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The David Sheldrick Wildlife Trust: Humpty e altre storie.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un’operazione che, nelle sue fasi salienti, dura quarantacinque minuti: il salvataggio di un piccolo ippopotamo intrappolato in uno stagno fangoso gremito di pesci gatto, nel bel mezzo della savana nei pressi di Kiunga, sulla costa nord del Kenya, tra l’antico porto di Lamu e il confine con la Somalia.

Dibattendosi nel limo, il cucciolo era tenuto sotto osservazione d’alcuni giorni per accertarsi che fosse, appunto, un orfano. Quando ormai era evidente che senza alcun intervento sarebbe morto, ecco che il Centro recupero wildlife fa scattare la sua task force.

E’ un fresco mattino del 23 dicembre scorso: un Cessna che si trova nei paraggi (a bordo Andrew Francombe e Fuzz Dyer), si alza in volo atterrando in una zona pressoché inaccessibile; anche il DSWT Rescue Team, composto di due esperti, vola da Nairobi fino a Kiunga e grazie al “ponte” del primo aeromobile, raggiunge il gruppo di soccorritori.

Il recupero avviene nel modo consueto, un tiratore che “spara” tranquillante e una rete per bloccare il malcapitato, anche se la “cattura” si trasforma in un impegno gravoso con l’agitazione dell’animale che respira a fatica non riuscendo ad affiorare dalla densa poltiglia nera.

Finalmente spinto fuori e fatto rotolare su una barella di tela, il piccolo è fasciato in una coperta e delicatamente umettato, ma per giungere a destinazione c’è bisogno d’imbracarlo sui pattini del velivolo durante i dieci minuti di trasbordo dalla foresta all’aeroporto di Kiunga. Qui, è nuovamente preparato alla tappa successiva fino a Kaluku, ai confini dello Tsavo, dove lo attende con trepidazione l’intero staff del David Sheldrick Wildlife Trust.

Il nuovo arrivato, inizialmente considerato di sesso maschile e battezzato col nome di “Humphrey”, è affidato alle cure di un neo “mamma”, vale a dire Frans, direttore per le operazioni di campo che nel corso del tempo ha ricoperto svariati ruoli. Tuttavia, assumersi in carica un cucciolo d’ippopotamo resta indiscutibilmente un nuovo territorio, una sfida che Frans è pronto a intraprendere!

Sollecitamente srotolato e liberato della sua coperta umida, scrostata la patina di fango, il piccolo appare ustionato e disidratato, malgrado ciò, le cure per stabilizzarlo ottengono gli esiti sperati. Per Frans si prepara una lunga notte, assistendo un cucciolo impaurito sotto una doccia in continua esecuzione per mantenerlo impregnato a una temperatura costante. Il giorno successivo i guardiani predispongono anche una scuderia “personalizzata” con tanto di “piscina” (una buca d’acqua, dove potrà facilmente rinfrescarsi).

“Humphrey” che intanto è diventata “Humpty” (non essendo un “lui” ma una “lei”), mostra segni di totale attaccamento al suo custode: lo segue ovunque docile e fiduciosa; le sue condizioni migliorano visibilmente, rivelando altresì una propensione di dolcezza e familiarità per l’intero nucleo umano e animale di Kalaku, senza esclusioni. Humpty si trasforma in mascotte del DSWT. La sua storia varca i confini del Kenya, è una storia toccante ed emblematica sul recupero del wildlife in Africa, un continente alle prese con nuove minacce globali quali cambiamenti climatici e siccità, scomparsa della fauna selvatica, mentre si moltiplicano cacciatori di trofei senza scrupoli e bracconieri armati di AK74.

Il mondo intero si commuove per il cucciolo d’ippopotamo strappato al fango e della sua lotta per la vita.

“Lei ha illuminato le nostre vite e sembra così ingiusto che il destino debba privare Humpty di un futuro. Questa perdita improvvisa ci lascia devastati; con suoi modi incantati e unici Humpty ha commosso migliaia di persone, non soltanto chi è stato coinvolto nel suo salvataggio e nelle cure… Il conforto che traiamo è sapere che la sua breve vita non avrebbe potuto essere più felice, che la sua presenza lascerà un ricordo indelebile nel nostro orfanatrofio di Kaluku…”.

Angela Sheldrick (Ceo del DSWT).

Humpty non rappresenta la sola creatura – simbolo del Trust: femmine d’elefanti e rinoceronti se non vittime della selezione naturale, finiscono sotto i colpi del bracconaggio, i piccoli, privi di protezione se non accettati o “adottati” dal branco, non hanno alcuna aspettativa di sopravvivenza. L’intervento delle unità mobili e l’organizzazione interna di questi meravigliosi volontari, convoglia gli orfani in ciò che diventerà un amorevole percorso di “svezzamento” fino al reintegro negli habitat originari. Quest’ultima fase avviene progressivamente, secondo gli studi e conoscenze sul comportamento in cattività portati avanti dal compianto David Sheldrick, pioneristico “Wilderness Guardian” allo Tsavo e da sua moglie, Daphne.

Tra nuovi amici, piscina personalizzata e la stanza da letto di Frans (dove lei reclama di dormire), in un variegato status di socialità e protezione, Humpty riscopre quindi la gioia di vivere in attesa del ritorno “a casa”. Una restituzione che madre natura attenderà invano: infatti, nella notte del 7 maggio scorso, dopo un’ordinaria giornata con bagnetto serale, la piccola d’ippopotamo muore inaspettatamente. Non basta il pronto intervento veterinario del Kenya Wildlife Service e del Dott. Poghon, né i tentativi disperati per l’intero team di soccorso medico; Humpty se ne va senza una ragione plausibile, né un segnale apparente di disagio.

GLI OSPITI DELL’ ORFANOTROFIO

Nell’ orfanotrofio Sheldrick sono ospitati piccoli di rinoceronti, bufali, facoceri, zebre, svariate specie d’antilopi autoctone: impala, cudù, eland, cefalofi azzurri, dikdik madoqua. Persino due giovani struzzi, Pea e Pod, sono diventati parte integrante dell’Unità Nursery. Pare sia nata un’incantevole amicizia fra gli allampanati pennuti e gli elefantini. A loro si è unito Kiko, un cucciolo di giraffa; sembra anche che questo strampalato gruppo non riesca mai a separarsi, avvalorando la tesi che dal comportamento animale molta umanità potrebbe trarre insegnamento se non altro su paludati concetti di convivenza e integrazione.

C’è l’elefantino Mteto di dieci mesi appena, rinvenuto nei pressi del villaggio Masai di Mtito Andei, accanto alla carcassa della madre cui sono state asportate le zanne per l’avorio. Difficile restare controllati ed efficaci in situazioni di tale sofferenza, come racconta Angela Sheldrick: “Dinanzi a scene simili non si può fare a meno di riflettere su ciò che deve aver provato nei giorni e nelle notti precedenti al suo recupero, da solo e vulnerabile, accanto al corpo straziato della madre. Quando le squadre arrivano sul posto, trovano questi cuccioli atterriti e potenzialmente aggressivi. Ma gli elefanti sono creature straordinariamente intelligenti, basta davvero poco perché si acquietino, intuiscano in qualche modo che siamo lì per aiutarli…”.

