Archivi categoria: Ambiente & Sostenibilità.

Stromboli fino all’ultimo battito.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

Case candide, vicoli stretti, alte scogliere laviche sul mare color cobalto: da sempre, la perla nera delle Eolie, la più estrema delle isole mediterranee, attira cineasti, artisti, scrittori. Da Alexandre Dumas (“Viaggio alle Eolie”) a Jules Verne (“Viaggio al Centro della Terra”), fino a all’indimenticabile neorealismo di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman in veste di protagonista di “Stromboli, Terra di Dio”.

Questa volta tocca a un videomaker documentarista, Harspeter Aliesch, scoprire l’isola-vulcano attraverso gli occhi di una donna in un racconto basato su eventi realmente accaduti.

Fondatore nel 1986 della Film Production Company MUVI AG, a Zurigo, autore nel 2010 e 2012 di due documentari ambientati in Birmania e Myanmar, vincitore di numerosi premi internazionali, ideatore di Stereo3D, in Svizzera,  casa di produzione cinematografica per la quale ha ricevuto in Belgio il “Prix Lumiere”, Aliesch realizza “Stromboli fino all’ultimo battito” nel  2019, docufilm di 102 minuti che sarà presentato in anteprima mondiale al Salento International Film Festival in programma a Tricase (Lecce), dall’1 al 6 settembre 2020.

La trama ripercorre la vita di Maria, una donna di novant’anni, in un arco temporale che va dal 1930 ad oggi, evidenziando altresì il rapporto degli isolani con la doppia natura del vulcano, sul piano geofisico e ascetico. Una simbiosi di energia per chi ha scelto di vivere a poca distanza dai suoi crateri e dalla sua indole intemperante.

Lo Stromboli, la montagna di fuoco che sovrasta l’isola come una “creatura vivente” assorbe emotivamente la coscienza d’ognuno ed è capace di sconvolgere in pochi attimi l’intera esistenza. Maria perde suo nonno durante l’eruzione dell’11 settembre 1930 (presumibilmente a causa dello tsunami che investì le coste dell’isola, una calamità in cui perirono diversi pescatori), non vedendolo tornare dalla sua ultima uscita in mare sulla piccola barca Eolo, lo attende a lungo fino al momento  della disillusione.

Senza continuità di tempo, il film di Aliesch alterna flashback a immagini attuali; grazie ai video originali di Eolie Savadori, c’è la ricostruzione visiva del parossismo avvenuto il 3 luglio 2019, con la corrente piroclastica che si spinge a 3 chilometri di altezza, un’inquadratura di pochi minuti in un drammatico quanto efficace compositing cinematografico. Nella versione italiana (il film è prodotto in tre lingue, italiano, inglese e tedesco), a dare la voce all’anziana Maria con perfetta inflessione siciliana, è la grande attrice teatrale, Giuliana Lojodice.

«La natura sembra affidabile.

Invece con una scossa può sconvolgere all’improvviso la quotidianità e la vita delle persone.

Ma non la distrugge.

La natura opera per il suo bene»

La storia di Maria si intreccia ad altre storie, quelle di una guida vulcanologica, di un cuoco, di un vecchio pescatore – poeta che adora il suo paradiso terrestre, di uno scultore lavico, di una pittrice e di un filosofo edonista. Dalla narrazione emerge ancora, la doppia natura di un’isola per certi versi misteriosa, eden solare e naturalistico in contrapposizione alla furia del suo vulcano. Tutti i personaggi del film, gente semplice, ex emigranti o artisti, realmente vivono a Stromboli.

Lo scultore che dalle pietre laviche realizza le sue opere in un processo che lo aiuta a guarire da una depressione cronica, la vivace donna straniera che ha scelto di restare, assecondando la sua passione per la pittura: il loro è un timore reverenziale, amano il vulcano a tal punto da dargli un nome, Iddu (“Lui”, in siciliano), in antitesi rispetto al  risentimento di Maria, ai ricordi del nonno scomparso, poiché questa donna è l’unica a sperimentare il disincanto, il terrore dinanzi al potere distruttivo di quella “bestia feroce” e allusivamente, alle forze della natura. L’unica a vedere il vulcano per quel che è,  un “mostro” privo di qualsivoglia rappresentazione ideale.

