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La valle dei cammelli e la chioma di Berenice.

Liliana Adamo per Latitude180.travel

Sul confine tra Egitto e Sudan, alle spalle del deserto orientale e del Parco Nazionale del Wadi El Gemal, il viaggio verso Berenice rivela un’antica città e un territorio selvaggio, fino a pochi anni fa interdetto ai turisti.

Non c’è nulla a Berenice che possa attrarre il turismo di massa, siamo lontani da Hurghada e Sharm el Sheik, dalla penisola del Sinai e dalla costa occidentale del Mar Rosso; non ci sono grandi catene alberghiere (nei pressi di Hamata, ex villaggio di pescatori, solo due resort fra cui uno molto spartano, più un eco-lodge), né locali, bazar, ristoranti o discoteche. A bordo di un piccolo Van, nei duecentocinquanta chilometri che la separano dall’aeroporto internazionale di Marsa Alam, gli addetti al check point segnalano il tuo arrivo a quelli che sono avanti, finché non giungi a destinazione.
L’ultima terra egiziana nel Qesm Shlatin (Governatorato del Mar Rosso), sede di una base militare e navale, con un piccolo aeroporto, fino a pochi anni fa era interdetta all’afflusso turistico e sebbene il veto sia caduto, tre ore di strada si trasformano in un viaggio estraniante, come se la sabbia ne avesse occultato la memoria storica. Il Deserto Roccioso che pare rarefarsi all’orizzonte con i suoi canyon e wadi, copre migliaia d’iscrizioni semitiche preislamiche e oro, smeraldi, minerali rari: non c’è traccia della Berenice di Belzoni, del tempio di Serapide e delle necropoli da lui rinvenute, solo spiagge bianche, mangrovie, fondali cristallini, baie incontaminate. Una e unica Berenice Trogloditica eretta sulla più antica Hemtithit intorno al 275 a.c. da Tolomeo Filadelfo che le diede il nome della madre, Berenice I; non vi è nulla se non mare e deserto, ed è in questo vuoto che si palesa tanta bellezza.

Considerando il pieno oberato della nostra esistenza, assuefatti a gadget ipertecnologici in un surplus d’informazioni e disgrazie globali, nel vuoto inerte che regna incontrastato in un’oasi strappata al mondo civilizzato, Berenice appare come una Thule nordafricana. Sulla strada verso Qesm Shlatin, mentre recuperi un check point dopo l’altro, si perde il senso del caos che lasci alle spalle, tutto sembra ricomporsi in un ordine intimo e gioioso.

Se nel mito di Thule l’iconografia indica un mostro degli abissi, una balena e un’orca, Berenice è dominata dai suoi straordinari fondali, fauna marina e delfini. Come Thule, l’isola di fuoco e ghiaccio, dall’esploratore greco Pitea collocata in un punto indefinito dell’AtlanticoBerenice che precede la linea intangibile del Tropico del Cancro, è una landa bruciata dal sole, di palme, acacie, mangrovie, sabbia e rocce, tra le ultime, inviolate spiagge del Mar Rosso, il deserto orientale prossimo al Sudan (annunciando la savana) e Shalateen, cruento mercato di cammelli che ostinatamente mi rifiuto di visitare.

Il tempo è scandito da maree e fasi lunari, nell’arco di un giorno la luce modifica lentamente lo scenario naturale fino al tramonto quando i colori sprigionano un magnetismo onirico. Oltre alla mancanza di un aeroporto internazionale, cos’è che ha preservato l’area dalla speculazione e dal turismo se non un unico, imprescindibile elemento? È il khamsin, vento caldo, opprimente e polveroso che spira sul Nord Africa, sull’Egitto, nel Sahara fino alla penisola Arabica, particolarmente forte a sud, fra il Wadi El Gemal e Berenice. Quando la risacca è regolare e il khamsin, poco più di una brezza, a Berenice regna la quiete, ma se va intensificandosi, vento e mare si coalizzano in burrasca, scandita dallo strepito dei gabbiani occhio bianco (una specie che vive esclusivamente in questo habitat). Il khamsin non è un vento monsonico, tuttavia questa combinazione meteo insieme alle alte temperature, risulta poco congeniale al turista tout court che sceglie il Mar Rosso per il reef, il clima gradevole con assenza di vento forte. Ecco perché a sud della costa la speculazione turistica non è arrivata e finché spirerà il khamsin non violerà il fascino selvaggio del luogo.

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Ho con me un libro, La Chioma di Berenice, che ho messo in valigia per un motivo ben preciso: a casa, in Italia, non riuscivo a leggerlo. Opera dello scrittore algerino Denis Guedj, ambientato nell’Alessandria tolemaica, racconta di Eratostene, astronomo, matematico, geografo e di un’ardita avventura scientifica, la misurazione della circonferenza terrestre. Senza riuscire a decifrarne il discorso e l’azione, il testo mi appariva sfuggente, andavo avanti in una lettura scollegata, tra noia e frustrazione.

