Stromboli, l’isola estrema.

Liliana Adamo per InNatura del 16 Febbraio 2021

A Stromboli, il vulcano è chiamato “Iddu”. La sua presenza minacciosa e magnetica rende l’isola una delle più affascinanti del Mediterraneo, microcosmo unico e abitato da pochi temerari.

Immaginifico, parola diretta e asciutta che cela indizi legati al magico e all’occulto. Tralasciando l’enfasi, definiremmo immaginifica la più estrema delle isole mediterranee? A nord della Sicilia, nell’anello di fuoco delle sette sorelle eoliane, un perfetto triangolo isoscele si staglia dal mare blu zaffiro. Stromboli o Strongylē, l’antico faro i cui bagliori notturni guidavano i navigatori, conta un’altezza di tremila metri, novecentoventisei sono emersi, il resto è rimasto sott’acqua.

La doppia natura di un eden solare contrapposto alla furia del suo vulcano, si ravvisa percorrendo poco più di dodici chilometri quadrati. Fra rocce laviche, spiagge nere, degassamenti e boati, i villaggi di Scari, Ficogrande, Piscità e Ginostra, quest’ultima raggiungibile solo via mare, formano un microcosmo unico per caratteristiche geofisiche nonché ascetiche, ragion per cui Iddu (Lui, in siciliano), è pressochè adorato dagli ultimi temerari che lo abitano. Dunque, sì, Stromboli è l’isola immaginifica per eccellenza, in grado d’affascinare il più irriducibile dei viaggiatori.

Eidolopoiós.

In un susseguirsi di cubi bianchi con bagghiu e cannizzi sfrecciano piccoli taxi elettrici, il solo mezzo di trasporto consentito. Bandita l’illuminazione pubblica, di sera bastano una torcia e le stelle. A Scari, sulla bellissima spiaggia che arriva alla Forgia Vecchia, occupata per metà dalle barche o sui bisoli intorno al molo ricoperti di polvere vulcanica, si radunano gli ultimi pescatori detti i vichinghi per le lunghe chiome bionde e le barbe folte. Nessuno si adatta a portare scarpe o sandali e per un’eccentrica, ibrida congettura, i loro tratti somatici richiamano gli eroi della mitologia classica.

L’intreccio con la tradizione ellenica è tutto incentrato su un patrimonio di valori e narrazioni favolose. Già il nome, Eolie, ha in sé la magia del mito: Eolo ebbe da Zeus il compito di dirigere o liberare i venti, custodendoli nelle grotte o dentro un otre a Lipari. I versi dell’omerica Odissea spingono Ulisse su queste isole dove il dio Eolo ospita l’eroe, reduce dalla guerra di Troia. Commosso dal suo racconto gli fa dono dell’otre in cui sono racchiusi i venti contrari alla navigazione. La slealtà dei suoi compagni fa sì che una volta aperto l’otre in cerca di tesori, i venti scatenino una terribile tempesta affondando l’intera flotta tranne una sola imbarcazione, quella di Ulisse.

Stromboli è menzionata negli scritti di Aristotele, Diadoro Siculo, Silio Italico, Lucilio, Plinio il Vecchio. Strabone, geografo greco, decantò le acque calde e i soffi di fuoco di Lipari, mentre descrisse Vulcano come l’isola di fiamma con i suoi aliti provenienti da tre crateri.

La Sciara del Fuoco.

Sciara è una voce siciliana semanticamente sovrapposta all’arabo: ša῾ra, vuol dire all’incirca, terreno sterile, incolto. Da un’ulteriore interferenza latina, fiara, appunto lava incandescente, fiamma, ecco coniato l’appellativo per la mirabolante depressione sul fianco settentrionale dello Stromboli, fortemente instabile sotto il carico di pietre incandescenti che dai crateri rotolano fino al mare. la Sciara del Fuoco risale a cinquemila anni fa, la sua dorsale poggia sui fondali del vulcano, inabissandosi rapidamente per poi risalire con due picchi di venticinque e trentacinque metri. Le rocce laviche nel blu profondo forgiano l’habitat per stelle marine dette pentagono, una specie rara somigliante a spugne coloratissime.

