Tutti gli articoli di lilianaadamo

Sottrarsi a un esclusivo leit motive fa parte del mio carattere ed è per questo che, ricomponendo il tempo della mia scrittura dal 2004 a oggi, soggetti, questioni e articoli ti giungeranno senza un’apparente sistema di continuità. La curiosità, l’approfondimento, il rigettare modelli convenzionali dell’advertising e la ricerca quasi ossessiva di una cifra stilistica in cui riconoscermi (perdona la presunzione), mi spingono a continuare, a rimuovere quel “buio oltre la siepe”, con umiltà e senso del confronto.

Galletti: un pessimo ambiente.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Diciamolo chiaro e senza perifrasi: a fine legislatura e nella migliore delle ipotesi, si può tranquillamente definire Gian Luca Galletti come il peggior ministro dai tempi in cui fu istituito il Dicastero Ambiente a oggi. Una materia nella quale non hanno certo brillato i suoi predecessori, ma l’arroganza, il pressapochismo, l’asservimento alle lobbie dettati a suon di decreti dal governo Gentiloni, non ha avuto pari e purtroppo, da destra a sinistra con le elezioni alle porte non s’intuisce uno spiraglio per un cambiamento di rotta, in pratica, ciò che si teme per le questioni ambientali, è inscritto in un panorama politico desolante.

Dall’insediamento fino all’ultimo colpo di coda, il ministro Galletti non ne ha imbroccata una: Ilva, Tap, Terra dei fuochi, estrazioni petrolifere, discariche, inceneritori, depuratori; se non bastasse, l’allarme smog che registra i suoi picchi più alti in varie città italiane e il richiamo dell’Ue che potrebbe costarci fino a un miliardo d’euro in sanzioni, più la paventata ricaduta in termini di salute per i cittadini. Cosa ha fatto il ministro Galletti? Si è voltato dall’altra parte e ha cominciato a infierire sulla fauna selvatica.

“Il ministro cacciatore” com’è stato definito da più parti, ha pensato bene di soddisfare le urgenti priorità delle congreghe affaristiche invece di perdersi in quisquilie. Il primo nel mirino (in senso letterale), è stato l’animale simbolo della nostra storia, il lupo, poi è passato ai volatili, migratori e stanziali e dulcis in fundo, con un bel decreto di fine legislatura, ai delfini reclusi nei delfinari-lager.

Con il presupposto che la fauna selvatica sia patrimonio indisponibile per lo Statola cui tutela rientra a pieno diritto nell’interesse della comunità nazionale e internazionale, l’Italia, nonostante buone leggi, resta comunque fanalino di coda nella comunità europea per educazione ambientale, protezione di habitat e animali dimoranti. Si assiste a una diffusa mentalità tradizionalista di chi nutre affetto per quelli domestici, ignorando che il nostro paese ha una straordinaria ricchezza faunistica alla mercé di bracconieri, speculatori d’ogni risma, cacciatori senza scrupoli, dunque, un capitale naturale che rischia di scomparire.

WWF conferma: “Il nostro non è un paese per fauna selvatica… Una classe politica miope vorrebbe forse i cieli d’Italia vuoti rendendo concreto lo scenario preconizzato dal grande scrittore americano Jonathan Franzen, in Emptying the skies…”Con “Svuotare i cieli”, circostanziata testimonianza scritta per il New Yorker e l’omonimo film documentario, Franzen ha dimostrato come nelle terre che si affacciano sul Mediterraneo – Malta, isole greche e Italia – gli uccelli canori sono decimati per divertimento e profitto, in barba a leggi vigenti.

Ciò che è accaduto quest’estate, è indegno di un paese civile nella progredita Europa. Dopo caldo, siccità, incendi dolosi, le regioni italiane, tutte, fatta eccezione per l’Abruzzo che ha riconosciuto una seppur breve dilazione, hanno concesso la mattanza sulla fauna selvatica, sebbene fosse stata messa a durissima prova dal caos climatico e dagli incendiari.