Niente di più semplice di uno gnomone! Una semplice asta verticale piantata nel terreno; un uomo in piedi, una torre, un obelisco e il Faro sono altrettanti gnomoni.

Riferendosi al luogo in cui si ergeva la costruzione, il capomastro, incuriosito, chiese se si trattasse di una statua in onore di una Musa.
“Non di una Musa, ma del Sole”, rispose Eratostene.
“O piuttosto del suo contrario.”
“Della notte?” chiesero i muratori stupiti, con un cenno del capo Eratostene li disilluse.
“Che cosa genera il Sole?” domandò enigmatico.
“Luce”, rispose uno
“Calore”, fece un altro
“Sudore”, rispose un terzo, sollevando le braccia perché tutti constatassero quanto gocciolassero le sue ascelle.
“No, no, non ci siamo. Il sole genera ombra!” Si fermò, sentendo che non sarebbe stato capace di spiegar loro cosa fossero i tropici e i solstizi…

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj.

Complici il silenzio, la tranquillità o le costellazioni, messaggere di storie e miti tramandati da secoli, finalmente La Chioma di Berenice scorre con chiarezza e senza mai mancare l’incontro serale con il libro di Guedj, ho cercato di determinare quell’insieme celeste cui riferisce il mitografo greco Conone, in onore di Berenice II d’Egitto, moglie di Tolomeo III, nel cielo del sud, vicino l’Orsa Maggiore, non senza difficoltà.

Foto di Liliana Adamo

Per esempio, Comae Berenices, o Diadema è perfino più luminosa del sole, ma ci sono ventisette anni luce che separano la Terra dalla Chioma, mentre l’astro nascente a est arriva spedito su queste coste aride, impietoso e accecante. In direzione delle tre stelle della Chioma, a una lontananza siderale, splende Black Eye, un potente cumulo cosmico, l’esito di uno scontro tra due galassie che forma un’evanescente spirale di luce.

[…] Chi scrutò nell’immenso firmamento e apprese delle stelle, delle albi, dei tramonti e come il fiammeggiante lume del sole si scuri e in tempi fissi le costellazioni vengano meno nel chiarore celeste, egli vide una ciocca recisa dalla chioma di Berenice […].

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj

 

Foto di Liliana Adamo

Astronomia e biologia marina: fra i misteri di Berenice, c’è Zabargard, o Isola Rossa, ultima falda di roccia in territorio egiziano, tanto distante dalla costa quanto la galassia del Black Eye persa nel cosmo. Selvaggia e disabitata, protetta dal governo per la sua straordinaria biodiversità, Zabargard è per i subacquei, una specie di leggenda.

Chi è riuscito a raggiungerla dopo ore estenuanti di navigazione afferma di barriere coralline sbalorditive e di una fauna marina davvero unica.
Più di quarantasette sono i punti d’immersione a Berenice: facile incrociare delfini (anche quelli a “becco lungo”), tartarughe (tartarughe a scaglie e le grandi tartarughe verdi), squali martello e di barriera, murene, pesci pagliaccio, napoleone, enormi barracuda, dugonghi. Insomma, uno scrigno prezioso di vita sottomarina a portata anche di un semplice snorkeling.

A sud, nel Saint John’s Reef si ravvisa il corallo nero; nelle acque di Blumen, Maksour e Abu Galawa, madrepore, gorgonie, coralli molli. A quaranta miglia dalla costa, troverai il Dedalus Reef e l’esteso sistema corallino di Fury Shoal, mentre l’House Reef di Ras Banas si sviluppa lungo quella che chiamo la mia “caserma” o piuttosto il semplice, graziosissimo resort dove sono alloggiata. La conformazione morfologica dei fondali crea piscine naturali, con svariati pesci che le adoperano come nursery. Qui, i colori del mare si fanno iridescenti e screziati, le trasparenze assolute, nuotarvi è sublime! Ma sii gentile a muoverti con le pinne, non toccare nulla, non disturbare i suoi abitanti.
Intrepida prova se non temi correnti, né fatica, è tuffarsi dal pontile spostandosi a destra, toccando i punti d’immersione più belli – coloratissimi labirinti di coralli ciclopici – spingendosi fino alle mangrovie dove dimorano il falco pescatore e l’aquila di mare. Attraverso varchi aperti sul reef a frangente, raggiungere la spiaggia, percorrendola a ritroso e a piedi verso il resort, fra la battigia e la superficie riarsa; da provare al mattino presto, quando il mare è piatto e la calura, tollerabile.

