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Clima: crisi, non cambiamento.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Un cambiamento imprevisto che interviene in un contesto – destabilizzandolo – può sfociare in una crisi, ma una crisi in atto è già una crisi, un punto culminante.

Muovendosi dal presupposto che nel lessico comune, parole e locuzioni rinviano a diverse nozioni e azioni, questo si trasforma a livello mediatico, in un elemento d’estrema importanza. Si sa che, attraverso i mezzi d’informazione, l’uso di un vocabolario ad hoc può turbare, persuadere, suggestionare e tuttavia quasi in modo implicito, si carica di una responsabilità, riferisce una situazione, una realtà complessa e oggettiva. Prendiamo un termine divenuto molto in voga che descrive una condizione per la quale, ci piaccia o meno, siamo chiamati a confrontarci: il climate change, cambiamento climatico o global warming, surriscaldamento globale.

In tutte le lingue del mondo ci sono parole usate genericamente, mode lessicali, termini ignorati. In Italia, clima e meteo ne subiscono le spese. I fenomeni atmosferici sono associati al termine e al concetto di “allarme”, mentre l’approssimazione scientifica nella comunicazione resta a dir poco, imbarazzante. Diversamente in Inghilterra, dove, conoscenza, divulgazione e informazione hanno fatto del climate change, un argomento da prima pagina.

Per The Guardian Observer la posizione del team editoriale e redazionale è chiara: sul climate change si cambia lessico, questo non è un cambiamento, è una crisi. Le terminologie hanno credito, se non altro per discernere un concetto di fondo. Il cambiamento potrebbe accadere, essere qualcosa a venire, girare intorno a una mera previsione visto i molteplici segnali, potrebbe anche rivelarsi una grossolana fesseria a sentir le campane dei negazionisti e degli scettici, ma da quindici/vent’anni come prospettato da esperti e climatologi, questo processo avanza a una velocità impressionante. Nel frattempo, ci troviamo alle porte del 2020, con decine di conferenze tenute sul clima e altrettante defezioni. E sono nazioni responsabili del massimo inquinamento su scala mondiale – vedi l’ultima prodezza del presidente Donald Trump – a non sottoscrivere accordi, perseverando in una politica miope se non addirittura criminale, un evidente nulla di fatto mentre lo scenario paventato avviene sotto i nostri occhi.

E’ già crisi, afferma The Guardian, bisogna affrontarla con ogni mezzo, attraverso inchieste dettagliate, supportate da fonti attendibili, in una sorta di giornalismo “militante” efficace e comprensibile. Possiamo senza indugio, chiamarlo “giornalismo militante” senza rischiare un vecchio cliché? Grazie a una semplice sottoscrizione di liberi cittadini e un’iniziativa senza pari, si chiede ai lettori di sostenere economicamente la condivisione nel continuo ragguaglio su clima e ambiente, in piena coscienza e libertà, senza legami imbarazzanti, padroni e senza assoggettarsi a multinazionali. E’ una giusta causa, basta un euro.

La relazione iniziale verte su un dato significativo: The Guardian raggiungerà emissioni pari a zero nei prossimi dieci anni, sviluppando un piano per raggiungere l’obiettivo. Si è stabilito un controllo completo nella priorità a ridurre l’impronta di carbonio in modo permanente.

Saremo trasparenti con i nostri progressi in campo energetico. Abbiamo annunciato di essere la prima organizzazione di stampa ad acquisire la certificazione Bcorp, il che vuol dire entrare in una comunità di aziende impegnate a guidare un cambiamento sociale in positivo. Questa è una pietra miliare nella trasparenza pubblica e nella responsabilità politica nei confronti dell’ambiente”.

E si precisa:“Il giornalismo ambientale del Guardian Observer ha un forte impatto nel mondo, per il quale abbiamo ricevuto supporto e contributi finanziari da lettori divisi in 180 Paesi. Ciò ci consente di mantenere questo particolare modo di fare inchieste, accessibile a tutti… scevro da ogni subordinazione esterna. Qualsiasi forma di supporto, per quanto grande o piccola è fondamentale al nostro futuro”.

Il nuovo glossario sullo stile di scrittura divulgativa in materia di clima, si sintetizza in alcuni punti essenziali. E’ stata la stessa direttrice responsabile, Katharine Viner, a fornire le linee guida a giornalisti e redattori, assicurandosi sulla veridicità scientifica nonché di fornire una chiave d’interpretazione semplice e diretta ai lettori: “Vogliamo comunicare chiaramente con loro su questo importantissimo problema”.