Si è visto come i cacciatori prendessero di mira (è il caso di dirlo), anche particolari aree protette, zone sicure, sulla carta, per l’incolumità d’uccelli e altre specie selvatiche; il tutto, senza che Dipartimento Ambiente con l’avallo del ministro Galletti, muovesse un dito. Completamente ignorati i pareri contrari dell’Ispra sull’avvio alla stagione venatoria per i gravi problemi preesistenti; Campania, Lazio, Sardegna, Sicilia, Toscana avevano chiesto persino una pre – apertura della caccia senza attendere la terza domenica di settembre.

C’è altro da aggiungere al quadro suddetto? Sì, perché l’agenda con le “perle” di Gian Luca Galletti, appare nutrita e ingegnosa; come, ad esempio la conferenza Stato-Regioni che decide se rendere legale la caccia al lupo, con associazioni ambientaliste e ministero Ambiente in stato di guerra, gli uni contro l’altro.

“Uccisioni controllate”, sostiene Galletti, per il quale “esiste un consenso su quasi tutte le misure, sviluppo con sistemi di prevenzione naturali (cani pastori, rifugi, recinti elettrificati), rimborsi più rapidi agli allevatori, gestione dei pascoli, lotta agli incroci con i cani, nucleo anti-bracconaggio dei Carabinieri” e naturalmente sulla caccia legale al lupo.

Al povero ministro, preso in contropiede, si riconosce una missione: non può lasciare l’Italia in una situazione così indecorosa, perché, appare ovvio, che l’unico problema d’impatto ambientale che abbiamo nei nostri territori, è rappresentato dai lupi. E noi siamo rimasti indietro rispetto agli altri Paesi Ue, insomma, la solita storia, è l’Europa che lo chiede.

I lupi non bastano, nella deroga, quasi in sordina, ce n’è anche per i randagi. Avete letto bene, quelle sventurate bestiole che vagano in cerca di cibo e riparo, spesso vittime di crudeltà e abbandono, che, nel migliore dei casi, finiscono dietro le sbarre di un canile. Per loro, Galletti ha pensato a una soluzione rapida, indolore, economica: la reintroduzione dell’eutanasia, altre sì nei canili. In breve, farli fuori e problema risolto; non si sentiva il bisogno di un ministro dell’Ambiente con tale lungimiranza, bastava guardare al senso “civico” ed “etico” del governo spagnolo, alle celle della morte, le oscure Perreras, dove, sistematicamente si compie la triste sorte dei cani randagi.

L’ultima “perla” del nostro, giusto per coronare una luminosa carriera, arriva fresca, pochi giorni or sono. Si decreta una vera porcata con la quale si autorizzano i delfinari a far entrare nelle vasche i visitatori ed è difficile trovare definizione più garbata nel vocabolario in lingua italiana. Un regalo pre-elettorale offerto a quei centri che traggono profitto a dispetto di una diffusa protesta a livello mondiale per la crudeltà, la sofferenza inflitta ai delfini, straordinari mammiferi provenienti direttamente da cattura in mare (Taiji, ne è l’esempio più drammatico), dove vivono intense forme di socialità e interazione.

Pretestuoso anche il testo che stralcia la legge preesistente sulla tutela (fra le migliori d’Europa) a firma del signor Gian Luca Galletti, cui riportiamo il seguente passaggio: “E’ altre sì consentito l’ingresso in vasca ai soggetti che partecipano ad attività di educazione e sensibilizzazione del pubblico in  materia  di conservazione della biodiversità con i delfini”, con cui si travisa intenzionalmente la realtà dei fatti.

L’ingresso in vasca del pubblico, in una zona delimitata di cattività come un delfinario, con altoparlanti ad altissimo volume e addestratori spesso implacabili, non estende la coscienza ambientalista, né rispetto e conoscenza verso gli animali, altro che sensibilizzazione alla biodiversità! Un’autorizzazione in cui traspare tutta l’idiozia di un governino miope e asservito a interessi di cassa, che nessuna autorità scientifica al mondo può approvare. Al contrario, delfinari, circhi e zoo, sono strutture diseducative che provocano stress e sofferenza agli animali esibiti come mere attrazioni a fine economico.