Gli opposti sentimenti che Iddu instilla nell’animo umano rappresentano il leitmotiv più interessante dell’opera, la visione sdegnosa di Maria contro l’adorazione esternata da altri. L’epilogo la vede a novant’anni, riconciliata con i ricordi e con se stessa, mentre il vulcano Stromboli come scrive in una nota lo stesso autore, torna apparentemente ad essere “un paziente calmo, cablato e intubato come in un ospedale”.

Uno straordinario viaggio nel Mediterraneo.

Liliana Adamo per InNatura Magazine.

Quattro orche attraversano il Mediterraneo con inevitabili colpi di scena che lasciano ogni volta col fiato sospeso. Ma a volte accade che la natura ci privi di un epilogo e non sveli fino in fondo i suoi segreti.

Un pod senza identità in un mare ignoto.

Un pod di quattro orche, più un cucciolo, forse due, compare improvvisamente nel mare di Voltri a ridosso del porto. Attraverso un sondaggio on line, a ognuno dei quattro cetacei adulti è dato un nome, pertanto il primo avvistamento di Riptide, Acquamarin, Dropi e Zena, risale al dicembre scorso, quando, nei giorni che precedono il Natale un pescatore di Genova, Giulio Zemiti se li trova faccia a faccia durante un’immersione subacquea.

Fra lo stupore generale, l’apprensione di ricercatori e biologi marini, la domanda che tutti si pongono è: che ci fanno lì? Prevedibile che arrivati dall’Atlantico abbiano perso la rotta originaria, ma allora, disorientati, sottoalimentati, perché non se ne vanno, continuando a girare in tondo sempre nello stesso punto?

Se le orche fossero impegnate a cacciare e nutrirsi di cefali e orate che pare abbondino in quel tratto del Mar Ligure, si sposterebbero altrove, non attuerebbero un comportamento così anomalo. Si valutano diverse possibilità: qualche membro del gruppo è malato o che il riscaldamento delle temperature influisca negativamente sul delicato equilibrio di questi cetacei, come l’affollamento dovuto alle imbarcazioni, la plastica, i rumori. Le prede cambiano le rotte, di conseguenza anche i predatori possono modificare le loro con notevole scombussolamento. Mammiferi acquatici, odontoceti e balenidi sono i primi a soffrire per gli sconvolgimenti climatici in atto.

E’ già successo che dalla Sardegna alla Sicilia passando per Capraia, sia stata segnalata la presenza di orche, fatto raro in ogni caso e mai che si spingessero all’interno di un porto, nuotando in un fazzoletto di mare largo più o meno cento metri. Che siano le stesse avvistate al largo di Cartagena agli inizi di novembre, approdate in Liguria dallo stretto di Gibilterra dopo un viaggio si suppone, di oltre ventidue giorni? Vedremo, invece, come l’attendibilità circa la loro provenienza, paleserà un particolare del tutto inaspettato.

Veglia funebre nel porto di Voltri.

Un cucciolo del pod è in fondo al mare ed è morto!” Dice il pescatore Zemiti, sostenendo d’averlo visto sotto il pelo dell’acqua, appena fuori dalla zona portuale, ma c’è un altro adolescente che appare debole, magro e in difficoltà. Ne è sicura Sabina Airoldi, direttrice del Tethys, il più importante centro di ricerca nazionale sui cetacei: “Più volte le orche sono emerse con la loro grande pinna nera, molto meno il piccolo. I nostri esperti cominciano a prendere i tempi d’immersione e altri dati, cercando di capire cos’è che non va…”. E infatti, dallo strano comportamento di Zena si percepisce che quest’ultimo esemplare ben visibile nel gruppo, è ormai privo di vita.

Come Thlequah la femmina di orca al largo delle coste nel Pacifico, che non smise di trainare il cucciolo morto per diciassette strazianti giorni percorrendo mille miglia spingendo il figlio, anche Zena continua ad aiutare il suo piccolo, proteggendolo sotto la pinna caudale in un impulso che gli scienziati chiamano “emipeletico” e lo trascina avanti e indietro nelle acque torbide di Voltri, nella speranza che prima o poi si riprenda. Una lunga, estenuante veglia funebre che blocca nel porto di Genova i restanti membri del pod: i due maschi, Dropi e Riptide, le due femmine, Zena (Genoa in dialetto locale) e Acquamarin. Mentre l’Italia intera si commuove, temendo per la loro sorte, interviene il Ministero dell’Ambiente in collaborazione con la Guardia Costiera, vietando transito e uscita ai diportisti, quasi a non voler turbare un lasso di tempo utile a elaborare il lutto.

