Wadi El Gemal, fra mare e deserto.

Liliana Adamo, reportage per InNatura magazine

Un lembo di terra e mare isolato dal resto del mondo, ricchissimo di biodiversità. Parco nazionale dal 2003, il Wadi El Gemal rivela una natura sorprendente e  segreti millenari.

 

Il Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), all’estremo sud del Mar Rosso fra Marsa Alam e la mitica Berenice a lambire il confine con il Sudan, copre settemilacinquecento chilometri quadrati di litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne ed è forse il più grande wadi esistente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare l’acqua dai rilievi verso la costa, la quale, tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo. E’ questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato; un impervio, selvaggio paradiso fatto di acqua e sabbia.

Un organismo morfologico di acqua e sabbia.

Cos’è un wadi? E’ il letto di un fiume in apparenza arido, un bacino di sabbia che si forma nelle grandi distese sahariane, quasi un canyon su cui, un tempo, scorreva un corso d’acqua; si riempie quando subisce forti piogge, ma l’acqua può raccogliersi anche percolando dalle montagne. Solo i beduini, abitanti del deserto, sanno dove sgorgano le sorgenti, conoscono il punto preciso dove l’acqua può tornare in superficie. E dunque, fra wadi millenari, altipiani rocciosi, montagne d’origine vulcanica dove riappaiono antichissime città avvolte nel mistero, torna utile acquisire alcuni gerghi in uso: le oasi si chiamano jennat, le grandi dune di sabbia, erg, la sorgente sotterranea o la pozza d’acqua piovana che si sedimenta tra le rocce si chiama guelta, hammada è la piana rocciosa perpendicolare segmentata da fenditure e ricoperta da una crosta secca e friabile, hofra è il nome dato alle depressioni, le più note si chiamano chott e sono bacini inariditi di acque saline.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi per l’estrazione (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, città romana dove gli smeraldi si scavavano dalle montagne, erano dislocati verso il Nilo poi ad Alessandria per giungere attraverso il Mediterraneo, nella Roma imperiale. Le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, scolpite nella roccia ocra, si stagliano in uno spazio rarefatto di silenzio e suggestione.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Molti di loro, gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, a radunare greggi di capre muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Ababda sono le guide che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, il personale dei pochi alberghi, dell’eco resort nella zona. Eppure, tuttora essi si definiscono “figli di Jinn”, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari di un’uguale identità fin dall’era romana.

Da Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, gli Ababda hanno popolato queste regioni da tempo immemore guardando l’ascesa e il declino d’intere civiltà, le hanno attraversate sentendosi isolati e respinti: dagli antichi Egizi, Greci, Romani, ai Turchi e così via.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni a tutti i popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento sono simili ai sudanesi che considerano i loro parenti più stretti. Sono magri, elastici, la loro pelle è più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati e pure eleganti; non si lamentano mai, non litigano mai fra loro. Trasudano una calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace. La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda. Suonano il tampura a cinque corde, una specie di semplice chitarra o lira o altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti che possono essere utilizzati a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo. La musica dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno.

Regno degli uccelli e del reef.
Foto di Liliana Adamo.

Il Mar Rosso offre spettacoli unici al mondo; incuneato in un profondo vuoto, fra i tavolati arcaici d’Arabia e Africa, è parte di quel grandioso allineamento di fosse tettoniche estese dalla Siria e dal Mar Morto fino all’equatore africano. Le perturbazioni che nel Terziario diedero origine a fratture e dislocazioni varie, furono accompagnate da un’intensa attività vulcanica, come documentano le formazioni insulari e costiere a sud del 14° parallelo. In alcuni tratti (lungo la penisola del Sinai, per esempio), suoi litorali possono essere rocciosi, in altri, aridi e pianeggianti, costituiti da sabbie e banchi madreporici. Dietro il litorale, il paesaggio diventa quasi lunare, un susseguirsi d’alture riarse che, al tramonto, assumono colori fra il rosa e l’antracite (grazie ai contenuti d’ossidi di ferro), lunghi orli montuosi, altipiani retrostanti e secche vallate. Le piogge, ragguardevoli seppur scarse favoriscono diverse specie di piante xerofile. Il Mar Rosso è caldo, la sua salinità (più del 40%), è la più alta rispetto a qualsiasi altro mare aperto verso l’oceano, ma ciò che lo rende davvero incomparabile è l’insieme di creature che lo abita, la bellezza dei suoi reef: il giardino di Allah, per gli arabi, il corridoio delle meraviglie per Jacques Cousteau.

