in movimento.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Il progetto ideato da Piet Grobler e Tobias Hickey (fondatori dell’International Center for the Picture Book in Society presso l’Università di Worcester, Regno Unito), implica diversi coefficienti opportunamente connessi. Difatti, “Migrations: Open Hearts, Open Borders”, ha previsto tre inscindibili steps che hanno finito per fondersi in un risultato di rara bellezza ed efficacia.

Tutto parte da una chiamata all’azione, attraverso passaparola e social network, coinvolgendo illustratori/disegnatori – famosi e non – con l’invito a focalizzare estro e genialità sul grande immaginario degli uccelli migratori, comparandolo idealmente alle traversate dei piccoli rifugiati in fuga dalle guerre e dalla fame. L’accettazione e la dissoluzione dei nostri preconcetti sulle nazionalità e le frontiere, in un progetto itinerante (che raggiungerà anche l’isola di Lampedusa, quest’estate) e in un libro, pubblicato da Otter – Barry Books, i cui proventi saranno destinati ad Emergency e Ibby (organizzazione no – profit, con l’obiettivo di promuovere la letteratura infantile in tutto il mondo).

Agli illustratori è stato dato libero arbitrio: insieme ai disegni, ci sono poesie, citazioni, cenni personali, una sorta d’affrancatura per ogni Paese d’origine, con un effetto finale quantomeno struggente. Al progetto di Grobler e Hickey hanno partecipato circa trecento artisti per altrettanto “cartoline” esposte alla Biennale di Bratislava, in Serbia – Slovacchia, in Sud Africa e a Nami Island nella Corea del Sud. Collocate in verticale con l’intenzione di “replicare la natura precaria del volo”, toccando uno solo di quei pezzi di carta, l’intera struttura oscilla ripetutamente in un’organizzazione interagente, una rete silenziosa di comunicazioni.

In Physica, nel terzo capitolo del suo trattato, Aristotele sostiene che la natura stessa è in costante mutamento; ignorando questo principio, il senso profondo d’ogni fenomenologia rimarrà a noi necessariamente sconosciuto. La vita in tutte le sue manifestazioni, è dunque movimento, secondo il filosofo greco. “Life is movement”, è anche il messaggio d’Isol (Marisol Misenta), illustratrice e scrittrice argentina di libri per bambini, che aggiunge autografando la sua opera: “Condividi il mondo… La Terra e il suo popolo non hanno proprietari”. Perfino i nomi più blasonati non si sono tirati indietro; così, insieme a tanti sconosciuti, ecco che spuntano i disegni di Petr Horàcek, Nicola Davies, Jon Klassen, illustratori di fama internazionale.

Mohammad Barrangi nasce a Rasht, nord dell’Iran, oggi vive nel Regno Unito. E’ arrivato in Europa con lo status di “rifugiato” e contribuisce con un’illustrazione fiabesca, ricca di colori intarsiati come in un tappeto persiano. Crea un uccello leggendario che porterà i bambini in sicurezza, ovunque ci sia pace e fiducia, nelle terre dei loro sogni. Mohammad ha una disabilità a una mano, crea le sue stampe usando in parte un piede, la sua arte rappresenta la vittoria sulle avversità, la conquista di una vita piena e appagante. Stian Hole, illustratore norvegese, fa fiorire rose e arcobaleni lungo la traiettoria della sua creatura volante, accompagnandola con una poesia di Olav Hauge, il volo come un’opportunità: “E’ solo un sogno che portiamo con noi/che qualcosa di meraviglioso può ancora accadere/che gli altri capiranno/e può accadere/che il tempo sarà dalla nostra parte/e le porte si apriranno…”. La giapponese Kana Okita mantiene il suo stile inconfondibile e minimalista, linee bianche quasi minacciose contro un cielo blu intenso e una sola parola: “Speranza”. Più complesso e oscuro il contributo di Jackie Morris. I suoi superbi falchi pellegrini hanno la testa incappucciata, occhi che guardano fissi nel vuoto attraverso due fori su uno sfondo d’oro tagliato in due. Sezionato anche il poema di seguito, un seducente acrostico di Robert Macfarlane, allorché devi unirlo insieme per leggerne il contenuto. Un’opera audace che allude alla separazione, allo spostamento, all’essere comunque divisi dalle origini, dal proprio Paese, talora dalla propria famiglia.