Su un territorio di lava e tufo, materia piroclastica, ceneri e scorie non mancano piante singolari ed endemiche: le arbustive granata cupicola, il citiso delle Eolie, la ginestra di Gasparrini o essenze erbacee come la violacciocca rossa. A Piscità, risalendo la mulattiera per l’Osservatorio, nei pressi di Punta Labronzo, c’è un immenso canneto, una graminacea introdotta dai contadini per essere utilizzata come frangivento per le vigne. Con il declino dell’agricoltura, il Saccharum aegyptiacum (canna d’Egitto), ha colonizzato i vecchi terrazzamenti arrampicandosi fino a trecentocinquanta metri lungo le pendici. E qui, non è inusuale vedere in volo il gheppio, il Falco della Regina e altri uccelli più piccoli, l’occhiotto, la calandrella, la passera sarda, il culbianco, la monachella.

Dagli apparati dello Stromboli, tre o quattro crateri in attività che possono aumentare fino a sette o addirittura a dieci, il magma fluido, rosseggiante si solleva e si abbassa, si gonfia fino a squarciarsi con forti esplosioni che lo lanciano in alto trasformandolo in brandelli infuocati. Un gioco pirotecnico si alterna da diversi condotti, erompe talora frequentissimo, continuo, altre volte con pause di un’ora o più di riposo, ricadendo intorno alle bocche eruttive o confluendo sulla Sciara, sedimentandosi in mare.

E’ una sequenza tipica dell’attività detta stromboliana che ha, in effetti, un’azione costruttiva. I prodotti eruttivi si accumulano sulla terrazza vulcanica, chiudono piccoli crateri, creano altri coni di notevoli dimensioni. Tutto si muove: la montagna, la conformazione delle spiagge e della costa, l’intera morfologia dell’isola è sottoposta a un movimento di Terra, Fuoco e Aria.

Instabilità perenne.

La stessa terrazza della Sciara può essere sconquassata e demolita generando tsunami, poichè ad un’attività moderata si sostituiscono esplosioni maggiori e parossismi, può addirittura saltare in aria quando avviene uno scatto, come dicono gli stessi stromboliani, quando cioè si ha un’esplosione di tipo pliniano. La corrente piroclastica del parossismo avvenuto nel luglio 2019, si è spinta a tre chilometri di altezza oltre il margine delle pareti e della cima, riversandosi sui fianchi, in parte sull’abitato, provocando incendi a bassa quota, mettendo a repentaglio la sicurezza delle persone che si trovavano sotto il vulcano.

Prigionieri dell’isola? In fondo l’idea non ci dispiaceva affatto. E ancora una volta il viaggio ci faceva attraversate il cammino di qualcuno che solo in un viaggio si può incontrare. Il vento poteva prendersela calma, per soffiare forte e scoraggiare i marinai di Milazzo. Per ora il nostro tempo era quello dell’isola, di Carmelo e dei battiti impercettibili del cuore del vulcano. Sono uscito di casa. Era un’altra sera. Il cielo era già costellato di stelle. Accanto a me, il vento sollevava la polvere della via. Era passato attraverso i giardini e mi portava un leggero profumo di fiori d’arancio. Giù al villaggio, sulla riva del mare, la risacca era più violenta di ieri. E ora che sapevo, immaginavo ancora i regolari movimenti intervallati del grande orologio sotterraneo, foriero di fuoco e di scintille. Noi eravamo a Stromboli e tutta l’immaginazione e la fantasia erano per la grande massa scura, che già una volta ci aveva trascinati alla deriva nella sua vita di terra. Ci torneremo.

Da “Le chemin de pierre et le chemin de cendre”, di Bernard Amy.

Questi fantasmi.

Citando David Forster Wallace, secondo il quale ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, esistono storie e amori che Iddu non lascia andar via. Si pensi alla liaison fra Ingrid Bergman e Roberto Rossellini (era il 1950), nel mentre si girava Stromboli terra di Dio ma altre storie aleggiano come fantasmi dell’isola. Ugualmente, fattori endogeni possono creare fantasmi: tremori, vibrazioni, scosse telluriche, una strana energia che si propaga e che alcuni riescono ad avvertire. Una volta, racconta Max Cincotta – una signora mi disse: Guardi, non ho dormito tutta la notte. Era come se qualcuno bussasse alla mia camera e poi si nascondesse. Ma io ridendo le risposi: È il rumore del vulcano che fa muovere gli stipiti. Lasci aperte le porte, lo lasci entrare.