C’è Eleonor, la matriarca, fra le prime a essere portata in salvo (a oggi, più di 400 elefanti hanno sostato nell’orfanotrofio), con la quale Daphne Sheldrik stabilisce un feedback intensamente viscerale ed empatico: “Sono gli animali che più si avvicinano a quelle che noi definiamo caratteristiche umane, racchiusi in un’aura che ci raggiunge in modo misterioso e trascendente…”.

Infine c’è Olmeg. Profondamente sensibile e passibile dell’ammirazione altrui, “un personaggio complesso”, spiega Angela Sheldrick, essendo il più robusto e il più “vecchio” fra gli elefanti, Olmeg ha incondizionata adorazione dagli orfani più giovani e inesperti. Può apparire come un’esagerazione, ma le comunità di questi proboscidati seguono regole molto articolate: non è raro osservare il modo in cui i piccoli elefanti maschi stabiliscano un rango e un “eroe – culto” fra gli anziani. Olmeg è una sorta di “boss” della Nursery, capo prescelto all’unanimità.

Sarà l’autopsia a svelare che nulla avrebbe potuto salvarla: il suo intestino appare completamente contorto e il perché avvenga questa complicazione rimane, purtroppo, un mistero. Imputabile, forse, la vegetazione abbondante, ricca di minerali che si sviluppa a seguito di copiose piogge torrenziali; non è mai del tutto chiaro il motivo di un imprevisto fatale che può colpire gli animali in tenera età.

Tracce della sua presenza sono le impronte tra la scuderia e la pozza d’acqua. Stringono il cuore di Frans e dell’intero personale che presta la sua opera nel DSWT. Humpty, lascia un vuoto enorme, un ricordo dolce e straziante, eppure il lavoro appassionato di un precursore della conservazione come David Sheldrick, l’orfanotrofio e il team no profit creati in sua memoria da sua moglie Daphne, hanno reso lo Tsavo East famoso nel mondo per il programma di riabilitazione destinato alla fauna selvatica.

LE ANALOGIE TRA UOMO ED ELEFANTE

Singolari alcune similitudini tra elefanti e uomo. La durata della vita, per esempio (un cucciolo arriva alla maturità a vent’anni circa), la sensibilità nei confronti della famiglia e la comunità, il senso della morte. Gli elefanti mostrano molte delle nostre emozioni peculiari, possono essere allegri, tristi, demoralizzati. Esprimono invidie, gelosie, capricci, sviluppano un feroce senso di competitività, oppure farsi collaborativi. Si addolorano per la perdita dei propri cari, versano lacrime, soffrono, si deprimono. Hanno il senso della compassione nei confronti dei propri simili e di altre specie. Si aiutano l’un l’altro nelle avversità “E se li conosci molto bene, ti accorgi di quanto siano capaci di sorridere, divertirsi, essere felici”.

I tratti che non si ravvisano nelle limitate capacità umane, sono gli infrasuoni a lungo raggio (gli elefanti adottano eccezionali “strategie comunicative” a noi oscure), udito sofisticato (riescono a percepire anche un rumore di passi in lontananza) e ovviamente, una memoria che supera notevolmente la nostra, ampliandosi per l’intero arco della loro vita.

Moltissimi esemplari sono stati reintegrati con successo, sebbene cresciuti in ambienti forse non rispondenti alle loro attitudini. All’attività di recupero si affianca una preziosissima mole d’informazioni per gestazione, tassi di crescita, preferenze alimentari, malattie, struttura sociale, evoluzione in habitat ordinari o permanenza in cattività. Per i piccoli degli elefanti, Daphne Sheldrick ha sperimentato (con risultati ottimali), una particolare composizione del latte che permette l’aumento del peso, la crescita e la sopravvivenza. Si è studiato a fondo il rapporto che si stabilisce fra due razze diverse, quella umana con gli animali, ciò ha dato fiducia gli uni negli altri.

A un centinaio di visitatori in orari prestabiliti, il DSWT offre la possibilità e il piacere d’osservare i cuccioli e interagire con loro.

Resta un fattore importante, che questo immane compito insieme al rapporto tra uomo e natura selvaggia, non si interrompa, ma continui a rafforzarsi su basi concrete: reprimere a livello internazionale la piaga del bracconaggio applicando normative ad hoc, prefiggersi una cultura rivoluzionaria che rigetti le disparità fra diverse specie viventi, nel rispetto degli animali e dei loro habitat.

A special thanks to The David Sheldrick Wildlife Trust staff of Nairobi (Kenya) and to Miss Angela Sheldrick,  DSWT Ceo.

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BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

Sguardi sul Wildlife. For the World Wildlife Day. “Listen to the Young Voices.”

Di Liliana Adamo 

(Versione originale di un articolo apparso in due fasi differenti su InNatura Magazine).

Wildlife Photography concept e tre grandi fotografi: Marco Gaiotti, Mostafa Elbrolosy, Marina Cano. Tre diversi sguardi e alcune analogie, l’approccio al mondo naturale, la fotografia come arte, l’avventura e l’etica del wildlife.

Nel tramonto artico di Marco Gaiotti.

Isole Svalbard, Norvegia; sul Mar Glaciale Artico, a settembre: “La luce arriva da un sole basso sull’orizzonte per molte ore al giorno, creando una situazione di alba o tramonto continuo…”. Il fotografo italiano, Marco Gaiotti si apposta lungo il pack mentre “La luna piena sorge al tramonto sopra l’isola di Karl XII”.  Il suo teleobiettivo è pronto: “Gli strati d’aria umida si fermano sulla superficie del mare prossimo al congelamento, diffondendo cromie incredibili…” e lui riprende un’immagine fugace ma perfetta, per luce, soggetto, condizione, un orso polare che dorme sulla scogliera, al crepuscolo, prima della lunga notte artica.

La foto-emblema scattata durante la spedizione nell’autunno 2013 tra i fiordi delle terre abitate più a nord del pianeta, gli vale un primo premio al“Memorial Maria Luisa” nella categoria “mammiferi”, ma l’intero reportage dalle Svalbard sarà pubblicato sulle pagine dell’inglese The Guardian e conteso dalle maggiori riviste specializzate.