L’illustratore australiano Shaun Tan, si pone una domanda (necessaria), preambolo alla sua composizione. Egli scrive: “I piccoli gesti – un’immagine, un messaggio amichevole – possono fare la differenza? – Creando qualcosa, affrontando la disperazione, stiamo investendo in un’economia molto più grande di qualsiasi Borsa, più nobile di qualsiasi altro sistema politico?…”.

E continua: “Come la sterna artica che si prepara a un nuovo nido a circa ventimila chilometri di distanza, volando attraverso l’oscurità, con il solo campo magnetico terrestre a guidare la sua rotta, il migrante si muove verso l’ignoto, un salto nel buio di promesse e paure…”.

Ancora, a concludere il tema, l’uccello migratore dell’irlandese PJ Lynch vola solitario su rocce brune e un mare incerto, quasi ad annunciare un’imminente tempesta: un immaginario pressappoco testuale.

Galassie, Einstein e Buchi Neri.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Dedicato a mia madre, Concetta Giraud.

Sulla teoria della relatività, pare che Albert Einstein avesse ragione. Distante più di 50 milioni d’anni luce, nel cuore di un gigantesco sistema stellare ellittico, chiamato Messier87, un Buco Nero attira e ingurgita ogni sorta di materia che si avvicina: stelle, pianeti, gas e polvere. Neanche la luce sfugge alla presa, perlomeno fino quando non attraversa “l’orizzonte degli eventi”, delimitata soglia nel gergo degli astrofisici.

Resa possibile dal progetto Event Horizone Telescope (una serie d’osservatori sparsi per il mondo, dalle Hawaii al Polo Sud), grazie al coordinamento d’oltre duecento scienziati, la foto di M87, la prima in assoluto apparsa lo scorso 10 aprile, non è che un minuzioso assemblaggio durato due anni e ultimo, straordinario risultato per una serie di ricerche nel campo dei Buchi Neri generati dopo il Big Bang.

Ad esempio, nel 2005, osservando una coppia di galassie chiamate ARP299, alcuni ricercatori sulle tracce di supernove, del William Herschel Telescope alle Isole Canarie, assistettero in diretta alla “morte” di una stella, “divorata” dalla forza attrattiva di una cavità supermassiva superiore venti volte alla massa solare, a una distanza pari a 150 milioni d’anni luce dal nostro Pianeta. Ridotto letteralmente a brandelli, l’astro in collisione determinò un getto di proporzioni apocalittiche: ciò che rimase di una stella fatta a pezzi da un Buco Nero.

Il calcolo della velocità media per l’energia sprigionata, almeno in quel caso, fu di un quarto rispetto a quella della luce. Un evento “drammatico” che ha poi fornito dati fondamentali sul comportamento dei Buchi Neri supermassivi quando non sono in uno stato  di  “quiete”.

Cosa succede alla materia una volta attirata da un Buco Nero? In una porzione di spazio dove non filtra alcun raggio di luce, nulla sembra poter essere indagato, da nessuna delle sofisticatissime strumentazioni a disposizione della scienza.

Eppure una convinzione c’è: osservando un vortice gravitazionale causato dal Buco Nero H1743-322, a 30mila anni luce, i ricercatori hanno visto e calcolato la materia surriscaldarsi per milioni di gradi, pulsare ed emettere raggi X a frequenza regolare che aumentavano man mano avvicinandosi inesorabilmente.

Più l’attrazione cresceva, più le onde subivano cali e picchi d’intensità, con oscillazioni veloci. Al culmine della potenza il vortice appariva come un unico, fulmineo turbinio di materia.