A ridosso di una piccola spiaggia cinta ai lati da due blocchi imponenti di rocce nere c’è ancora l’officina che usava per dipingere. Una costruzione di calce grigia chiusa da un chiavistello, una targa affissa all’uscio. La spiaggia è quella di Scalo Balordi, dove una volta le donne lasciavano i bambini giocare all’ombra nei pomeriggi più assolati e quel laboratorio, fucina di tempere e colori, era la casa di Jurgen Wegner.

A Scalo Balordi, lo Strombolicchio risalta come un dipinto di Magritte. Sulla linea dell’orizzonte il nek vulcanico resta distaccato, estraneo alla memoria storica dell’isola, ai suoi fantasmi.

Wegner è molto giovane quando lascia la Germania; insieme alla moglie, nota gallerista d’arte, si trasferisce a Stromboli, ossessionato da un luogo visto solo attraverso una foto scattata da un amico. Comincia a dipingere tutto ciò di cui è ispirato, vive quasi sempre a Scalo Balordi, baratta i suoi quadri per una cena al ristorante. E’ uno spirito libero, bello ed estroverso, l’affabilità dei modi e del suo sorriso conquistano chiunque. Jurgen è un esperto del mare intorno al vulcano, una profonda conoscenza che non gli impedisce di prendere un surf, cavalcare le onde in tempesta per non tornare più a riva. Il suo corpo ancora legato alla tavola, si ritroverà al largo di Panarea dopo due giorni di ricerche. Alcuni dicono che non è stato un incidente, l’artista tedesco ormai cinquantunenne, voleva finirla così, morire a Stromboli, dov’è sepolto.

Il cielo di Stromboli è diverso, scrive Massimo Imbesi in un lungo post, una dichiarazione d’amore per le isole Eolie, per la sua Sicilia. Arriva da Milazzo con un amico, Thiago Takeuti, entrambi escursionisti esperti. Massimo ama il vulcano, lo ha percorso più volte. Il 3 luglio 2019, a Punta Corvo, trecento metri d’altezza su un sentiero che parte da Ginostra, i due sono investiti dall’evento parossistico, da gas e cenere. Massimo cade su uno spuntone lavico, respira a fatica, se ne va fra le braccia di Thiago che cerca inutilmente di praticargli un massaggio cardiaco. Dopo la sua morte, a nessun altro sarà consentito scalare fino ai crateri, un’area considerata troppo pericolosa, con conseguenze imprevedibili.

Fin dalla notte dei tempi, Stromboli, l’isola estrema e immaginifica, ama e conosce i suoi fantasmi, come Jurgen, Massimo e molti altri. Come il bambino di Lazzaro, che si aggira nel villaggio di Ginostra. Appare fra le case, dicendo che si è perso e chiede un bicchier d’acqua; ma quando il suo interlocutore ritorna con l’acqua, il piccolo si dilegua, lasciando conchiglie bagnate a testimonianza della sua presenza. Gli anziani di Ginostra raccontano di questo bambino scomparso a Lazzaro, inghiottito dal mare insieme ad altri coetanei, agli inizi del Novecento.

Le foto sono di Liliana Adamo tranne quella a pag. 52, gentilmente concessa da Chiara Cecconi. Si ringraziano anche gli “Amici dell’isola di Stromboli”, Cornelius von Berenberg-Gossler ed Eugenio Vodini (Caronte) per le preziose informazioni e i dettagli forniti dall’autrice del testo.

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Un Recovery Plan sostenibile.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

La metà degli obiettivi per spendere i miliardi del Recovery Fund sono a carattere ambientale: efficienza energetica, transizione verso energie rinnovabili, dalle stazioni di ricarica per veicoli elettrici, all’incremento dei trasporti pubblici. In pratica, l’Ue ci vuole più efficienti, verdi e digitalizzati confidando in ripercussioni positive sul nostro sistema produttivo, esattamente come gli ambientalisti ripetono da anni e come si è verificato in Germania grazie alla green economy.