Una famiglia atipica.

Una famiglia “matriarcale”, una famiglia “allargata”, il pod è composto da due femmine, un maschio adulto e uno più giovane, ma secondo i ricercatori del Tethys, nessuno dei due è il padre dei piccoli. Zena è una madre con figli, fratelli o addirittura cugini, tutti imparentati tra loro. Le orche si associano mediante una finalità matrilineare, ogni membro del gruppo si assume la responsabilità dell’altro, seguendo le direttive comportamentali della matriarca. Dei due maschi, Dropi appare il più debilitato, anche per lui Zena decide di restare nei pressi della terraferma, procrastinando un viaggio lungo e impegnativo per non compromettere la sua salute.

Il riconoscimento acustico e fotografico degli animali permette una maggiore cognizione e altri dettagli sull’atipica famiglia di orche. Le vocalizzazioni emesse sono diverse per ogni clan, una sorta di trasmissione orale della loro cultura e d’apprendimento per i più giovani; mediante la classificazione dei suoni si potrebbe intuire la provenienza del pod. Nel porto di Genova, Zena ha usato lungamente questa stupefacente comunicazione fino a trasformarla in un lamento di dolore quando ha lasciato che il suo piccolo scivolasse via.

Dall’Islanda al Mediterraneo, una lunga migrazione.

Un ennesimo colpo di scena sarà scoprire da dove esse provengono: non dallo stretto di Gibilterra bensì dalla lontanissima Islanda! Identificazione resa possibile attraverso le immagini scattate da Samuele Wurtz di Artescienza (alcune delle quali presenti nel nostro articolo), dai biologi Giulia Calogeri e Biagio Violi di Menkab. Grazie all’interazione con un centro di ricerca islandese, arriva la conferma senz’ombra di dubbio, che il pod è lo stesso avvistato in Nord Europa nel 2017. Intanto, dopo 18 giorni di permanenza le orche riprendono il largo. L’imponente pinna nera di Raptide spunta ovunque: a Vado Ligure, a Portofino, c’è chi giura d’averle viste presso l’Elba. Tutti auspicano che possano tornare “a casa”, che lascino le coste italiane muovendosi a ovest verso l’Oceano Atlantico, verso un habitat più consono. Fino al momento in cui, il 27 dicembre scorso, al largo di Scilla nello stretto di Messina, Simone Vartuli, ancora un pescatore, si imbatte in tre splendide orche sotto la prua della sua barca e le filma commentando con voce rotta dall’emozione in un video che fa il giro del mondo. Eppure, se fossero le “nostre orche”, ne manca una, presumibilmente Dropi, l’esemplare più debole.

Dall’Islanda al Mediterraneo, per 5.600 chilometri e più, Riptide, Aquamarin, Dropi e Zena detengono il record della più lunga migrazione mai registrata. Durante il tragitto hanno patito la fame, il lutto e quasi certamente la perdita di un altro membro della famiglia. Perché l’hanno fatto e dove si trovano adesso? I ricercatori seguono instancabilmente ogni traccia, ma il mare con i suoi misteri non ha rivelato nulla del loro passaggio. Altre ipotesi sono al vaglio, tuttavia, c’è gente che ogni tanto si sporge lungo la scogliera di Voltri, a Genova, scrutando il porto. Oltre alle navi mercantili e al via vai dei diportisti, non vi è nulla che possa far pensare alla lunga pinna nera di Riptide che spunta dall’acqua e ai richiami di Zena che si perdono all’orizzonte.

Credit foto: Artescienza, Italia.

Per la disponibilità e la gentilezza, si ringrazia Samuele Wurtz di Artescienza.

Maasai. I guardiani della savana.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

SOMMARIO – L’antica letteratura orale, il connubio con la natura selvaggia, il primitivismo come oggetto d’attrazione: fra Kenya e Tanzania, una dissertazione sui Maasai.

Naiteru-kop e l’origine della morte.

All’inizio non c’era morte; poi, come sorta dal nulla, la morte ha fatto la sua comparsa e questa è la sua storia. Leeyio fu il primo uomo che Naiteru-kop portò con sé sulla Terra istruendolo su una regola basilare.