L’enigma sulle cosiddette oscillazioni quasi periodiche che ha impegnato gli scienziati per circa un trentennio dopo che i due fisici austriaci Josef Lense e Hans Thirring le teorizzarono come possibile conseguenza alla teoria della relatività di Einstein, oggi può essere finalmente “testato” e osservato direttamente. “Provate a girare un cucchiaio nel miele – spiega Adam Igmarastrofisico all’Università di Amsterdam che si dedicato, fin dalla tesi di laurea, alla teoria sulle oscillazioni quasi periodiche – immaginate che il miele sia lo spazio e che venga trascinato dal cucchiaio che ruota…”.

Semplificando: tutto ciò che la scienza oggi è in grado di mostrare era stato previsto da Einstein, con un notevole passo avanti nella comprensione del cosmo e dei suoi illimitati segreti. La conoscenza dei meccanismi centrali nei nuclei galattici attivi, è già una sfida alla teoria della relatività.

Tuttavia, il confronto resta aperto, dal momento in cui nuove osservazioni costituiscono strumento d’indagine per esplorare movimenti gravitazionali fino all’estremo limite, su una scala di massa finora inaccessibile. In un prossimo futuro, gli scienziati potrebbero essere in grado di confermare le teorie relativistiche, superando addirittura le formule di Einstein, semmai  quest’ultime si rivelassero in qualche modo parziali per capire appieno l’universo.

La Tratta.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

Per la Convenzione delle Nazioni Unite sussiste un distinguo fra due terminologie: human traffiking (tratta degli esseri umani) e migrant smuggling (traffico di migranti), riferendosi a una sola tipologia di criminalità organizzata transnazionale nella quale non si esclude il collegamento tra due fenomenologie.

E’ estremamente complicato smantellare le organizzazioni di trafficanti, lo è molto di più rispetto alle associazioni a delinquere di stampo mafioso: ne è convinto Maurizio Scalia, ex Procuratore aggiunto di Palermo, che più volte ha coordinato indagini su scafisti responsabili della morte per decine di profughi nel Canale di Sicilia, durante le traversate. Ciò nonostante, dietro l’enorme giro di vite  barattate da un punto all’altro dell’Africa fino alle coste del Mediterraneo, qualcosa siamo riusciti a capire.

Tratta e traffico permangono giuridicamente concetti distinti, una differenza che pare ormai superata dagli eventi. Le organizzazioni criminali sviluppano canali “umani” allo stesso modo con cui manovrano illecitamente armi, droga, auto rubate, attraverso l’impiego di medesimi metodi, rendendo complicato individuare una o un’altra situazione.

Questa labilità giuridica rende ancor più tortuosa l’attività investigativa: se nella tratta di esseri umani resta implicito il concetto di reclutare persone dal loro territorio, con coercizione e violenza al solo scopo di profitto (laddove il trafficante includa sfruttamento sessuale, lavorativo o espianto d’organi, in sostanza applicando una vera e propria forma di moderno schiavismo), per “traffico”  – o contrabbando – di migranti, s’intende invece l’ottenere implicitamente vantaggi materiali o finanziari dal trasporto illegale di persone da un Paese a un altro.

A ridosso delle coste nordafricane fino alle porte dell’Europa, le organizzazioni di trafficanti che gestiscono questi viaggi pianificano le traversate su mezzi che, già alla partenza, versano in condizioni precarie, in modo da rendere doveroso l’azione di soccorso sollecitata, non di rado, nei tratti di mare ancora poco distanti dal porto d’imbarco.

A Sabrata, in Libia, ottanta chilometri a ovest di Tripoli, punto di partenza per migliaia di migranti che tentano la traversata verso l’Europa, un al-jorf, un promontorio, una sorta di baia si trasforma in fossa comune all’indomani d’ogni naufragio. Un altro cimitero sorge in terra di nessuno, trenta chilometri più a sud: è qui che imperversa il business del traffico degli esseri umani su cui alcuni personaggi noti al Dipartimento anti migrazione libico e agli investigatori internazionali, hanno fondato un impero economico.

