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Moonhole: utopia e natura.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

A Bequia, nell’arcipelago delle Granadine, la luna illumina un arco di roccia vulcanica, le curve di porte e finestre, fino a tratteggiare un eccentrico edificio lambito dal mare e scavato nella pietra naturale dei Caraibi, una fortezza in rovina a guardia di un paradiso perduto. Le sue stanze sono vuote, come uno spazio eretto ma abbandonato da anni. Eppure, Moonhole non evoca soltanto una visione incantata opponendosi al tempo e alla solitudine, ma ha anche un’emblematica storia da raccontare.

Un lavoro a New York nel mondo della pubblicità, una vita brillante piena d’amici e ciò nonostante alla fine degli anni Cinquanta, i coniugi Thomas e Gladys Johnston decisero di lasciare tutto e trasferirsi su un isolotto sperduto fra le isole caraibiche, eden selvaggio di spiagge incontaminate privo di strutture ricettive al contrario della vicina Mustique, meta chic e di tendenza per personaggi famosi e ricchi vacanzieri.

A Bequia la coppia prende in gestione una modesta locanda di nove camere e stringe amicizia con una famiglia locale, proprietaria del versante occidentale, il più impervio e incontaminato dell’isola, raggiungibile via mare o attraverso un sentiero scosceso intercalato da scogliere. Ed è proprio lì, indifferente e separata dal mondo che spunta una roccia chiamata Moonhole, ieri come oggi con la luna crescente che sembra bloccarsi dentro un imponente arco naturale: un’immagine di tale suggestione difficile da descrivere.

L’arco ispira fortemente la visione ecologista di Thomas Johnston che decide d’acquistare i dodici ettari di terreno, dunque, l’intera zona disabitata e di costruirvi sotto, quasi per capriccio personale, una casa che s’integri nello scenario ambientale. E nel frattempo che i coniugi abitano già a Moonhole come novelli Robinson Crusoe, i materiali di costruzione arrivano e si riciclano, non senza fatica da ogni parte dell’isola, insieme ai viveri per tirare avanti.

L’ex pubblicitario newyorchese non ha nozioni d’architettura, né d’ingegneria, ma una sua filosofia: “Una casa non è lì per essere ammirata, ma progettata in modo che i suoi occupanti possano rivolgere lo sguardo all’esterno, sentendosi proiettati fuori, godendo del paesaggio naturale, del mondo”.

Moonhole sarà costruita come un articolato fortilizio aperto sulla natura, con gli interni separati da gradinate che ruotano intorno alla roccia viva fino al mare. Ecco, per esempio, la “Camera della Balena” perché destandosi al mattino “senza neanche sollevare la testa dal proprio letto” s’intravedono i cetacei rimbalzare, al largo, attraverso grandi finestre senza vetri.

Non c’è energia elettrica ma pannelli solari, l’acqua è quella piovana raccolta in cisterne, molti ambienti sono privi di pareti in muratura costruiti intorno agli alberi o a uno spigolo roccioso.

L’interior design? Materiali riciclati dai naufragi: legname per farne pavimenti, catene di vecchie ancore a mo’ di balaustra… insomma tutto ciò che è possibile riqualificare e trasformare, serve al nuovo “borgo” per allestirlo con gusto e parsimonia. In questa fase, sull’isola di Bequia vale l’affermazione di Tom: “Non si butta via niente, si vende ai Johnston”.

Così la casa di Moonhole si barbica sotto l’arco naturale di un’isola caraibica, nel frattempo parenti e amici vengono dagli Stati Uniti per visitare la coppia e molti s’innamorano di questo stile di vita e del luogo, attirando anche l’attenzione di testate giornalistiche come il New York Times e il National Geographic. In uno spirito d’emulazione le persone chiedono ai Johnston di creare per loro abitazioni simili in altre zone spopolate dell’isola. Nel 1964 Tom diede vita alla Moonhole Company Limited, con lo scopo di difendere e sviluppare l’intera proprietà, convogliare scrittori, artisti, amici a mollare la loro vita e allontanarsi da tutto. In trent’anni la società costruisce sedici case, uffici, alloggi per il personale, una sorta di arena dove riunirsi con la gente del posto, ogni domenica.

Nonostante l’inatteso sviluppo immobiliare, Tom e Gladys non rinunceranno mai al loro “credo” profondamente ecologista: le dimore sono intimamente legate alla natura circostante, non si abbatte neanche un albero, non si scava nel terreno, non ci sono barriere fra interno ed esterno. Mai nulla è stato fatto per rendere praticabile la strada che conduce alle proprietà. Per chi reclama una casa a Bequia, si richiede fermamente d’attenersi a regole ferree e fidarsi fino in fondo. Una di queste, include il coinvolgimento degli aborigeni sostenendo lavoro, assicurazione medica, spese scolastiche.