Pertanto, “crisi climatica” o “emergenza climatica” si utilizzeranno al posto di “cambiamento climatico”, per descriverne l’impatto in maniera più ampia. Si ricorrerà a terminologie come “disaggregazione del clima” – ossia la scomposizione di un elemento omogeneo – invece di “global warming”, non mancando di spiegarne il senso scientifico e geofisico. Per esempio: “Gli scienziati affermano che la disaggregazione climatica contribuisca a un aumento nell’intensità degli uragani”.

Negazionista della scienza sul clima”, al posto di “scettico sui cambiamenti climatici causati da attività umane”. Si definisce uno scettico “un cercatore di verità”; un inquirente che non è ancora giunto a una conclusione certa, ma il nostro nega prove scientifiche inoppugnabili, disconosce un cambiamento del clima su larga scala, non attribuisce la crisi all’obsoleto sfruttamento di risorse energetiche e all’inquinamento.

Emissioni di gas a effetto serra” avranno la precedenza su “emissioni di biossido di carbonio”. Difatti, tale linguaggio non comprende tutti i gas dannosi come metano, ossidi di azoto, CFC.

Sarà preferibile usare “fauna selvatica”, non “biodiversità”, ritenendo il primo termine meno “clinico”, più giusto e accessibile in quanto si parla di “creature con cui condividiamo il pianeta”. Utilizzare “popolazioni ittiche”, invece di “stock ittici”, sottolineando che pesci e i mammiferi non esistono solo per essere raccolti e consumati, ma dando impulso a percepirli come esseri senzienti che svolgono un ruolo vitale negli ecosistemi degli oceani.

Mi si conceda, inoltre, di stilare un secondo vademecum improntato sulla speranza che culturalmente e grazie a buone pratiche, qualcosa possa davvero cambiare. Un lessico improntato su un nuovo modo di vivere, affrontare questa crisi con uno sforzo comune, forse, invertirne la tendenza.

Innanzitutto “renewable energy”, energie rinnovabili e sostenibili; “wind power”,”geothermal energy”, “hydropower, o “biofuel”, giusto per citarne qualcuna. Le buone pratiche si riconoscono nell’asserzione di “recycle and reuse”, rigettano il “food waste”, optano per un “use public transportation”, oppure scelgono l’acquisto d’auto elettriche. La scienza è unanime anche dal punto di vista alimentare: “eat less meat”, prediligendo “locally grown vegetables and fruits”… Giusto perché il lessico conta e contano le azioni, la consapevolezza in ognuno di noi.

Vite in movimento.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Il progetto ideato da Piet Grobler e Tobias Hickey (fondatori dell’International Center for the Picture Book in Society presso l’Università di Worcester, Regno Unito), implica diversi coefficienti opportunamente connessi. Difatti, “Migrations: Open Hearts, Open Borders”, ha previsto tre inscindibili steps che hanno finito per fondersi in un risultato di rara bellezza ed efficacia.

Tutto parte da una chiamata all’azione, attraverso passaparola e social network, coinvolgendo illustratori/disegnatori – famosi e non – con l’invito a focalizzare estro e genialità sul grande immaginario degli uccelli migratori, comparandolo idealmente alle traversate dei piccoli rifugiati in fuga dalle guerre e dalla fame. L’accettazione e la dissoluzione dei nostri preconcetti sulle nazionalità e le frontiere, in un progetto itinerante (che raggiungerà anche l’isola di Lampedusa, quest’estate) e in un libro, pubblicato da Otter – Barry Books, i cui proventi saranno destinati ad Emergency e Ibby (organizzazione no – profit, con l’obiettivo di promuovere la letteratura infantile in tutto il mondo).

Agli illustratori è stato dato libero arbitrio: insieme ai disegni, ci sono poesie, citazioni, cenni personali, una sorta d’affrancatura per ogni Paese d’origine, con un effetto finale quantomeno struggente. Al progetto di Grobler e Hickey hanno partecipato circa trecento artisti per altrettanto “cartoline” esposte alla Biennale di Bratislava, in Serbia – Slovacchia, in Sud Africa e a Nami Island nella Corea del Sud. Collocate in verticale con l’intenzione di “replicare la natura precaria del volo”, toccando uno solo di quei pezzi di carta, l’intera struttura oscilla ripetutamente in un’organizzazione interagente, una rete silenziosa di comunicazioni.

In Physica, nel terzo capitolo del suo trattato, Aristotele sostiene che la natura stessa è in costante mutamento; ignorando questo principio, il senso profondo d’ogni fenomenologia rimarrà a noi necessariamente sconosciuto. La vita in tutte le sue manifestazioni, è dunque movimento, secondo il filosofo greco. “Life is movement”, è anche il messaggio d’Isol (Marisol Misenta), illustratrice e scrittrice argentina di libri per bambini, che aggiunge autografando la sua opera: “Condividi il mondo… La Terra e il suo popolo non hanno proprietari”. Perfino i nomi più blasonati non si sono tirati indietro; così, insieme a tanti sconosciuti, ecco che spuntano i disegni di Petr Horàcek, Nicola Davies, Jon Klassen, illustratori di fama internazionale.

