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La valle dei cammelli e la chioma di Berenice.

Liliana Adamo per Latitude180.travel

Sul confine tra Egitto e Sudan, alle spalle del deserto orientale e del Parco Nazionale del Wadi El Gemal, il viaggio verso Berenice rivela un’antica città e un territorio selvaggio, fino a pochi anni fa interdetto ai turisti.

Non c’è nulla a Berenice che possa attrarre il turismo di massa, siamo lontani da Hurghada e Sharm el Sheik, dalla penisola del Sinai e dalla costa occidentale del Mar Rosso; non ci sono grandi catene alberghiere (nei pressi di Hamata, ex villaggio di pescatori, solo due resort fra cui uno molto spartano, più un eco-lodge), né locali, bazar, ristoranti o discoteche. A bordo di un piccolo Van, nei duecentocinquanta chilometri che la separano dall’aeroporto internazionale di Marsa Alam, gli addetti al check point segnalano il tuo arrivo a quelli che sono avanti, finché non giungi a destinazione.
L’ultima terra egiziana nel Qesm Shlatin (Governatorato del Mar Rosso), sede di una base militare e navale, con un piccolo aeroporto, fino a pochi anni fa era interdetta all’afflusso turistico e sebbene il veto sia caduto, tre ore di strada si trasformano in un viaggio estraniante, come se la sabbia ne avesse occultato la memoria storica. Il Deserto Roccioso che pare rarefarsi all’orizzonte con i suoi canyon e wadi, copre migliaia d’iscrizioni semitiche preislamiche e oro, smeraldi, minerali rari: non c’è traccia della Berenice di Belzoni, del tempio di Serapide e delle necropoli da lui rinvenute, solo spiagge bianche, mangrovie, fondali cristallini, baie incontaminate. Una e unica Berenice Trogloditica eretta sulla più antica Hemtithit intorno al 275 a.c. da Tolomeo Filadelfo che le diede il nome della madre, Berenice I; non vi è nulla se non mare e deserto, ed è in questo vuoto che si palesa tanta bellezza.

Considerando il pieno oberato della nostra esistenza, assuefatti a gadget ipertecnologici in un surplus d’informazioni e disgrazie globali, nel vuoto inerte che regna incontrastato in un’oasi strappata al mondo civilizzato, Berenice appare come una Thule nordafricana. Sulla strada verso Qesm Shlatin, mentre recuperi un check point dopo l’altro, si perde il senso del caos che lasci alle spalle, tutto sembra ricomporsi in un ordine intimo e gioioso.

Se nel mito di Thule l’iconografia indica un mostro degli abissi, una balena e un’orca, Berenice è dominata dai suoi straordinari fondali, fauna marina e delfini. Come Thule, l’isola di fuoco e ghiaccio, dall’esploratore greco Pitea collocata in un punto indefinito dell’AtlanticoBerenice che precede la linea intangibile del Tropico del Cancro, è una landa bruciata dal sole, di palme, acacie, mangrovie, sabbia e rocce, tra le ultime, inviolate spiagge del Mar Rosso, il deserto orientale prossimo al Sudan (annunciando la savana) e Shalateen, cruento mercato di cammelli che ostinatamente mi rifiuto di visitare.

Il tempo è scandito da maree e fasi lunari, nell’arco di un giorno la luce modifica lentamente lo scenario naturale fino al tramonto quando i colori sprigionano un magnetismo onirico. Oltre alla mancanza di un aeroporto internazionale, cos’è che ha preservato l’area dalla speculazione e dal turismo se non un unico, imprescindibile elemento? È il khamsin, vento caldo, opprimente e polveroso che spira sul Nord Africa, sull’Egitto, nel Sahara fino alla penisola Arabica, particolarmente forte a sud, fra il Wadi El Gemal e Berenice. Quando la risacca è regolare e il khamsin, poco più di una brezza, a Berenice regna la quiete, ma se va intensificandosi, vento e mare si coalizzano in burrasca, scandita dallo strepito dei gabbiani occhio bianco (una specie che vive esclusivamente in questo habitat). Il khamsin non è un vento monsonico, tuttavia questa combinazione meteo insieme alle alte temperature, risulta poco congeniale al turista tout court che sceglie il Mar Rosso per il reef, il clima gradevole con assenza di vento forte. Ecco perché a sud della costa la speculazione turistica non è arrivata e finché spirerà il khamsin non violerà il fascino selvaggio del luogo.

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Ho con me un libro, La Chioma di Berenice, che ho messo in valigia per un motivo ben preciso: a casa, in Italia, non riuscivo a leggerlo. Opera dello scrittore algerino Denis Guedj, ambientato nell’Alessandria tolemaica, racconta di Eratostene, astronomo, matematico, geografo e di un’ardita avventura scientifica, la misurazione della circonferenza terrestre. Senza riuscire a decifrarne il discorso e l’azione, il testo mi appariva sfuggente, andavo avanti in una lettura scollegata, tra noia e frustrazione.

Niente di più semplice di uno gnomone! Una semplice asta verticale piantata nel terreno; un uomo in piedi, una torre, un obelisco e il Faro sono altrettanti gnomoni.

Riferendosi al luogo in cui si ergeva la costruzione, il capomastro, incuriosito, chiese se si trattasse di una statua in onore di una Musa.
“Non di una Musa, ma del Sole”, rispose Eratostene.
“O piuttosto del suo contrario.”
“Della notte?” chiesero i muratori stupiti, con un cenno del capo Eratostene li disilluse.
“Che cosa genera il Sole?” domandò enigmatico.
“Luce”, rispose uno
“Calore”, fece un altro
“Sudore”, rispose un terzo, sollevando le braccia perché tutti constatassero quanto gocciolassero le sue ascelle.
“No, no, non ci siamo. Il sole genera ombra!” Si fermò, sentendo che non sarebbe stato capace di spiegar loro cosa fossero i tropici e i solstizi…

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj.

Complici il silenzio, la tranquillità o le costellazioni, messaggere di storie e miti tramandati da secoli, finalmente La Chioma di Berenice scorre con chiarezza e senza mai mancare l’incontro serale con il libro di Guedj, ho cercato di determinare quell’insieme celeste cui riferisce il mitografo greco Conone, in onore di Berenice II d’Egitto, moglie di Tolomeo III, nel cielo del sud, vicino l’Orsa Maggiore, non senza difficoltà.