Thomas Johnston muore nel 2001, sua moglie Gladys poco dopo. La disposizione testamentaria per la Moonhole Company Ltd esprime la volontà a preservare integralmente “l’architettura unica, lo stile di vita e la visione dei Johnston”, ma in realtà come spesso accade, le cose vanno diversamente. Gli altri possidenti sono deceduti o troppo anziani per tornarci; coloro che ereditano le proprietà appartengono a una generazione meno sognatrice e idealista, più propensa all’aspetto “pratico ed economico” del loro lascito. C’è chi cerca d’ottenere il controllo della Compagnia intentando cause civili, come lo stesso figlio dei Johnston che contesta la volontà del padre. Le abitazioni su roccia e alberi si avviano a essere modificate in modo totalmente contrastante alla visione originale di Tom. Moonhole, senza la sua guida e il suo interesse, comincia a cadere in rovina e la villa scavata nella roccia, sotto quell’arco magico che cattura i raggi lunari, è ormai talmente trascurata da diventare inagibile.

Scrive il New York Times: “È un eccentrico sviluppo di 19 case orientato ecologicamente e costruito in pietra nativa, con accenti d’osso di balena, sulle ripide colline della punta meridionale dell’isola. Il nome deriva da un arco naturale svettante sulla riva attraverso il quale si vede la luna quando il cielo è terso. Gli ossi di balena, resti di caccia aborigena da parte degli isolani, sono abbastanza grandi da funzionare come elementi architettonici. Le case, che si basano su energia solare, acqua piovana e serbatoi di propano, sono per lo più fantasiose. Potrebbe essere un buon affare, rimettere tutto in sesto…”.

Oggi, le case rammodernate e rese più funzionali sono in vendita a prezzi altisonanti, fino a quasi due milioni di euro. I ricavi consentono alla Compagnia e alla comunità locale di mantenersi e preservare l’ambiente marino e terrestre. La Moonhole Company tiene a precisare che questa parte di Bequia è un’oasi privata da preservare e gestita come tale, non come destinazione turistica. Forse l’utopia dei Johnston serba ancora una chance, forse… ma è certo che solo pochi visionari abbastanza vicini al paradiso terrestre, riescono a capire cosa intendesse Proust nell’asserto: “I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”.

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Nel ventre dell’oceano.

Liliana Adamo per InNatura magazine

La “signora degli squali”, Cristina Zenato, ci parla di un’ulteriore passione: l’esplorazione delle cavità sottomarine, habitat quasi sconosciuti, una sfida per la subacquea “tecnica” e per se stessi.

Stalattiti, stalagmiti, flora e fauna sopravvivono nell’oscurità, non visibili in nessun luogo alla luce del sole, né su fondali aperti. In mare, le grotte restano quasi del tutto un enigma per l’esploratore e il desiderio di penetrarvi, una vera sfida per la subacquea moderna. La loro struttura morfologica è singolare, nel caso di grotte profonde e ristrette con lunghe gallerie l’immersione diventa pressoché rischiosa, per vari motivi: non si può riemergere direttamente in superficie ed essendo le vie d’uscita a notevoli distanze, il subacqueo avrà bisogno d’ossigeno a sufficienza per eventuali emergenze, essere munito quindi, di una quantità adeguata di bombole.

Considerato alla stregua di un campione di sport estremi, in realtà, lo speleo sub non può permettersi errori, né leggerezze. L’addestramento non sarà mai abbastanza; scarsa visibilità dovuta ai sedimenti rimossi dal passaggio umano, strettoie con laminatoi e altri ostacoli, possono far sì che sia arduo perfino muoversi o perdere l’orientamento. In un ambiente buio ed estraneo in cui solo la sommità è raggiunta da luce naturale filtrata dall’acqua, l’unico espediente è dato da fonti artificiali sul casco o attraverso le torce. Può succedere, in alcuni punti, che si ritenga necessario spingere le bombole per oltrepassare senza sbattere, oppure disporle col metodo all’inglese, cioè ai lati del corpo. Possono pervenire forti correnti, verificarsi crolli causati da bolle in erogatore; possono esserci sifoni o sorgenti attraverso i cunicoli. In questi casi, l’immersione sarà condotta in modo diverso, per evitare affaticamento e consumo extra d’ossigeno. Per ogni evento, tutti i settori richiederanno un’esperienza subacquea reale, tecniche e accortezze più volte studiate. Una buona preparazione può risolvere momenti di difficoltà, restare calmi e lucidi equivale, qualche volta, a salvarsi la vita.

Dai cenote all’Arco fatale.

Formatesi in lontanissime ere geologiche, intricate e oscure, sommerse dall’acqua eppure ricche di vita e di creature aliene, vuoi per scarsa conoscenza o sensazioni claustrofobiche, le grotte restano visitabili solo da specialisti ben addestrati, pur attraendo moltissimi subacquei.