Per non parlare del rischio igienico -sanitario nell’avvicinare persone e delfini non in mare aperto con il presupposto di gioco e reciprocità, ma in vasche chiuse dove questi poveri mammiferi espletano le loro funzioni organiche. Si contesta come in numerose strutture di questo tipo, i “contatti” avvengano in spregio alle più elementari norme di sicurezza e che la trasmissione di patologie anche gravi, sia, di fatto, dimostrata.

Faciloneria, servilismo alle lobbie, indecenza tout court? Certo è che per Gian Luca Galletti, il passaggio dal Ministero dell’Ambiente al nulla, farà tirare in questo Paese un respiro di sollievo.

Fino alla prossima legislatura.

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Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mare ricco del Messico (Revillagigedo project).

Liliana Adamo per Altrenotizie

La foto vincitrice del primo premio per il National Geographic Traveler Contest nel 2015, è una riproduzione subacquea con cetacei e delfini scattata nelle acque profonde intorno a quattro isole vulcaniche che formano l’arcipelago Revillagigedo, in Messico: San Benedicto, Socorro, Roca Partida, Clarion.

A 240 miglia da Baja California, in pieno oceano Pacifico, il santuario marino quasi ignoto ai più e disabitato, cui è stato dato l’appellativo di “Galapagos del Nord America”, è luogo di straordinarie biodiversità, patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2016.

Complessivamente pari a 57.000 miglia quadrate di oceano (150.000 kmq), Revillagigedo era sede fino a poche settimane fa, di una piccola riserva marina non in grado di preservare proporzionatamente la varietà di specie sulla traiettoria dei pescatori, lasciando squali, razze, balene, vittime di catture commerciali e bersaglio di pesca illegale.

“Da ciò che abbiamo visto e appurato è come se le Galapagos – le isole di Charles Darwin, regno indiscusso d’ecosistemi e specie diverse – avessero aperto una filiale in Messico. Questo è il sito più selvaggio dell’America Nord tropicale…”.

Durante una spedizione d’accertamento condotta nella zona del Mar Pristine nel marzo 2016, Eric Sala, esploratore del National Geographic, afferma di non aver mai visto mante, testuggini, squali, cernie, tonni di tali dimensioni, forse i più imponenti del pianeta. Sulla terraferma, a ridosso delle quattro isole, nidificano uccelli marini e terrestri, trovano il loro habitat ideale rettili endemici e piante uniche al mondo, ma non basta: a circa 300 piedi dalla superficie, grazie a un DeepSee e un Drop-cam remoto, il team scientifico di Pristine Seas ha potuto esaminare una “cresta” sui fondali e qui, giardini incantati ricoperti di coralli, gorgonie, spugne, granchi, una moltitudine di pesci.

Nell’insieme, 400 specie diverse, scaturiscono e dipendono dai nutrienti estratti in un biosistema fra mare e terra.

C’è da dire che la convenzione delle Nazione Unite si pone l’obiettivo a tutelare il 10% degli oceani del mondo entro il 2020. Tuttavia, secondo biologi ed ecologi, la finalità più appropriata si aggirerebbe intorno al 30% contro lo sfruttamento intensivo e i danni, per una logica più accettabile. A oggi, il numero è notevolmente in ribasso: solo il 6% degli oceani è stato preservato in aree marine, o destinato a futura protezione.

E mentre Donald Trump, leader degli inquinatori globali, valuta allegramente un limite rilevante di tutela per i santuari nel Pacifico sotto giurisdizione americana – Rose Atoll, altre isole remote, insieme ai Canyon e alle catene montuose del Nordest o lungo la costa del New England – (fonte, Washington Post), il Messico si unisce a Cile, Nuova Zelanda e Tahiti e crea viceversa, la più grande riserva oceanografica del Nord America tropicale.

Così, secondo il nuovo statuto emanato dal presidente Enrique Peña Nieto, l’arcipelago di Revillagigedo sarà soggetto a salvaguardia totale. Sulla terraferma, precluse estrazione di risorse naturali, edificazioni d’infrastrutture alberghiere, anche se la Marina Messicana manterrà una sua presenza costante.