Pur d’onorare la moneta sonante, la classe dirigente italiana comincerà a valutare la cultura dell’innovazione e della sostenibilità? Un concetto da ribadire è quanto sia assurdo ipotecare il futuro del nostro Paese a “grandi opere”, con appalti e subappalti milionari e corruzione diffusa, a discapito di una capillarità d’intenti che copra l’intero territorio nazionale, poiché questa sarebbe la valenza del Recovery! La Commissione che valuterà i progetti, incoraggia gli Stati membri a includere nei loro piani d’investimenti e riforme alcuni settori chiave: 1 – Power up, ovvero introdurre tecnologie pulite a prova di futuro accelerando lo sviluppo e l’uso di energie rinnovabili. 2 – Renovate, ottimizzazione della resa energetica negli edifici pubblici e privati. 3- Recharge and Refuel, l’abbiamo detto precedentemente, promuovere tecnologie pulite per incrementare l’uso dei trasporti pubblici. 4 – Connect, lanciareservizi a banda larga in tutte le regioni, disponibili a prezzi contenuti per ogni famiglia, compresi i 5G e le reti in fibra. 5 – Modernize, digitalizzazione per pubblica amministrazione e servizi, per gli apparati di sistemi giudiziari e sanitari. 6 – Scale up, aumento delle capacità di cloud per dati industriali ed europei con processori più potenti e sostenibili.

La data ultima per la presentazione è fissata al 30 aprile 2021, una delibera della bozza già dal 15 ottobre scorso. Il Recovery Plan sarà valutato dalla Commissione Europea e dal Consiglio, il quale dovrà apporre il suo timbro. Bruxelles auspicava a un prospetto completo in ogni sua fase entro gennaio 2021 in modo da erogare i fondi prima del secondo semestre.

La quota maggiore fra tutti i Paesi membri, cioè 209 miliardi di euro destinati all’Italia, dovrà essere utilizzata attraverso priorità imprescindibili come infrastrutture per l’ambiente, supporto e potenziamento d’imprese virtuose, transizione ecologica, contrasto ai cambiamenti climatici: chiaro e conciso.

Com’è strutturato il Recovery Fund? In 81 miliardi a titolo di sussidi a cui si aggiungono 127 miliardi di prestiti. Il governo appena dimesso era in procinto di proporre alla Commissione e al Consiglio, un Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR), che avrebbe consentito un progetto di riforme e investimento da attuare nel periodo 2021 – 2023. Un elaborato che potrebbe non essere completamente accantonato dal nuovo presidente in carica, Mario Draghi e che focalizzava sei aree d’azione, Programmi Comunitari, Aria, Acqua, Energia, Natura, Territorio. In breve, esso comprendeva: digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per la mobilità, istruzione, formazione, ricerca e cultura, salute, equità sociale di genere e territoriale.

Comunque vadano le cose, esiste attualmente la capacità di un piano sufficientemente ambizioso? Ma soprattutto, la politica saprà attuarlo in tempi relativamente brevi? L’unico dato certo è la chance di poter centrare l’obiettivo, diversamente, il gap nei confronti degli altri Paesi in area Ue, diventerà irreparabile sprecando l’ennesima occasione di metterci al passo con le economie più virtuose.

Facciamo un esempio: secondo Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente, l’Italia non sembra avere idee lapalissiane su come trarre vantaggio dalla situazione. La dimostrazione sta nei progetti surreali di cui si continua a discutere anche attraverso i media. Immaginate un piano in cui si prevede il famigerato tunnel sotto lo stretto di Messina o la proposta targata ENI di confinare la CO2 nei fondali marini in Alto Adriatico o ancora, nuove strade pedemontane nel Nord Italia. Il nuovo governo, tecnico o politico che sia, ha un’eccezionale possibilità di modernizzare il Paese scegliendo un’unica strada: la lotta globale alla crisi climatica, la riconversione ecologica per sostenere l’economia e tali sono le indicazioni europee su cui dovrà basarsi il Green New Deal made in Italy. Intanto, è di poche settimane fa l’allarme del procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, su come le mafie siano pronte a mettere le mani sul Recovery Fund a livello internazionale. Una denuncia circostanziata espressa attraverso il quarto report per l’Organismo Permanente di monitoraggio ed analisi sul rischio d’infiltrazione da parte della criminalità organizzata.