Oltre 1200 varietà di pesci, delfini e squali, 25 specie di madrepore, gorgonie, coralli molli vivono e si riproducono in un giardino sommerso pari a uno straordinario mondo alieno. Le barriere del Mar Rosso si mantengono sostanzialmente in buona salute, senza patire il rialzo termico delle acque oceaniche il cui picco si è verificato nel 1998 deteriorando i reef maldiviani (il famoso “sbiancamento” dei coralli).

Il parco nazionale del Wadi El Gemal racchiude in sé tutte queste caratteristiche ma il silenzio d’echi lontani, il distacco e l’isolamento dal resto del mondo qui diventano ancora più persistenti: ciò che si prova è un senso di purezza primordiale, di pace e tranquillità, solo il rumore della risacca e del vento. Ogni tanto vedi un cane, qualcuno che passa ti rivolge un saluto, ci sono mandrie di dromedari liberi, greggi di capre, ovunque arbusti seccati dal sole, conchiglie portate dal mare, assenza d’inquinamento atmosferico, luminoso, acustico.

Foto di Liliana Adamo.
Foto di Liliana Adamo.

E ci sono gli uccelli. Tanti, variegati e mai timorosi. Ho vissuto quindici giorni in compagnia del falco pescatore che aveva nidificato accanto alla mia camera, in un oblò del fabbricato adiacente. Ho avuto modo d’osservarlo a lungo e capire le sue abitudini. Gli uccelli sono tra i protagonisti del Wadi El Gemal; i momenti migliori per le osservazioni sono le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio, nei mesi primaverili (marzo/maggio) e in quelli autunnali (settembre/novembre), quando le specie stanziali si aggiungono a quelle migranti che sorvolano le coste del Mar Rosso, passando sul territorio del parco. Eterei aironi bianchi (Egretta gularis) sostano sul bagnasciuga muovendosi con circospezione ed eleganza. Squadriglie di rari gabbiani occhi bianchi (Larus  leucophtalmus) e quelli dal collare (Larus hemprichii), formano triangoli isoscele alati sulle isolette di sabbia bianca che emergono con la bassa marea, solitarie sterne guance bianche (Sterna repressa) e tortore dal collare orientale si dissetano nelle piscine dei resort insieme ai pochi bagnanti, ma gli esemplari sono numerosissimi, arduo farne un elenco.

Di ritorno a casa, in aereo, ripensando a tanta bellezza, rifletto sulla richiesta di Ayman Qarabawy Mi piacerebbe una tenda nel deserto… per accogliere gli ospiti. Forse per il prossimo anno… Una tenda nel deserto e il resto intatto.

 L’Intervista.
Foto di Liliana Adamo.

Incontro Ayman Qarabawy, ranger capo per il Wadi El Gemal National Park, presso un edificio di legno sulla spiaggia, circondato da palmizi che smorzano il sole e gli sbuffi del khamsin (il vento polveroso che spira sul Mar Rosso). All’interno, c’è il suo ufficio: una vecchia scrivania, un ventilatore, una macchinetta per le bibite, una panca, qualche sedia, scansie per l’archivio. Una donna completamente vestita di nero mi rivolge un lieve cenno del capo e io le rispondo in arabo. Dopo le formalità, Ayman m’invita a entrare in una grande tenda che si trova nelle vicinanze, dietro capannoni adibiti a serre. Alla presenza di un taciturno Ababda/ barman intento a preparare un caffè sul carbone vivo, mi fa accomodare su tappeti e cuscini messi alla rinfusa; benché la posizione sia un po’ scomoda, certamente informale per un’intervista, iniziamo a parlare; ma prima, Ayman vuole mostrarmi il vero rituale del caffè che si svolge fra un ospite e i beduini.

Bere caffè in compagnia è usanza che esprime socializzazione e accoglienza, la preparazione del djabana è sempre un momento speciale. Il nostro, ripone i chicchi di caffè ancora grezzi e verdi in un piccolo scaldino e li fa arrostire sul fuoco delle braci. Sento il tintinnio dei semi e una forte fragranza si sparge nel chiuso della tenda. L’Ababda macina i semi caldi in un mortaio di legno, aggiungendo zucchero e zenzero dal Sudan, poi versa il composto in un fiasco di terra marrone. Questo è un oggetto cui non si separerà mai, magari la fiaschetta sarà riparata tante volte e rinforzata con fili in diversi punti, ma mai farne a meno! Ora, vi versa un po’ d’acqua richiudendo l’apertura con un pezzo di stoffa per trattenere l’aroma, la riscalda avvicinandola al fuoco e coprendola con le ceneri calde. Finalmente tutti e tre sorseggiamo il liquido scuro, profumato di zenzero, versato in piccole ciotole; il djabana è una mistura dolce e piccante. Il rituale è ripetuto più volte, finché l’ospite (cioè, la sottoscritta), non spinge indietro la coppetta con un gesto determinato.