Quando un uomo muore e ti sbarazzi del cadavere ricordati di pronunciare quest’invocazione: “L’uomo muore e di nuovo torna, la Luna muore e resta lontano“. Trascorsero molti mesi e qualcuno morì. Leelyio fu convocato per disporre il corpo di un giovane, figlio di un vicino della tribù alla quale apparteneva. Il dolore era grande e Leelyio, preso dal disagio, incappò in un passo falso pronunciando la formula in modo errato: Luna muore e di nuovo torna, l’uomo muore e resta lontano”. Dopo queste parole, nessuno sopravvisse alla morte. Trascorse altro tempo, dopo una breve malattia anche il figlio di Leeyio mancò alla gioia dei suoi cari. Affranto, l’eletto di Naiteru-kop issò il piccolo al cielo, pronunciando, questa volta, la formula giusta: L’uomo muore e di nuovo torna, la Luna muore e resta lontano“.

Troppo tardi. Naiteru-kop non perdonò mai l’errore iniziale. Egli fu perentorio: La morte è nata il giorno in cui il figlio del tuo vicino non n’è stato sottratto…”. Così la morte apparve sulla Terra e fino a oggi vale una sola formula, quando un uomo muore non ritorna, ma quando la Luna muore, ella è destinata a riapparire.

L’episodio è tratto dalla letteratura orale Maa, da qui Maasai gruppo etnico che vive tra i bush e gli altopiani di Kenya e Tanzania. Naiteru-kop vuol dire testualmente, l’iniziatore della Terra. I Maasai non si riferiscono mai a una persona morta come trapassata, ma, particolarmente nel caso di giovani, essi indicano il defunto come mancante (etalaki). Naiteru-kop può essere maschio, può essere femmina, o entrambi e rappresenta la Divinità della Terra, presumibilmente fra l’umano e il trascendente. Secondo la tradizione, Naiteru-kop fu convocato da Engai (Dio), sul monte Oldonyo Le Ngai. Inizialmente maschio, gli fu dato una moglie, del bestiame, gli fu ordinato di generare una tribù d’ispirazione divina.

Per il popolo Maasai, Dio non ha sesso, né maschio, né femmina, oppure li contiene entrambi. Questo rappresentò un rebus per i primi missionari, i quali non essendo in grado di venirne a capo, liquidarono l’iniziatore della Terra, deificazione pagana, come personificazione della Dea Madre Terra.

Sarebbe opportuno interrogare direttamente un Maasai per risolvere la controversia, dal momento che anche noi restiamo assolutamente sconcertati. Il Dio Maasai sussiste tutt’oggi in un’entità parecchio eclettica e se negli ultimi tempi alcune tribù si sono convertite al Cristianesimo, perdura il retaggio dell’Africa primitivista, legato ai misteri della natura e agli spiriti guardiani della savana.

Una complessa coesistenza.

Nei Maasai è vivo il connubio tra animali selvaggi e simbolismo. Fin da piccoli crescono con storie leggendarie, aforismi e aneddoti in cui quel wildlife che tanto ci sorprende durante i safari, resta attore principale. Con caratteristiche corporee degli animali, esso parla e si comporta come gli esseri umani: sono fiabe divertenti e forniscono basilari lezioni di vita. L’insegnamento di storia, cultura e interazione sociale lascia spazio a memorie ancestrali, commentando gli eventi all’interno della comunità, per riflettere sulle proprie azioni e posizioni, oppure sulle altrui attività. Agli anziani è dato l’onere di ridicolizzare e perfino disprezzare, qualsiasi condotta ritenuta sconveniente, ma senza indicare alcun individuo in modo palese.

In una struttura sociale regolata da un sistema fondato sull’età dei suoi componenti, resta profonda e indissolubile la connessione all’universo naturale. Un sistema d’impostazione nato dall’interazione fra animali selvaggi e genere umano; un leopardo o un pitone sono messaggeri di Dio, esattamente come i primi missionari avevano liquidato la questione, personificazione della Dea Madre Terra.

Ogni clan (circa dodici, Keekonyokie, Damat, Purko, Wuasinkishu, Siria, Laitayiok, Loitai, Kisonko, Matapato, Dalalekutuk, Loodokolani e Kaputiei), ha un legame totemico con un attore del wildlife, simbolo di peculiari qualità. Ad esempio c’è il clan dell’elefante (ilmoleliano) i cui componenti sono buoni oratori con doti di leadership; chi appartiene al clan della iena (iltarlosero), può essere annoverato fra gli avidi; nel gruppo del bufalo, invece, è la volta degli egoisti e incostanti.