Beth Moon e gli alberi ancestrali.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

Immensi, antichissimi, quanti anni avranno? Centinaia, probabilmente migliaia; a dispetto della maestosità, sono vulnerabili a senescenza, alle malattie, ad agenti atmosferici. Gli alberi ancestrali fotografati nell’arco di un decennio da Beth Moon, hanno forme particolari, come la sempreverde Dracaena sangue di drago per la resina rosso scuro che produce;autoctona dell’isola di Socotra ma presente anche nello Yemen dove appunto, è stata ritratta. O ancora come il cedro rosso occidentale (Thuja plicata), che raggiunge i quattro metri di diametro e i settanta in altezza. Originario del Nord America, trapiantato in Europa, scoperto dalla Moon all’interno del Parco Gelli Aur, nel Galles.

Tralasciando la funzione meramente incline allo sfruttamento economico (legna, materia prima per costruire, cellulosa per la carta) ed evidenziando altri fattori, ci chiediamo: in fondo, cos’è un albero?

La risposta è nelle parole di Hermann Hesse: “Sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità; non predicano dottrine e precetti, ma incuranti del singolo, rappresentano la legge primigenia della vita”. Alberi piramidali, colonnari, globosi, a ombrello, ricoperti di aghifoglie o latifoglie caduche o persistenti. Possono vivere isolati, oppure associati in un’unica specie o diverse fra loro. Le radici sono fissate nel sottosuolo, lontane dalla chioma, ragion per cui diventano esigenti dal punto di vista climatico e non se la cavano bene nei deserti, nelle zone artiche, sulle vette oltre una certa altitudine, dove sono sostituiti dagli arbusti.

Qual è la nostra reazione al loro cospetto? Di fronte agli alberi non ci limitiamo ad osservarne la bellezza ma ci sentiamo in pace con l’ambiente circostante, rilassati e tranquilli. Proviamo altrove una sensazione di “casa”: l’effetto benefico legato alla loro presenza riduce significativamente i livelli di stress e affaticamento, il logorio da traffico e rumore, favorisce il recupero da un intervento chirurgico. I più longevi sono considerati monumenti viventi e ne siamo affezionati perché il legame che ne consegue, è forte ed evidente. Gli alberi modificano l’ambiente, moderano il clima e la qualità dell’aria, riducono il deflusso delle acque piovane, ospitano la fauna selvatica. Assorbono l’energia radiante del sole, contribuendo a dare conforto rinfrescando; gli alberi cittadini, ad esempio, mitigano l’effetto del calore causato dalla copertura del suolo e dagli edifici. E influenzano la velocità e la direzione del vento, rallentano e assorbono precipitazioni, nevischio e grandine, offrono protezione al variegato mondo urbano fatto di persone, automobili e case. Il fogliame filtra l’aria che respiriamo, elimina polveri sottili e particelle dannose, assorbe anidride carbonica dei gas serra durante la fotosintesi ma anche ozono, monossido di carbonio, biossido di zolfo, rilasciando ossigeno. Ogni volta che si pianta un albero si ripristina un ciclo naturale, si aiutano uccelli e altri animali che altrimenti non avrebbero un luogo dove rifugiarsi, si migliora la qualità della nostra vita.

Come lei stessa ha dichiarato in un’intervista, il lavoro di Beth Moon nasce dalla gioia ingenua nell’andare a cercare alberi fra i più antichi e imponenti, impronte mnemoniche del nostro pianeta e della sua storia geologica. Ecco allora, da una parte all’altra attraversando Paesi lontani e continenti, le enormi querce, i gloriosi baobab, le rose del deserto sub-sahariano. Ancient Trees è un documento fotografico di valore, testimonianza di alberi “resilienti”, eterni e tenaci e che merita una tecnica di stampa al platino-palladio altrettanto durevole e resistente, la stessa usata dalla fotografa vittoriana Julia Margaret Cameron. Un processo monocromatico complesso che assicura dovizia di toni e sfumature inalterati nel tempo. La visual artist americana sostiene che tale procedimento è “lungo, ma gratificante, con una scala tonale ampia e delicata ed è il più archivistico rispetto agli altri. Scegliendo un processo che garantisce la massima durata, spero di comunicare speranza, attingere ai temi del tempo e della permanenza, abbinando soggetto e processo”.