Un’escursione nel deserto orientale è un’esperienza da non perdere: basterà un po’ di fortuna per avvistare gazzelle, il rarissimo stambecco nubiano, mandrie di cammelli allo stato brado, la volpe del deserto, piccoli conigli selvatici. Partendo dall’antica Coptos (attuale Quena, nei pressi di Luxor), a Berenice si completava la via carovaniera dei dodici giorni, attraversandola in diagonale per recare merci e cammelli ad Alessandria, sulla costa araba, fino alle antiche Indie.
Fra vento e sabbia ocra, alberi d’acacia insolitamente alti e rigogliosi, rocce policrome (ricche ancora di quei minerali preziosi che avevano attirato gli antichi Romani), canyon, gole e valli formate da coralli preistorici (“Qui arrivava il mare, fin qui…”, mi disse Omar), questa è una via già attraversata quattro anni fa e il ricordo delle sue dune al calare del sole si ferma sui “dingo” che inseguivano la nostra giovane guida, mentre lui procedeva sul quad zigzagando sulla sabbia: “Oh, adesso attenti, prego, non avere paura… loro mi conoscono”. E aspettavo di trovarmi dinanzi a jihadisti armati (la zona non è turistica e noi eravamo solo tre persone, compreso Omar) e invece erano dingo! Insomma, forse i dingo in Egitto non esistono, ma sembravano tali, sbucati da non so dove e mentre lo rincorrevano, lui accelerava all’impazzata, eclissandosi in una nuvola di polvere fra risate generali.

Lasciati i ricordi tra le dune del Gebel Elma, la riserva naturale del Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), a cento chilometri più a nord, è un intreccio di habitat diversi, nicchia ecologica unica e peculiare sulla costa del Mar Rosso. Settemilacinquecento chilometri quadrati fra litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne, il più grande wadi presente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare acqua dai rilievi verso la costa e che tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo: è questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato, un impervio paradiso d’acqua e sabbia. Niente quod come sulle dune di Berenice, ma rigorosamente safari in fuoristrada per non disturbare gli animali selvatici; questa, la sola opzione concessa dalle norme severe del parco.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi scavati nella pietra (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, dove gli smeraldi si estraevano dalle montagne per arrivare attraverso il Mediterraneo, alla Roma imperiale. Circondate dalle montagne, scolpite nella roccia in un paesaggio aspro e primitivo, le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, si ergono imponenti e suggestive.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Sono Ababda le guide autorizzate che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, anche il personale dei due alberghi e dell’eco resort nella zona.

Da tempo immemore, passando per Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, la pacifica popolazione nomade ha presidiato queste regioni assistendo all’ascesa e al declino d’intere civiltà, attraversandole pur essendo isolati e respinti. Dagli Egizi, ai Greci, ai Romani, ai Turchi e così via. Tuttora si definiscono figli di Jinn, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari della stessa identità fin dall’era romana.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni ai popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento somigliano ai sudanesi che considerano loro parenti più stretti: magri ed elastici, la pelle più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati, persino eleganti; non si lamentano, né litigano mai. Trasudano calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace.

La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda, dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno. Suonano il tampura a cinque corde, una sorta di chitarra semplice o lira e altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo.

In cerchio dinanzi a un falò improvvisato, del cibo e del tè, gli Ababda intrattengono gli ospiti venuti dalla civiltà occidentale. Il khamsin sembra essersi placato, la Chioma risplende fra tutte le costellazioni, nell’assoluta oscurità della notte nel grande deserto orientale.

Credit: un grazie a Gino Quatela per le foto subacquee.

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Namibia: nella Terra dei contrasti.

Liliana Adamo per Latitude180.

Paese di una bellezza sbalorditiva e grande potere attrattivo, la Namibia è un’antica terra di colori, contrasti e culture. Attraverso l’Oceano, la Terra e l’Aria, un percorso a tappe: dalla Foresta del Quiver Tree, alla Skeleton Coast, dalla natura selvaggia dell’Etosha National Park, attraversando la savana e il deserto, fino alle dune rosse del Sossusvlei e oltre.

Quiver Tree Forest. Le foreste endemiche che affascinarono gli antichi esploratori.

Kokerboom Woud è la corretta pronuncia afrikaans per la “foresta degli alberi faretra”, meglio conosciuta come Quiver Tree Forest. Si trova sulla strada che conduce a Koes, nei territori della fattoria Gariganus, 14 km a nord dalla città di Keetmanshoop, nella regione di Karas.

Tra le più note attrazioni turistiche a sud della Namibia, “monumento nazionale” dal 1° giugno 1995, grazie ai suoi duecentocinquanta esemplari d’Aloe dichotoma, contorte piante succulente, (kokerboom, in afrikaans), i cui rami erano tradizionalmente usati dai Boscimani per costruirvi appunto, delle faretre come contenitori per le loro frecce (velenose).

Poco lontano dal Giant Playground, nella regione arida del sud, ciò che vedrai è uno scenario che cambia euritmicamente secondo la luce solare e il momento del giorno, dall’alba al tramonto, un ambiente naturale unico nel suo genere. Grandi alberi raggiungono dieci metri d’altezza, popolando l’area da duecento anni circa; i loro rami sono nudi e dicotomici (si dividono in coppie) e le foglie che possono attecchire fino a trenta centimetri in lunghezza, sono affollate, polpose con margini pungenti. Nei mesi invernali e in primavera, quando le precipitazioni restano abbondanti, gli alberi faretra si riempiono di fiori simili a rose dai colori cangianti tendenti al giallo ed è una caratteristica per queste giungle strane e al contempo, meravigliose e che, a dispetto di fusti altissimi, rose e foglie oblunghe, non riescono a fare ombra.