Foto di Liliana Adamo

Per esempio, Comae Berenices, o Diadema è perfino più luminosa del sole, ma ci sono ventisette anni luce che separano la Terra dalla Chioma, mentre l’astro nascente a est arriva spedito su queste coste aride, impietoso e accecante. In direzione delle tre stelle della Chioma, a una lontananza siderale, splende Black Eye, un potente cumulo cosmico, l’esito di uno scontro tra due galassie che forma un’evanescente spirale di luce.

[…] Chi scrutò nell’immenso firmamento e apprese delle stelle, delle albi, dei tramonti e come il fiammeggiante lume del sole si scuri e in tempi fissi le costellazioni vengano meno nel chiarore celeste, egli vide una ciocca recisa dalla chioma di Berenice […].

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj

 

Foto di Liliana Adamo

Astronomia e biologia marina: fra i misteri di Berenice, c’è Zabargard, o Isola Rossa, ultima falda di roccia in territorio egiziano, tanto distante dalla costa quanto la galassia del Black Eye persa nel cosmo. Selvaggia e disabitata, protetta dal governo per la sua straordinaria biodiversità, Zabargard è per i subacquei, una specie di leggenda.

Chi è riuscito a raggiungerla dopo ore estenuanti di navigazione afferma di barriere coralline sbalorditive e di una fauna marina davvero unica.
Più di quarantasette sono i punti d’immersione a Berenice: facile incrociare delfini (anche quelli a “becco lungo”), tartarughe (tartarughe a scaglie e le grandi tartarughe verdi), squali martello e di barriera, murene, pesci pagliaccio, napoleone, enormi barracuda, dugonghi. Insomma, uno scrigno prezioso di vita sottomarina a portata anche di un semplice snorkeling.

A sud, nel Saint John’s Reef si ravvisa il corallo nero; nelle acque di Blumen, Maksour e Abu Galawa, madrepore, gorgonie, coralli molli. A quaranta miglia dalla costa, troverai il Dedalus Reef e l’esteso sistema corallino di Fury Shoal, mentre l’House Reef di Ras Banas si sviluppa lungo quella che chiamo la mia “caserma” o piuttosto il semplice, graziosissimo resort dove sono alloggiata. La conformazione morfologica dei fondali crea piscine naturali, con svariati pesci che le adoperano come nursery. Qui, i colori del mare si fanno iridescenti e screziati, le trasparenze assolute, nuotarvi è sublime! Ma sii gentile a muoverti con le pinne, non toccare nulla, non disturbare i suoi abitanti.
Intrepida prova se non temi correnti, né fatica, è tuffarsi dal pontile spostandosi a destra, toccando i punti d’immersione più belli – coloratissimi labirinti di coralli ciclopici – spingendosi fino alle mangrovie dove dimorano il falco pescatore e l’aquila di mare. Attraverso varchi aperti sul reef a frangente, raggiungere la spiaggia, percorrendola a ritroso e a piedi verso il resort, fra la battigia e la superficie riarsa; da provare al mattino presto, quando il mare è piatto e la calura, tollerabile.

Un’escursione nel deserto orientale è un’esperienza da non perdere: basterà un po’ di fortuna per avvistare gazzelle, il rarissimo stambecco nubiano, mandrie di cammelli allo stato brado, la volpe del deserto, piccoli conigli selvatici. Partendo dall’antica Coptos (attuale Quena, nei pressi di Luxor), a Berenice si completava la via carovaniera dei dodici giorni, attraversandola in diagonale per recare merci e cammelli ad Alessandria, sulla costa araba, fino alle antiche Indie.
Fra vento e sabbia ocra, alberi d’acacia insolitamente alti e rigogliosi, rocce policrome (ricche ancora di quei minerali preziosi che avevano attirato gli antichi Romani), canyon, gole e valli formate da coralli preistorici (“Qui arrivava il mare, fin qui…”, mi disse Omar), questa è una via già attraversata quattro anni fa e il ricordo delle sue dune al calare del sole si ferma sui “dingo” che inseguivano la nostra giovane guida, mentre lui procedeva sul quad zigzagando sulla sabbia: “Oh, adesso attenti, prego, non avere paura… loro mi conoscono”. E aspettavo di trovarmi dinanzi a jihadisti armati (la zona non è turistica e noi eravamo solo tre persone, compreso Omar) e invece erano dingo! Insomma, forse i dingo in Egitto non esistono, ma sembravano tali, sbucati da non so dove e mentre lo rincorrevano, lui accelerava all’impazzata, eclissandosi in una nuvola di polvere fra risate generali.

Lasciati i ricordi tra le dune del Gebel Elma, la riserva naturale del Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), a cento chilometri più a nord, è un intreccio di habitat diversi, nicchia ecologica unica e peculiare sulla costa del Mar Rosso. Settemilacinquecento chilometri quadrati fra litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne, il più grande wadi presente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare acqua dai rilievi verso la costa e che tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo: è questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato, un impervio paradiso d’acqua e sabbia. Niente quod come sulle dune di Berenice, ma rigorosamente safari in fuoristrada per non disturbare gli animali selvatici; questa, la sola opzione concessa dalle norme severe del parco.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi scavati nella pietra (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, dove gli smeraldi si estraevano dalle montagne per arrivare attraverso il Mediterraneo, alla Roma imperiale. Circondate dalle montagne, scolpite nella roccia in un paesaggio aspro e primitivo, le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, si ergono imponenti e suggestive.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Sono Ababda le guide autorizzate che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, anche il personale dei due alberghi e dell’eco resort nella zona.

Da tempo immemore, passando per Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, la pacifica popolazione nomade ha presidiato queste regioni assistendo all’ascesa e al declino d’intere civiltà, attraversandole pur essendo isolati e respinti. Dagli Egizi, ai Greci, ai Romani, ai Turchi e così via. Tuttora si definiscono figli di Jinn, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari della stessa identità fin dall’era romana.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni ai popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento somigliano ai sudanesi che considerano loro parenti più stretti: magri ed elastici, la pelle più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati, persino eleganti; non si lamentano, né litigano mai. Trasudano calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace.