Può accadere infatti, che la riproduzione sopravviva all’albero, come nel caso del Baobab Chapman, il più antico dell’emisfero terrestre. Nativo del Botswana, alto “appena” quindici metri ma largo il doppio, contava ben sette rami principali. Il mattino del 7 gennaio 2016, i rangers del Makgadikgadi Pan lo ritrovarono letteralmente aperto in due, collassato al suolo: a un’età di circa mille anni fino ad allora aveva retto a tutto tranne, forse, ai cambiamenti climatici.

OnePlanet, la natura dopo il virus

Liliana Adamo per AltreNotizie.

Presieduta da Emmanuel Macron, una coalizione di oltre 50 Paesi si è riunita a Parigi l’11 gennaio scorso per il vertice OnePlanet, impegnandosi formalmente a proteggere il 30% del pianeta entro il 2030, sostenere la biodiversità, fermare la distruzione degli habitat, rallentare l’estinzione della fauna selvatica. In pratica, preservare la buona salute degli ecosistemi terrestri, minacciati da produzione agricola, estrazione mineraria e inquinamento. Ci sembra il caso di sottolineare quel formalmente in quanto gli impegni fin qui profusi nei vari summit, non hanno scalfito, almeno non sufficientemente, il record di una sesta estinzione di massa e la spirale di una crisi climatica ormai fuori controllo. E dunque, buone intenzioni presuppongono azioni condivise, altrimenti il binomio non regge.

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Una trentina di personalità – fra i capi di stato e di governo anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – sono intervenuti per lo più in videoconferenza visti i limiti imposti dalla crisi sanitaria. Fra gli altri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il presidente della Banca mondiale David Malpass, il principe Carlo d’Inghilterra, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, i primi ministri, Boris Johnson per il Regno Unito e Justin Trudeau per il Canada, il presidente del Costa Rica, Carlos Alvarado, la presidente della BCE, Christine Lagarde e il patron dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Cos’è successo di nuovo, a Parigi? Premesso che nell’ambito delle Nazioni Unite, nello specifico, la High Ambition Coalition (HAC, formata da circa 35 Paesi tuttora impegnati a proporre soluzioni progressive nella lotta al cambiamento climatico), aveva già firmato un precedente accordo proprio sulla difesa di questo benedetto 30% suddiviso tra suolo e oceani. La pandemia Covid-19 ha creato uno sconvolgimento senza precedenti agli assetti mondiali, ma la HAC invita a ripristinare un’economia con politiche di sviluppo attente al fattore clima. Occasione irripetibile per mettere finalmente in campo azioni ambiziose, catalizzando gli sforzi nella giusta direzione.

L’impegno sottoscritto sarà probabilmente l’obiettivo principale al negoziato di Cop15 che si terrà a Kunming in Cina (quindicesima Conferenza sulla biodiversità), entro la fine del 2021, per quello che è stato definito L’accordo di Parigi per la natura, un agreement per la sopravvivenza, nostra e del pianeta su cui viviamo, con direttive per salvaguardare ambiente e persone dopo l’esperienza tragica di Wuhan. Si chiederà senza deroghe, l’abolizione definitiva in ogni parte del mondo dei famigerati vet market, i mercati di fauna selvatica come a Wuhan dove, verosimilmente, ha avuto origine il ceppo di SarsCov2.

A questo proposito, è stata Elizabeth Maruma Mrema, responsabile ad interim per la convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità, a sollecitare l’intervento quanto mai imprescindibile per chiudere una questione inaccettabile anche sul piano etico. Ricordiamoci cosa siano i vet market, ossia quei “mercati umidi”, un nome che sottintende sangue, viscere, squame riversati sui pavimenti delle bancarelle dove si sopprimono animali destinati al consumo umano. Un vero inferno per queste creature strappate dal proprio habitat che vivono le ultime ore nel terrore, assistendo alle brutali uccisioni dei loro simili per soddisfare clienti con la loro carne appena macellata. Per quanto riguarda la Cina, ha sì emanato un divieto ai mercati di fauna selvatica, ma senza renderlo permanente.