Genovese, classe 1983, di professione ricercatore universitario, Marco Gaiotti, aveva già visitato le terre polari nel 2009, campeggiando fra le ragioni dell’Alaska in completa autonomia, portandosi dietro l’attrezzatura fotografica e l’inderogabile aspirazione a riprendere la fauna e i paesaggi locali. In Alaska capirà di voler dare un taglio professionale alla sua passione, continuare a fotografare gli itinerari incontaminati del nostro pianeta:Sicuramente un fotografo naturalista è una persona appassionata di natura che sta bene nella natura, e mostrare attraverso le fotografie ciò che rimane del patrimonio naturale di questo pianeta aiuta a far comprendere alla collettività, assegnare un valore a ciò che un domani potrebbe essere irreparabilmente distrutto. Io, in ogni caso, non condivido posizioni ambientaliste estreme che vedono l’essere umano come un parassita del pianeta, ma penso che questo pianeta sia a disposizione dell’uomo ed esso possa giovarsene entro limiti di buonsenso che garantiscano la sostenibilità per gli anni a venire, in modo che le future generazioni possano ancora apprezzare gli habitat naturali…”.

Cambiamenti climatici, deforestazione, depauperamento d’ecosistemi e biodiversità, cosa ci riserva ancora l’etica della fotografia naturalistica? E come si muovono i suoi moderni fautori?  Si racconta che un “pioniere” del concetto wildlife, Eric Hosking, nonostante fosse stato leso da semi cecità permanente, a causa di uno “scontro” con un gufo reale e un artiglio che gli lacerò l’occhio sinistro, continuò a dividere il suo tempo tra (straordinarie) fotografie e conferenze sul tema della conservazione aviaria; a tal punto da essere considerato, oggi, non solo un grande fotografo ma soprattutto, antesignano della difesa ambientale e delle specie a rischio.

Nel termine squisitamente anglofono, “wildlife”, c’è il variegato affresco di una natura sconfinata, del libero movimento della fauna selvatica, priva dell’elemento umano e antropico. Dal Sud al Nord del mondo, fino a che punto si spingono conoscenza e consapevolezza di chi fotografa luoghi ancora strenuamente integri? Senso della bellezza e spirito per l’avventura, sono comunque inclusi, ma torniamo a Marco Gaiotti e alla sua permanenza sulle isole norvegesi, dove, tra l’altro, opera una base artica italiana in memoria al pilota Umberto Nobili, che alle Svalbard si schiantò durante un’esplorazione in aerostato, nel 1928; oggi, centro di ricerca per la chimica e fisica dell’atmosfera, la biologia marina, l’oceanografia.

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Marco Gaiotti

Qui, le condizioni del ghiaccio sono al minimo storico. Quest’inverno, sulla costa occidentale delle Svalbard (a eccezione di Van Mijenfjord e Dicksonfjord), quasi nessuno dei fiordi emersi n’è ricoperto. L’effetto dei cambiamenti climatici si manifesta in modo drammatico anche nella parte più settentrionale del pianeta: “Verso settembre la banchisa raggiunge generalmente il suo minimo e nel 2013 navigammo fino a quasi l’ottantatreesimo parallelo prima d’incontrare ghiaccio marino. Secondo le nostre guide mai ci si era dovuti spingere così a nord in passato. La realtà è che le regioni artiche sono particolarmente sensibili rispetto al riscaldamento, perché una variazione di pochi decimi di grado centigrado comporta lo scioglimento o il congelamento d’immense aree di oceano. Ho seguito al mio ritorno l’evoluzione del ghiaccio marino, e fino a dicembre l’area a nord di Spitsbergen rimase priva di ghiaccio. La popolazione di orsi polari delle Svalbard, al ritiro estivo della banchisa, ha due possibilità, seguire il ritiro dei ghiacci a nord, oppure aspettarne il ritorno sulla terra ferma. Sulle isole il cibo a disposizione per gli orsi, che abitualmente cacciano le foche sul pack, è scarsissimo e sono esposti a lunghi periodi di digiuno che diventano sempre più lunghi anno dopo anno a causa della scarsità di ghiaccio. In questi mesi gli orsi riducono al minimo il consumo di energie dormendo per gran parte del tempo, come nel caso della foto dell’orso con sopra la luna piena, consumando le riserve di grasso accumulate nei mesi di caccia sul pack. Se gli orsi non hanno sufficienti riserve, o se il periodo senza ghiaccio diventa troppo lungo, muoiono di fame. Fortunatamente alcuni orsi hanno imparato a mutare le proprie abitudini per adattarsi alla nuova situazione; alcuni saccheggiano le colonie di uccelli sulla terra ferma all’inizio dell’estate, mentre altri hanno incominciato a predare le renne, sebbene non siano, come specie, predisposti a lunghi inseguimenti”.

Marina Cano, la guerriera.

Su opposte latitudini, dalla Norvegia, all’Africa Australe, le situazioni emergenziali non cambiano.

Campagne di sensibilizzazione e molti sforzi compiuti non fermano caccia di frodo e bracconaggio ormai, fuori controllo. I decantati big five (leoni, elefanti, rinoceronti, leopardi, bufali africani), sono esponenzialmente ridotti di numero. Dal 2005 al 2013, nel solo Parco Nazionale Minkebè (stato del Gabon), sono stati uccisi 11mila elefanti, due terzi della comunità; l’escalation ha avuto il suo apice d’arroganza, un anno fa, con la tragica fine di Cecil, il leone simbolo dello Zimbabwe, complici anche la mancata educazione ambientale e una sottocultura legata al concetto del “trofeo” da portare a casa a caro prezzo, ed esibire agli amici.

Marina Cano di Cantabria (nord della Spagna), tra le più accreditate fotografe al mondo, unica donna nella rosa dei finalisti, nel 2015, per l’autorevole Wildlife Photographer of the Year, sebbene non minimizzi l’allarme crescente sull’estinzione delle specie, s’impone una cauta fiducia: “Sono preoccupata, è vero, allo stesso tempo, ho bisogno di restare ottimista. Col tempo e la mia frequentazione in Africa, sono diventata una guerriera. Cerco di difendere gli animali, d’essere la loro voce attraverso le mie fotografie. Premesso che un chilo d’avorio ha più valore di un chilo d’oro, il problema è nella corruzione, di tutti quegli stupidi esseri umani che continuano nei loro consumi a logorare avorio o corno di rinoceronte. Chi acquista queste materie strappate agli animali selvaggi, ha le mani macchiate del loro sangue, al pari dei bracconieri… La mia terra è la Cantabria. Lì sono nata e lì sento profondamente le mie radici ma, permettimi di citare Kwame Nkruma (Francis Nwia-Kofi Ngonloma, noto come Kwame Nkrumah o Osagyefo/il redentore, rivoluzionario e politico ghanese, accusato di radicalismo per il suo impegno nella decolonizzazione e il panafricanismo), non sono africano perché sono nato in Africa, ma perché l’Africa è nata a me…”.

E infine, semplificando con il principio di Ralph Waldo Emerson, la pazienza a “seguire il ritmo della natura”, tecnica d’azione, attitudine, regola base d’ogni buon fotografo naturalista; per Marina Cano, anche la pazienza gira intorno a: “Un duplice concetto, restare in attesa in un luogo, in attesa che qualcosa accada, beh dipende da dove ti trovi. Essere in paziente attesa in coda in mezzo al traffico non è una delle mie prerogative; ma in natura, non ho bisogno d’essere paziente, n’è sono totalmente immersa. Posso perfino dimenticare di mangiare, per l’attesa di un giorno intero, se necessario, non sono mai impaziente, per il semplice fatto che amo trascorrere del tempo nella natura selvaggia”.