In Messico, è stata scoperta una fitta rete di collegamenti tra i cenote, pari a centinaia di chilometri; in prossimità di Tulum, si trova un sistema sotterraneo di corsi d’acqua e dunque, ancora cenote: il Carwash, il Gran Calavera, il Naval, i bellissimi Cristal, l’Escondido.  L’esplorazione subacquea dell’intero sistema sotterraneo del Quintana Roo è relativamente recente, tra la fine degli anni Settanta e Ottanta. I quattro sistemi di caverne più lunghe dell’intero pianeta si trovano proprio qui, a Ox Be Ha, dove, i Tre Sentieri D’acqua, hanno raggiunto una mappatura per più di 134 chilometri.

Situato lungo l’arida costa del Mar Rosso, in Sud Sinai (Egitto), il Blue Hole di Dahab, altro “buco” fra i più temuti e affascinanti, cela una grande dolina subacquea carsica, spettacolare punto d’immersione ritenuto il più pericoloso al mondo. Nel blu profondo, una grande voragine circolare con pareti ricche di stalattiti e bizzarre formazioni rocciose, habitat per coralli luminescenti e microorganismi, induce spesso i subacquei a oltrepassare i 40 metri per raggiungere un lungo passaggio di curvatura, chiamato Arco. Questa spaccatura che collega il Blue Hole al mare aperto è a circa 60 metri di profondità, ma per annullarne il distacco, le conseguenze sono spesso fatali e l’insorgere della narcosi d’azoto spinge ancora di più verso l’abisso. Nascosto nel punto di vista d’entrata, l’Arco è difficile da trovare. Per di più, la corrente contraria rende arduo il passaggio, non essendoci punti di riferimento precisi. Molte persone sono state ingannate, pensando di trovarlo a poche bracciate di distanza.

Cave exploration Bahamas_Paige Colwell

Una mission complessa.

PADI Course Director, NSS_CDS Full Cave Instructor, EFR Instructor Trainer, TDI Extended Range Instructor, dietro questi acronimi, c’è una donna di carattere e passioni non comuni: Cristina Zenato, italiana, cresciuta in Africa, trapiantata a Bahamas, ambasciatrice degli squali (con i quali riesce a interagire, alternando passione, competenza e dolcezza), esperta nell’esplorazione delle grotte in immersione.

Una mission complessa la sua: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, Cristina punta sistematicamente alla protezione del mare, dei suoi diversi ambienti, delle creature che lo abitano, con metodi legati a preparazione teorica ed esperienza diretta.

Cristina Zenato

Prestare attenzione a una pratica così affascinante ma difficile, è di base, la sua prima regola: Le grotte sono sistemi delicati, hanno bisogno di persone specializzate e attente, al contempo possono farsi pericolose se si entra privi di preparazione e attrezzature giuste, oltre a una mentalità adeguata….  C’è bisogno di concentrazione, attenzione al dettaglio, umiltà e capacità di dire, oggi no, ci si può tornare domani. Oltre che equipaggiamento e tecnica, senza preparazione fisica e mentale, si rischia di compiere azioni che possono compromettere la propria vita e quella degli altri; non è la grotta a uccidere, ma chi vi entra senza le giuste precauzioni.

In questa particolare attività subacquea, il consumo d’ossigeno e la durata delle tappe di decompressione aumentano con la profondità e mai alcun limite programmato prima dovrà essere modificato o alterato. L’effetto narcosi da azoto è pericolosissimo perché l’ossigeno può esaurirsi prima della risalita in superficie. Vale la regola più comune, quella dei terzi. Un terzo della riserva andrà utilizzato per la discesa, un terzo per la risalita, un terzo per gli imprevisti.

Conservazione di un ecosistema delicato.

CaveSurvey_JillHeinerth

Chiedo a Cristina Zenato: “Perché le grotte?”

Fondamentalmente a me piace essere in grotta. Il tempo sembra sospeso, come se tornassi indietro di vent’anni quando non esisteva la distruzione della barriera corallina, poiché ne ho vissuti ventitré, qui a Bahamas… T’immergi nell’oscurità più profonda e il tempo assume un diverso andamento.  La grotta induce a concentrarsi, assorbe ciò che di superfluo appartiene alla società in superficie, t’isola dal resto, tutto è convogliato su te stessa e sull’ambiente circostante.

 Le grotte di Bahamas sono preziosissime all’intero ecosistema, perché fonti d’acqua dolce per le isole, una porta sulle mangrovie, necessarie alla riproduzione di tantissimi organismi, inclusi gli squali. Proteggendo le grotte, si preservano acqua, oceani, mangrovie, tantissime specie viventi.

 Vedo le grotte come un vecchio volume del tempo, un manoscritto che si apre ai nostri occhi sulla storia della terra e che racconta ciò che è successo tanto tempo prima di noi, durante noi e che ancora succederà, dopo di noi. Come un termometro sulla salute del pianeta, da sempre così inalterate, ogni minimo cambiamento è percettibile e comprovabile. Il loro habitat è casa di creature straordinarie, da fantascienza, le grotte sono davvero universi magici, separate dal mondo visibile e tangibile, belle e imperscrutabili, meno esplorate della luna.