Come spesso accade in Africa, la Quiver Tree Forest, custodisce uno status “sacro” per le religioni animiste del luogo, ma per i visitatori è oltremodo interessante per un fattore diremmo, “ottico”: gli alberi sembrano crescere in modo capovolto, un punto di vista bizzarro dovuto probabilmente al fogliame che somiglia molto alle radici.

Nel sud della Namibia, oltre a sparuti bush curvati dal vento e qualche arbusto, gli alberi faretra sono gli unici che troverete, non vi è altra vegetazione. Una foresta ulteriore si trova ad est di Sesriem (a qualche decina di chilometri) alcune, non spontanee, si osservano in siti di conservazione, come nel Karoo National Botanical Garden di Worcester, in Sudafrica.

Scopritori” di queste fitologie autoctone sono stati coloni, esploratori e viaggiatori. Simon Van Der Stel, le menzionò nel corso di una spedizione a Namaqualand nel 1685 e al suo seguito, il disegnatore Hendrik Claudius, le riprodusse in diversi bozzetti. Altri esemplari furono osservati ed effigiati anche da Thomas Baines nel 1866, nei pressi di Roodeberg, a sud-est di Walvis Bay. I disegni, i primi per questi habitat incontaminati, mostrarono al mondo occidentale foreste e paesaggi intorno a crinali di ruvida e cresposa roccia ocra, costellati da ciottoli e cristalli scintillanti.

Il momento migliore per godere appieno del luogo è durante i mesi invernali per evitare il caldo. Da utilizzare per escursioni, la proprietà del Gondwana Canyon, un ottimo campo base, con eccellenti sistemazioni.

Skeleton Coast. La costa atlantica, i relitti e le otarie: segni di un mondo primordiale.

Una lunga strada semi deserta si confonde sulla superficie arida lungo la costa dell’Atlantico “dove tutto sembra tornare polvere”. Dove incontri solo qualche pescatore solitario con il suo fuoristrada parcheggiato sulla striscia di sabbia, carico di provviste e taniche di benzina. Tuttavia, non è questo il motivo per l’appellativo di “Skeleton”; la strada, la spiaggia, la costa si chiamano così per le innumerevoli navi che vi sono arenate nel corso del tempo, colpa le correnti, le tempesti, le nebbie, i fondali frastagliati. Ciò che resta di questi relitti è strappato dal vento e dalle onde, ultimi passaggi umani riassorbiti dal deserto e dal mare fino a sparire del tutto, a diventare polvere nella polvere, appunto (i resti della nave Zelia sono fra i più recenti, risalgono appena al 2008. Il relitto è ben indicato lungo la strada, fra Hentie’s Bay e Cape Cross). Alta curiosità: la costa namibiana è definita al pari di un “deserto freddo”. In un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi.

Sulla Skeleton Coast dimenticatevi il confort dei campi tendati nella savana, qui è l’ultimo avamposto per la civiltà del lusso, fino al confine con l’Angola e oltre, c’è solo qualche campeggio. Finalmente a Cape Cross, quasi sul confine angolano (dove si può visitare un interessante museo dedicato alla storia del luogo, che deve il suo nome alla croce piantata dal portoghese Diogo Cao, primo europeo a sbarcare nel 1486), l’Oceano regala la visione impressionante dinanzi a una distesa di decine di migliaia d’otarie. I loro versi, lamentosi o feroci squarciano l’aria, l’odore è quasi insopportabile ma ci rendiamo conto che siamo al cospetto di un mondo primordiale, di cui, ormai, non siamo più parte.Un centinaio di chilometri separa Cape Cross da Ugabmund, nel parco nazionale, dopo l’interminabile strada di salsedine e polvere sulla costa Atlantica.

Etosha e Sossusvlei. Nel cuore del Wildlife, ammirando le Dune rosse più alte al mondo.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti; tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale, difficile immaginarli nel sole accecante di questi spazi sterminati, nel paese più arido a sud del Sahara.

La Namibia, oggi, rappresenta la vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione. Lo stesso Ministero dell’Ambiente e Turismo è impegnato in un’unità di lavoro (il progetto Community-Based Natural Resource Management), che coordina egregiamente lo stato di conservazione e lo sviluppo economico.

Il governo centrale ha quindi incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le “Conservancies”, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e crescita economica. Un modello di “Conservancy” è Torra, vale a dire la terra dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.

La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intero Paese per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico al mondo. Il pan più scenografico è nel Sossusvlei, un altro, molto grande, si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo, “Big Daddy” (390 metri d’altitudine) e la famosissima “Duna 45”, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nella conformazione delle aree secche su … Marte!

Superando le pianure che si spingono fino alla costa atlantica, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di superficie chiamata Dito di Caprivi e usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive in Africa per il Wildlife.

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo (a voler essere precisi, la denominazione è Kavango in Namibia, Okavango in Botswana), attraversando Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata, valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna straordinaria. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope, l’ippotrago.