Come Ahmed Dabbashi, (o Al-Ammu, come si fa chiamare), ex combattente “eroe” contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi, convertito al remunerativo traffico di migranti grazie al quale sembra aver accumulato una fortuna, al punto da formare la più potente milizia locale,  aggiudicandosi il controllo anche per l’impianto dell’Eni, Mellitah Oil&Gas, a quaranta chilometri da Sabrata. Suo diretto concorrente è il dottor Mussab Abu Ghrein, che pare abbia lavorato benissimo con i migranti subsahariani stipandone a centinaia in vari alloggi sparsi alla periferia della città, fra cui molti bambini; la fetta più consistente di denaro, però, spettava alla guardia costiera libica.

La stessa cui l’Unione Europea aveva chiesto di fermare la tratta, la stessa finanziata con fondi dell’UE, ufficialmente incaricata dal comando centrale al pattugliamento, mentre sono stati proprio i suoi alti graduati a regolarne traffici e dividerne guadagni. Secondo una fonte militare libica sopravvissuta a due attentati, a capo di questo affare infernale c’era Al-Bija, al secolo, Abdurahman Milad, ex comandante deferito della guardia costiera di Zawiya, attualmente indagato dagli ispettori ONU, con conti congelati (solo nel 2016 la torta ammontava a 2 miliardi) e restrizione negli spostamenti.

Secondo l’organo di controllo Frontex, i guadagni scaturiti dal traffico dei migranti – insieme a quello d’esseri umani a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo – hanno superato il ricavo netto per  traffico d’armi e droga. Inoltre, i “negoziatori” farebbero sempre più ricorso a Facebook. Attraverso il social media, essi pubblicizzano “i servizi” e i prezzi, organizzando luoghi e tempi di viaggio: un business coordinato su scala globale.

Dunque, questi sono i fatti nudi e crudi, ma come uscirne? Se gli europei, al riguardo, non hanno le idee chiare, gli africani, probabilmente, sì. Con la premessa che i flussi migratori sono sempre esistiti e che ad essi non bisogna opporsi, perché è nella natura dell’uomo muoversi da un territorio all’altro per conseguire una vita più sicura e accettabile, e riaffermato che ciò resti un diritto inalienabile per ogni essere umano, si resta convinti che tali flussi debbano essere accolti con regole di civiltà, secondo valori laici e democratici.

Tuttavia, qui non parliamo del fenomeno legato all’immigrazione tout court e nemmeno degli “sbarchi” in quanto tali, bensì di una potente rete criminale che si avvale di connivenze negli apparati statali di vari Paesi. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il principio d’umanità, tanto meno con qualsivoglia senso “illuministico” legato all’accoglienza. Una diatriba in corso, orchestrata da due forze politiche – una all’opposizione, l’altra al governo – divide nettamente l’opinione pubblica, malgrado in queste due circostanze allo stesso modo drammatiche – migrazione regolare e traffico d’esseri umani – persiste una sostanziale differenza.

“Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani. Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia nuove un giro di 600 milioni di euro l’anno. Nessun africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo attende in Europa. Non mi infilo nell’eterna guerra civile italiana basata su fazioni e non contenuti, ma da afro discendente italiano e immigrato ora negli Stati Uniti, credo sia arrivato il momento di parlare e trattare l’immigrazione o meglio la mobilità come un problema e fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che li usano per il loro divorzio come arma di ricatto (…).”

La lettera del regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu, resa nota su vari quotidiani nazionali, può dirla lunga sulla realtà dei fatti, di come tutto cominciò sfruttando l’emotività psicologica dei primi naufragi sui gommoni, proseguendo come stimolo a un esodo dall’Africa, dall’Asia, violando sistematicamente ogni norma per la tutela della vita, creando traffici di droga e prostituzione, danneggiando per di più, la condizione economica nei paesi di provenienza.