 La teoria della contaminazione che viaggia sottoterra.

Light and darkness_Luca F Demi

All’interno del Parco Nazionale Lucayan, nei pressi di Freeport, Grand Bahamas, ricca di stalagmiti, conchiglie fossili, bivalvi e sei diverse strutture di biocenosi, la Ben’s Cave è la più importante – ed emozionante – per un sistema di grotte esteso orizzontalmente in nove miglia sott’acqua, fra i più grandi al mondo.

Cristina Zenato ricorda: Ho scoperto le grotte di Bahamas durante la mia 11sima immersione, mentre seguivo un tour nella famosa Ben’s Cave. Ho provato subito una sensazione di leggerezza e distacco dal mondo, superando la caverna, procedendo oltre per esplorarla, mi sentivo come sospesa nel nulla…

Nel 1996 due anni dopo il brevetto base, mi recai in Florida per ottenere una preparazione e una qualifica come speleo sub, tornando poi alle Bahamas e sperimentare le mie prime immersioni. All’epoca, non c’erano persone brevettate o istruttori cui riferirsi, quindi mi trovai nella posizione di fare tutto da sola, con le dovute cautele. Finché non mi affiancai al direttore educativo della NSS-CDS, vale a dire l’agenzia d’addestramento per le grotte, diventando un’istruttrice vera e propria nel 2000, dopo notevoli sacrifici dal punto di vista personale ed economico.

Nel frattempo, ho raggiunto alcuni obiettivi: per esempio, tra il 2009 e il 2011, ricavando la mappa della Ben’s Cave, la prima che avessi mai fatto, una grotta di oltre dieci chilometri di sagole (cavetti di canapa costituiti da elementi torti o intrecciati, le sagole sono usate in marina per alzare bandiere o segnali), quando, prima di allora la protezione era riservata solo all’entrata. Altro progetto che mi ero messa in testa di portare a termine, è stato quello d’esplorare e comprovare la connessione fra due grotte, questo fra il 2008 e il 2012. Le due cavità sottomarine, situate una in mare aperto, l’altra sulla terraferma, sembravano non avere nessun punto di contatto, o almeno così si credeva fino a quando non ho dimostrato il contrario. Quest’impresa mi ha aiutato a dimostrare la teoria della contaminazione che viaggia sottoterra, dunque a rendere più forte la richiesta di proteggere Ben’s Cave.

Light trough the darkness_Fan Ping

In cosa consiste questa teoria? In pratica, l’acqua filtra attraverso il terreno e le rocce carsiche seguendo il senso di gravità da un punto più alto a quello più basso, creando fiumi sotterranei, i quali tracimano tutto ciò che d’inquinato e sporco noi produciamo sulla superficie e anche sotto. Non ci sono limiti all’inquinamento, anche se, illusoriamente sembra essere distante dall’area che si vuole proteggere.

Fra il 2012 e il 2015, il mio lavoro si è protratto senza soste, perlustrando grotte diverse per poi proseguire con corsi d’aggiornamento corredati da nuove tecniche. L’esplorazione di un sistema a est dell’isola principale di Grand Bahama ha permesso d’inserire questa zona in un programma di protezione totale prevista dal governo, con la promessa di una tutela pertinente del 20% in più nel territorio di Bahamas, acqua o terra che sia, entro il 2020.

Un grazie particolare a Cristina Zenato.

Viaggio in Botswana: paradiso senza confini.

Liliana Adamo per Latitude180.

Viaggio in Botswana: vivi con noi un’immersione totale dentro la natura senza confini.

Il Delta dell’Okavango, i parchi nazionali in cui sembra d’essere circondati solo da animali selvaggi, le migrazioni di Makgadikgadi, l’enigma del Savutè Channel, l’aura spirituale di Tsodilo, le grotte preistoriche di Gewihaba: ogni particolare ci svela un Botswana come terra senza confini, dove riconciliarsi con la natura.

…  “Si è completamente soli là fuori, con gli echi e i riverberi d’Africa che ti separano da ciò che conoscevi – soli con se stessi, il bush, gli animali selvaggi. Un mondo nuovo attende d’essere esplorato.”
Un’esperienza unica attende solo d’essere vissuta…

http://www.latitude180.travel/natura/144-viaggio-in-botswana-paradiso-naturalistico-senza-confini

 

Wadi El Gemal, fra mare e deserto.

Liliana Adamo, reportage per InNatura magazine

Un lembo di terra e mare isolato dal resto del mondo, ricchissimo di biodiversità. Parco nazionale dal 2003, il Wadi El Gemal rivela una natura sorprendente e  segreti millenari.