Ministero dell’Ambiente e Marina svolgeranno attività di controllo e sorveglianza in un’area molto vasta (come abbiamo detto, per 57.000 miglia quadrate d’oceano). Le attività comprenderanno attrezzature, monitoraggio remoto in tempo reale, addestramento, educazione ambientale anche verso i pescatori; per i trasgressori sono previste sanzioni severissime e dunque, in difesa dell’ambiente, arriva dal governo messicano “una mossa senza precedenti”, come afferma Maria Josè Villanueva, direttrice del WWF.

Ancora, Alejandro Del Mazo Maza, membro della Commissione nazionale messicana delle aree naturali protette: “Per garantire massima protezione in questo sito del Patrimonio Mondiale, sarà applicata la categoria di conservazione più forte della nostra legislazione e categoricamente proibite tutte le forme di pesca…”. Parole che non lasciano adito a dubbi; nondimeno le critiche non si sono fatte attendere, gli interessi in gioco sono tanti, quelli della pesca commerciale e flotta tonniera in primis, con l’espansione del sette per cento in meno nella gamma del Pacifico. Un ritorno economico si presume nella quantità di turismo subacqueo con le barche che partono dalla famosa Cabo San Lucas, relativamente vicina alle isole del Revillagigedo, un’attività che già fattura quindici milioni in dollari l’anno.

Quanto vale la vita di una manta gigante per l’economia messicana? Cinquantasette volte in più rispetto a una catturata tra le reti dei pescatori (di frodo) e rivenduta a pezzi sui famigerati mercati asiatici. Proteggere la fauna selvatica e acquatica non è solo un’urgenza etica e dovuta, ma economicamente sostenibile e produttivo.

La riserva della biosfera dell’arcipelago Revillagigedo, sotto l’egida della Commissione Nazionale delle Aree Naturali e Protette è di fatto, operativa e non un “parco su carta” come preme ribadire lo stesso ministro Del Mazo. Fin da ora le prime organizzazioni private e agenzie governative di Stati Uniti e Messico, fra cui il Fish and Wildlife Service (statunitense), il Cornell Lab of Ornithology e l’Audubon Society, si stanno muovendo in uno sforzo comune per ripristinare l’habitat idoneo ad accogliere miriadi d’uccelli marini che troveranno casa nell’impervio paradiso del Pacifico senza temere caccia o inquinamento, lo stesso dicasi per quei cetacei nel blu profondo, straordinariamente immortalati in una foto da primo premio.

Rapporto Censis: rancori d’Italia.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Un paese sfaldato, impaurito, impoverito, dagli aspetti contraddittori; da una parte la numerologia – forse addirittura concreta – che indica una crescita economica; dall’altra la percezione (e non solo la percezione) di non farcela, in un declino verticale che, come ripetono, sembra duro a morire. Scomponendo gli ultimi dati del rapporto Censis ci sarebbero in dicotomia, un sistema produttivo che si mostrerebbe in ripresa (ma solo grazie al manifatturiero) di pari passo a un senso generale di sfiducia nelle istituzioni, nei partiti politici (potrebbe essere altrimenti?).

L’italiano medio si è dissanguato aggrappandosi all’illusione di un po’ di comfort, smartphone e svago pseudo culturale, mentre l’intera classe politica è a caccia di consensi attraverso l’uso del likes: diciamo la verità, il ritratto del nostro paese e di noi stessi che viene fuori è a tinte fosche, impietoso. Lo humor nero degli italiani si traduce in rancore e non rabbia perché, a ben vedere, la rabbia include una controproposta, un’energia che, seppur scomposta scagli dinamismo, contestazione… mentre il rancore è l’apoplessia, l’accettazione, il penoso ripiegamento.

Pertanto, siamo i rancorosi che fanno fatica a laurearsi e trovare lavoro, che investono le proprie risicate risorse in gadget tecnologici, viaggi (sempre meno e in low coast), incollati in un eterno presente privo di proiezioni e soprattutto di progettualità. Con una classe politica e dirigente che ha disatteso tutto ciò che poteva disattendere e oltre, noi rancorosi abbiamo finito di porci il problema; certo lo subiamo ma a questo punto, privi di forze reattive.