Il salto del leopardo di Mostafa Elbrolosy.

“Sicuramente la conoscenza è un must”, afferma Mostafa Elbrolosy, egiziano di Tala, Al Minufiyah, residente a Dubai, negli Emirati Arabi, una laurea in legge, naturalista per passione, eccellente, sensibilissimo fotografo, “mosca bianca” del Medio Oriente: “Essere un fotografo naturalista in Medio Oriente? Bene, significa due cose. Primo, sei sempre nei guai con la polizia, a causa dei teleobiettivi che ti porti dietro e della mimetica. Sono stato fermato svariate volte, in Egitto e negli Emirati Arabi; due volte mi hanno sequestrato la macchina fotografica e gli obiettivi, per “indagare” cosa io avessi ripreso…Seconda cosa, nessuno in Medio Oriente sa che esiste una branchia della fotografia che si annovera come naturalistica, neanche cosa voglia dire…wildlife, quindi, fauna selvatica! Dire a qualcuno che sei un fotografo di fauna selvatica, significa che riderà di te…che si prenderà gioco di te! Anche nei concorsi fotografici c’è un completo boicottaggio, nelle selezioni e nei vincitori, di chi fotografa il wildlife!”. 

A dispetto di fermi e sequestri, a Mostafa Elbrolosy non sono mancati importanti riconoscimenti dagli Emirati nei suoi dipartimenti governativi e a livello internazionale. Il suo meraviglioso lavoro sugli uccelli è stato descritto dal National Geographic Abu Dhabi, dalla Nikon Film Photo Festival e raccolto nel libro dei Cento Fotografi Arabi.

Da un indimenticabile viaggio in Zambia con tre amici (un medico, Mostafa Mahran, un giornalista Mohamed Hesham, un altro fotografo Magdy Aly), esce fuori l’idea di una grande mostra itinerante, “Africa Wilderness”, esperienza inconsueta in Egitto, un percorso iniziatico in un paese non apertamente ostico ma, certo, poco incline. Eppure, per Mostafa Elbrolosy, che sogna di visitare l’intero continente africano, una tenda sotto un cielo stellato nella savana zambiana (e una sua incredibile foto riprende questa cornice surreale), è sentirsi esattamente: “Nella propria dimensione e nella propria pelle. In molte zone dello Zambia gli animali si muovono liberamente, in un territorio ancora integro e puro (a questo proposito avevamo scartato la Tanzania e il Kenya, fin troppo turistici…), finanche pericoloso. Abbiamo montato le nostre tende, elefanti e ippopotami giravano indisturbati intorno al nostro campo; non nego di aver provato timore, ma anche pace e relax, una sensazione liberatoria, fuori tutto, ero nel mio mondo! 

Abbiamo guidato per 3mila chilometri in autonomia (come spesso accade), cioè senza guide locali e a nostro rischio, è stata un’avventura…oltre che una spedizione fotografica. Avevamo soltanto pianificato di visitare il maggior numero di siti possibili, da est a sud ovest, raggiungendo tre parchi nazionali, due cascate, quattro città principali, centinaia di villaggi. L’intero reportage fotografico è finito in “Africa Wilderness” al Cairo e Alessandria, ma è stato proprio durante questa spedizione che ho verificato la frustrazione e i limiti che la natura impone ai fotografi. Tu lo sai, la mia magnifica ossessione sono gli uccelli, e le specie viste in Zambia erano tante da lasciare esterrefatti, ma in questo caso, ci si è messa di mezzo la sfortuna, non ho potuto ottenere la giusta distanza e poi c’è stato il salto del leopardo…”.

Che leopardo…? “Un salto di un leopardo proprio dinanzi alla nostra macchina, ma così veloce, inaspettato e repentino… più veloce del mio istinto fotografico, non gliel’ho fatta a riprenderlo…”.

Il wildlife? E’ arte!

Quanto conta sentirsi “un artista” che osserva e fotografa la natura? Scopo primario sarebbe quello di mostrarne la bellezza intrinseca, avvicinandosi in punta di piedi in habitat, in molti casi, esclusi dalla presenza umana, di conseguenza attribuendosi una particolare responsabilità etica. In tanta tenacia e determinazione, l’assioma di Arthur Morris, “Work as hard as humanly possible(Lavora col massimo impegno umanamente possibile…), può farsi regola e non eccezione, ma i più grandi fotografi naturalisti non si sottraggono al piacere d’esprimere la “propria” visione della natura. La differenza tout court sta nel respingere, per esempio, la riproduzione generica e meccanica, o smodatamente dinamica, i virtuosismi fotograficamente pletorici e fuorvianti che sembrano tanto in voga nel mondo della comunicazione digitale.

Marina Cano: il “suono ruggente del leone”.

Marina Cano, può contare su una straordinaria tecnica fotografica, eppure ciò che rende uniche le sue foto sono fattori come l’emozione, la sorpresa, il sentimento d’assoluta sintonia con i soggetti ritratti, che siano animali selvaggi ripresi in Namibia o un faro dimenticato che emerge da una tempesta sull’oceano. A Santander, dove vive, l’estetica, la bellezza sono in ogni aspetto della vita quotidiana, una condizione che sembra convergere pari passo nell’espressione artistica e fotografica.

“Sostengo che le mie foto sono come i miei figli. Beh, certo, ce n’è sono alcune che hanno fatto un lungo percorso. La cover per la rivista, Nat Geo Traveler, L’elefante e il Kilimanjaro, è in assoluto, fra le mie preferite…”.  Ambasciatrice della squadra Canon (Canon Explorer per la fauna selvatica), finalista al Wildlife Photographer of the Year con Heaven on Earth, scatto onirico e “capovolto” di una pozza d’acqua e giraffe nell’atto di bere a fianco di un rinoceronte nero, Marina Cano, ha avuto come “madre spirituale” un’altra esponente di spicco per la difesa dell’ambiente e del wildlife, Jane Goodall. Sull’annosa “questione femminile”, non solo in campo fotografico, le sue idee sono chiare e decise: “Sono un essere umano con una macchina fotografica. Una persona che ha una specifica personalità, e scatta foto. Sono Marina Cano, solo un essere umano. Avrei potuto essere un cane, un elefante, un uomo o una donna. Voglio dire, non vi è alcun lato femminile specifico nelle mie immagini solo per il fatto del mio genere… La società dice alla donna, devi essere una madre, prenderti cura dei figli, essere bella, indossare tacchi alti, avere capelli lunghi, unghie laccate, vestiti stretti, essere magra, sorriso perfetto, sempre impeccabile … e con quel vestito poi, cerchi d’andare nella savana selvaggia… Le donne storicamente sono state relegate. C’è una grande pressione sociale per dire alle donne qual è il loro ruolo. Ed è davvero difficile camminare in un percorso diverso, quando non ci sono i campioni da seguire, nessun incoraggiamento ma al contrario, non è facile da rompere le regole. Le cose sono cambiate, ma poco, e molto lentamente. Incoraggio a tutti le donne a rompere le regole che ci opprimono. Possiamo essere qualsiasi cosa vogliamo essere”.