I Maasai non amano parlare della complessa coesistenza con gli animali selvatici per svariate ragioni: spesso associamo l’idea (errata) e il sospetto (infondato), che l’immagine tanto cara al mondo occidentale del guerriero Maasai armato di frecce, lancia e scudo, sia colpevole nel ridurre di numero la fauna selvatica in Africa. E’ vero il contrario. L’emblema del bracconiere nero che minaccia la natura e stermina gli animali è stata creata ad hoc in epoca coloniale e resiste tuttora. L’unica vera insidia deriva esclusivamente dalla densità e dall’uso del suolo per agricoltura e pastorizia, i soli mezzi di sussistenza già dal XVIII secolo, mentre la caccia era praticata solo in momenti di bisogno o per rituali d’iniziazione (Moran).

Recenti studi hanno dimostrato quanto sia fondamentale la presenza di popoli autoctoni per il corretto mantenimento del suolo, degli ecosistemi, del wildlife. Nel Maasai Mara la fauna selvatica è più numerosa che altrove, perfino di altre aree protette, come le Riserve Nazionali. In primis, le fattorie con bestiame e animali domestici, sono fatte in modo da non entrare in conflitto con le specie selvatiche. Una delle pratiche Maasai consiste nel bruciare parti secche della savana e delle praterie (incendi assolutamente controllati). Ciò favorisce la crescita d’erba corta e nutrizionale che alimenta ungulati e altri animali, sostenendo l’equilibrio necessario alla catena alimentare dei grandi predatori: leoni, ghepardi e leopardi.

L’attenzione ai territori di pertinenza favorisce, inoltre, una concentrazione del bioma, essenziale per flora subtropicale e tropicale, indice di biodiversità. Incendi antropogeni sono determinanti anche per la sopravvivenza d’importanti aree protette; in alcuni parchi faunistici africani incendi periodici sono esplicitamente previsti dai programmi di conservazione ambientale. Ciò suggerisce che, nonostante sia aumentata la popolazione Maasai intorno al Mara, cresce di numero e di specie anche il wildlife dell’ultimo millennio, senza peraltro alcuna competizione.

Primitivismo e turismo.

Nelle zone di Arusha, intorno al cratere ‘Ngorongoro, nel Serengeti, Tarangire e Masai Mara, ai piedi del Kilimangiaro, tra paesaggi di una bellezza surreale, è possibile visitare case ellittiche di sterco e fango (enkang) in cui vivono, piccole scuole dove i bambini imparano a leggere e scrivere, luoghi sacri dove avvengono riti e cerimonie. C’è da sottolineare come negli ultimi anni i redditi locali siano notevolmente migliorati grazie alla presenza turistica, cui le tribù contribuiscono in modo considerevole. Tuttavia i Maasai non accettano l’immaginario che l’Occidente proietta su di loro. Essi si presentano come guardiani della savana e del wildlife contraddicendo nei fatti, le idee di primitivismo assoluto storicamente attribuite. Additati come selvaggi dai colonizzatori inglesi, discriminati dagli Stati di Kenya e Tanzania per l’identità etnica d’origine nilotica, il modo di vivere e le tradizioni, tutto ciò ha prodotto oppressione, trasferimenti forzati, diniego alle cure mediche e alle infrastrutture. Eppure sono stati i Maasai a salvaguardare il tesoro faunistico dell’Africa orientale e oggi possono definirsi a tutti gli effetti, autentici partners nella conservazione, operando con i rangers contro l’odiosa pratica del bracconaggio. Allo stesso modo, non si può sfuggire completamente all’immagine tribale, oggetto estremamente attraente per l’industria turistica, grazie alla quale si è raggiunto uno standard di vita più elevato rispetto al passato. Per i Maasai, dunque, si ritiene necessario mettere in scena una certa dose di primitivismo.

L’ Adamu, una danza Maasai.

Una fila compatta di guerrieri Maasai si raduna e in lontananza grida concitate richiamano i presenti alla cerimonia. Fin a quando uomini neri, alti, esili, bellissimi, fasciati dagli shuka, lunghi drappi dalle tinte vivaci su cui predomina il rosso, iniziano a battere i piedi sul terreno, a modulare suoni gutturali salmodiando. Il rosso è un colore simbolo, grazie al quale si tengono lontani i leoni, ma eccoli che avanzano all’unisono, come se insieme fossero uno; non ci sono tamburi, solo voci e invocazioni tribali a sostituire strumenti e musica.