 

Il Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), all’estremo sud del Mar Rosso fra Marsa Alam e la mitica Berenice a lambire il confine con il Sudan, copre settemilacinquecento chilometri quadrati di litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne ed è forse il più grande wadi esistente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare l’acqua dai rilievi verso la costa, la quale, tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo. E’ questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato; un impervio, selvaggio paradiso fatto di acqua e sabbia.

Un organismo morfologico di acqua e sabbia.

Cos’è un wadi? E’ il letto di un fiume in apparenza arido, un bacino di sabbia che si forma nelle grandi distese sahariane, quasi un canyon su cui, un tempo, scorreva un corso d’acqua; si riempie quando subisce forti piogge, ma l’acqua può raccogliersi anche percolando dalle montagne. Solo i beduini, abitanti del deserto, sanno dove sgorgano le sorgenti, conoscono il punto preciso dove l’acqua può tornare in superficie. E dunque, fra wadi millenari, altipiani rocciosi, montagne d’origine vulcanica dove riappaiono antichissime città avvolte nel mistero, torna utile acquisire alcuni gerghi in uso: le oasi si chiamano jennat, le grandi dune di sabbia, erg, la sorgente sotterranea o la pozza d’acqua piovana che si sedimenta tra le rocce si chiama guelta, hammada è la piana rocciosa perpendicolare segmentata da fenditure e ricoperta da una crosta secca e friabile, hofra è il nome dato alle depressioni, le più note si chiamano chott e sono bacini inariditi di acque saline.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi per l’estrazione (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, città romana dove gli smeraldi si scavavano dalle montagne, erano dislocati verso il Nilo poi ad Alessandria per giungere attraverso il Mediterraneo, nella Roma imperiale. Le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, scolpite nella roccia ocra, si stagliano in uno spazio rarefatto di silenzio e suggestione.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Molti di loro, gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, a radunare greggi di capre muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Ababda sono le guide che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, il personale dei pochi alberghi, dell’eco resort nella zona. Eppure, tuttora essi si definiscono “figli di Jinn”, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari di un’uguale identità fin dall’era romana.

Da Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, gli Ababda hanno popolato queste regioni da tempo immemore guardando l’ascesa e il declino d’intere civiltà, le hanno attraversate sentendosi isolati e respinti: dagli antichi Egizi, Greci, Romani, ai Turchi e così via.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni a tutti i popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento sono simili ai sudanesi che considerano i loro parenti più stretti. Sono magri, elastici, la loro pelle è più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati e pure eleganti; non si lamentano mai, non litigano mai fra loro. Trasudano una calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace. La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda. Suonano il tampura a cinque corde, una specie di semplice chitarra o lira o altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti che possono essere utilizzati a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo. La musica dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno.

Regno degli uccelli e del reef.
Foto di Liliana Adamo.

Il Mar Rosso offre spettacoli unici al mondo; incuneato in un profondo vuoto, fra i tavolati arcaici d’Arabia e Africa, è parte di quel grandioso allineamento di fosse tettoniche estese dalla Siria e dal Mar Morto fino all’equatore africano. Le perturbazioni che nel Terziario diedero origine a fratture e dislocazioni varie, furono accompagnate da un’intensa attività vulcanica, come documentano le formazioni insulari e costiere a sud del 14° parallelo. In alcuni tratti (lungo la penisola del Sinai, per esempio), suoi litorali possono essere rocciosi, in altri, aridi e pianeggianti, costituiti da sabbie e banchi madreporici. Dietro il litorale, il paesaggio diventa quasi lunare, un susseguirsi d’alture riarse che, al tramonto, assumono colori fra il rosa e l’antracite (grazie ai contenuti d’ossidi di ferro), lunghi orli montuosi, altipiani retrostanti e secche vallate. Le piogge, ragguardevoli seppur scarse favoriscono diverse specie di piante xerofile. Il Mar Rosso è caldo, la sua salinità (più del 40%), è la più alta rispetto a qualsiasi altro mare aperto verso l’oceano, ma ciò che lo rende davvero incomparabile è l’insieme di creature che lo abita, la bellezza dei suoi reef: il giardino di Allah, per gli arabi, il corridoio delle meraviglie per Jacques Cousteau.

Oltre 1200 varietà di pesci, delfini e squali, 25 specie di madrepore, gorgonie, coralli molli vivono e si riproducono in un giardino sommerso pari a uno straordinario mondo alieno. Le barriere del Mar Rosso si mantengono sostanzialmente in buona salute, senza patire il rialzo termico delle acque oceaniche il cui picco si è verificato nel 1998 deteriorando i reef maldiviani (il famoso “sbiancamento” dei coralli).