Mohammad Barrangi nasce a Rasht, nord dell’Iran, oggi vive nel Regno Unito. E’ arrivato in Europa con lo status di “rifugiato” e contribuisce con un’illustrazione fiabesca, ricca di colori intarsiati come in un tappeto persiano. Crea un uccello leggendario che porterà i bambini in sicurezza, ovunque ci sia pace e fiducia, nelle terre dei loro sogni. Mohammad ha una disabilità a una mano, crea le sue stampe usando in parte un piede, la sua arte rappresenta la vittoria sulle avversità, la conquista di una vita piena e appagante. Stian Hole, illustratore norvegese, fa fiorire rose e arcobaleni lungo la traiettoria della sua creatura volante, accompagnandola con una poesia di Olav Hauge, il volo come un’opportunità: “E’ solo un sogno che portiamo con noi/che qualcosa di meraviglioso può ancora accadere/che gli altri capiranno/e può accadere/che il tempo sarà dalla nostra parte/e le porte si apriranno…”. La giapponese Kana Okita mantiene il suo stile inconfondibile e minimalista, linee bianche quasi minacciose contro un cielo blu intenso e una sola parola: “Speranza”. Più complesso e oscuro il contributo di Jackie Morris. I suoi superbi falchi pellegrini hanno la testa incappucciata, occhi che guardano fissi nel vuoto attraverso due fori su uno sfondo d’oro tagliato in due. Sezionato anche il poema di seguito, un seducente acrostico di Robert Macfarlane, allorché devi unirlo insieme per leggerne il contenuto. Un’opera audace che allude alla separazione, allo spostamento, all’essere comunque divisi dalle origini, dal proprio Paese, talora dalla propria famiglia.

L’illustratore australiano Shaun Tan, si pone una domanda (necessaria), preambolo alla sua composizione. Egli scrive: “I piccoli gesti – un’immagine, un messaggio amichevole – possono fare la differenza? – Creando qualcosa, affrontando la disperazione, stiamo investendo in un’economia molto più grande di qualsiasi Borsa, più nobile di qualsiasi altro sistema politico?…”.

E continua: “Come la sterna artica che si prepara a un nuovo nido a circa ventimila chilometri di distanza, volando attraverso l’oscurità, con il solo campo magnetico terrestre a guidare la sua rotta, il migrante si muove verso l’ignoto, un salto nel buio di promesse e paure…”.

Ancora, a concludere il tema, l’uccello migratore dell’irlandese PJ Lynch vola solitario su rocce brune e un mare incerto, quasi ad annunciare un’imminente tempesta: un immaginario pressappoco testuale.

Galassie, Einstein e Buchi Neri.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Dedicato a mia madre, Concetta Giraud.

Sulla teoria della relatività, pare che Albert Einstein avesse ragione. Distante più di 50 milioni d’anni luce, nel cuore di un gigantesco sistema stellare ellittico, chiamato Messier87, un Buco Nero attira e ingurgita ogni sorta di materia che si avvicina: stelle, pianeti, gas e polvere. Neanche la luce sfugge alla presa, perlomeno fino quando non attraversa “l’orizzonte degli eventi”, delimitata soglia nel gergo degli astrofisici.

Resa possibile dal progetto Event Horizone Telescope (una serie d’osservatori sparsi per il mondo, dalle Hawaii al Polo Sud), grazie al coordinamento d’oltre duecento scienziati, la foto di M87, la prima in assoluto apparsa lo scorso 10 aprile, non è che un minuzioso assemblaggio durato due anni e ultimo, straordinario risultato per una serie di ricerche nel campo dei Buchi Neri generati dopo il Big Bang.

Ad esempio, nel 2005, osservando una coppia di galassie chiamate ARP299, alcuni ricercatori sulle tracce di supernove, del William Herschel Telescope alle Isole Canarie, assistettero in diretta alla “morte” di una stella, “divorata” dalla forza attrattiva di una cavità supermassiva superiore venti volte alla massa solare, a una distanza pari a 150 milioni d’anni luce dal nostro Pianeta. Ridotto letteralmente a brandelli, l’astro in collisione determinò un getto di proporzioni apocalittiche: ciò che rimase di una stella fatta a pezzi da un Buco Nero.

Il calcolo della velocità media per l’energia sprigionata, almeno in quel caso, fu di un quarto rispetto a quella della luce. Un evento “drammatico” che ha poi fornito dati fondamentali sul comportamento dei Buchi Neri supermassivi quando non sono in uno stato  di  “quiete”.