Con i suoi 20.000 kmq, il Parco Nazionale di Etosha ha una prerogativa che lo rende unico: in qualsiasi altro luogo impieghi ore o addirittura giorni per avvistare fauna selvatica, da osservare o fotografare. Qui, sono gli animali ad avvicinarsi; basta fermarsi nei pressi delle tante buche d’acqua, aspettare un po’ mentre leoni, elefanti, antilopi e gazzelle si appresteranno non a due, tre o quattro ma a centinaia!

Ancora: la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione. Il parco è, infatti, un donor, un ente speciale che cede animali ad altre riserve qualora quest’ultime, richiedessero un ripopolamento di varie specie.

Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si trasforma in una bassa laguna, in uno scenario di vita e colori, oasi per fenicotteri e pellicani; viceversa, nella stagione secca, la sabbia bianca avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale.

Intorno al Parco, nei villaggi del Kaokoland, vive un’etnia fra le più “perseguitate” dai turisti: sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, a lungo rimasti isolati.

Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Sono proprio le donne a difendere le usanze più antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino di pellame, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona all’epidermide una tonalità lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

 

 

Moonhole: utopia e natura.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

A Bequia, nell’arcipelago delle Granadine, la luna illumina un arco di roccia vulcanica, le curve di porte e finestre, fino a tratteggiare un eccentrico edificio lambito dal mare e scavato nella pietra naturale dei Caraibi, una fortezza in rovina a guardia di un paradiso perduto. Le sue stanze sono vuote, come uno spazio eretto ma abbandonato da anni. Eppure, Moonhole non evoca soltanto una visione incantata opponendosi al tempo e alla solitudine, ma ha anche un’emblematica storia da raccontare.

Un lavoro a New York nel mondo della pubblicità, una vita brillante piena d’amici e ciò nonostante alla fine degli anni Cinquanta, i coniugi Thomas e Gladys Johnston decisero di lasciare tutto e trasferirsi su un isolotto sperduto fra le isole caraibiche, eden selvaggio di spiagge incontaminate privo di strutture ricettive al contrario della vicina Mustique, meta chic e di tendenza per personaggi famosi e ricchi vacanzieri.

A Bequia la coppia prende in gestione una modesta locanda di nove camere e stringe amicizia con una famiglia locale, proprietaria del versante occidentale, il più impervio e incontaminato dell’isola, raggiungibile via mare o attraverso un sentiero scosceso intercalato da scogliere. Ed è proprio lì, indifferente e separata dal mondo che spunta una roccia chiamata Moonhole, ieri come oggi con la luna crescente che sembra bloccarsi dentro un imponente arco naturale: un’immagine di tale suggestione difficile da descrivere.

L’arco ispira fortemente la visione ecologista di Thomas Johnston che decide d’acquistare i dodici ettari di terreno, dunque, l’intera zona disabitata e di costruirvi sotto, quasi per capriccio personale, una casa che s’integri nello scenario ambientale. E nel frattempo che i coniugi abitano già a Moonhole come novelli Robinson Crusoe, i materiali di costruzione arrivano e si riciclano, non senza fatica da ogni parte dell’isola, insieme ai viveri per tirare avanti.

L’ex pubblicitario newyorchese non ha nozioni d’architettura, né d’ingegneria, ma una sua filosofia: “Una casa non è lì per essere ammirata, ma progettata in modo che i suoi occupanti possano rivolgere lo sguardo all’esterno, sentendosi proiettati fuori, godendo del paesaggio naturale, del mondo”.

Moonhole sarà costruita come un articolato fortilizio aperto sulla natura, con gli interni separati da gradinate che ruotano intorno alla roccia viva fino al mare. Ecco, per esempio, la “Camera della Balena” perché destandosi al mattino “senza neanche sollevare la testa dal proprio letto” s’intravedono i cetacei rimbalzare, al largo, attraverso grandi finestre senza vetri.

Non c’è energia elettrica ma pannelli solari, l’acqua è quella piovana raccolta in cisterne, molti ambienti sono privi di pareti in muratura costruiti intorno agli alberi o a uno spigolo roccioso.

L’interior design? Materiali riciclati dai naufragi: legname per farne pavimenti, catene di vecchie ancore a mo’ di balaustra… insomma tutto ciò che è possibile riqualificare e trasformare, serve al nuovo “borgo” per allestirlo con gusto e parsimonia. In questa fase, sull’isola di Bequia vale l’affermazione di Tom: “Non si butta via niente, si vende ai Johnston”.

Così la casa di Moonhole si barbica sotto l’arco naturale di un’isola caraibica, nel frattempo parenti e amici vengono dagli Stati Uniti per visitare la coppia e molti s’innamorano di questo stile di vita e del luogo, attirando anche l’attenzione di testate giornalistiche come il New York Times e il National Geographic. In uno spirito d’emulazione le persone chiedono ai Johnston di creare per loro abitazioni simili in altre zone spopolate dell’isola. Nel 1964 Tom diede vita alla Moonhole Company Limited, con lo scopo di difendere e sviluppare l’intera proprietà, convogliare scrittori, artisti, amici a mollare la loro vita e allontanarsi da tutto. In trent’anni la società costruisce sedici case, uffici, alloggi per il personale, una sorta di arena dove riunirsi con la gente del posto, ogni domenica.