Il parco nazionale del Wadi El Gemal racchiude in sé tutte queste caratteristiche ma il silenzio d’echi lontani, il distacco e l’isolamento dal resto del mondo qui diventano ancora più persistenti: ciò che si prova è un senso di purezza primordiale, di pace e tranquillità, solo il rumore della risacca e del vento. Ogni tanto vedi un cane, qualcuno che passa ti rivolge un saluto, ci sono mandrie di dromedari liberi, greggi di capre, ovunque arbusti seccati dal sole, conchiglie portate dal mare, assenza d’inquinamento atmosferico, luminoso, acustico.

Foto di Liliana Adamo.
Foto di Liliana Adamo.

E ci sono gli uccelli. Tanti, variegati e mai timorosi. Ho vissuto quindici giorni in compagnia del falco pescatore che aveva nidificato accanto alla mia camera, in un oblò del fabbricato adiacente. Ho avuto modo d’osservarlo a lungo e capire le sue abitudini. Gli uccelli sono tra i protagonisti del Wadi El Gemal; i momenti migliori per le osservazioni sono le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio, nei mesi primaverili (marzo/maggio) e in quelli autunnali (settembre/novembre), quando le specie stanziali si aggiungono a quelle migranti che sorvolano le coste del Mar Rosso, passando sul territorio del parco. Eterei aironi bianchi (Egretta gularis) sostano sul bagnasciuga muovendosi con circospezione ed eleganza. Squadriglie di rari gabbiani occhi bianchi (Larus  leucophtalmus) e quelli dal collare (Larus hemprichii), formano triangoli isoscele alati sulle isolette di sabbia bianca che emergono con la bassa marea, solitarie sterne guance bianche (Sterna repressa) e tortore dal collare orientale si dissetano nelle piscine dei resort insieme ai pochi bagnanti, ma gli esemplari sono numerosissimi, arduo farne un elenco.

Di ritorno a casa, in aereo, ripensando a tanta bellezza, rifletto sulla richiesta di Ayman Qarabawy Mi piacerebbe una tenda nel deserto… per accogliere gli ospiti. Forse per il prossimo anno… Una tenda nel deserto e il resto intatto.

 L’Intervista.
Foto di Liliana Adamo.

Incontro Ayman Qarabawy, ranger capo per il Wadi El Gemal National Park, presso un edificio di legno sulla spiaggia, circondato da palmizi che smorzano il sole e gli sbuffi del khamsin (il vento polveroso che spira sul Mar Rosso). All’interno, c’è il suo ufficio: una vecchia scrivania, un ventilatore, una macchinetta per le bibite, una panca, qualche sedia, scansie per l’archivio. Una donna completamente vestita di nero mi rivolge un lieve cenno del capo e io le rispondo in arabo. Dopo le formalità, Ayman m’invita a entrare in una grande tenda che si trova nelle vicinanze, dietro capannoni adibiti a serre. Alla presenza di un taciturno Ababda/ barman intento a preparare un caffè sul carbone vivo, mi fa accomodare su tappeti e cuscini messi alla rinfusa; benché la posizione sia un po’ scomoda, certamente informale per un’intervista, iniziamo a parlare; ma prima, Ayman vuole mostrarmi il vero rituale del caffè che si svolge fra un ospite e i beduini.

Bere caffè in compagnia è usanza che esprime socializzazione e accoglienza, la preparazione del djabana è sempre un momento speciale. Il nostro, ripone i chicchi di caffè ancora grezzi e verdi in un piccolo scaldino e li fa arrostire sul fuoco delle braci. Sento il tintinnio dei semi e una forte fragranza si sparge nel chiuso della tenda. L’Ababda macina i semi caldi in un mortaio di legno, aggiungendo zucchero e zenzero dal Sudan, poi versa il composto in un fiasco di terra marrone. Questo è un oggetto cui non si separerà mai, magari la fiaschetta sarà riparata tante volte e rinforzata con fili in diversi punti, ma mai farne a meno! Ora, vi versa un po’ d’acqua richiudendo l’apertura con un pezzo di stoffa per trattenere l’aroma, la riscalda avvicinandola al fuoco e coprendola con le ceneri calde. Finalmente tutti e tre sorseggiamo il liquido scuro, profumato di zenzero, versato in piccole ciotole; il djabana è una mistura dolce e piccante. Il rituale è ripetuto più volte, finché l’ospite (cioè, la sottoscritta), non spinge indietro la coppetta con un gesto determinato.

  • Cosa differenzia il Wadi El Gemal dalle altre località del Mar Rosso, perché è così importante tutelarlo?

Perché è un regno di biodiversità unico al mondo, per il mare e le sue cinque isole, per le caratteristiche dell’entroterra: è il regno del falco pescatore e della tartaruga verde (la Chelonia myda, a rischio d’estinzione), che nidifica da maggio a settembre, delle mangrovie che trovano un humus ideale lungo la costa, dei reef, dei delfini e del dugongo.