Cosa succede alla materia una volta attirata da un Buco Nero? In una porzione di spazio dove non filtra alcun raggio di luce, nulla sembra poter essere indagato, da nessuna delle sofisticatissime strumentazioni a disposizione della scienza.

Eppure una convinzione c’è: osservando un vortice gravitazionale causato dal Buco Nero H1743-322, a 30mila anni luce, i ricercatori hanno visto e calcolato la materia surriscaldarsi per milioni di gradi, pulsare ed emettere raggi X a frequenza regolare che aumentavano man mano avvicinandosi inesorabilmente.

Più l’attrazione cresceva, più le onde subivano cali e picchi d’intensità, con oscillazioni veloci. Al culmine della potenza il vortice appariva come un unico, fulmineo turbinio di materia.

L’enigma sulle cosiddette oscillazioni quasi periodiche che ha impegnato gli scienziati per circa un trentennio dopo che i due fisici austriaci Josef Lense e Hans Thirring le teorizzarono come possibile conseguenza alla teoria della relatività di Einstein, oggi può essere finalmente “testato” e osservato direttamente. “Provate a girare un cucchiaio nel miele – spiega Adam Igmarastrofisico all’Università di Amsterdam che si dedicato, fin dalla tesi di laurea, alla teoria sulle oscillazioni quasi periodiche – immaginate che il miele sia lo spazio e che venga trascinato dal cucchiaio che ruota…”.

Semplificando: tutto ciò che la scienza oggi è in grado di mostrare era stato previsto da Einstein, con un notevole passo avanti nella comprensione del cosmo e dei suoi illimitati segreti. La conoscenza dei meccanismi centrali nei nuclei galattici attivi, è già una sfida alla teoria della relatività.

Tuttavia, il confronto resta aperto, dal momento in cui nuove osservazioni costituiscono strumento d’indagine per esplorare movimenti gravitazionali fino all’estremo limite, su una scala di massa finora inaccessibile. In un prossimo futuro, gli scienziati potrebbero essere in grado di confermare le teorie relativistiche, superando addirittura le formule di Einstein, semmai  quest’ultime si rivelassero in qualche modo parziali per capire appieno l’universo.

La valle dei cammelli e la chioma di Berenice.

Liliana Adamo per Latitude180.travel

Sul confine tra Egitto e Sudan, alle spalle del deserto orientale e del Parco Nazionale del Wadi El Gemal, il viaggio verso Berenice rivela un’antica città e un territorio selvaggio, fino a pochi anni fa interdetto ai turisti.

Non c’è nulla a Berenice che possa attrarre il turismo di massa, siamo lontani da Hurghada e Sharm el Sheik, dalla penisola del Sinai e dalla costa occidentale del Mar Rosso; non ci sono grandi catene alberghiere (nei pressi di Hamata, ex villaggio di pescatori, solo due resort fra cui uno molto spartano, più un eco-lodge), né locali, bazar, ristoranti o discoteche. A bordo di un piccolo Van, nei duecentocinquanta chilometri che la separano dall’aeroporto internazionale di Marsa Alam, gli addetti al check point segnalano il tuo arrivo a quelli che sono avanti, finché non giungi a destinazione.
L’ultima terra egiziana nel Qesm Shlatin (Governatorato del Mar Rosso), sede di una base militare e navale, con un piccolo aeroporto, fino a pochi anni fa era interdetta all’afflusso turistico e sebbene il veto sia caduto, tre ore di strada si trasformano in un viaggio estraniante, come se la sabbia ne avesse occultato la memoria storica. Il Deserto Roccioso che pare rarefarsi all’orizzonte con i suoi canyon e wadi, copre migliaia d’iscrizioni semitiche preislamiche e oro, smeraldi, minerali rari: non c’è traccia della Berenice di Belzoni, del tempio di Serapide e delle necropoli da lui rinvenute, solo spiagge bianche, mangrovie, fondali cristallini, baie incontaminate. Una e unica Berenice Trogloditica eretta sulla più antica Hemtithit intorno al 275 a.c. da Tolomeo Filadelfo che le diede il nome della madre, Berenice I; non vi è nulla se non mare e deserto, ed è in questo vuoto che si palesa tanta bellezza.

Considerando il pieno oberato della nostra esistenza, assuefatti a gadget ipertecnologici in un surplus d’informazioni e disgrazie globali, nel vuoto inerte che regna incontrastato in un’oasi strappata al mondo civilizzato, Berenice appare come una Thule nordafricana. Sulla strada verso Qesm Shlatin, mentre recuperi un check point dopo l’altro, si perde il senso del caos che lasci alle spalle, tutto sembra ricomporsi in un ordine intimo e gioioso.