Nonostante l’inatteso sviluppo immobiliare, Tom e Gladys non rinunceranno mai al loro “credo” profondamente ecologista: le dimore sono intimamente legate alla natura circostante, non si abbatte neanche un albero, non si scava nel terreno, non ci sono barriere fra interno ed esterno. Mai nulla è stato fatto per rendere praticabile la strada che conduce alle proprietà. Per chi reclama una casa a Bequia, si richiede fermamente d’attenersi a regole ferree e fidarsi fino in fondo. Una di queste, include il coinvolgimento degli aborigeni sostenendo lavoro, assicurazione medica, spese scolastiche.

Thomas Johnston muore nel 2001, sua moglie Gladys poco dopo. La disposizione testamentaria per la Moonhole Company Ltd esprime la volontà a preservare integralmente “l’architettura unica, lo stile di vita e la visione dei Johnston”, ma in realtà come spesso accade, le cose vanno diversamente. Gli altri possidenti sono deceduti o troppo anziani per tornarci; coloro che ereditano le proprietà appartengono a una generazione meno sognatrice e idealista, più propensa all’aspetto “pratico ed economico” del loro lascito. C’è chi cerca d’ottenere il controllo della Compagnia intentando cause civili, come lo stesso figlio dei Johnston che contesta la volontà del padre. Le abitazioni su roccia e alberi si avviano a essere modificate in modo totalmente contrastante alla visione originale di Tom. Moonhole, senza la sua guida e il suo interesse, comincia a cadere in rovina e la villa scavata nella roccia, sotto quell’arco magico che cattura i raggi lunari, è ormai talmente trascurata da diventare inagibile.

Scrive il New York Times: “È un eccentrico sviluppo di 19 case orientato ecologicamente e costruito in pietra nativa, con accenti d’osso di balena, sulle ripide colline della punta meridionale dell’isola. Il nome deriva da un arco naturale svettante sulla riva attraverso il quale si vede la luna quando il cielo è terso. Gli ossi di balena, resti di caccia aborigena da parte degli isolani, sono abbastanza grandi da funzionare come elementi architettonici. Le case, che si basano su energia solare, acqua piovana e serbatoi di propano, sono per lo più fantasiose. Potrebbe essere un buon affare, rimettere tutto in sesto…”.

Oggi, le case rammodernate e rese più funzionali sono in vendita a prezzi altisonanti, fino a quasi due milioni di euro. I ricavi consentono alla Compagnia e alla comunità locale di mantenersi e preservare l’ambiente marino e terrestre. La Moonhole Company tiene a precisare che questa parte di Bequia è un’oasi privata da preservare e gestita come tale, non come destinazione turistica. Forse l’utopia dei Johnston serba ancora una chance, forse… ma è certo che solo pochi visionari abbastanza vicini al paradiso terrestre, riescono a capire cosa intendesse Proust nell’asserto: “I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”.

Nel ventre dell’oceano.

Liliana Adamo per InNatura magazine

La “signora degli squali”, Cristina Zenato, ci parla di un’ulteriore passione: l’esplorazione delle cavità sottomarine, habitat quasi sconosciuti, una sfida per la subacquea “tecnica” e per se stessi.

Stalattiti, stalagmiti, flora e fauna sopravvivono nell’oscurità, non visibili in nessun luogo alla luce del sole, né su fondali aperti. In mare, le grotte restano quasi del tutto un enigma per l’esploratore e il desiderio di penetrarvi, una vera sfida per la subacquea moderna. La loro struttura morfologica è singolare, nel caso di grotte profonde e ristrette con lunghe gallerie l’immersione diventa pressoché rischiosa, per vari motivi: non si può riemergere direttamente in superficie ed essendo le vie d’uscita a notevoli distanze, il subacqueo avrà bisogno d’ossigeno a sufficienza per eventuali emergenze, essere munito quindi, di una quantità adeguata di bombole.

Considerato alla stregua di un campione di sport estremi, in realtà, lo speleo sub non può permettersi errori, né leggerezze. L’addestramento non sarà mai abbastanza; scarsa visibilità dovuta ai sedimenti rimossi dal passaggio umano, strettoie con laminatoi e altri ostacoli, possono far sì che sia arduo perfino muoversi o perdere l’orientamento. In un ambiente buio ed estraneo in cui solo la sommità è raggiunta da luce naturale filtrata dall’acqua, l’unico espediente è dato da fonti artificiali sul casco o attraverso le torce. Può succedere, in alcuni punti, che si ritenga necessario spingere le bombole per oltrepassare senza sbattere, oppure disporle col metodo all’inglese, cioè ai lati del corpo. Possono pervenire forti correnti, verificarsi crolli causati da bolle in erogatore; possono esserci sifoni o sorgenti attraverso i cunicoli. In questi casi, l’immersione sarà condotta in modo diverso, per evitare affaticamento e consumo extra d’ossigeno. Per ogni evento, tutti i settori richiederanno un’esperienza subacquea reale, tecniche e accortezze più volte studiate. Una buona preparazione può risolvere momenti di difficoltà, restare calmi e lucidi equivale, qualche volta, a salvarsi la vita.