Poi c’è il deserto nel suo straordinario habitat: anche in condizioni ardue, qui vivono la gazzella Dorcas, lo stambecco della Nubia, l’Hyrax, cammelli allo stato brado, volpi, conigli e felini selvatici.  Sono animali che sfidano un clima a volte estremo, resistendo grazie alla vegetazione presente sulla superficie arida. In realtà, il deserto del Wadi El Gemal è ricco d’acqua dolce che rimane imprigionata nel sottosuolo ed è la zona più piovosa del Sahara egiziano; le piogge si riversano da ottobre a dicembre, l’acqua percorre il deserto per oltre cinquanta chilometri fino al Mar Rosso.

  • Lei sovrintende la tutela e le attività all’interno del Parco: che tipo di apporto può dare il turismo e dal suo punto di vista cosa le piace del suo lavoro e cosa meno?

La decisione d’istituire il Parco Nazionale da parte del governo centrale, risale al 2003 (designato con IUCN di categoria II, area protetta finalizzata alla protezione di un ecosistema con possibilità di fruizione a scopo ricreativo) e pur con le dovute restrizioni, ciò è stato importante per incrementare lo sviluppo turistico. Di conseguenza, il turismo ha apportato un notevole miglioramento nel tenore di vita per i nuclei familiari degli Ababda, gli abitanti del luogo, i quali preservano le loro tradizioni millenarie compreso il senso d’ospitalità, comune a tutti i popoli d’origini nomadi.

Amo vivere qui, nel mio Parco Naturale, in uno dei luoghi più belli e intatti, mi piace pensare che ogni visitatore sia informato e rispettoso… don’t take nothing, don’t leave nothing, questo dovrebbe essere un motto valido per chiunque. Non lo è purtroppo per i bracconieri e i cacciatori a loro seguito. Mi è capitato di consegnare un gruppo di queste persone sorprese a cacciare di frodo, alle autorità locali.

  • Chi erano queste persone?

Arrivano dalla vicina Arabia Saudita o dal Kuwait, con regolari visti turistici e con yacht personali, solo che poi patteggiano con delinquenti di nazionalità egiziana per portarsi qualche trofeo di caccia a casa, soprattutto animali rari come le gazzelle Dorcas e gli stambecchi della Nubia, che finiscono per essere uccisi, trafugati e impagliati. E’ successo ma per fortuna, non avviene spesso; anche se si può pensare il contrario, le ispezioni sono ferree. Gli stessi Ababda, profondamente innamorati della natura del Wadi, sono istruiti al controllo e tengono gli occhi bene aperti. Per loro, il turismo, vale più d’ogni “regalia” a buon mercato. Noi siamo guardie ambientali ma operiamo in stretta collaborazione con i militari stanziali, sempre pronti a intervenire in caso di bisogno e per il controllo del territorio.

  • Cosa chiederebbe al governo egiziano per il “suo” Parco?

Lo Stato dovrebbe fare di più ma purtroppo oggi c’è la crisi economica… Mi piacerebbe una tenda nel deserto, comoda e spaziosa per quelle tribù che accolgono i turisti (la cena con gli Ababda si è svolta sotto un cielo stellato e con il fuoco acceso, nessuna tenda, quindi). Forse per il prossimo anno…

Si ringrazia vivamente: Silvia Bastianello, per i contatti esterni, Amr Soliman, l’uomo pesce, Ayman Qarabawy, ranger capo del Wadi El Gemal National Park,

tutti gli altri.

 

World Wildlife Day: il futuro nelle nostre mani.

Liliana Adamo per Altre Notizie.org

Chissà se ha ragione l’Assemblea generale dell’Onu ad applicare al World Wildlife Day dell’anno in corso, un unico, efficace principio: signori, il futuro delle specie selvatiche su questo pianeta è nelle nostre mani. La Giornata mondiale della natura che ricorre ogni 3 marzo dal lontano 2013, celebra la ricchezza e la bellezza delle forme di vita esistenti, eppure siamo ancora qui a enumerare animali e vegetali estinti o in via d’estinzione. A ritmo vertiginoso, ci stiamo giocando la vita e le varietà delle specie, le biodiversità e gli habitat fino ai grandi oceani e sia chiaro, a rischio anche della nostra sopravvivenza. Insieme, si dovrebbe convenire a un presupposto necessario, cambiare sostanzialmente l’approccio al problema sia culturale sia pragmatico, dandoci da fare perché non tutto è perduto.

Vogliamo rincuorarci con le buone notizie: preposta dall’Onu a officiare il dibattito sulla tutela del Wildlife, Berna, capitale della Svizzera, è sede europea più che meritevole nel rappresentare lo sforzo comune al recupero delle specie selvatiche sul proprio territorio. S’individuano i felini come varietà in pericolo nei prossimi anni, per questi mammiferi/predatori fra i più affascinanti, il target dell’estinzione è altissimo. Le cause si annoverano in perdita d’ecosistemi e mancanza di prede, conflitti con gli esseri umani, bracconaggio e commercio illegale. Nell’ultimo decennio il numero di tigri è drasticamente diminuito del 95%, per i leoni africani del 40, in vent’anni; percentuali enormi nonostante il divieto di caccia su scala globale in vigore dal 1987.