Con lance e scudi si avvicinano, mentre l’intensità dei movimenti aumenta convergendo in un ritmo costante. Allineate di fronte ai guerrieri, anche le giovani donne iniziano il loro canto. Gli abiti sono tradizionali in un tripudio di colori e monili. Bracciali, grandi gorgiere piatte ornate di perline e disegni, indicano il clan di appartenenza e lo status sociale. Gli uomini indossano cavigliere, polsiere, cinture e collane, ma l’insieme di queste decorazioni sul corpo e sugli abiti, è un messaggio criptato, indirizzato soprattutto agli ospiti, esprime pace, concordia, disponibilità.

Alcuni Maasai al centro del cerchio avviano i primi salti, sempre più in alto. Uno alla volta, a turno, passo in avanti, un salto ancora più in alto. L’energia scorre, le voci crescono di volume e tono, le donne con i loro monili, muovono il collo in avanti e indietro, intonando canti sincopati: è l’essenza di un rituale, l’Adamu, in cui si inneggia a Dio per unirsi a noi, ma non solo. Questa danza incredibile e magica si converte in festa per accogliere il passaggio d’età, un matrimonio o una circoncisione, la Pasqua e il Natale o soltanto per trascorrere, in compagnia d’amici e ospiti venuti da lontano, le lunghe notti nella savana.

 

L’iceberg matematico del clima.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

In un intervento apparso sull’ultimo numero del Nature Journal, Hans Joachim Schellnhuber, climatologo e fisico atmosferico, direttore e fondatore dell’Istituto Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico (PIK), nonché ex presidente del Consiglio consultivo tedesco sui cambiamenti globali (WBGU), azzarda un confronto quanto mai efficace per definire una teoria che sembra mettere d’accordo molti scienziati sull’attuale momento “titanico” del clima terrestre. Egli lo rappresenta come “punta di un iceberg matematico”, espressione per nulla “fantasiosa” riferendosi a “un tempo di reazione più lungo del residuo d’intervento”,  circostanza che provoca in effetti, una perdita di controllo.

L’accostamento al transatlantico che cola a picco centrato da un iceberg sulla propria rotta, non è solo un escamotage figurativo, piuttosto il risultato di una vera e propria sequenza algebrica: se sei il capitano del Titanic e ti stai incautamente avvicinando a un gigantesco iceberg con il potenziale d’affondare la tua nave, il rischio diventa emergenza quando ti rendi conto di non avere più tempo necessario per invertire la rotta ed evitare l’impatto.

L’attuale crisi climatica, secondo Schellnhuber, non è un’astrazione aperta a varie interpretazioni ma un dato oggettivo, con rischi calcolabili, che può essere inserito nella seguente formula: Emergenza =  R × U = p × P × τ / T. Sapere quanto tempo ha a disposizione la società umana per contenere gli effetti climatici e quanto tempo ancora impiegherà la nave a rallentare: in sostanza, è tutta qui la differenza tra un’emergenza e un problema gestibile.

Nell’articolo apparso su Nature, Shellnhuber spiega come, insieme ai colleghi della sua equipe, abbia quantificato l’emergenza climatica stilando una relazione tra rischio (R) e urgenza (U), prendendo in prestito i grafici delle compagnie assicurative. Si definisce il rischio (R),  come l’eventualità che qualcosa accada (p), moltiplicata per il danno (D).

Un esempio: quanto è probabile che gli oceani si innalzeranno di un metro e quanti danni ciò causerà. Urgenza (U) è il tempo necessario per reagire a un problema (τ), diviso per il tempo d’intervento che rimane per scongiurare un esito negativo. Per Hans Joachim Schellnhuber e i ricercatori dell’Istituto Postdam, la formula è solo “la punta di un iceberg matematico” per definire, in pratica, l’emergenza climatica che ci aspetta. “Ho illustrato il disastro del Titanic, ma questa prassi si applica a svariati rischi molto elevati in cui è possibile calcolarne l’impatto e la pericolosità, nelle probabilità di non fare nulla o non intervenire nei tempi necessari per contenerne gli effetti. E tuttavia, gli stessi grafici indicano che ci sono opzioni per evitare un risultato sfavorevole. In altre parole, è un problema di controllo…”.