  • Cosa differenzia il Wadi El Gemal dalle altre località del Mar Rosso, perché è così importante tutelarlo?

Perché è un regno di biodiversità unico al mondo, per il mare e le sue cinque isole, per le caratteristiche dell’entroterra: è il regno del falco pescatore e della tartaruga verde (la Chelonia myda, a rischio d’estinzione), che nidifica da maggio a settembre, delle mangrovie che trovano un humus ideale lungo la costa, dei reef, dei delfini e del dugongo.

Poi c’è il deserto nel suo straordinario habitat: anche in condizioni ardue, qui vivono la gazzella Dorcas, lo stambecco della Nubia, l’Hyrax, cammelli allo stato brado, volpi, conigli e felini selvatici.  Sono animali che sfidano un clima a volte estremo, resistendo grazie alla vegetazione presente sulla superficie arida. In realtà, il deserto del Wadi El Gemal è ricco d’acqua dolce che rimane imprigionata nel sottosuolo ed è la zona più piovosa del Sahara egiziano; le piogge si riversano da ottobre a dicembre, l’acqua percorre il deserto per oltre cinquanta chilometri fino al Mar Rosso.

  • Lei sovrintende la tutela e le attività all’interno del Parco: che tipo di apporto può dare il turismo e dal suo punto di vista cosa le piace del suo lavoro e cosa meno?

La decisione d’istituire il Parco Nazionale da parte del governo centrale, risale al 2003 (designato con IUCN di categoria II, area protetta finalizzata alla protezione di un ecosistema con possibilità di fruizione a scopo ricreativo) e pur con le dovute restrizioni, ciò è stato importante per incrementare lo sviluppo turistico. Di conseguenza, il turismo ha apportato un notevole miglioramento nel tenore di vita per i nuclei familiari degli Ababda, gli abitanti del luogo, i quali preservano le loro tradizioni millenarie compreso il senso d’ospitalità, comune a tutti i popoli d’origini nomadi.

Amo vivere qui, nel mio Parco Naturale, in uno dei luoghi più belli e intatti, mi piace pensare che ogni visitatore sia informato e rispettoso… don’t take nothing, don’t leave nothing, questo dovrebbe essere un motto valido per chiunque. Non lo è purtroppo per i bracconieri e i cacciatori a loro seguito. Mi è capitato di consegnare un gruppo di queste persone sorprese a cacciare di frodo, alle autorità locali.

  • Chi erano queste persone?

Arrivano dalla vicina Arabia Saudita o dal Kuwait, con regolari visti turistici e con yacht personali, solo che poi patteggiano con delinquenti di nazionalità egiziana per portarsi qualche trofeo di caccia a casa, soprattutto animali rari come le gazzelle Dorcas e gli stambecchi della Nubia, che finiscono per essere uccisi, trafugati e impagliati. E’ successo ma per fortuna, non avviene spesso; anche se si può pensare il contrario, le ispezioni sono ferree. Gli stessi Ababda, profondamente innamorati della natura del Wadi, sono istruiti al controllo e tengono gli occhi bene aperti. Per loro, il turismo, vale più d’ogni “regalia” a buon mercato. Noi siamo guardie ambientali ma operiamo in stretta collaborazione con i militari stanziali, sempre pronti a intervenire in caso di bisogno e per il controllo del territorio.

  • Cosa chiederebbe al governo egiziano per il “suo” Parco?

Lo Stato dovrebbe fare di più ma purtroppo oggi c’è la crisi economica… Mi piacerebbe una tenda nel deserto, comoda e spaziosa per quelle tribù che accolgono i turisti (la cena con gli Ababda si è svolta sotto un cielo stellato e con il fuoco acceso, nessuna tenda, quindi). Forse per il prossimo anno…

Si ringrazia vivamente: Silvia Bastianello, per i contatti esterni, Amr Soliman, l’uomo pesce, Ayman Qarabawy, ranger capo del Wadi El Gemal National Park,

tutti gli altri.

 

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