La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda, dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno. Suonano il tampura a cinque corde, una sorta di chitarra semplice o lira e altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo.

In cerchio dinanzi a un falò improvvisato, del cibo e del tè, gli Ababda intrattengono gli ospiti venuti dalla civiltà occidentale. Il khamsin sembra essersi placato, la Chioma risplende fra tutte le costellazioni, nell’assoluta oscurità della notte nel grande deserto orientale.

Credit: un grazie a Gino Quatela per le foto subacquee.

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Namibia: nella Terra dei contrasti.

Liliana Adamo per Latitude180.

Paese di una bellezza sbalorditiva e grande potere attrattivo, la Namibia è un’antica terra di colori, contrasti e culture. Attraverso l’Oceano, la Terra e l’Aria, un percorso a tappe: dalla Foresta del Quiver Tree, alla Skeleton Coast, dalla natura selvaggia dell’Etosha National Park, attraversando la savana e il deserto, fino alle dune rosse del Sossusvlei e oltre.

Quiver Tree Forest. Le foreste endemiche che affascinarono gli antichi esploratori.

Kokerboom Woud è la corretta pronuncia afrikaans per la “foresta degli alberi faretra”, meglio conosciuta come Quiver Tree Forest. Si trova sulla strada che conduce a Koes, nei territori della fattoria Gariganus, 14 km a nord dalla città di Keetmanshoop, nella regione di Karas.

Tra le più note attrazioni turistiche a sud della Namibia, “monumento nazionale” dal 1° giugno 1995, grazie ai suoi duecentocinquanta esemplari d’Aloe dichotoma, contorte piante succulente, (kokerboom, in afrikaans), i cui rami erano tradizionalmente usati dai Boscimani per costruirvi appunto, delle faretre come contenitori per le loro frecce (velenose).

Poco lontano dal Giant Playground, nella regione arida del sud, ciò che vedrai è uno scenario che cambia euritmicamente secondo la luce solare e il momento del giorno, dall’alba al tramonto, un ambiente naturale unico nel suo genere. Grandi alberi raggiungono dieci metri d’altezza, popolando l’area da duecento anni circa; i loro rami sono nudi e dicotomici (si dividono in coppie) e le foglie che possono attecchire fino a trenta centimetri in lunghezza, sono affollate, polpose con margini pungenti. Nei mesi invernali e in primavera, quando le precipitazioni restano abbondanti, gli alberi faretra si riempiono di fiori simili a rose dai colori cangianti tendenti al giallo ed è una caratteristica per queste giungle strane e al contempo, meravigliose e che, a dispetto di fusti altissimi, rose e foglie oblunghe, non riescono a fare ombra.

Come spesso accade in Africa, la Quiver Tree Forest, custodisce uno status “sacro” per le religioni animiste del luogo, ma per i visitatori è oltremodo interessante per un fattore diremmo, “ottico”: gli alberi sembrano crescere in modo capovolto, un punto di vista bizzarro dovuto probabilmente al fogliame che somiglia molto alle radici.

Nel sud della Namibia, oltre a sparuti bush curvati dal vento e qualche arbusto, gli alberi faretra sono gli unici che troverete, non vi è altra vegetazione. Una foresta ulteriore si trova ad est di Sesriem (a qualche decina di chilometri) alcune, non spontanee, si osservano in siti di conservazione, come nel Karoo National Botanical Garden di Worcester, in Sudafrica.

Scopritori” di queste fitologie autoctone sono stati coloni, esploratori e viaggiatori. Simon Van Der Stel, le menzionò nel corso di una spedizione a Namaqualand nel 1685 e al suo seguito, il disegnatore Hendrik Claudius, le riprodusse in diversi bozzetti. Altri esemplari furono osservati ed effigiati anche da Thomas Baines nel 1866, nei pressi di Roodeberg, a sud-est di Walvis Bay. I disegni, i primi per questi habitat incontaminati, mostrarono al mondo occidentale foreste e paesaggi intorno a crinali di ruvida e cresposa roccia ocra, costellati da ciottoli e cristalli scintillanti.

Il momento migliore per godere appieno del luogo è durante i mesi invernali per evitare il caldo. Da utilizzare per escursioni, la proprietà del Gondwana Canyon, un ottimo campo base, con eccellenti sistemazioni.

Skeleton Coast. La costa atlantica, i relitti e le otarie: segni di un mondo primordiale.

Una lunga strada semi deserta si confonde sulla superficie arida lungo la costa dell’Atlantico “dove tutto sembra tornare polvere”. Dove incontri solo qualche pescatore solitario con il suo fuoristrada parcheggiato sulla striscia di sabbia, carico di provviste e taniche di benzina. Tuttavia, non è questo il motivo per l’appellativo di “Skeleton”; la strada, la spiaggia, la costa si chiamano così per le innumerevoli navi che vi sono arenate nel corso del tempo, colpa le correnti, le tempesti, le nebbie, i fondali frastagliati. Ciò che resta di questi relitti è strappato dal vento e dalle onde, ultimi passaggi umani riassorbiti dal deserto e dal mare fino a sparire del tutto, a diventare polvere nella polvere, appunto (i resti della nave Zelia sono fra i più recenti, risalgono appena al 2008. Il relitto è ben indicato lungo la strada, fra Hentie’s Bay e Cape Cross). Alta curiosità: la costa namibiana è definita al pari di un “deserto freddo”. In un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi.

Sulla Skeleton Coast dimenticatevi il confort dei campi tendati nella savana, qui è l’ultimo avamposto per la civiltà del lusso, fino al confine con l’Angola e oltre, c’è solo qualche campeggio. Finalmente a Cape Cross, quasi sul confine angolano (dove si può visitare un interessante museo dedicato alla storia del luogo, che deve il suo nome alla croce piantata dal portoghese Diogo Cao, primo europeo a sbarcare nel 1486), l’Oceano regala la visione impressionante dinanzi a una distesa di decine di migliaia d’otarie. I loro versi, lamentosi o feroci squarciano l’aria, l’odore è quasi insopportabile ma ci rendiamo conto che siamo al cospetto di un mondo primordiale, di cui, ormai, non siamo più parte.Un centinaio di chilometri separa Cape Cross da Ugabmund, nel parco nazionale, dopo l’interminabile strada di salsedine e polvere sulla costa Atlantica.