Rancorosi allo sbando, che molti ipotizzano come prossima “bomba politica” per l’Unione Europea (esagerando certo, non ne abbiamo alcuna intenzione), a corto di una visione d’insieme, un senso dello sviluppo decodificato in rinnovamento intellettuale. In un paese dove, come afferma il Censis, “pochi sono gli esploratori e le retrovie sono in attesa”. E riscontrando anche che “senza un rinnovato impegno politico e un diverso esercizio del potere pubblico, senza la preparazione di un immaginario importante, resteremo nella trappola del procedere a tentoni, alla ventura, senza metodi e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso progredire del corpo sociale”.

Siamo passati da Berlusconi ai governi “tecnici”, fino alla débâcle renziana del partito Democratico, al mancato progetto dei penta stellati. In altre parole: i cosiddetti poteri forti (oggi notevolmente fiaccati, depauperati da sé) e la politica (priva di rappresentatività sociale, anch’essa delegittimata dalla base sociale), hanno fornito nel tempo quel background al rancore diffuso in ogni settore della vita pubblica e privata dei cittadini.  In ogni dove, dal sud al nord, dalle periferie alle grandi aree urbane, generando un disagio sociale evidente e uno sfaldamento; il mancato ricambio (culturale, generazionale) e l’annosa questione “morale”, hanno prodotto il resto.

Oltre 1,6 milioni di nuclei familiari sono ridotti in povertà assoluta, il 96,7% in più rispetto al periodo pre-crisi. In questa casistica rientrano tutti, famiglie straniere, chi è in cerca di lavoro, minori, millennial, anziani, particolarmente penalizzati chi ha figli a carico e persone non autosufficienti.

I rilevatori economici puntualizzano sulla ripresa industriale, anche se ancora latita l’input degli investimenti privati rispetto a quelli pubblici, sostanzialmente stabili dal 2016 (32,5% in meno al periodo pre–crisi). L’industria cresce in modo costante, secondo il Censis superando quella tedesca. Va bene anche l’export manifatturiero, con posizioni di riguardo assoluto in alcuni comparti del Made in Italy, brand salva – economia, con un numero d’aziende quotate in borsa da 312 a 324 unità e fatturato che si attesta intorno agli 84,2 miliardi di euro. Buono anche il settore immobiliare che sembra tornare a un nuovo slancio.

Complessivamente le cifre farebbero ben sperare ma è lo humor e l’anima del paese a soffrire di più, confutando le cifre con una riduzione dei consumi pari al 3,9%, tranne per quei settori cui si parlava, come il fenomeno in crescita nell’utilizzo di dispositivi mediatici che confermerebbe l’amore a tutti i costi degli italiani per i device digitali; grazie ai low coast e le piattaforme online cresce anche il turismo interno.

E crescono le città, i capoluoghi certificano un aumento rapido dei propri cittadini rispetto all’hinterland o alle immediate periferie: Roma, Milano, Firenze sono le prime tre che vedono più residenti; ma il dato più interessante sta nel divario che stabilisce il benessere economico delle famiglie. Le grandi aree urbane del sud, Napoli, Palermo e Catania in testa, subiscono un vero e proprio tracollo rispetto al resto del paese, si prolunga il gap soprattutto con il centro nord.

Altro dato preoccupante è sul territorio che frana. Le stime intorno ai danni causati dagli eventi sismici con perdite umane altissime (si calcolano negli ultimi settant’anni oltre 10.000 vittime), si enumerano per 290 miliardi di euro, con una media annuale di 4 miliardi.

Di contro, l’impegno finanziario dello Stato è insufficiente, con appena 500 – 600 milioni l’anno. Mettiamoci i danni per alluvioni, allagamenti, tracimazioni (dovuti massimamente all’incuria in cui versa il nostro fragilissimo suolo) e la manutenzione della rete idrica su scala nazionale (che perde il 39% dell’acqua trasportata) e i conti non tornano di sicuro.