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Marina Cano

All’indomani dell’ennesimo viaggio in Africa, lei lavora al suo prossimo libro che sarà pubblicato quest’anno. Dopo “Cabarceno”, “Drama and Intimacy”, “Babies of the Wild” di grande successo commerciale, sull’ultima opera in corso, afferma come la scrittura: “Renderà l’esperienza ancora più profonda…un libro realizzato con l’amore più selvaggio” I contenuti? “Sarà come invocare il suono ruggente del leone… ”.

Le fotografie “ragionate” di Marco Gaiotti.

Per Marco Gaiotti il messaggio artistico è fondamentale: “Vedo l’aspetto tecnico importante a servizio di un’idea precisa che l’autore vuole realizzare…Guardando il mio portfolio non ci sono fotografie tecnicamente difficili da realizzare, ma fotografie nelle quali gli animali sono inseriti in un contesto naturale che talvolta diventa predominante rispetto al soggetto stesso. Si tratta quasi esclusivamente di scatti statici, ragionati, che hanno richiesto alcuni istanti, più o meno lunghi, di preparazione…Al momento, non insisto molto su foto dinamiche, che magari hanno un elevatissimo messaggio documentaristico e lasciano spesso l’osservatore a bocca aperta, e che ammetto, siano generalmente difficilissime da realizzare. In quel campo la concorrenza è spietata ed è difficile emergere mi piace inserire l’animale nel proprio habitat, di conseguenza ho necessità di avvicinarmi molto agli animali e montare lenti non troppo lunghe, quando riesco a usare il grandangolo, ottengo i risultati migliori. A volte la scena è sufficientemente compressa da poter ottenere ciò che si vuole con un teleobiettivo, come nel caso dell’orso polare sotto la luna piena, o nel caso della giraffa solitaria nello stagno di Etosha in Namibia…Come fotografi n’è apprezzo tantissimi, italiani e stranieri, mi piace soprattutto chi, come me, cerca di sottolineare l’habitat più che l’animale. Ammiro la fotografia della leonessa nell’erba alta di Pierluigi Fornari Lanzetti, che l’anno scorso ha vinto il premio assoluto al Memorial Maria Luisa e al Glanzichter. In Italia ho sempre ammirato molto anche Marcello Libra, purtroppo, da poco scomparso, Marco Colombo, per la sua incredibile capacità d’ottenere scatti magnifici da habitat italiani, ma ce n’è sono davvero tantissimi altri. Come stranieri, potrei citare Art Wolfe, Ole Jorgen Liodden, Sergey Gorshkov, ma sono solo i primi tre nomi che mi vengono in mente…

 In uno scatto sul lago Kussharo, in Giappone, attraverso la caligine di una tormenta di neve e sotto un cielo cupo, c’è l’essenza arte/natura di Marco Gaiotti. “Uno stormo di cigni selvatici sferzati da una tempesta di neve a Hokkaido” insieme a “Un orso polare che dorme sotto la luna piena al tramonto”, foto – emblema delle Svalbard, saranno premiati per due volte di seguito, al “Memorial Maria Luisa”: La foto dei cigni è sempre stata una delle mie preferite, e sono contento che a distanza di due anni da quando è stata scattata, abbia ottenuto un riconoscimento così importante (era sempre stata scartata in fase di preselezione da tutti gli altri concorsi cui l’avevo iscritta). Si trattava una situazione stupenda e freddissima, con nubi spinte da un vento fortissimo che portavano forti nevicate e subito dopo si dissolvevano. Sole e neve forte si alternavano continuamente quella mattina. Il Giappone è stata una prova difficilissima per me… ho vissuto nel paese per tre mesi per lavoro (sono ricercatore universitario) e al termine del periodo ho deciso per una breve vacanza a Hokkaido, ma non avevo assolutamente l’attrezzatura necessaria per le temperature incontrate, costantemente sui -15º C. Era quindi, una sfida continua per resistere al freddo pungente senza rinunciare alla fotografia. Sono molto legato per i medesimi motivi anche a una foto fatta gli stessi giorni sulle sponde gelate del lago Onneto, premiata l’anno scorso al Glanzichter nella categoria “Nature as Art”, che mostra una foresta di aceri sotto una fitta nevicata.

Progetti per l’immediato futuro? Anche in questo caso, leitmotiv è il continente africano, in Botswana per l’esattezza: “Sono stato molte volte in Africa, ma sento di avere realizzato fotograficamente poco in questi viaggi, mi piacerebbe riuscire a ricavare qualcosa di buono e originale in questo continente e nella prossima avventura…”.

E quelle “estemporanee” di Mostafa Elbrolosy.

Gli uccelli, ma non di hitchcockiana memoria; al contrario, uccelli amabili, imprevedibili, eccentrici, delicati, appartati o in gruppi, colti nell’immediatezza o attesi in lunghi, silenziosi appostamenti. Sono gli uccelli di Mostafa Elbrolosy, “magnifica ossessione”, da lui prediletta, studiata in anni di letture, mentre frequentava la facoltà di legge, esplorata nella “caccia fotografica” percorrendo deserti e oasi, campeggiando sulle montagne aride degli Emirati o lungo le sponde dei laghi salati, in Africa centrale o in Egitto: “Provo gioia nell’osservarli, non solo scattando foto!”.

A dispetto della sua insostituibile “mimetica”, c’è un’innata riservatezza (che non esime altresì, una risoluta testardaggine), un’educazione impeccabile, da upper class egiziana, un sorriso disarmante e l’amore incondizionato per la natura, dalle sfumature infinitesimali al wildlife più estremo: “La mia fotografia? Sta nel fermare, attraverso l’obiettivo, quei momenti speciali che la maggior parte delle persone non può osservare in natura. Nel wildlife, di solito amo concentrarmi su scene transitorie, temporanee, fuggevoli…un movimento appena percettibile, le azioni, la caccia… gioco sulle suggestioni o semplicemente indugiando su un batter d’occhio accattivante, che in natura, è spesso presente. Ho scelto questa poetica e questa tecnica così che lo spettatore possa ottenere davvero una visione dei dettagli che al là del concetto d’insieme, sono anch’essi importantissimi; una visione più ravvicinata e ottimizzata nei particolari e nei colori trasmette lo spirito delle creature selvagge e, nelle mie foto, cerco quelle emozioni e quei sentimenti che dovrebbero toccare profondamente l’animo umano”.