Etosha e Sossusvlei. Nel cuore del Wildlife, ammirando le Dune rosse più alte al mondo.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti; tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale, difficile immaginarli nel sole accecante di questi spazi sterminati, nel paese più arido a sud del Sahara.

La Namibia, oggi, rappresenta la vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione. Lo stesso Ministero dell’Ambiente e Turismo è impegnato in un’unità di lavoro (il progetto Community-Based Natural Resource Management), che coordina egregiamente lo stato di conservazione e lo sviluppo economico.

Il governo centrale ha quindi incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le “Conservancies”, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e crescita economica. Un modello di “Conservancy” è Torra, vale a dire la terra dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.

La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intero Paese per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico al mondo. Il pan più scenografico è nel Sossusvlei, un altro, molto grande, si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo, “Big Daddy” (390 metri d’altitudine) e la famosissima “Duna 45”, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nella conformazione delle aree secche su … Marte!

Superando le pianure che si spingono fino alla costa atlantica, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di superficie chiamata Dito di Caprivi e usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive in Africa per il Wildlife.

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo (a voler essere precisi, la denominazione è Kavango in Namibia, Okavango in Botswana), attraversando Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata, valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna straordinaria. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope, l’ippotrago.

Con i suoi 20.000 kmq, il Parco Nazionale di Etosha ha una prerogativa che lo rende unico: in qualsiasi altro luogo impieghi ore o addirittura giorni per avvistare fauna selvatica, da osservare o fotografare. Qui, sono gli animali ad avvicinarsi; basta fermarsi nei pressi delle tante buche d’acqua, aspettare un po’ mentre leoni, elefanti, antilopi e gazzelle si appresteranno non a due, tre o quattro ma a centinaia!

Ancora: la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione. Il parco è, infatti, un donor, un ente speciale che cede animali ad altre riserve qualora quest’ultime, richiedessero un ripopolamento di varie specie.

Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si trasforma in una bassa laguna, in uno scenario di vita e colori, oasi per fenicotteri e pellicani; viceversa, nella stagione secca, la sabbia bianca avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale.

Intorno al Parco, nei villaggi del Kaokoland, vive un’etnia fra le più “perseguitate” dai turisti: sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, a lungo rimasti isolati.

Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Sono proprio le donne a difendere le usanze più antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino di pellame, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona all’epidermide una tonalità lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

 

 

Fuga in Messico.

Testo e foto di Liliana Adamo per InNatura  magazine.

Attraverso miti indios e cultura indigena, da Città del Messico alla penisola dello Yucatan, un viaggio intrapreso sull’onda di suggestioni cinematografiche e letteratura beat, fino al silenzio di una natura sconfinata e per certi versi, misteriosa.

Film, Beat Generation e fantasmi

In individui pressoché sani di mente resta inconfutabile come certa cinematografia eserciti una sorta di traslazione, un meccanismo psichico chiamato transfert. Per cui guardando Puerto Escondido di Gabriele Salvadores (1992) ero giunta a conclusione che il personaggio principale del film, quel Mario Tozzi interpretato da Diego Abatantuono… beh, ero io. Un transfert protratto fino al momento in cui presi un aereo con destinazione Centro America.

In una mirabolante fuga sulla Mexican Pipeline, con riprese sulle dune di Playa de Amor, tra surfisti, bambini di strada che giocano con l’oceano e pellicani che atterrano sulle barche di Puerto Angel, il protagonista arriva nello stato di Oaxaca, dove: “il sole carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso”, sorpreso di trovarsi in un: “senso di vastità che in Europa si è estinto, nella memoria genetica di almeno dieci generazioni”.

Foto di Liliana Adamo

Narcotraffico, sparatorie, roghi di marijuana, poliziotti in veste di criminali, furti subiti o portati a segno: tutto cambia per Mario Tozzi, ex vicedirettore di banca a Milano, testimone scomodo di due delitti, suo malgrado, complice. Lontano dalla frenesia europea, nel silenzio di una natura sconfinata, nei segreti oscuri della cultura indigena, egli stringe nuove amicizie con cui divide un percorso di vita fatto d’espedienti, inevitabilmente, on the road. Di sicuro è una seconda occasione, la rinuncia (per forza di cose), alle false certezze di una vita “integrata”.

“Quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”

Da Puerto Escondido e Oaxaca, la mente corre a Città del Messico, capitale per antonomasia del crimine. Ci sono fantasmi che girano indisturbati a Città del Messico? Due, di sicuro: dal bancario milanese di Puerto Escondido, coinvolto in un duplice omicidio, allo scrittore maledetto, William Seward Burroughs, un parallelo per nulla azzardato. Far rivivere Burroughs e la sua giovane compagna, da lui uccisa – accidentalmente? – con un colpo di pistola alla testa, a Città del Messico – è semplice:Il posto è uno di quelli che ha più confidenza al mondo con la morte e i suoi derivati…”.

 

Lo scrittore descrive la città parlando di avvoltoi volteggianti, figure retoriche e identità del male: “Quando ci abitavo, alla fine degli anni Quaranta, aveva un milione di abitanti, l’aria pulita e frizzante e il cielo di quella speciale sfumatura d’azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi volteggianti, il sangue e la sabbia, quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Yucatàn: un’antica catastrofe. Presumibilmente, un asteroide?

Un territorio esteso su una superficie di 1.972.550 kmq, il cui nome, Mèxihco, deriva da un’etimologia risalente a una divinità di guerra per gli Aztechi“luogo dove vive Mèxtli”, ma può avere origine anche dal cosmo, Il Centro della Luna; dove Teotihuacan fu la più grande città-stato precolombiana e domini teocratici furono governati da misteriose civiltà, (Zapotechi, Maya, Toltechi, propugnatori quest’ultimi di sacrifici umani). Immagina una città sacra, Tula o ancora Tenochtitlàn, capitale azteca, che sorgeva come Venezia, su diverse isole sul lago Texcoco, distrutta dai conquistadores spagnoli, nel 1521.