Tralasciando altre voci esaminate nel rapporto Censis, il rancore degli italiani regna sovrano: i dati sono chiari, diremmo quasi monumentali, l’ignominia è tutta riversata sulla politica e i suoi rappresentanti. Un 84% di rancorosi boccia la casta senza pietà, il 78%, il Governo centrale, il 76%, il Parlamento, il 70, le istituzioni e amministrazioni locali. Il rancore senza eguali investe pure la moneta unica, “rea”, d’averci esasperato, spremuti e resi più poveri.

The David Sheldrick Wildlife Trust: Humpty e altre storie.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un’operazione che, nelle sue fasi salienti, dura quarantacinque minuti: il salvataggio di un piccolo ippopotamo intrappolato in uno stagno fangoso gremito di pesci gatto, nel bel mezzo della savana nei pressi di Kiunga, sulla costa nord del Kenya, tra l’antico porto di Lamu e il confine con la Somalia.

Dibattendosi nel limo, il cucciolo era tenuto sotto osservazione d’alcuni giorni per accertarsi che fosse, appunto, un orfano. Quando ormai era evidente che senza alcun intervento sarebbe morto, ecco che il Centro recupero wildlife fa scattare la sua task force.

E’ un fresco mattino del 23 dicembre scorso: un Cessna che si trova nei paraggi (a bordo Andrew Francombe e Fuzz Dyer), si alza in volo atterrando in una zona pressoché inaccessibile; anche il DSWT Rescue Team, composto di due esperti, vola da Nairobi fino a Kiunga e grazie al “ponte” del primo aeromobile, raggiunge il gruppo di soccorritori.

Il recupero avviene nel modo consueto, un tiratore che “spara” tranquillante e una rete per bloccare il malcapitato, anche se la “cattura” si trasforma in un impegno gravoso con l’agitazione dell’animale che respira a fatica non riuscendo ad affiorare dalla densa poltiglia nera.

Finalmente spinto fuori e fatto rotolare su una barella di tela, il piccolo è fasciato in una coperta e delicatamente umettato, ma per giungere a destinazione c’è bisogno d’imbracarlo sui pattini del velivolo durante i dieci minuti di trasbordo dalla foresta all’aeroporto di Kiunga. Qui, è nuovamente preparato alla tappa successiva fino a Kaluku, ai confini dello Tsavo, dove lo attende con trepidazione l’intero staff del David Sheldrick Wildlife Trust.

Il nuovo arrivato, inizialmente considerato di sesso maschile e battezzato col nome di “Humphrey”, è affidato alle cure di un neo “mamma”, vale a dire Frans, direttore per le operazioni di campo che nel corso del tempo ha ricoperto svariati ruoli. Tuttavia, assumersi in carica un cucciolo d’ippopotamo resta indiscutibilmente un nuovo territorio, una sfida che Frans è pronto a intraprendere!

Sollecitamente srotolato e liberato della sua coperta umida, scrostata la patina di fango, il piccolo appare ustionato e disidratato, malgrado ciò, le cure per stabilizzarlo ottengono gli esiti sperati. Per Frans si prepara una lunga notte, assistendo un cucciolo impaurito sotto una doccia in continua esecuzione per mantenerlo impregnato a una temperatura costante. Il giorno successivo i guardiani predispongono anche una scuderia “personalizzata” con tanto di “piscina” (una buca d’acqua, dove potrà facilmente rinfrescarsi).

“Humphrey” che intanto è diventata “Humpty” (non essendo un “lui” ma una “lei”), mostra segni di totale attaccamento al suo custode: lo segue ovunque docile e fiduciosa; le sue condizioni migliorano visibilmente, rivelando altresì una propensione di dolcezza e familiarità per l’intero nucleo umano e animale di Kalaku, senza esclusioni. Humpty si trasforma in mascotte del DSWT. La sua storia varca i confini del Kenya, è una storia toccante ed emblematica sul recupero del wildlife in Africa, un continente alle prese con nuove minacce globali quali cambiamenti climatici e siccità, scomparsa della fauna selvatica, mentre si moltiplicano cacciatori di trofei senza scrupoli e bracconieri armati di AK74.

Il mondo intero si commuove per il cucciolo d’ippopotamo strappato al fango e della sua lotta per la vita.