Dai cenote all’Arco fatale.

Formatesi in lontanissime ere geologiche, intricate e oscure, sommerse dall’acqua eppure ricche di vita e di creature aliene, vuoi per scarsa conoscenza o sensazioni claustrofobiche, le grotte restano visitabili solo da specialisti ben addestrati, pur attraendo moltissimi subacquei.

In Messico, è stata scoperta una fitta rete di collegamenti tra i cenote, pari a centinaia di chilometri; in prossimità di Tulum, si trova un sistema sotterraneo di corsi d’acqua e dunque, ancora cenote: il Carwash, il Gran Calavera, il Naval, i bellissimi Cristal, l’Escondido.  L’esplorazione subacquea dell’intero sistema sotterraneo del Quintana Roo è relativamente recente, tra la fine degli anni Settanta e Ottanta. I quattro sistemi di caverne più lunghe dell’intero pianeta si trovano proprio qui, a Ox Be Ha, dove, i Tre Sentieri D’acqua, hanno raggiunto una mappatura per più di 134 chilometri.

Situato lungo l’arida costa del Mar Rosso, in Sud Sinai (Egitto), il Blue Hole di Dahab, altro “buco” fra i più temuti e affascinanti, cela una grande dolina subacquea carsica, spettacolare punto d’immersione ritenuto il più pericoloso al mondo. Nel blu profondo, una grande voragine circolare con pareti ricche di stalattiti e bizzarre formazioni rocciose, habitat per coralli luminescenti e microorganismi, induce spesso i subacquei a oltrepassare i 40 metri per raggiungere un lungo passaggio di curvatura, chiamato Arco. Questa spaccatura che collega il Blue Hole al mare aperto è a circa 60 metri di profondità, ma per annullarne il distacco, le conseguenze sono spesso fatali e l’insorgere della narcosi d’azoto spinge ancora di più verso l’abisso. Nascosto nel punto di vista d’entrata, l’Arco è difficile da trovare. Per di più, la corrente contraria rende arduo il passaggio, non essendoci punti di riferimento precisi. Molte persone sono state ingannate, pensando di trovarlo a poche bracciate di distanza.

Cave exploration Bahamas_Paige Colwell

Una mission complessa.

PADI Course Director, NSS_CDS Full Cave Instructor, EFR Instructor Trainer, TDI Extended Range Instructor, dietro questi acronimi, c’è una donna di carattere e passioni non comuni: Cristina Zenato, italiana, cresciuta in Africa, trapiantata a Bahamas, ambasciatrice degli squali (con i quali riesce a interagire, alternando passione, competenza e dolcezza), esperta nell’esplorazione delle grotte in immersione.

Una mission complessa la sua: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, Cristina punta sistematicamente alla protezione del mare, dei suoi diversi ambienti, delle creature che lo abitano, con metodi legati a preparazione teorica ed esperienza diretta.

Cristina Zenato

Prestare attenzione a una pratica così affascinante ma difficile, è di base, la sua prima regola: Le grotte sono sistemi delicati, hanno bisogno di persone specializzate e attente, al contempo possono farsi pericolose se si entra privi di preparazione e attrezzature giuste, oltre a una mentalità adeguata….  C’è bisogno di concentrazione, attenzione al dettaglio, umiltà e capacità di dire, oggi no, ci si può tornare domani. Oltre che equipaggiamento e tecnica, senza preparazione fisica e mentale, si rischia di compiere azioni che possono compromettere la propria vita e quella degli altri; non è la grotta a uccidere, ma chi vi entra senza le giuste precauzioni.

In questa particolare attività subacquea, il consumo d’ossigeno e la durata delle tappe di decompressione aumentano con la profondità e mai alcun limite programmato prima dovrà essere modificato o alterato. L’effetto narcosi da azoto è pericolosissimo perché l’ossigeno può esaurirsi prima della risalita in superficie. Vale la regola più comune, quella dei terzi. Un terzo della riserva andrà utilizzato per la discesa, un terzo per la risalita, un terzo per gli imprevisti.

Conservazione di un ecosistema delicato.

CaveSurvey_JillHeinerth

Chiedo a Cristina Zenato: “Perché le grotte?”

Fondamentalmente a me piace essere in grotta. Il tempo sembra sospeso, come se tornassi indietro di vent’anni quando non esisteva la distruzione della barriera corallina, poiché ne ho vissuti ventitré, qui a Bahamas… T’immergi nell’oscurità più profonda e il tempo assume un diverso andamento.  La grotta induce a concentrarsi, assorbe ciò che di superfluo appartiene alla società in superficie, t’isola dal resto, tutto è convogliato su te stessa e sull’ambiente circostante.