Foto di Liliana Adamo

Immagina un entroterra di montagne e vulcani tra due oceani, Pacifico e Atlantico, fino al Golfo del Messico. Immagina una penisola sul Mar dei Caraibi che si prolunga verso il Belize, a sud: è la regione del Quintana Roo, particolarmente abitata dai Maya (Yucatàn, in lingua madre, vuol dire, noi non vi capiamo), luogo unanimemente prediletto dai viaggiatori occidentali, me compresa.

 

La sua fama risale a sessantacinque milioni di anni, da quando, a Chicxulub un asteroide in impatto con la Terra vi scaricò la potenza pari a un migliaio di bombe atomiche o giù di lì, ponendo fine, secondo la teoria più accreditata, all’era dei dinosauri. Quel cratere formatosi dal terribile urto (trecento km in diametro), è ora sepolto in profondità mentre residui sono ancora visibili in superficie. In perfetta sequenza, lungo l’intero perimetro della penisola, la collisione ha formato misteriose cavità incastonate in scenari favolistici collegati tra loro da lunghe gallerie naturali (fino a 600 metri), i cenotes.

Zat-ay-Uinic, vuol dire “rinascita” nella lingua dei Maya

Effigie celesti scolpite dal meteorite, gli antichi Dzonot erano sacri ai Maya. I sacerdoti si affidavano al canto del Mot-Mot (mitico uccello che nidificava in queste cavità), per trovarne sempre di nuovi dando loro nomi fantasiosi (Dos Ojos, i due occhi), mistici (Kukulkan), efficaci (Bat Cave, la caverna dei pipistrelli).

Foto di Liliana Adamo

I cenotes avevano diversi funzioni: oltre a fornire acqua dolce, rappresentavano il punto di contatto con le divinità dell’inframondo, sede preferenziale per compiere sacrifici umani: per coloro destinati a immolarsi, le pareti levigate di queste voragini non avrebbero dato scampo, impossibile risalire!

In un’atmosfera irreale scandita da gocce d’acqua che scendono dalle rocce, schivando pesci gatto e stalattiti, oggi, sono i turisti a tuffarsi nei cenotes. In antri cupi se si tratta di una grotta, o cristallini d’una incavatura alla luce del sole; in entrambi i casi, sentire sul proprio corpo l’impatto dell’acqua gelida si tramuta in un’esperienza quasi ascetica/profana, metafisica/terrena.

Foto di Liliana Adamo

Il Gran Cenote (o Ik Kil), dedicato a Chaac, dio della pioggia, è situato nei pressi di Chichen Itzà, imponente sito archeologico tolteco, vale a dire, la città che con il suo pentaedro immaginifico, la sua piramide, ha guidato i miei sogni per almeno sette mesi prima della partenza.

Arriviamo nella penisola dello Yucatàn insieme all’uragano Patricia. Nelle ventiquattro ore successive raggiunge la categoria 5, massimo grado della scala Saffir-Simpson, il ciclone tropicale più intenso mai registrato nell’emisfero occidentale, con venti superiori a trecento chilometri orari, veloci quanto il Boeing 767 che mi ha portato fin qui. Nondimeno, i demoni benevoli sono dalla nostra parte e la perturbazione non raggiunge la regione, né restituisce il fenomeno del sargassum, lasciando intatto il colore cangiante di smeraldo al Mar dei Caraibi. Uniche testimonianze sono quei tronchi sradicati sulla battigia, frammenti di barche, perfino una tavola di wind surf (dove sarà finito il surfista?)

 

Con lunghissime spiagge bianche e nei dintorni, isole incontaminate (Cozumel, Mujeres, Holbox e la bellissima Contoy, riserva del biosistema, importante rifugio per gli uccelli marini nei Caraibi messicani), Playa del Carmen e Cancún restano i luoghi più desiderabili dello Yucatan. Due località sexy e informali, ricche d’iniziative culturali, laboratori multietnici dove, anno per anno, ogni più rosea previsione è puntualmente superata. La vegetazione tropicale, i profumi, uccelli variopinti, una fauna esotica unica al mondo (gli animali girano indisturbati, come i curiosi sereke), tutto da tempo vagheggiato, passa attraverso una sola percezione, è il Messico!

Tulum è l’antica Zamà, rappresentazione del dio discendente

Zamà, città sacra al “dio discendente” (al sole calante raffigurato al tramonto, con coda d’uccello e ali, a testa in giù e gambe divaricate), ex rifugio hippie, odierna Tulum sulla Riviera Maya, è, senza eufemismo, uno scenario fra i più affascinanti al mondo. A quaranta chilometri a nord, lungo la Carrettera del Quintana Roo, fra scimmie urlatrici e coccodrilli (in uno specchio d’acqua dove abbondano), si trova il sito archeologico di Cobà. Assediato dalla giungla che s’impossessa delle piramidi (realizzate e forse abitate, tra il 500’ e il 900’, fino all’arrivo degli spagnoli), Cobà è un’area che resta ancora da esplorare, scavare, approfondire.

Foto di Liliana Adamo

Eretta su alte scogliere, Zamà fu la prima a essere avvistata dai conquistadores: il 3 marzo 1517, raggiunti dalle piroghe, tre vascelli carichi di soldati si apprestano sulla costa risolvendo la questione con una carneficina. Tulum era un fiorente centro commerciale, asse di congiuntura tra l’Altopiano messicano e l’America Centrale. Le piccole imbarcazioni ormeggiavano nell’insenatura di Playa Paraiso, da cui oggi, ammiriamo il Castillo, dove la luce è accecante e i riflessi s’insinuano fra rocce e vegetazione. Le barche trasportavano miele, sale, pesci, oggetti d’ossidiana, piume di quetzal e ogni conflitto, prima d’allora, era quasi sconosciuto.

Attraverso un angusto anfratto nella roccia, si entra nell’area archeologica adiacente, uno spazio aperto che sembra sospeso tra cielo e terra. Nella bellezza prepotente della natura, la porta dell’Eden rivela il Tempio degli Affreschi, offrendo alla vista lo spirito più genuino del popolo Maya: in una visione, la dea Ix Chel si lascia accompagnare dal dio Chaac.