Immagini imparziali o visione esclusiva, che cosa rinvia alle persone, al mondo, lo sguardo di un fotografo naturalista?: “La propria visione, questo fa la differenza…Sull’uso della tecnologia…trasformo minimamente la resa delle mie foto, limitandomi alle correzioni del colore, contrasto e nitidezza, tutto il resto avviene nel momento dello scatto. Sì, la luce è il fattore più importante nel fotografare in natura, se questa non è perfetta, nulla puoi in post processing. Puoi scattare una foto perfetta e poi migliorarla, ma se lo scatto è scadente, rimarrà scadente nonostante tutto ciò che farai per correggerlo. Elementi indispensabili per le mie foto, sono la luce, il contatto con gli occhi, azione, emozione e sfondo chiaro”.

 

 

The apotheosis of Candles. “Yes, I have my phobias too, you know. One of them is crowd…”.

By Liliana Adamo

“Yes, I have my phobias too, you know. One of them is crowd…”

This is what I wrote to an American friend telling him about “Gubbio’s Corsa dei Ceri” “The Rave of the Candles” – because the peculiarity of this celebration, which is the popularchorales. On 15 May of every year, residents of Gubbio, visitors from other cities far and near, tourists of every nationality , to the sidewalks, balconies, piazzas, all of them running after the madmen as they climb the Monte from morning to night till they are worn–out with exhaustion. An uncontrollable crowd, but I had to overcome my fears and be there.

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Gubbio. The Rave of the Candles

It attracted me that, presumably, the “Candles” represent the most passionate and dramatic festival, both pagan and religious, held in Italy, and Gubbio is still a small city which was concerned as an architectural masterpiece of the Medieval civilization and the society of the XIII th and XIV th centuries.  An anthropic territory which finds its district expression in the ancient guilds on “ Universitates” of arts and occupations, protected by ancient walls, rocks, woods and mountains (principally three – Foce, Ingino and D’Asciano) .

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Gubbio is a small city which was concerned as an architectural masterpiece of the Medieval civilization and the society of the XIII th and XIV th centuries

As I leave Perugia, the city where I live, in the coach which winds its way through the hills, I became aware of how astonishing this area, lying   between the boundaries of Umbria and Marche is – because of its altitude, variety of terrain and undulations. I remember having read somewhere a singular identification of the green colours and their gradations to describe  their light. Banners with cryptic symbols, some of which are deemed precious, hang down over the roadside, from windows, balconies on ledges; I did not understand their significance at that moment.

And then, here is Gubbio!

“…A lot has been written about the read and presumed mysticism of the Umbrians, exaggeratedly and excessively. About their madness, almost nothing…”  (1).

I get out of the coach, grab my cellular phone and call my friend, Visia, with whom I have an appointment. An authentic Gubbian, she will offer me a red scarf to tie round my neck, and a continuous sequence of emotions. I have some time so I take a small street, run into a group of  “ceraioli” (as the bearers of the “ Candles” are called), and don’t allow them to escape me: “Is there a sure, etymological or philosophical answer about the origins of your insanity? I want to write an account of this day for an American magazine…” I display all my feminine charm.“Americans? We have always liked them…” The two wearingyellow shirts and red scarves  round their necks, approach me and take me by the arm: “We shall write the article for them and then you can pay us…”I don’t think I am willing to do this. “Come along with us and we will show you where our madness comes from!” They are very persuasive but I decline their invitation and go round the little shops of white lace and crockery decorated with gaudy shades, the scent of toasted bread seasoned with garlic and sprinkled  with oil in the air, relishing my first cigarette of the day and gripped by the desire for a coffee. Were lies the ancient area of the Lanaioli which extends up to the area of San Martino, and between two stone buildings flows a narrow little river called the Cavarello. I think of these  places as  they must have been hundreds of years ago – women on the banks of the stream washing clothes made in the original artisan factories…

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Is there a sure, etymological or philosophical answer about the origins of your insanity?
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Come along with us and we will show you where our madness comes from!
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Were lies the ancient area of the Lanaioli which extends up to the area of San Martino, and between two stone buildings flows a narrow little river called the Cavarello.

163 My imagination is playing tricks with me: I become a victim of an inexplicable magic spell the Umbrian landscape cast on me.

The cakes of the madness of Gubbio

It is said that during the papal rule Gubbio had 19 hospitals and no mental asylum.

A delegations of Gubbians went to the Pope asking him for the construction of one.

His Holiness, who had just witnessed the riotous and still existent “Race of the Candles” replied that it was enough to shut the city-gates and it was a ready-made mental asylum in itself.

The Gubbians gave such a delicious cake to the Pope that he repeatedly asked for the cake of the madness of Gubbio in the following days.

( I found this written on the main door of a tavern at the city-gates as I was   going up the street of the Lanaioli).

Up and down, down and up. That’s the morphology: the historical memory of the place is enclosed within these serpentine hills and mountains. You have to forget the plane and rectilinear dimensions of space in order to live here. You need to have a double vision to get accustomed to the pedantic perspectives – to look from down to up and vice versa. It’s the leitmotiv of Umbrians when they discuss matters; the conversation opens with: “Have you been up…have you been down?”. There is no logical meaning and no reference is drawn from where you find yourself: up or down can mean anywhere in a universal sense of these two terms, a circular perception of space without a beginning or an end, without a starting point or a point of  arrival.

I have already written about Gubbio as a masterpiece of a city. The culture of Umbria is at its peak here. Its ancient origins have been attested by “ Eugubine Tablets” which are preserved in the Palazzo dei Consoli. Outside the ancient past of the city there is a “Roman Theatre” while on Monte Igino rest the relics of the patron, Ubaldo Baldassini. One of the Montefeltros – Federico, leader and benefactor of every art, was born here. The creators of this masterpiece were Oderisi, Nelli, Mastro Giorgio, Gattapone and Francesco di Giorgio Martini. It was a Medieval city-state and as such, it deserved the realization of the magnificent complex of the “Palazzo dei Consoli”, the “Piazza Pensile” and the “Palazzo Pretorio” – a perfect example of refined town planning.  Unblemished towers stand out amidst austere facades of edifices, symbols of the power interlaced with human events which, probably, still now conceal other mysteries. Between art and history, there is also the theory of a certain Prof. Alvarez  according to which the secret concerning the disappearance of dinosaurs 65 million years ago is engraved upon the rocks at the throat of the Bottaccione.

From the street of the Lanaioli as I look upwards, I see the belt-tower, a piazza packed with people and the “Candles” lifted by the sole means of arms which seem like monoliths raised to the sky. Amidst shouts and incitements people begin to push me from the steps of Via Baldassini in a confused euphoria dragging me along like a high tide. It is almost midday and I have an appointment. I find myself descending the usual steep little street again, and owing to its precipitous inclination I seem to be hurtling at a breakneck speed. You have to get used to walking here: you cannot use public transport, bicycles or worse, cars. You only have to use yours legs and your eyes. These are the two elements necessary for living here.