“Lei ha illuminato le nostre vite e sembra così ingiusto che il destino debba privare Humpty di un futuro. Questa perdita improvvisa ci lascia devastati; con suoi modi incantati e unici Humpty ha commosso migliaia di persone, non soltanto chi è stato coinvolto nel suo salvataggio e nelle cure… Il conforto che traiamo è sapere che la sua breve vita non avrebbe potuto essere più felice, che la sua presenza lascerà un ricordo indelebile nel nostro orfanatrofio di Kaluku…”.

Angela Sheldrick (Ceo del DSWT).

Humpty non rappresenta la sola creatura – simbolo del Trust: femmine d’elefanti e rinoceronti se non vittime della selezione naturale, finiscono sotto i colpi del bracconaggio, i piccoli, privi di protezione se non accettati o “adottati” dal branco, non hanno alcuna aspettativa di sopravvivenza. L’intervento delle unità mobili e l’organizzazione interna di questi meravigliosi volontari, convoglia gli orfani in ciò che diventerà un amorevole percorso di “svezzamento” fino al reintegro negli habitat originari. Quest’ultima fase avviene progressivamente, secondo gli studi e conoscenze sul comportamento in cattività portati avanti dal compianto David Sheldrick, pioneristico “Wilderness Guardian” allo Tsavo e da sua moglie, Daphne.

Tra nuovi amici, piscina personalizzata e la stanza da letto di Frans (dove lei reclama di dormire), in un variegato status di socialità e protezione, Humpty riscopre quindi la gioia di vivere in attesa del ritorno “a casa”. Una restituzione che madre natura attenderà invano: infatti, nella notte del 7 maggio scorso, dopo un’ordinaria giornata con bagnetto serale, la piccola d’ippopotamo muore inaspettatamente. Non basta il pronto intervento veterinario del Kenya Wildlife Service e del Dott. Poghon, né i tentativi disperati per l’intero team di soccorso medico; Humpty se ne va senza una ragione plausibile, né un segnale apparente di disagio.

GLI OSPITI DELL’ ORFANOTROFIO

Nell’ orfanotrofio Sheldrick sono ospitati piccoli di rinoceronti, bufali, facoceri, zebre, svariate specie d’antilopi autoctone: impala, cudù, eland, cefalofi azzurri, dikdik madoqua. Persino due giovani struzzi, Pea e Pod, sono diventati parte integrante dell’Unità Nursery. Pare sia nata un’incantevole amicizia fra gli allampanati pennuti e gli elefantini. A loro si è unito Kiko, un cucciolo di giraffa; sembra anche che questo strampalato gruppo non riesca mai a separarsi, avvalorando la tesi che dal comportamento animale molta umanità potrebbe trarre insegnamento se non altro su paludati concetti di convivenza e integrazione.

C’è l’elefantino Mteto di dieci mesi appena, rinvenuto nei pressi del villaggio Masai di Mtito Andei, accanto alla carcassa della madre cui sono state asportate le zanne per l’avorio. Difficile restare controllati ed efficaci in situazioni di tale sofferenza, come racconta Angela Sheldrick: “Dinanzi a scene simili non si può fare a meno di riflettere su ciò che deve aver provato nei giorni e nelle notti precedenti al suo recupero, da solo e vulnerabile, accanto al corpo straziato della madre. Quando le squadre arrivano sul posto, trovano questi cuccioli atterriti e potenzialmente aggressivi. Ma gli elefanti sono creature straordinariamente intelligenti, basta davvero poco perché si acquietino, intuiscano in qualche modo che siamo lì per aiutarli…”.

C’è Eleonor, la matriarca, fra le prime a essere portata in salvo (a oggi, più di 400 elefanti hanno sostato nell’orfanotrofio), con la quale Daphne Sheldrik stabilisce un feedback intensamente viscerale ed empatico: “Sono gli animali che più si avvicinano a quelle che noi definiamo caratteristiche umane, racchiusi in un’aura che ci raggiunge in modo misterioso e trascendente…”.