A Chichén Itzá, “alla bocca del pozzo degli Itzá”

Foto di Liliana Adamo

Felci, orchidee, bromelie, alti fusti come titani: il passaggio alla città precolombiana profuma d’incenso e ricco di vegetazione. Si è rapiti e silenziosi dinanzi alla piramide di Kukulkan che appare in tutta la sua imponenza (nonostante non sia altissima, ventiquattro metri circa), dopo un fondo naturale rasentato da un intrico di piante e alberi, che sembra soggiogare le altre costruzioni in pietra.

Visione del mondo e dell’universo, la torre astronomica segue i movimenti della luna, del sole, di Venere. Puntualmente, alle 15.00 nel giorno dell’equinozio di primavera (20 marzo), in quello d’autunno (21 settembre), assorbe la luce diurna lungo il parapetto ovest della scala principale, creando un’imperscrutabile illusione ottica: ecco la curvilinea fisionomia del serpente adagiarsi sui triangoli isoscele e insinuarsi verso il basso, fino a combaciare con la testa dell’aspide, scolpita in fondo alla scala. Nei due equinozi, secondo il ricercatore messicano Luis El Arochi, si ricrea la simbolica discesa di Kukulkan, del serpente piumato, il re fatto dio.

 

Suddivisa a sud nelle reliquie dei Maya Puuc, a nord nell’architettura tolteca, Chichén Itzá è una città permeata di misteri mai svelati: un sussurro da un capo all’altro può essere intercettato attraverso tutta la lunghezza e il respiro di quell’enorme ball court, il campo del Gran Gioco, senza un caveau, o discontinuità tra le pareti, aperto al cielo blu dello Yucatan. È facile immaginare il re avvolto nelle piume di quetzal, negli ornamenti d’ossidiana, a presiedere quei giochi e la sfera di pietra scagliata dai giocatori verso un punto all’altro del campo. Leggenda vuole che il Capitan vincente nello juego de pelota, offrisse la propria testa per essere sacrificato, perché la morte per martirio agli dei, in nome del beneficio per l’intera comunità, era vista come la più alta ricompensa, l’onore finale.

Foto di Liliana Adamo

All’interno del ball court le onde sonore restano immutabili di giorno e notte, non influenzate dalla direzione del vento e da qualsiasi condizione meteo. Gli archeologi impegnati nella ricostruzione evidenziarono come la trasmissione sonora divenisse più forte e chiara, man mano che l’antico campo dello juego risaliva alla luce. Nel 1931, Leopold Stokowski, direttore d’orchestra inglese, si fermò quattro giorni nel sito maya per determinare quei particolari principi acustici applicandoli a un concerto all’aperto che aveva in progetto; ovviamente, non vi riuscì e, a oggi, il mistero pare sia rimasto insoluto.

 

 

 

 

 

 

Quanti gradi di separazione? I punti deboli di Facebook.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Ho letto che ognuno di noi su questo pianeta è separato dagli altri solo da sei persone. Sei gradi di separazione tra noi e tutti gli altri su questo pianeta: il presidente degli Stati Uniti, un gondoliere veneziano, chiunque, insomma. Io lo trovo un pensiero confortante, che siamo così vicini, ma trovo anche che è un po’ una tortura cinese essere così vicini ma dover trovare sei persone giuste per il collegamento… Siamo tutti come delle porte aperte su altri mondi. Sei gradi di separazione fra noi e chiunque altro su questo pianeta”.

Il sistema formulato da Frigyes Karinty in un racconto omonimo nel 1929 sostiene un’ipotesi semiotica e sociologica, secondo la quale ogni persona al mondo può essere collegata a chiunque altra attraverso una connessione di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari. Stanley Milgram conferma tale tesi, con un famoso esperimento sociale, nel 1967, una sorta di “prova empirica” sotto forma di “teoria del mondo piccolo”. Il brano riportato in incipit è tratto dal film di Fred Schepisi, appunto “6 Gradi di Separazione”, ispirato al racconto di Karinty e agli studi di Milgram, ma noi contestualmente, ritenendoci tutti “come delle porte aperte su altri mondi interagenti”, potremo oggi definire lo strumento Internet come il miglior alleato per accedervi senza neanche scomodarsi dalla scrivania, dal letto, dalla cucina di casa propria o ovunque noi ci trovassimo, sebbene i sei gradi di separazione sembrerebbero addirittura scesi a quattro, secondo un nuovo test realizzato presso la Statale di Milano da un gruppo d’informatici in collaborazione con altri due di  Zuckerberg.

Ben oltre i confini stabiliti da Milgram, utilizzando algoritmi sviluppati in laboratorio in un esperimento su scala planetaria, i gradi di separazione su tutte le coppie d’individui del maggior social network si restringono fino a 3.74, quindi non più di quattro. Milgram si era avvalso d’un centinaio di coppie possibili, i ricercatori della Statale di Milano, di 65 miliardi, pressappoco il numero corrente “d’amicizie” su Facebook.

Nel 1993 siamo alle origini della rete. Una vignetta di Pete Steiner apparsa sul New Yorker, diventata poi tanto celebre da essere immortalata in un’intera pagina di Wikipedia, mostra un cane seduto dinanzi a un computer con un sottotitolo per lo meno lungimirante: “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”. E all’espediente del cane, si aggiunge, vent’anni dopo, il riscontro del suo proprietario – un’ulteriore didascalia aggiunge: “Ti ricordi quando su Internet nessuno sapeva chi fossi?” –  Un giornalista della BBC afferma che nell’uso smodato dei social network abbiamo “Un modo per riprogettare le nostre identità, scoprire cosa significa essere qualcun altro, diverso dal nostro io reale, ma non solo, attraverso il meccanismo dei mi piace (vedi Facebook), otteniamo riscontri istantanei (transitori, il più delle volte) per qualsiasi piccolo aggiustamento identitario ci venga in mente di fare”.

Le opinioni altrui inondano la nostra vita, come mai successo prima. Diventiamo “oggetti da quotazioni” attraverso valutazione o svalutazioni per una massa indistinta d’estranei. E lo sa bene chiunque sia stato oggetto di bullismo, quanto il giudizio pubblico, che comprenda accettazione, esaltazione, derisione o disprezzo sia esercitato in modo ampio e potente.