Se nel mito di Thule l’iconografia indica un mostro degli abissi, una balena e un’orca, Berenice è dominata dai suoi straordinari fondali, fauna marina e delfini. Come Thule, l’isola di fuoco e ghiaccio, dall’esploratore greco Pitea collocata in un punto indefinito dell’AtlanticoBerenice che precede la linea intangibile del Tropico del Cancro, è una landa bruciata dal sole, di palme, acacie, mangrovie, sabbia e rocce, tra le ultime, inviolate spiagge del Mar Rosso, il deserto orientale prossimo al Sudan (annunciando la savana) e Shalateen, cruento mercato di cammelli che ostinatamente mi rifiuto di visitare.

Il tempo è scandito da maree e fasi lunari, nell’arco di un giorno la luce modifica lentamente lo scenario naturale fino al tramonto quando i colori sprigionano un magnetismo onirico. Oltre alla mancanza di un aeroporto internazionale, cos’è che ha preservato l’area dalla speculazione e dal turismo se non un unico, imprescindibile elemento? È il khamsin, vento caldo, opprimente e polveroso che spira sul Nord Africa, sull’Egitto, nel Sahara fino alla penisola Arabica, particolarmente forte a sud, fra il Wadi El Gemal e Berenice. Quando la risacca è regolare e il khamsin, poco più di una brezza, a Berenice regna la quiete, ma se va intensificandosi, vento e mare si coalizzano in burrasca, scandita dallo strepito dei gabbiani occhio bianco (una specie che vive esclusivamente in questo habitat). Il khamsin non è un vento monsonico, tuttavia questa combinazione meteo insieme alle alte temperature, risulta poco congeniale al turista tout court che sceglie il Mar Rosso per il reef, il clima gradevole con assenza di vento forte. Ecco perché a sud della costa la speculazione turistica non è arrivata e finché spirerà il khamsin non violerà il fascino selvaggio del luogo.

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Ho con me un libro, La Chioma di Berenice, che ho messo in valigia per un motivo ben preciso: a casa, in Italia, non riuscivo a leggerlo. Opera dello scrittore algerino Denis Guedj, ambientato nell’Alessandria tolemaica, racconta di Eratostene, astronomo, matematico, geografo e di un’ardita avventura scientifica, la misurazione della circonferenza terrestre. Senza riuscire a decifrarne il discorso e l’azione, il testo mi appariva sfuggente, andavo avanti in una lettura scollegata, tra noia e frustrazione.

Niente di più semplice di uno gnomone! Una semplice asta verticale piantata nel terreno; un uomo in piedi, una torre, un obelisco e il Faro sono altrettanti gnomoni.

Riferendosi al luogo in cui si ergeva la costruzione, il capomastro, incuriosito, chiese se si trattasse di una statua in onore di una Musa.
“Non di una Musa, ma del Sole”, rispose Eratostene.
“O piuttosto del suo contrario.”
“Della notte?” chiesero i muratori stupiti, con un cenno del capo Eratostene li disilluse.
“Che cosa genera il Sole?” domandò enigmatico.
“Luce”, rispose uno
“Calore”, fece un altro
“Sudore”, rispose un terzo, sollevando le braccia perché tutti constatassero quanto gocciolassero le sue ascelle.
“No, no, non ci siamo. Il sole genera ombra!” Si fermò, sentendo che non sarebbe stato capace di spiegar loro cosa fossero i tropici e i solstizi…

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj.

Complici il silenzio, la tranquillità o le costellazioni, messaggere di storie e miti tramandati da secoli, finalmente La Chioma di Berenice scorre con chiarezza e senza mai mancare l’incontro serale con il libro di Guedj, ho cercato di determinare quell’insieme celeste cui riferisce il mitografo greco Conone, in onore di Berenice II d’Egitto, moglie di Tolomeo III, nel cielo del sud, vicino l’Orsa Maggiore, non senza difficoltà.

Foto di Liliana Adamo

Per esempio, Comae Berenices, o Diadema è perfino più luminosa del sole, ma ci sono ventisette anni luce che separano la Terra dalla Chioma, mentre l’astro nascente a est arriva spedito su queste coste aride, impietoso e accecante. In direzione delle tre stelle della Chioma, a una lontananza siderale, splende Black Eye, un potente cumulo cosmico, l’esito di uno scontro tra due galassie che forma un’evanescente spirale di luce.

[…] Chi scrutò nell’immenso firmamento e apprese delle stelle, delle albi, dei tramonti e come il fiammeggiante lume del sole si scuri e in tempi fissi le costellazioni vengano meno nel chiarore celeste, egli vide una ciocca recisa dalla chioma di Berenice […].