Il ritardo a decarbonizzare il pianeta e ridurre i gas serra rispetto al tempo di reazione nel sistema climatico, è già di per sé un fatto palesemente irresponsabile. Attraverso la formula  si saprà se ci sarà tempo utile, in quali e quanti punti saremo più o meno in emergenza. Intanto, si procede a elaborare i numeri; il tempo dovuto per la piena decarbonizzazione globale sarà almeno di vent’anni e se, purtroppo, il tempo d’intervento che rimane risulterà più lungo, allora abbiamo perso il controllo. L’analisi del “rischio standard” del Postdam parla chiaro, Schellnhuber afferma: “Oltre quel punto critico, ci resta solo un’opzione di adattamento, come spostare i passeggeri del Titanic in barche di salvataggio (se disponibili)”.

In toto, se ci vogliono vent’anni per la completa decarbonizzazione, se ne calcolano trenta per stabilizzare la pressione sul clima. Gli scienziati evidenziano nove “punti di non ritorno”, che se fossero attraversati, renderebbero impossibile tornare indietro e cinque di questi sono già “attivi”. Lo scioglimento del permafrost, il degrado e gli incendi delle foreste, aggiungono più gas serra nell’atmosfera, rendendo ancora più difficile mantenere basse le temperature globali. Si tracciano le priorità con diversi tempi d’intervento: per esempio, abbiamo dai venti ai venticinque anni per salvare la calotta glaciale della Groenlandia, quindi bisogna impegnarsi fin da ora senza perdere un minuto di più. Ancora, il tempo che ci resta per intervenire sullo sbiancamento e la morte delle barriere coralline è parecchio al di sotto dei trent’anni e se la decarbonizzazione dovrà avvenire entro il 2050, dobbiamo muoverci ora. Questo è il punto nodale della matematica di Schellnhuber: “Prendere altro tempo e divagare incontro al pericolo è l’atteggiamento più stupido che possiamo assumere”.

Clima: crisi, non cambiamento.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Un cambiamento imprevisto che interviene in un contesto – destabilizzandolo – può sfociare in una crisi, ma una crisi in atto è già una crisi, un punto culminante.

Muovendosi dal presupposto che nel lessico comune, parole e locuzioni rinviano a diverse nozioni e azioni, questo si trasforma a livello mediatico, in un elemento d’estrema importanza. Si sa che, attraverso i mezzi d’informazione, l’uso di un vocabolario ad hoc può turbare, persuadere, suggestionare e tuttavia quasi in modo implicito, si carica di una responsabilità, riferisce una situazione, una realtà complessa e oggettiva. Prendiamo un termine divenuto molto in voga che descrive una condizione per la quale, ci piaccia o meno, siamo chiamati a confrontarci: il climate change, cambiamento climatico o global warming, surriscaldamento globale.

In tutte le lingue del mondo ci sono parole usate genericamente, mode lessicali, termini ignorati. In Italia, clima e meteo ne subiscono le spese. I fenomeni atmosferici sono associati al termine e al concetto di “allarme”, mentre l’approssimazione scientifica nella comunicazione resta a dir poco, imbarazzante. Diversamente in Inghilterra, dove, conoscenza, divulgazione e informazione hanno fatto del climate change, un argomento da prima pagina.

Per The Guardian Observer la posizione del team editoriale e redazionale è chiara: sul climate change si cambia lessico, questo non è un cambiamento, è una crisi. Le terminologie hanno credito, se non altro per discernere un concetto di fondo. Il cambiamento potrebbe accadere, essere qualcosa a venire, girare intorno a una mera previsione visto i molteplici segnali, potrebbe anche rivelarsi una grossolana fesseria a sentir le campane dei negazionisti e degli scettici, ma da quindici/vent’anni come prospettato da esperti e climatologi, questo processo avanza a una velocità impressionante. Nel frattempo, ci troviamo alle porte del 2020, con decine di conferenze tenute sul clima e altrettante defezioni. E sono nazioni responsabili del massimo inquinamento su scala mondiale – vedi l’ultima prodezza del presidente Donald Trump – a non sottoscrivere accordi, perseverando in una politica miope se non addirittura criminale, un evidente nulla di fatto mentre lo scenario paventato avviene sotto i nostri occhi.