Il messaggio che stiamo ricevendo, ha detto Elizabeth Maruma Mrema, E’ che se non ci prendiamo cura della natura, essa si prenderà cura di noi”, riferendosi ai casi di Ebola in Africa centro-occidentale e a un nuovo virus, Nipah, comparso in Asia Orientale. Sono chiare le connessioni tra distruzione degli habitat naturali, virus zoonotici e il salto di specie (o spillover), con cui attaccano gli esseri umani.

Al vertice OnePlanet, dove si è anche pensato a investimenti miliardari per la realizzazione della Grande Muraglia Verde in Africa, i leaders hanno avanzato proposte coraggiose inerenti a quattro punti cruciali: protezione degli ecosistemi terrestri e marini, promozione dell’agro-ecologia, mobilitazione dei finanziamenti, legame fra deforestazione, protezione delle specie e salute umana. L’impegno si deve mantenere”, ha precisato Elizabeth Maruma Mrema, “con sforzi concertati e un agire collettivo”.

Tuttavia, nonostante il sostegno a un obiettivo comune, proteggere il 30% degli ecosistemi terrestri, frenando il declino dell’ambiente naturale e preservando la nostra salute, molti attivisti indigeni hanno sollevato un problema non di poco conto. L’aumento delle aree protette comporterebbe accaparramenti di terre e violazioni dei diritti umani. Il timore riguarderebbe i Paesi in via di sviluppo, desiderosi d’investimenti e finanza in merito all’accordo di Kunming e non solo volti alla conservazione. Il programma include l’uso sostenibile delle risorse naturali e la condivisione dei benefici di tali risorse, mettendo in primo piano l’aspetto della conservazione, ma, secondo gli attivisti, non si possono ignorare le scelte difficili dell’agricoltura e della sussistenza nelle zone povere del mondo.

Un equilibrio complesso ma che può essere raggiunto individuando e finanziando seri progetti di colture sostenibili.

La nuova frontiera contro il Covid?

Liliana Adamo per Altrenotizie.

“Keep calm and carry on”, stai calmo e vai avanti, era l’esortazione degli inglesi sotto i bombardamenti di Hitler. Azzardiamo un paragone: se durante la Seconda Guerra Mondiale le forze schierate in campo erano certe che prima o poi la partita con i nazisti si sarebbe chiusa, pur non sapendo quando, così contro Sars-Cov2 la scienza potrebbe prevalere pur non avendo un’idea precisa del tempo che occorrerà per ottenere un risultato che tutti auspicano.

Cominciamo col dire che siamo in una fase idonea della ricerca e che diversi protocolli condivisi dalla comunità scientifica mondiale si applicano a singoli pazienti in relazione alle loro condizioni e alla gravità dei sintomi. Nuove evidenze contribuiscono a “capire” di più questo virus a tal punto che  autorevoli riviste medico-scientifiche aggiornano i dati rendendoli immediati e gratuiti online. Scartate cure a base di clorochina e idrossiclorochina (Plaquenil) o antivirali per l’ Hiv/Aids, perché giudicate poco efficaci, la terapia ad hoc pare concretizzarsi sugli anticorpi monoclonali, cioè molecole (o meglio, glicoproteine naturali), che agiscono in modo “intelligente” contro l’infezione da Covid19.

Il Tocilizumab, ad esempio, sperimentato con successo al Pascale di Napoli nella primavera scorsa, durante la prima ondata di contagi, è un anticorpo monoclonale che però non ha raggiunto gli effetti sperati su quei pazienti sottoposti a ventilazione polmonare o intubati, anche se resta indubbia la sua efficacia ad abbassare la tempesta di citochine, ossia la reazione scomposta del nostro sistema immunitario una volta attaccato dal virus. Questa è la ragione per cui il Tocilizumab è entrato di diritto nel protocollo sanitario statunitense e in ogni parte del mondo ove si ritenga necessario il suo utilizzo.

Altri protocolli attualmente in uso si adattano secondo la gravità dei sintomi: aspirina, eparina (un anticoagulante) e corticosteroidi sono in grado di controllare il propagarsi della malattia all’intero organismo.