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj

 

Foto di Liliana Adamo

Astronomia e biologia marina: fra i misteri di Berenice, c’è Zabargard, o Isola Rossa, ultima falda di roccia in territorio egiziano, tanto distante dalla costa quanto la galassia del Black Eye persa nel cosmo. Selvaggia e disabitata, protetta dal governo per la sua straordinaria biodiversità, Zabargard è per i subacquei, una specie di leggenda.

Chi è riuscito a raggiungerla dopo ore estenuanti di navigazione afferma di barriere coralline sbalorditive e di una fauna marina davvero unica.
Più di quarantasette sono i punti d’immersione a Berenice: facile incrociare delfini (anche quelli a “becco lungo”), tartarughe (tartarughe a scaglie e le grandi tartarughe verdi), squali martello e di barriera, murene, pesci pagliaccio, napoleone, enormi barracuda, dugonghi. Insomma, uno scrigno prezioso di vita sottomarina a portata anche di un semplice snorkeling.

A sud, nel Saint John’s Reef si ravvisa il corallo nero; nelle acque di Blumen, Maksour e Abu Galawa, madrepore, gorgonie, coralli molli. A quaranta miglia dalla costa, troverai il Dedalus Reef e l’esteso sistema corallino di Fury Shoal, mentre l’House Reef di Ras Banas si sviluppa lungo quella che chiamo la mia “caserma” o piuttosto il semplice, graziosissimo resort dove sono alloggiata. La conformazione morfologica dei fondali crea piscine naturali, con svariati pesci che le adoperano come nursery. Qui, i colori del mare si fanno iridescenti e screziati, le trasparenze assolute, nuotarvi è sublime! Ma sii gentile a muoverti con le pinne, non toccare nulla, non disturbare i suoi abitanti.
Intrepida prova se non temi correnti, né fatica, è tuffarsi dal pontile spostandosi a destra, toccando i punti d’immersione più belli – coloratissimi labirinti di coralli ciclopici – spingendosi fino alle mangrovie dove dimorano il falco pescatore e l’aquila di mare. Attraverso varchi aperti sul reef a frangente, raggiungere la spiaggia, percorrendola a ritroso e a piedi verso il resort, fra la battigia e la superficie riarsa; da provare al mattino presto, quando il mare è piatto e la calura, tollerabile.

Un’escursione nel deserto orientale è un’esperienza da non perdere: basterà un po’ di fortuna per avvistare gazzelle, il rarissimo stambecco nubiano, mandrie di cammelli allo stato brado, la volpe del deserto, piccoli conigli selvatici. Partendo dall’antica Coptos (attuale Quena, nei pressi di Luxor), a Berenice si completava la via carovaniera dei dodici giorni, attraversandola in diagonale per recare merci e cammelli ad Alessandria, sulla costa araba, fino alle antiche Indie.
Fra vento e sabbia ocra, alberi d’acacia insolitamente alti e rigogliosi, rocce policrome (ricche ancora di quei minerali preziosi che avevano attirato gli antichi Romani), canyon, gole e valli formate da coralli preistorici (“Qui arrivava il mare, fin qui…”, mi disse Omar), questa è una via già attraversata quattro anni fa e il ricordo delle sue dune al calare del sole si ferma sui “dingo” che inseguivano la nostra giovane guida, mentre lui procedeva sul quad zigzagando sulla sabbia: “Oh, adesso attenti, prego, non avere paura… loro mi conoscono”. E aspettavo di trovarmi dinanzi a jihadisti armati (la zona non è turistica e noi eravamo solo tre persone, compreso Omar) e invece erano dingo! Insomma, forse i dingo in Egitto non esistono, ma sembravano tali, sbucati da non so dove e mentre lo rincorrevano, lui accelerava all’impazzata, eclissandosi in una nuvola di polvere fra risate generali.

Lasciati i ricordi tra le dune del Gebel Elma, la riserva naturale del Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), a cento chilometri più a nord, è un intreccio di habitat diversi, nicchia ecologica unica e peculiare sulla costa del Mar Rosso. Settemilacinquecento chilometri quadrati fra litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne, il più grande wadi presente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare acqua dai rilievi verso la costa e che tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo: è questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato, un impervio paradiso d’acqua e sabbia. Niente quod come sulle dune di Berenice, ma rigorosamente safari in fuoristrada per non disturbare gli animali selvatici; questa, la sola opzione concessa dalle norme severe del parco.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi scavati nella pietra (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, dove gli smeraldi si estraevano dalle montagne per arrivare attraverso il Mediterraneo, alla Roma imperiale. Circondate dalle montagne, scolpite nella roccia in un paesaggio aspro e primitivo, le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, si ergono imponenti e suggestive.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Sono Ababda le guide autorizzate che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, anche il personale dei due alberghi e dell’eco resort nella zona.