E’ già crisi, afferma The Guardian, bisogna affrontarla con ogni mezzo, attraverso inchieste dettagliate, supportate da fonti attendibili, in una sorta di giornalismo “militante” efficace e comprensibile. Possiamo senza indugio, chiamarlo “giornalismo militante” senza rischiare un vecchio cliché? Grazie a una semplice sottoscrizione di liberi cittadini e un’iniziativa senza pari, si chiede ai lettori di sostenere economicamente la condivisione nel continuo ragguaglio su clima e ambiente, in piena coscienza e libertà, senza legami imbarazzanti, padroni e senza assoggettarsi a multinazionali. E’ una giusta causa, basta un euro.

La relazione iniziale verte su un dato significativo: The Guardian raggiungerà emissioni pari a zero nei prossimi dieci anni, sviluppando un piano per raggiungere l’obiettivo. Si è stabilito un controllo completo nella priorità a ridurre l’impronta di carbonio in modo permanente.

Saremo trasparenti con i nostri progressi in campo energetico. Abbiamo annunciato di essere la prima organizzazione di stampa ad acquisire la certificazione Bcorp, il che vuol dire entrare in una comunità di aziende impegnate a guidare un cambiamento sociale in positivo. Questa è una pietra miliare nella trasparenza pubblica e nella responsabilità politica nei confronti dell’ambiente”.

E si precisa:“Il giornalismo ambientale del Guardian Observer ha un forte impatto nel mondo, per il quale abbiamo ricevuto supporto e contributi finanziari da lettori divisi in 180 Paesi. Ciò ci consente di mantenere questo particolare modo di fare inchieste, accessibile a tutti… scevro da ogni subordinazione esterna. Qualsiasi forma di supporto, per quanto grande o piccola è fondamentale al nostro futuro”.

Il nuovo glossario sullo stile di scrittura divulgativa in materia di clima, si sintetizza in alcuni punti essenziali. E’ stata la stessa direttrice responsabile, Katharine Viner, a fornire le linee guida a giornalisti e redattori, assicurandosi sulla veridicità scientifica nonché di fornire una chiave d’interpretazione semplice e diretta ai lettori: “Vogliamo comunicare chiaramente con loro su questo importantissimo problema”.

Pertanto, “crisi climatica” o “emergenza climatica” si utilizzeranno al posto di “cambiamento climatico”, per descriverne l’impatto in maniera più ampia. Si ricorrerà a terminologie come “disaggregazione del clima” – ossia la scomposizione di un elemento omogeneo – invece di “global warming”, non mancando di spiegarne il senso scientifico e geofisico. Per esempio: “Gli scienziati affermano che la disaggregazione climatica contribuisca a un aumento nell’intensità degli uragani”.

Negazionista della scienza sul clima”, al posto di “scettico sui cambiamenti climatici causati da attività umane”. Si definisce uno scettico “un cercatore di verità”; un inquirente che non è ancora giunto a una conclusione certa, ma il nostro nega prove scientifiche inoppugnabili, disconosce un cambiamento del clima su larga scala, non attribuisce la crisi all’obsoleto sfruttamento di risorse energetiche e all’inquinamento.

Emissioni di gas a effetto serra” avranno la precedenza su “emissioni di biossido di carbonio”. Difatti, tale linguaggio non comprende tutti i gas dannosi come metano, ossidi di azoto, CFC.

Sarà preferibile usare “fauna selvatica”, non “biodiversità”, ritenendo il primo termine meno “clinico”, più giusto e accessibile in quanto si parla di “creature con cui condividiamo il pianeta”. Utilizzare “popolazioni ittiche”, invece di “stock ittici”, sottolineando che pesci e i mammiferi non esistono solo per essere raccolti e consumati, ma dando impulso a percepirli come esseri senzienti che svolgono un ruolo vitale negli ecosistemi degli oceani.

Mi si conceda, inoltre, di stilare un secondo vademecum improntato sulla speranza che culturalmente e grazie a buone pratiche, qualcosa possa davvero cambiare. Un lessico improntato su un nuovo modo di vivere, affrontare questa crisi con uno sforzo comune, forse, invertirne la tendenza.

Innanzitutto “renewable energy”, energie rinnovabili e sostenibili; “wind power”,”geothermal energy”, “hydropower, o “biofuel”, giusto per citarne qualcuna. Le buone pratiche si riconoscono nell’asserzione di “recycle and reuse”, rigettano il “food waste”, optano per un “use public transportation”, oppure scelgono l’acquisto d’auto elettriche. La scienza è unanime anche dal punto di vista alimentare: “eat less meat”, prediligendo “locally grown vegetables and fruits”… Giusto perché il lessico conta e contano le azioni, la consapevolezza in ognuno di noi.