L’ansia generata è enorme, compresa quella da “prestazione”; il confronto incessante può suscitare sensi d’inferiorità o superiorità. Certo, una connessione generalizzata può risultare stimolante e utile, ma allo stesso modo converrebbe tenere ben presente il valore intrinseco d’ogni “utente”, non lasciandosi trascinare nel tentativo di paragonarci agli altri, estromettendo ogni suggestione da noi stessi. In altre parole, tenendo stretta un’identità, un proprio stile di vita non esclusivamente votato al “virtuale”.

Dovremo imparare a disconnetterci per un tempo relativamente lungo o quando lo riteniamo necessario, perché (come affermano le ultime ricerche), essere perennemente connessi o sotto i riflettori dei social, crea infelicità; nell’illusoria fuga dalla solitudine contemporanea, se da una parte la rete connette tra loro le persone, dall’altra, simultaneamente, disconnette le azioni nell’effetto di lunga durata, impone reazioni istantanee senza però ragionare sulle conseguenze.

L’acronimo anglosassone Fomo (Fear of missing out – paura di essere tagliati fuori), descrive l’ansietà sociale cui più o meno soffre ogni utente di Facebook, in modo anche drammatico. Preoccupandosi di ciò che pensano o fanno gli altri allontana drasticamente dalla propria vita, fa perdere il senso di sé. Esistono persone che fuori da Facebook non sanno chi sono, perdono spessore insieme a una visuale “terrena”, per così dire. Paradossalmente, si tratta di coloro che riscuotono maggior successo, in termini numerici per “amicizie” e “likes”: la conservazione del sé virtuale sembrerebbe avviata a farsi impegno a tempo pieno.

Come non scomodare Zygmunt Bauman, il compianto filosofo della modernità liquida, ultima figura di riferimento dell’attuale sociologia. Le sue analisi sul discredito della politica e la disuguaglianza che si accresce invece di diminuire, convergono nella visione inerente alla rivoluzione digitale. In una società votata all’individualismo, la questione identitaria si trasforma in qualcosa cui si è dato un obbligo, avere la tua “comunità”, ma ciò che del concetto comunitario fa il social network, è un sostituto, un rimpiazzo. S’appartiene alla rete, dove è possibile aggiungere o eliminare, controllare le persone cui siamo in qualche modo legati, non a una “comunità”. Con un dato inconfutabile da rimarcare: che comunicazione reale non è parlare con persone che la pensano come te, ma affrontare le difficoltà e il conflitto per coinvolgere due o più parti. Questo succede ogni qualvolta interagiamo con gli altri, ma in modo diretto, senza un filtro virtuale.

“I social network non insegnano il dialogo, perché è così facile evitare le polemiche… Molte persone li usano non per unire o per ampliare i propri orizzonti, ma piuttosto, per bloccarli in quelle che chiamo zone di comfort, dove l’unico suono che sentono è l’eco della propria voce, dove tutto quello che vedono sono i riflessi del proprio volto. Le reti sono molto utili, danno servizi piacevoli, però sono trappole …”.

Certo la rete è libera, vi può confluire chiunque, ma sulla comunità reale si può contare come su un vero amico, c’è affidabilità anche se è più vincolante. In rete, per uscire da qualsivoglia relazione, basta spingere il tasto delete. Però, afferma Bauman: “Pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra l’abbracciare qualcuno e pokarlo, ci sia differenza”.

In sostanza, Facebook e gli altri social network hanno stretto un patto fra gli utenti e la modernità: la vita è più facile, via ogni sforzo in termini d’impegno e acquisizioni, via le sfide, i dubbi, le insicurezze. Conoscere nuovi “amici” è diventato incredibilmente facile. Con la stessa, disarmante facilità siamo in grado d’interrompere relazioni e amicizie, se sopraggiunge la noia o qualcuno non soddisfa le nostre aspettative, oppure bastano disaccordo o il minimo segno di un conflitto, invece di fare tentativi estenuanti per riparare il rapporto, si cancella il nome senza sentire neanche il bisogno di scusarsi. Ecco, nella vita reale è molto più complicato, in primis perché la gente ha possibilità di guardarsi negli occhi.

Nel film 6 Gradi di Separazione, il lungo monologo di Paul (impersonato dall’attore Will Smith), esprime tutto il caos e la consapevolezza della nostra condizione: “Oggi l’immaginazione ha cessato di rappresentare il nostro collegamento, il collegamento più profondo fra la vita interiore e il mondo che è al di fuori di noi, in cui viviamo tutti. Perché l’immaginazione è diventata un sinonimo di stile. Ritengo che l’immaginazione sia il passaporto che noi ci costruiamo per entrare nel mondo della realtà. Credo che l’immaginazione sia solo un’altra via per definire l’unicità d’ognuno. Jung dice – Il peccato più grave è la mancanza di coscienza – II giovane Holden dice – Quello che mi fa più paura è la faccia dell’altro. Non sarebbe tanto male se potessimo essere tutti e due bendati – Molte volte le facce che abbiamo di fronte non sono quelle degli altri, ma le nostre. Ed è la peggiore forma di vigliaccheria, questo avere così tanta paura di se stessi da coprirsi gli occhi piuttosto che affrontarsi. Guardarsi in faccia, è diventata la cosa più difficile…”. 

Moonhole: utopia e natura.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

A Bequia, nell’arcipelago delle Granadine, la luna illumina un arco di roccia vulcanica, le curve di porte e finestre, fino a tratteggiare un eccentrico edificio lambito dal mare e scavato nella pietra naturale dei Caraibi, una fortezza in rovina a guardia di un paradiso perduto. Le sue stanze sono vuote, come uno spazio eretto ma abbandonato da anni. Eppure, Moonhole non evoca soltanto una visione incantata opponendosi al tempo e alla solitudine, ma ha anche un’emblematica storia da raccontare.

Un lavoro a New York nel mondo della pubblicità, una vita brillante piena d’amici e ciò nonostante alla fine degli anni Cinquanta, i coniugi Thomas e Gladys Johnston decisero di lasciare tutto e trasferirsi su un isolotto sperduto fra le isole caraibiche, eden selvaggio di spiagge incontaminate privo di strutture ricettive al contrario della vicina Mustique, meta chic e di tendenza per personaggi famosi e ricchi vacanzieri.