Le glicoproteine su cui si basa la ricerca sui monoclonali hanno il compito di riconoscere gli “invasori”, agenti patogeni come virus, batteri e, istantaneamente, di neutralizzarli, innestando un meccanismo chiave/serratura. Quando il “sito di legame” dell’anticorpo trova un antigene complementare su un patogeno, il sistema immunitario inizia a produrne in massa e, se tutto va bene, l’infezione sarà sconfitta.

I fortunati mortali in cui si è attivato egregiamente l’anticorpo sentinella, guariscono perfettamente dal virus, senza postumi o particolari conseguenze. Infatti, da semplici prelievi di sangue e dal focus su queste immunoglobuline umane, i ricercatori hanno dato il via a una sperimentazione senza precedenti con l’obiettivo comune di trovare una terapia appropriata, prima di aspettare  tempi lunghi di un eventuale vaccino.

Sono miliardi gli anticorpi nel nostro organismo ma per svariati fattori non tutti efficaci contro gli aggressori, per di più impieghiamo del tempo prezioso per svilupparne in quantità tale e debellare una malattia in corso. Creando su larga scala anticorpi artificiali (monoclonali), tutti uguali fra loro, con pari capacità di bloccare il proprio antigene, ci si ritrova fra le mani un farmaco estremamente potente. Ne basta uno che disattivi il legame del virus (proteina S) con il recettore Ace-2, produrne copie perfette con cui aggredire virus come Sars-Cov2. I monoclonali si rivelano utili anche nei tumori e per sopperire a elementi mal funzionanti del sistema immunitario, nel caso di malattie autoimmuni.

Il colosso Eli Lilly, azienda farmaceutica con sede a Indianapolis, ha reso disponibili i risultati sul potenziale di un candidato, denominato LY-COV555, così come  Regeneron Pharmaceuticals di New York, che ha somministrato a Donald Trump gli anticorpi di sintesi a “uso compassionevole”, è avviata nella stessa direzione.

Grazie a una tecnica microfluidica ad alta capacità di lavorazione, che consente la produzione di particelle monodisperse con un controllo preciso di dimensioni e composizione, è stato individuato un anticorpo che mira al dominio sulla proteina virale (RBD) presente nello spike, struttura con la quale il virus infetta le cellule ospiti. Il clone LY-COV555 è stato somministrato a pazienti ambulatoriali, fra cui anziani, obesi e con malattie pregresse, con il loro consenso e in doppio cieco. La remissione della malattia si è avuta in meno di una settimana; in alcuni casi, effetti collaterali come nausea e diarrea sono stati risolti coadiuvando la terapia con antistaminici.

Un’analoga sperimentazione su pazienti gravi e intubati è stata sospesa, finché non si arrivi alla risoluzione di problemi insorti, sui quali la Eli Lilly non ha fornito spiegazioni. Certo è che, allo stato attuale, sembra confermata l’efficacia della terapia in fase precoce.

In Italia, analoghi test procedono a ritmo serrato nei laboratori di Glaxo Vaccines e del Mad Lab della Fondazione Toscana Life Sciences.“ Gli anticorpi monoclonali sono gioielli d’innovazione tecnologica”, afferma il professor Rino Rappuoli, a capo dell’equipe di ricerca: “Quelli oncologici devono essere somministrati in grandi quantità e per endovena, diversa è la condizione degli anticorpi utili a combattere malattie infettive, perché in quantità mille volte inferiori, iniettati per intramuscolo, con costi di conseguenza, ridotti”.

Pur ribadendo una sostanziale differenza fra “immunoterapia passiva” (relativa all’anticorpo monoclonale o al plasma iperimmune anche se non funziona così bene), da un’immunoterapia attiva (il vaccino che induce l’organismo a produrre anticorpi che si spera siano neutralizzanti), la strategia preventiva al Covid19 rappresentata da uno squadrone d’anticorpi monoclonari, è ormai in dirittura d’arrivo. Potrebbe difendere in primis, una popolazione maggiormente a rischio e medici, infermieri in prima linea nella lotta contro il virus. 

In casi estremi, anche se il costo si rivelerà elevatissimo, il beneficio sarà altrettanto alto: preservare dal contagio le persone più fragili, gli operatori sanitari,  ridurre il sovraccarico per strutture ospedaliere e terapie intensive.

La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi. Agatha Christie.