Da tempo immemore, passando per Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, la pacifica popolazione nomade ha presidiato queste regioni assistendo all’ascesa e al declino d’intere civiltà, attraversandole pur essendo isolati e respinti. Dagli Egizi, ai Greci, ai Romani, ai Turchi e così via. Tuttora si definiscono figli di Jinn, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari della stessa identità fin dall’era romana.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni ai popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento somigliano ai sudanesi che considerano loro parenti più stretti: magri ed elastici, la pelle più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati, persino eleganti; non si lamentano, né litigano mai. Trasudano calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace.

La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda, dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno. Suonano il tampura a cinque corde, una sorta di chitarra semplice o lira e altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo.

In cerchio dinanzi a un falò improvvisato, del cibo e del tè, gli Ababda intrattengono gli ospiti venuti dalla civiltà occidentale. Il khamsin sembra essersi placato, la Chioma risplende fra tutte le costellazioni, nell’assoluta oscurità della notte nel grande deserto orientale.

Credit: un grazie a Gino Quatela per le foto subacquee.

Namibia: nella Terra dei contrasti.

Liliana Adamo per Latitude180.

Paese di una bellezza sbalorditiva e grande potere attrattivo, la Namibia è un’antica terra di colori, contrasti e culture. Attraverso l’Oceano, la Terra e l’Aria, un percorso a tappe: dalla Foresta del Quiver Tree, alla Skeleton Coast, dalla natura selvaggia dell’Etosha National Park, attraversando la savana e il deserto, fino alle dune rosse del Sossusvlei e oltre.

Quiver Tree Forest. Le foreste endemiche che affascinarono gli antichi esploratori.

Kokerboom Woud è la corretta pronuncia afrikaans per la “foresta degli alberi faretra”, meglio conosciuta come Quiver Tree Forest. Si trova sulla strada che conduce a Koes, nei territori della fattoria Gariganus, 14 km a nord dalla città di Keetmanshoop, nella regione di Karas.

Tra le più note attrazioni turistiche a sud della Namibia, “monumento nazionale” dal 1° giugno 1995, grazie ai suoi duecentocinquanta esemplari d’Aloe dichotoma, contorte piante succulente, (kokerboom, in afrikaans), i cui rami erano tradizionalmente usati dai Boscimani per costruirvi appunto, delle faretre come contenitori per le loro frecce (velenose).

Poco lontano dal Giant Playground, nella regione arida del sud, ciò che vedrai è uno scenario che cambia euritmicamente secondo la luce solare e il momento del giorno, dall’alba al tramonto, un ambiente naturale unico nel suo genere. Grandi alberi raggiungono dieci metri d’altezza, popolando l’area da duecento anni circa; i loro rami sono nudi e dicotomici (si dividono in coppie) e le foglie che possono attecchire fino a trenta centimetri in lunghezza, sono affollate, polpose con margini pungenti. Nei mesi invernali e in primavera, quando le precipitazioni restano abbondanti, gli alberi faretra si riempiono di fiori simili a rose dai colori cangianti tendenti al giallo ed è una caratteristica per queste giungle strane e al contempo, meravigliose e che, a dispetto di fusti altissimi, rose e foglie oblunghe, non riescono a fare ombra.

Come spesso accade in Africa, la Quiver Tree Forest, custodisce uno status “sacro” per le religioni animiste del luogo, ma per i visitatori è oltremodo interessante per un fattore diremmo, “ottico”: gli alberi sembrano crescere in modo capovolto, un punto di vista bizzarro dovuto probabilmente al fogliame che somiglia molto alle radici.

Nel sud della Namibia, oltre a sparuti bush curvati dal vento e qualche arbusto, gli alberi faretra sono gli unici che troverete, non vi è altra vegetazione. Una foresta ulteriore si trova ad est di Sesriem (a qualche decina di chilometri) alcune, non spontanee, si osservano in siti di conservazione, come nel Karoo National Botanical Garden di Worcester, in Sudafrica.

Scopritori” di queste fitologie autoctone sono stati coloni, esploratori e viaggiatori. Simon Van Der Stel, le menzionò nel corso di una spedizione a Namaqualand nel 1685 e al suo seguito, il disegnatore Hendrik Claudius, le riprodusse in diversi bozzetti. Altri esemplari furono osservati ed effigiati anche da Thomas Baines nel 1866, nei pressi di Roodeberg, a sud-est di Walvis Bay. I disegni, i primi per questi habitat incontaminati, mostrarono al mondo occidentale foreste e paesaggi intorno a crinali di ruvida e cresposa roccia ocra, costellati da ciottoli e cristalli scintillanti.