 Le grotte di Bahamas sono preziosissime all’intero ecosistema, perché fonti d’acqua dolce per le isole, una porta sulle mangrovie, necessarie alla riproduzione di tantissimi organismi, inclusi gli squali. Proteggendo le grotte, si preservano acqua, oceani, mangrovie, tantissime specie viventi.

 Vedo le grotte come un vecchio volume del tempo, un manoscritto che si apre ai nostri occhi sulla storia della terra e che racconta ciò che è successo tanto tempo prima di noi, durante noi e che ancora succederà, dopo di noi. Come un termometro sulla salute del pianeta, da sempre così inalterate, ogni minimo cambiamento è percettibile e comprovabile. Il loro habitat è casa di creature straordinarie, da fantascienza, le grotte sono davvero universi magici, separate dal mondo visibile e tangibile, belle e imperscrutabili, meno esplorate della luna.

 La teoria della contaminazione che viaggia sottoterra.

Light and darkness_Luca F Demi

All’interno del Parco Nazionale Lucayan, nei pressi di Freeport, Grand Bahamas, ricca di stalagmiti, conchiglie fossili, bivalvi e sei diverse strutture di biocenosi, la Ben’s Cave è la più importante – ed emozionante – per un sistema di grotte esteso orizzontalmente in nove miglia sott’acqua, fra i più grandi al mondo.

Cristina Zenato ricorda: Ho scoperto le grotte di Bahamas durante la mia 11sima immersione, mentre seguivo un tour nella famosa Ben’s Cave. Ho provato subito una sensazione di leggerezza e distacco dal mondo, superando la caverna, procedendo oltre per esplorarla, mi sentivo come sospesa nel nulla…

Nel 1996 due anni dopo il brevetto base, mi recai in Florida per ottenere una preparazione e una qualifica come speleo sub, tornando poi alle Bahamas e sperimentare le mie prime immersioni. All’epoca, non c’erano persone brevettate o istruttori cui riferirsi, quindi mi trovai nella posizione di fare tutto da sola, con le dovute cautele. Finché non mi affiancai al direttore educativo della NSS-CDS, vale a dire l’agenzia d’addestramento per le grotte, diventando un’istruttrice vera e propria nel 2000, dopo notevoli sacrifici dal punto di vista personale ed economico.

Nel frattempo, ho raggiunto alcuni obiettivi: per esempio, tra il 2009 e il 2011, ricavando la mappa della Ben’s Cave, la prima che avessi mai fatto, una grotta di oltre dieci chilometri di sagole (cavetti di canapa costituiti da elementi torti o intrecciati, le sagole sono usate in marina per alzare bandiere o segnali), quando, prima di allora la protezione era riservata solo all’entrata. Altro progetto che mi ero messa in testa di portare a termine, è stato quello d’esplorare e comprovare la connessione fra due grotte, questo fra il 2008 e il 2012. Le due cavità sottomarine, situate una in mare aperto, l’altra sulla terraferma, sembravano non avere nessun punto di contatto, o almeno così si credeva fino a quando non ho dimostrato il contrario. Quest’impresa mi ha aiutato a dimostrare la teoria della contaminazione che viaggia sottoterra, dunque a rendere più forte la richiesta di proteggere Ben’s Cave.

Light trough the darkness_Fan Ping

In cosa consiste questa teoria? In pratica, l’acqua filtra attraverso il terreno e le rocce carsiche seguendo il senso di gravità da un punto più alto a quello più basso, creando fiumi sotterranei, i quali tracimano tutto ciò che d’inquinato e sporco noi produciamo sulla superficie e anche sotto. Non ci sono limiti all’inquinamento, anche se, illusoriamente sembra essere distante dall’area che si vuole proteggere.

Fra il 2012 e il 2015, il mio lavoro si è protratto senza soste, perlustrando grotte diverse per poi proseguire con corsi d’aggiornamento corredati da nuove tecniche. L’esplorazione di un sistema a est dell’isola principale di Grand Bahama ha permesso d’inserire questa zona in un programma di protezione totale prevista dal governo, con la promessa di una tutela pertinente del 20% in più nel territorio di Bahamas, acqua o terra che sia, entro il 2020.

Un grazie particolare a Cristina Zenato.

Viaggio in Botswana: paradiso senza confini.

Liliana Adamo per Latitude180.

Viaggio in Botswana: vivi con noi un’immersione totale dentro la natura senza confini.

Il Delta dell’Okavango, i parchi nazionali in cui sembra d’essere circondati solo da animali selvaggi, le migrazioni di Makgadikgadi, l’enigma del Savutè Channel, l’aura spirituale di Tsodilo, le grotte preistoriche di Gewihaba: ogni particolare ci svela un Botswana come terra senza confini, dove riconciliarsi con la natura.

…  “Si è completamente soli là fuori, con gli echi e i riverberi d’Africa che ti separano da ciò che conoscevi – soli con se stessi, il bush, gli animali selvaggi. Un mondo nuovo attende d’essere esplorato.”
Un’esperienza unica attende solo d’essere vissuta…

http://www.latitude180.travel/natura/144-viaggio-in-botswana-paradiso-naturalistico-senza-confini