At the first light of dawn  a group of troupers has signalled the start by beating drums and moving in every area of the city. It is the sign that today is 15 May.

The sacred, the profane, the folklore and the distant traditions remind one of the earth, sweat, toil or the physicality bound to spiritual abstraction, between the archaic and the modern, the two modus vivendi which are not contradictory for the people of this region.

Gubbio is twinned with Jessup, Pennsylvania, and Pennsylvania was where I arrived on my first trip to the United States. What a curious coincidence!

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The sacred, the profane, the folklore and the distant traditions remind one of the earth, sweat, toil or the physicality bound to spiritual abstraction, between the archaic and the modern, the two modus vivendi which are not contradictory for the people of this region.

The city’s religious origin has been elaborately documented by Gubbians out of devotion towards the bishop, Ubaldo Baldassini, since his demise in May, 1160. A mystic procession accompanied by huge, heavy wax candles passed through the city streets to Monte Igino where the saint’s body is buried in the Basilica of the same name. These big wax candles offered by the Corporation of Arts and Occupations became so worn-out that around the end of 1500 they were substituted by three wooden structures which are exactly the same today in spite of being reconstructed several times. The second hypothesis, which is also more fascinating, prefers the memory of the pagan festival in honour of the goddess of harvest and earth, Ceres, that has reached us through the communal splendour and the seigniories of  the Renaissance, the papal rule and the struggles of the Risorgimento.

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I’m a migrant spirit; I do not get attached to memories, not even of my “home”, and for a Neapolitan who took root in the deep North to subsequently settle in the centre, this type of cordiality is profoundly touching.

The “Ceri” or the “Candles” are three wooden structures; they are octagonal prisms reinforced by on internal frame with an axis which passes through them and comes out externally with two “timicchioni” (poles), and which fits into a support called the “barella” (stretcher). These structures which are borne on the shoulders bear three small statues on their top representing the three patron saints of the Corporation: Sant’Ubaldo, patron of the town and protector of masons, San Giorgio, protector of merchants and Sant’Antonio, protector of farm workers. Here lies the origin of the banners of the houses of Gubbio and of the contrasting colours worn by the “ceraioli”: yellow for Sant’Ubaldo, blue for San Giorgio and black for Sant’Antonio. Every Gubbian family belongs to one of these stocks, and on the day of the “Festival of the Candles” an explicit and understandable rivalry does seep in, but is put aside the next day. People get merged in the fervour of the race right from the first moment as Captains, Standard bearers and Trumpeters on horseback precede the “Candles”. The Captains of the previous year give the sign to start. The electrified crowd erupts in a single choral, cohesive shout. Then, something that seemed impossible to my eyes happens in that human throng: as if by magic, the exultant sea of humans opens up unanimously to allow the “Candles” planted on the sturdy shoulders of the racing “ceraioli”, to pass the “Candles” oscillate frighteningly along the medieval roads brushing against  walls and windows far they have to run as fast as possible, but the “ceraioli” are very competent and have years of practice. During the race, the beavers in order to avoid serious accidents, but at times they fall disastrously if it rains. It is a trial of strength and mastery to succeed in evading  falls and overbalancing and this represents the challenge, the final victory. Overtaking does not exist as there is a tacit understanding that the “Candles” should arrive on the Monte in the same order as they left: St. Ubaldo, St. Giorgio and St. Antonio. The race lasts from midday to late night with a few pauses and change over. A pure madness for one who, like me, is not used to the Gubbians disorderliness. But wait, it is far from finished.

The battle of splashes at the fountain of the “madness of Gubbio”

In an apartment in an ancient building overlooking the area of San Martino all the people receive me as if they have known me since eternity.

I’m a migrant spirit; I do not get attached to memories, not even of my “home”, and for a Neapolitan who took root in the deep North to subsequently settle in the centre, this type of cordiality is profoundly touching.

The key moment comes unexpectedly as the “ceraioli” appear in dribs  and drabs in the early afternoon immediately after lunch. The first to arrive is a small group of boisterous  youth who “filch” bottles of red wine and grappa (spirit made from distillation of the residue of a wine press) from the table which is laid in the best festival tradition. They will be the first ones to give in, all of a sudden falling over each other on the rung ladder leading to the next floor. Then come the Giorgieri (Georgians), the veterans, dressed in blue and wearing red scarves. There is a thin one amongst them with blue eyes and long curly hair who embraces my friend, slumps into the sofa and falls asleep after a coffee, regardless of the deafening din around him. I wonder why nobody tastes a bit of the pasta, meat on the spit or a slice of walnut cake after so much exertion: I cannot believe them to be such shy guests for it is the adrenalin which makes their muscles move with tons of weight on their shoulders. Visia assures me that the physical and emotional surrender or the real collapse will occur only a few days later. Since I am not from Gubbio and am equipped with a certain imperturbability, I can barely understand this.

Around 3 o’ clock in the afternoon there come the “Candle Racers” as they pass trough the area of San Martino again. We rush down headlong with a bottle of wine. As they arrive, I curse myself for not having a camera. My friend had amply recommended me not to carry one: “They will break it” she had said…What? They will break it?Preceded by the band, trumpeters and horse backed cavalrymen reach us disappear at the end of the road like a wave of madness.

The Fountain of the Mad remains half-full, but in reality it is emptied. In Gubbio on a day like this one no public force intervenes to placate the chaos…

In front of us, between the Palazzo Beni and the Palazzo del Bargello and in a small L-shaped piazza, there is the glorious fountain – to be more precise, the Fountain of the Mad. You have to run around it three times, let you friends douse you with water and subsequently you can obtain your “license” of madness plus two Euros from the small shop behind the corner.

The atypical battle begins: representatives of San Giorgio spray water on those from the other groups. The passers-by the tourists, all find themselves unwittingly caught up in the event. A charming British lady with blond hair, dressed impeccably, ends up getting thoroughly drenched and secluding  shelter under the main door of a historical building. We try to escape but in vain. The beautiful relative of my friend is grasped by two adversaries (who quarrel: ”It’s my turn. No, it’s mine. I’m take her. No, I will!”), and is immersed in the fountain till the hips by both of them. Screams, clamour and endless bursts of laughter. The “ceraioli” remove their shirts and spread them out on the road in the sun – the natural way of drying. Reinforcements arrive: a member of the group of Sant’Ubaldino takes undue possession of one of the capacious decorated vases, which are these artisans masterpieces, fills it to the brim, and climbs onto the top of a balcony. Downpours on a scorching  afternoon for everybody including visitors with cameras and video cameras for filming the scene. The Fountain of the Mad remains half-full, but in reality it is emptied. In Gubbio on a day like this one no public force intervenes to placate the chaos… Was I looking for an explanation for the highly praised  “madness” of Gubbians? It’s all here.

(1) Extracted from “ La Festa dei Ceri e la grande guerra – 1911-1920” by Adolfo Barbi.