Infine c’è Olmeg. Profondamente sensibile e passibile dell’ammirazione altrui, “un personaggio complesso”, spiega Angela Sheldrick, essendo il più robusto e il più “vecchio” fra gli elefanti, Olmeg ha incondizionata adorazione dagli orfani più giovani e inesperti. Può apparire come un’esagerazione, ma le comunità di questi proboscidati seguono regole molto articolate: non è raro osservare il modo in cui i piccoli elefanti maschi stabiliscano un rango e un “eroe – culto” fra gli anziani. Olmeg è una sorta di “boss” della Nursery, capo prescelto all’unanimità.

Sarà l’autopsia a svelare che nulla avrebbe potuto salvarla: il suo intestino appare completamente contorto e il perché avvenga questa complicazione rimane, purtroppo, un mistero. Imputabile, forse, la vegetazione abbondante, ricca di minerali che si sviluppa a seguito di copiose piogge torrenziali; non è mai del tutto chiaro il motivo di un imprevisto fatale che può colpire gli animali in tenera età.

Tracce della sua presenza sono le impronte tra la scuderia e la pozza d’acqua. Stringono il cuore di Frans e dell’intero personale che presta la sua opera nel DSWT. Humpty, lascia un vuoto enorme, un ricordo dolce e straziante, eppure il lavoro appassionato di un precursore della conservazione come David Sheldrick, l’orfanotrofio e il team no profit creati in sua memoria da sua moglie Daphne, hanno reso lo Tsavo East famoso nel mondo per il programma di riabilitazione destinato alla fauna selvatica.

LE ANALOGIE TRA UOMO ED ELEFANTE

Singolari alcune similitudini tra elefanti e uomo. La durata della vita, per esempio (un cucciolo arriva alla maturità a vent’anni circa), la sensibilità nei confronti della famiglia e la comunità, il senso della morte. Gli elefanti mostrano molte delle nostre emozioni peculiari, possono essere allegri, tristi, demoralizzati. Esprimono invidie, gelosie, capricci, sviluppano un feroce senso di competitività, oppure farsi collaborativi. Si addolorano per la perdita dei propri cari, versano lacrime, soffrono, si deprimono. Hanno il senso della compassione nei confronti dei propri simili e di altre specie. Si aiutano l’un l’altro nelle avversità “E se li conosci molto bene, ti accorgi di quanto siano capaci di sorridere, divertirsi, essere felici”.

I tratti che non si ravvisano nelle limitate capacità umane, sono gli infrasuoni a lungo raggio (gli elefanti adottano eccezionali “strategie comunicative” a noi oscure), udito sofisticato (riescono a percepire anche un rumore di passi in lontananza) e ovviamente, una memoria che supera notevolmente la nostra, ampliandosi per l’intero arco della loro vita.

Moltissimi esemplari sono stati reintegrati con successo, sebbene cresciuti in ambienti forse non rispondenti alle loro attitudini. All’attività di recupero si affianca una preziosissima mole d’informazioni per gestazione, tassi di crescita, preferenze alimentari, malattie, struttura sociale, evoluzione in habitat ordinari o permanenza in cattività. Per i piccoli degli elefanti, Daphne Sheldrick ha sperimentato (con risultati ottimali), una particolare composizione del latte che permette l’aumento del peso, la crescita e la sopravvivenza. Si è studiato a fondo il rapporto che si stabilisce fra due razze diverse, quella umana con gli animali, ciò ha dato fiducia gli uni negli altri.

A un centinaio di visitatori in orari prestabiliti, il DSWT offre la possibilità e il piacere d’osservare i cuccioli e interagire con loro.

Resta un fattore importante, che questo immane compito insieme al rapporto tra uomo e natura selvaggia, non si interrompa, ma continui a rafforzarsi su basi concrete: reprimere a livello internazionale la piaga del bracconaggio applicando normative ad hoc, prefiggersi una cultura rivoluzionaria che rigetti le disparità fra diverse specie viventi, nel rispetto degli animali e dei loro habitat.

A special thanks to The David Sheldrick Wildlife Trust staff of Nairobi (Kenya) and to Miss Angela Sheldrick,  DSWT Ceo.