A Bequia la coppia prende in gestione una modesta locanda di nove camere e stringe amicizia con una famiglia locale, proprietaria del versante occidentale, il più impervio e incontaminato dell’isola, raggiungibile via mare o attraverso un sentiero scosceso intercalato da scogliere. Ed è proprio lì, indifferente e separata dal mondo che spunta una roccia chiamata Moonhole, ieri come oggi con la luna crescente che sembra bloccarsi dentro un imponente arco naturale: un’immagine di tale suggestione difficile da descrivere.

L’arco ispira fortemente la visione ecologista di Thomas Johnston che decide d’acquistare i dodici ettari di terreno, dunque, l’intera zona disabitata e di costruirvi sotto, quasi per capriccio personale, una casa che s’integri nello scenario ambientale. E nel frattempo che i coniugi abitano già a Moonhole come novelli Robinson Crusoe, i materiali di costruzione arrivano e si riciclano, non senza fatica da ogni parte dell’isola, insieme ai viveri per tirare avanti.

L’ex pubblicitario newyorchese non ha nozioni d’architettura, né d’ingegneria, ma una sua filosofia: “Una casa non è lì per essere ammirata, ma progettata in modo che i suoi occupanti possano rivolgere lo sguardo all’esterno, sentendosi proiettati fuori, godendo del paesaggio naturale, del mondo”.

Moonhole sarà costruita come un articolato fortilizio aperto sulla natura, con gli interni separati da gradinate che ruotano intorno alla roccia viva fino al mare. Ecco, per esempio, la “Camera della Balena” perché destandosi al mattino “senza neanche sollevare la testa dal proprio letto” s’intravedono i cetacei rimbalzare, al largo, attraverso grandi finestre senza vetri.

Non c’è energia elettrica ma pannelli solari, l’acqua è quella piovana raccolta in cisterne, molti ambienti sono privi di pareti in muratura costruiti intorno agli alberi o a uno spigolo roccioso.

L’interior design? Materiali riciclati dai naufragi: legname per farne pavimenti, catene di vecchie ancore a mo’ di balaustra… insomma tutto ciò che è possibile riqualificare e trasformare, serve al nuovo “borgo” per allestirlo con gusto e parsimonia. In questa fase, sull’isola di Bequia vale l’affermazione di Tom: “Non si butta via niente, si vende ai Johnston”.

Così la casa di Moonhole si barbica sotto l’arco naturale di un’isola caraibica, nel frattempo parenti e amici vengono dagli Stati Uniti per visitare la coppia e molti s’innamorano di questo stile di vita e del luogo, attirando anche l’attenzione di testate giornalistiche come il New York Times e il National Geographic. In uno spirito d’emulazione le persone chiedono ai Johnston di creare per loro abitazioni simili in altre zone spopolate dell’isola. Nel 1964 Tom diede vita alla Moonhole Company Limited, con lo scopo di difendere e sviluppare l’intera proprietà, convogliare scrittori, artisti, amici a mollare la loro vita e allontanarsi da tutto. In trent’anni la società costruisce sedici case, uffici, alloggi per il personale, una sorta di arena dove riunirsi con la gente del posto, ogni domenica.

Nonostante l’inatteso sviluppo immobiliare, Tom e Gladys non rinunceranno mai al loro “credo” profondamente ecologista: le dimore sono intimamente legate alla natura circostante, non si abbatte neanche un albero, non si scava nel terreno, non ci sono barriere fra interno ed esterno. Mai nulla è stato fatto per rendere praticabile la strada che conduce alle proprietà. Per chi reclama una casa a Bequia, si richiede fermamente d’attenersi a regole ferree e fidarsi fino in fondo. Una di queste, include il coinvolgimento degli aborigeni sostenendo lavoro, assicurazione medica, spese scolastiche.

Thomas Johnston muore nel 2001, sua moglie Gladys poco dopo. La disposizione testamentaria per la Moonhole Company Ltd esprime la volontà a preservare integralmente “l’architettura unica, lo stile di vita e la visione dei Johnston”, ma in realtà come spesso accade, le cose vanno diversamente. Gli altri possidenti sono deceduti o troppo anziani per tornarci; coloro che ereditano le proprietà appartengono a una generazione meno sognatrice e idealista, più propensa all’aspetto “pratico ed economico” del loro lascito. C’è chi cerca d’ottenere il controllo della Compagnia intentando cause civili, come lo stesso figlio dei Johnston che contesta la volontà del padre. Le abitazioni su roccia e alberi si avviano a essere modificate in modo totalmente contrastante alla visione originale di Tom. Moonhole, senza la sua guida e il suo interesse, comincia a cadere in rovina e la villa scavata nella roccia, sotto quell’arco magico che cattura i raggi lunari, è ormai talmente trascurata da diventare inagibile.

Scrive il New York Times: “È un eccentrico sviluppo di 19 case orientato ecologicamente e costruito in pietra nativa, con accenti d’osso di balena, sulle ripide colline della punta meridionale dell’isola. Il nome deriva da un arco naturale svettante sulla riva attraverso il quale si vede la luna quando il cielo è terso. Gli ossi di balena, resti di caccia aborigena da parte degli isolani, sono abbastanza grandi da funzionare come elementi architettonici. Le case, che si basano su energia solare, acqua piovana e serbatoi di propano, sono per lo più fantasiose. Potrebbe essere un buon affare, rimettere tutto in sesto…”.

Oggi, le case rammodernate e rese più funzionali sono in vendita a prezzi altisonanti, fino a quasi due milioni di euro. I ricavi consentono alla Compagnia e alla comunità locale di mantenersi e preservare l’ambiente marino e terrestre. La Moonhole Company tiene a precisare che questa parte di Bequia è un’oasi privata da preservare e gestita come tale, non come destinazione turistica. Forse l’utopia dei Johnston serba ancora una chance, forse… ma è certo che solo pochi visionari abbastanza vicini al paradiso terrestre, riescono a capire cosa intendesse Proust nell’asserto: “I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”.