(“The Festival of the Candles and the great war –1911-1920”).

 

The Ivory Game: non un reality per fermare i bracconieri.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Prodotto da Leonardo Di Caprio, presentato in anteprima mondiale su Netflix il 4 novembre scorso, The Ivory Game vanta due registi d’eccezione, Kief Davidson e Richard Ladkani, i quali hanno dovuto garantire per contratto, d’essere in grado a “gestire” e “contenere” tutto ciò che sarebbe loro “piovuto addosso”, letteralmente. Per esempio, inseguire elefanti e bracconieri in Africa, girare sotto copertura a Hong Kong, sottrarsi a un arresto a Pechino (dove il film non sarà proiettato).

Girato sotto copertura, in alcune circostanze rischiando di persona, The Ivory Game è un film documentario diverso da tutti gli altri. Novanta minuti di proiezione sprigionano un thriller mozzafiato con l’intento d’informare, educare sul commercio illegale dell’avorio. I protagonisti sono persone reali con nomi e cognomi, o nickname fittizi (in maggioranza), per questioni legate alla segretezza. Sì perché, quest’enorme affare si snoda attraverso una potente, cosmopolita associazione per delinquere che alla stregua di tutte le mafie necessita d’informatori, di una fitta rete di spionaggio fino a penetrare nei meandri di un ingranaggio infernale.

Tutto ha inizio tre anni fa, quando i due amici documentaristi cominciano a riflettere su un articolo apparso sul New York Times, stralci di un’inchiesta che spiegava in cosa consiste l’estinzione delle specie; fra queste, i pachidermi che decrescono a ritmo vertiginoso nei grandi parchi nazionali del continente africano e in Asia: “Mentre leggete, esattamente allo scadere d’ogni tre minuti della vostra esistenza, un elefante sarà ucciso. Un elefante ogni tre minuti…”. Si buttano a capofitto su un progetto che si pensava impossibile, senza neanche intuire quale intensa avventura sarebbe stata, creare in un film straordinario, l’uccisione in massa degli elefanti per foraggiare il mercato illecito dell’avorio, testimonianza di realismo crudo, onestà e allo stesso, modo, di spettacolo e suspense. Per l’intera durata del film, lo spettatore resta inchiodato in un thriller adrenalinico, chiedendosi alla fine, non chi sia l’assassino ma se gli elefanti riusciranno a sopravvivere.

Quale spinta migliore, comunicativa e potente, per indirizzare, convincere e sensibilizzare persone comuni in tematiche difficili ma indispensabili a salvare la vita selvatica sul nostro pianeta? The Ivory Game è anche la storia di persone coraggiose e incorruttibili che ogni giorno mettono a repentaglio la propria incolumità pur d’evitare la morte degli ultimi elefanti superstiti. Per il suo concreto contenuto di denuncia, questo film non è un reality show: i suoi “attori” sono stati davvero a rischio e lo sono tuttora; hanno indagato per le strade di due continenti, svelando gli intrecci di un quotidiano import-export sull’avorio e sul sangue degli animali uccisi. Se un singolo evento legato al concetto di “spettacolo” ha avuto un suo impatto, per i due registi la risposta è sì: “Il film ha attirato l’attenzione per moltissime associazioni che operavano separatamente su una situazione al massimo della criticità e le ha unite, cercando strategie comuni per combattere la piaga del bracconaggio. Rendere possibile il maggior effetto globale, ci soddisfa per ciò che abbiamo fatto, nonostante i pericoli…”.

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Degli antichi proboscidati soltanto due specie sono sopravvissute: gli elefanti africani (i più grandi mammiferi terrestri), con zanne d’avorio che arrivano a due, tre metri di lunghezza e quelli in Asia meridionale (Iran, Cina, Indonesia, India), di dimensioni più contenute, di cui soltanto gli esemplari maschi hanno le zanne. Il bracconaggio si concentra soprattutto in Africa; il numero degli elefanti uccisi è impressionante, circa 20.000 ogni anno. Nei territori asiatici è la deforestazione causa di un’estinzione senza pari nella storia faunistica del nostro pianeta. Parte degli habitat è fuori dai territori protetti; con il rapido incremento dell’insediamento umano, interi territori sono strappati alla vita degli animali per impiantarvi attività agricole, urbanizzazione selvaggia. Come in tutti i casi in cui si genera uno scompenso nelle leggi di natura, l’abbattimento dei grandi pachidermi rileva un’alterazione demografica nelle popolazioni esistenti. In molte riserve vi rimane soltanto un maschio adulto per ogni cento femmine, ciò vuol dire che meno di un terzo di queste, sarà accompagnata da un piccolo.

<> In Mkomazi National Park June 19, 2012 in Mkomazi, Tanzania.
<> In Mkomazi National Park June 19, 2012 in Mkomazi, Tanzania.

Il mercato legato all’avorio è stato chiuso nel 1989 tentando, quindi, di fermare l’orribile tratta. Nel 2007 Sudafrica, Namibia, Botswana e Zimbabwe, ottennero dalla Cites (organizzazione mondiale che regola i prodotti provenienti da specie a rischio e la loro presenza sulle compravendite internazionali), la possibilità di liquidare alla Cina, l’avorio “legale” accumulato negli stock in vent’anni di moratoria. Fu esattamente questa concessione a dare il via libera a bracconaggio e mercato nero. In una micidiale speculazione, si diede inizio al fattore numero uno che alimenta una strage senza limiti, annientando la fauna selvatica fino a provocarne la completa estinzione.

Paradossalmente, la scomparsa degli elefanti è fortemente voluta dalle stesse organizzazioni criminali, perché è così che si regge il mercato nero dell’avorio, con il prezzo che schizzerà alle stelle.

Privi di una vera e propria sceneggiatura, girando con una pletora GoPro, telecamere spia, droni, videocamere cinematografiche, in un ritmo forsennato tra minacce, riprese “illegali”, azzardi d’ogni genere, ogni volta fuggendo da quei Paesi che li avrebbero arrestati un momento prima, i due registi di The Ivory Game hanno creato un documentario “epico”. Lo scopo di “salvare gli elefanti”, è stato un incubo introiettato fino all’ultimo “ciak”: “La cosa migliore che puoi trovare in documentari come questo è che elimina il discorso unico. Si apre un mondo di complessità che non risolvi con un tweet, o non puoi discutere con un tweet…”.

E “The Ivory Game”, come “Eagle Huntress” (diretto da Otto Bell) e Before the Flood dello stesso Di Caprio, fanno questo, aprono delle sfide. Sono film d’alta qualità con nomi d’alto profilo che amplificano problemi complessi sulla salvaguardia del pianeta. Spettacolarizzandoli li fanno conoscere a tutti, accendono una miccia nella coscienza collettiva: un intento su cui scommettere, capitalizzare la cultura, i mezzi di comunicazione, raggiungere il pubblico più vasto ed eterogeneo, salvare gli animali, noi stessi, dall’estinzione.