Abbiamo parlato di buone notizie ed ecco la solerte Svizzera predisporre la ripopolazione della lince europea con particolare responsabilità per la sua conservazione nell’ambiente alpino. Al mondo sussistono quaranta tipologie di felini; il più diffuso in Europa è la lince euroasiatica che raggiunge i 26 chilogrammi di peso, un’altezza dalla spalla di circa 50 centimetri. Un animale bellissimo e solitario che, per vivere, cacciare e muoversi ha bisogno di un’estensione dai 40 ai 400 km2.

Vari enti federali come l’Ufficio per la sicurezza alimentare e veterinaria (USAV), per l’Ambiente (UFAM), il Dipartimento degli affari esteri (DFAE), la segreteria CITES, si unisce a un gruppo d’esperti e conoscitori dell’Unione Internazionale per la conservazione della natura (IUCN), a discutere e pianificare in concreto maggiori tutele per le specie minacciate nei nostri confini e non solo. Per esempio, affinché la lince possa essere preservata a lungo termine in Europa, si renderà indispensabile ampliare le popolazioni attuali, gli spazi per contenerle e per questo, istituire una cooperazione transnazionale.

Per obiettivi raggiunti, ci sono dati che sembrano incoraggianti: a dispetto del picco verificatosi nel decennio, le tigri crescono di numero (prima volta nella storia), aumenta la popolazione dei panda, s’inasprisce il divieto di commercio per il pangolino (unico mammifero ricoperto di squame, suddiviso in otto specie in Africa e in Asia, tutte a rischio d’estinzione), si annullano progetti industriali in aree ritenute patrimonio naturale inestimabile, come la barriera corallina in Belize. In Messico si crea la più grande riserva marina del continente americano dopo le Galapagos e novità, la chiusura del mercato più aberrante, quello per l’avorio in Cina; dunque, grazie a regole ferree e volontà politica, qualcosa si muove.

La scienza ha capito che salvare le tigri dal rischio d’estinzione protegge altre specie, gli ecosistemi, noi stessi. I benefici “collaterali” motivano ampiamente gli investimenti fissati dal Programma globale per il loro recupero approvato a San Pietroburgo nel 2010, che ne prevede, difatti, un raddoppiamento entro il 2022.

Negli anni, sparuti gruppi di questo magnifico esemplare si sono frammentati in remote zone dell’Asia. Proteggere gli ecosistemi in cui vivono le tigri asiatiche, tutela almeno nove grandi bacini idrografici d’acqua dolce e circa 830 milioni di persone. Esattamente così! Protegge altre specie, come i rinoceronti di Sumatra, gli oranghi e un terzo degli elefanti, che si trovano a condividere il territorio delle tigri. Preservare i grandi felini appoggia indirettamente dieci siti naturali per il Patrimonio mondiale, 22 milioni d’ettari ricchi di biodiversità e le ultime foreste ancora esistenti che detengono un ruolo chiave per immagazzinare carbonio, un’arma naturale contro gli effetti del cambiamento climatico.

Secondo il South African Department of Environmental Affairs, va meglio anche per i rinoceronti del Sudafrica, si registrano meno uccisioni e più condanne per i bracconieri, anche se, onestamente non basta. L’intera comunità internazionale deve farsi carico di quest’enorme, capillare business che mira a eliminare l’intero patrimonio faunistico cancellandolo letteralmente dalla faccia della Terra, un’ignominia clandestina e subdola, una mafia cosmopolita, ramificata e potente con cui non bisognerebbe mai cedere le armi, anzi, affrontarla in modo radicale e definitivo con tutti i mezzi possibili, legislativi, repressivi, educativi. Il bracconaggio si dirige soprattutto a ridosso del Kruger National Park con maggiore concentrazione di rinoceronti; si coordina con organizzazioni criminali internazionali che hanno trasformato la fauna selvatica in via d’estinzione in un affare multimiliardario, esponendo le comunità locali a corruzione, ostilità, insicurezza, disgregandone il tessuto sociale. Emblema di questa strage è uno scatto del foto-giornalista sudafricano, Stirton che ha sconvolto e commosso il mondo intero, un rinoceronte nero, privato dei suoi corni, giace accasciato, in fin di vita in una riserva naturale.

Per salvarlo dai colpi dei bracconieri, si è arrivati a prelevarne una minoranza dalle riserve e trasferirla in una località top secret. Il progetto Brrep, che si adopera per evitarne la scomparsa, prevede fedelmente questo, una percentuale del 10% è stata catturata, sedata, trasportata in elicottero dalla provincia di Kwa Zulu in Natal fino a nord del Sudafrica, in una zona di cui non è stato reso pubblico il nome, un territorio super protetto dove il rinoceronte nero possa vivere e riprodursi.