Il momento migliore per godere appieno del luogo è durante i mesi invernali per evitare il caldo. Da utilizzare per escursioni, la proprietà del Gondwana Canyon, un ottimo campo base, con eccellenti sistemazioni.

Skeleton Coast. La costa atlantica, i relitti e le otarie: segni di un mondo primordiale.

Una lunga strada semi deserta si confonde sulla superficie arida lungo la costa dell’Atlantico “dove tutto sembra tornare polvere”. Dove incontri solo qualche pescatore solitario con il suo fuoristrada parcheggiato sulla striscia di sabbia, carico di provviste e taniche di benzina. Tuttavia, non è questo il motivo per l’appellativo di “Skeleton”; la strada, la spiaggia, la costa si chiamano così per le innumerevoli navi che vi sono arenate nel corso del tempo, colpa le correnti, le tempesti, le nebbie, i fondali frastagliati. Ciò che resta di questi relitti è strappato dal vento e dalle onde, ultimi passaggi umani riassorbiti dal deserto e dal mare fino a sparire del tutto, a diventare polvere nella polvere, appunto (i resti della nave Zelia sono fra i più recenti, risalgono appena al 2008. Il relitto è ben indicato lungo la strada, fra Hentie’s Bay e Cape Cross). Alta curiosità: la costa namibiana è definita al pari di un “deserto freddo”. In un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi.

Sulla Skeleton Coast dimenticatevi il confort dei campi tendati nella savana, qui è l’ultimo avamposto per la civiltà del lusso, fino al confine con l’Angola e oltre, c’è solo qualche campeggio. Finalmente a Cape Cross, quasi sul confine angolano (dove si può visitare un interessante museo dedicato alla storia del luogo, che deve il suo nome alla croce piantata dal portoghese Diogo Cao, primo europeo a sbarcare nel 1486), l’Oceano regala la visione impressionante dinanzi a una distesa di decine di migliaia d’otarie. I loro versi, lamentosi o feroci squarciano l’aria, l’odore è quasi insopportabile ma ci rendiamo conto che siamo al cospetto di un mondo primordiale, di cui, ormai, non siamo più parte.Un centinaio di chilometri separa Cape Cross da Ugabmund, nel parco nazionale, dopo l’interminabile strada di salsedine e polvere sulla costa Atlantica.

Etosha e Sossusvlei. Nel cuore del Wildlife, ammirando le Dune rosse più alte al mondo.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti; tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale, difficile immaginarli nel sole accecante di questi spazi sterminati, nel paese più arido a sud del Sahara.

La Namibia, oggi, rappresenta la vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione. Lo stesso Ministero dell’Ambiente e Turismo è impegnato in un’unità di lavoro (il progetto Community-Based Natural Resource Management), che coordina egregiamente lo stato di conservazione e lo sviluppo economico.

Il governo centrale ha quindi incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le “Conservancies”, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e crescita economica. Un modello di “Conservancy” è Torra, vale a dire la terra dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.

La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intero Paese per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico al mondo. Il pan più scenografico è nel Sossusvlei, un altro, molto grande, si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo, “Big Daddy” (390 metri d’altitudine) e la famosissima “Duna 45”, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nella conformazione delle aree secche su … Marte!

Superando le pianure che si spingono fino alla costa atlantica, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di superficie chiamata Dito di Caprivi e usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive in Africa per il Wildlife.

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo (a voler essere precisi, la denominazione è Kavango in Namibia, Okavango in Botswana), attraversando Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata, valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna straordinaria. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope, l’ippotrago.

Con i suoi 20.000 kmq, il Parco Nazionale di Etosha ha una prerogativa che lo rende unico: in qualsiasi altro luogo impieghi ore o addirittura giorni per avvistare fauna selvatica, da osservare o fotografare. Qui, sono gli animali ad avvicinarsi; basta fermarsi nei pressi delle tante buche d’acqua, aspettare un po’ mentre leoni, elefanti, antilopi e gazzelle si appresteranno non a due, tre o quattro ma a centinaia!

Ancora: la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione. Il parco è, infatti, un donor, un ente speciale che cede animali ad altre riserve qualora quest’ultime, richiedessero un ripopolamento di varie specie.

Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si trasforma in una bassa laguna, in uno scenario di vita e colori, oasi per fenicotteri e pellicani; viceversa, nella stagione secca, la sabbia bianca avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale.

Intorno al Parco, nei villaggi del Kaokoland, vive un’etnia fra le più “perseguitate” dai turisti: sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, a lungo rimasti isolati.

Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Sono proprio le donne a difendere le usanze più antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino di pellame, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona all’epidermide una tonalità lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.