Come sappiamo, dalle “carrette del mare” si è presto passati alle strapagate navi delle ONG, per consentire un trasbordo più sicuro alle flotte di migranti: ma anche in questo caso, Kuwornu ci va giù pesante. Secondo il regista italo-ghanese, le ONG insieme alle associazioni umanitarie impegnate a favorire gli imbarchi, nonché all’intreccio d’aziende locali, settori corrotti della Marina e intrallazzatori vari, forniscono una copertura a uno dei più grandi e complessi traffici criminali dell’era moderna.

Il parallelo è semplice: se esistono traversate, sbarchi e morti nel Mediterraneo è perché si consente a largo raggio il traffico degli imbarchi; un lavoro sporco gestito alla base d’associazioni criminali a scopo di lucro, con imbarcazioni che, spesso, agli inizi, erano “gentilmente” restituite affinché i trafficanti potessero continuare indisturbati la loro tratta. Ciò non vuol dire che non si debbano accogliere coloro che arrivano stremati sulle coste della Sicilia, è fuori discussione. Vuol dire che si deve impedire che avvengano gli imbarchi e per farlo non affidarsi alle galere libiche, ma ad una task force che coinvolga più unità transnazionali dirette dall’ONU, vuol dire, soprattutto, intervenire duramente nei luoghi dove si originano gli imbarchi, annientando “fisicamente” le imprese criminali che gestiscono il traffico.

Ancora Kuworno: “ (…)  Io non so se lei ha mai vissuto o lavorato nell’Africa vera e che Africani conosce in Italia o se da giornalista si informa su testate anche non italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari (bambini, organi, prostituzione), non è un fenomeno che riguarda solo l’italietta dei porti sì o porti no, ma è un fenomeno globale che fattura alle mafie africane, asiatiche, messicane, 100 – e ripeto 100 – miliardi di dollari l’anno. Soldi che non vengono certo redistribuiti alla popolazione povera di questi paesi, ma usati per soggiogarla ancora di più con angherie di ogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu.

Si è mai chiesto perché, a parità di condizioni di povertà e credenza che l’Europa sia una bengodi, quelli che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d’origine ha una crescita del PIL del 7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni), provano a venire?Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana e pubblicizza nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in Italia e da lì se vogliono anche in altri Paesi Europei. Salvo poi fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all’improvviso la fee di altri 1000 $, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia dove gliene chiedono altri 1000 dollari per la traversata finale. Il tutto non in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un anno.

In questo ci aggiungo minori che vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri, che poi spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di altre donne che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale vale 60 mila euro d’incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone 100.000 verso l’Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600 milioni di euro l’anno.

A questo si somma quello che perde l’Africa: risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a elemosinare o a guadagnare 3 euro l’ora, se gli va bene, trattati come bestie e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su Facebook, che tutto va bene per non dire la verità per vergogna e quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati), cercano di venire qui perché pensano che sia facile arricchirsi. Che senso ha sostenere che questo traffico di “schiavi” e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare? (…).

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu

Gli ultimi gommoni a rischio affondamento (partiti subito dopo che il governo ha chiuso i porti alle ONG), erano in un certo senso, “previsti” dai trafficanti (la notizia è stata data per certa dal Corriere della Sera). Sono criminali che conoscono benissimo l’enorme portata emotiva e l’effetto psicologico che la morte in mare produce sull’opinione pubblica; del resto è proprio con questo metodo, naufragi più o meno programmati  con uomini, donne e bambini a bordo, che tutto ebbe inizio.

E se dunque il sogno di lasciare l’Africa e l’Asia per raggiungere l’Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti, la ramificazione di un traffico internazionale dietro esborso di cifre altissime senza passare per dogane, aeroporti con documenti alla mano, resta invece un fenomeno che si è allargato a dismisura in pochi anni. Per chi arriva in Libia, dopo settimane o addirittura mesi di sofferenze e non ha soldi per pagare gli extra richiesti, nell’impossibilità di tornare indietro, non resta altro che la schiavitù nei campi profughi e in altri lager, anche questi gestiti da bande più o meno legali, se non da altri sfruttatori.

 

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi. Agatha Christie.