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Fuga in Messico.

Testo e foto di Liliana Adamo per InNatura  magazine.

Attraverso miti indios e cultura indigena, da Città del Messico alla penisola dello Yucatan, un viaggio intrapreso sull’onda di suggestioni cinematografiche e letteratura beat, fino al silenzio di una natura sconfinata e per certi versi, misteriosa.

Film, Beat Generation e fantasmi

In individui pressoché sani di mente resta inconfutabile come certa cinematografia eserciti una sorta di traslazione, un meccanismo psichico chiamato transfert. Per cui guardando Puerto Escondido di Gabriele Salvadores (1992) ero giunta a conclusione che il personaggio principale del film, quel Mario Tozzi interpretato da Diego Abatantuono… beh, ero io. Un transfert protratto fino al momento in cui presi un aereo con destinazione Centro America.

In una mirabolante fuga sulla Mexican Pipeline, con riprese sulle dune di Playa de Amor, tra surfisti, bambini di strada che giocano con l’oceano e pellicani che atterrano sulle barche di Puerto Angel, il protagonista arriva nello stato di Oaxaca, dove: “il sole carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso”, sorpreso di trovarsi in un: “senso di vastità che in Europa si è estinto, nella memoria genetica di almeno dieci generazioni”.

Foto di Liliana Adamo

Narcotraffico, sparatorie, roghi di marijuana, poliziotti in veste di criminali, furti subiti o portati a segno: tutto cambia per Mario Tozzi, ex vicedirettore di banca a Milano, testimone scomodo di due delitti, suo malgrado, complice. Lontano dalla frenesia europea, nel silenzio di una natura sconfinata, nei segreti oscuri della cultura indigena, egli stringe nuove amicizie con cui divide un percorso di vita fatto d’espedienti, inevitabilmente, on the road. Di sicuro è una seconda occasione, la rinuncia (per forza di cose), alle false certezze di una vita “integrata”.

“Quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”

Da Puerto Escondido e Oaxaca, la mente corre a Città del Messico, capitale per antonomasia del crimine. Ci sono fantasmi che girano indisturbati a Città del Messico? Due, di sicuro: dal bancario milanese di Puerto Escondido, coinvolto in un duplice omicidio, allo scrittore maledetto, William Seward Burroughs, un parallelo per nulla azzardato. Far rivivere Burroughs e la sua giovane compagna, da lui uccisa – accidentalmente? – con un colpo di pistola alla testa, a Città del Messico – è semplice:Il posto è uno di quelli che ha più confidenza al mondo con la morte e i suoi derivati…”.

 

Lo scrittore descrive la città parlando di avvoltoi volteggianti, figure retoriche e identità del male: “Quando ci abitavo, alla fine degli anni Quaranta, aveva un milione di abitanti, l’aria pulita e frizzante e il cielo di quella speciale sfumatura d’azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi volteggianti, il sangue e la sabbia, quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Yucatàn: un’antica catastrofe. Presumibilmente, un asteroide?

Un territorio esteso su una superficie di 1.972.550 kmq, il cui nome, Mèxihco, deriva da un’etimologia risalente a una divinità di guerra per gli Aztechi“luogo dove vive Mèxtli”, ma può avere origine anche dal cosmo, Il Centro della Luna; dove Teotihuacan fu la più grande città-stato precolombiana e domini teocratici furono governati da misteriose civiltà, (Zapotechi, Maya, Toltechi, propugnatori quest’ultimi di sacrifici umani). Immagina una città sacra, Tula o ancora Tenochtitlàn, capitale azteca, che sorgeva come Venezia, su diverse isole sul lago Texcoco, distrutta dai conquistadores spagnoli, nel 1521.

Foto di Liliana Adamo

Immagina un entroterra di montagne e vulcani tra due oceani, Pacifico e Atlantico, fino al Golfo del Messico. Immagina una penisola sul Mar dei Caraibi che si prolunga verso il Belize, a sud: è la regione del Quintana Roo, particolarmente abitata dai Maya (Yucatàn, in lingua madre, vuol dire, noi non vi capiamo), luogo unanimemente prediletto dai viaggiatori occidentali, me compresa.

 

La sua fama risale a sessantacinque milioni di anni, da quando, a Chicxulub un asteroide in impatto con la Terra vi scaricò la potenza pari a un migliaio di bombe atomiche o giù di lì, ponendo fine, secondo la teoria più accreditata, all’era dei dinosauri. Quel cratere formatosi dal terribile urto (trecento km in diametro), è ora sepolto in profondità mentre residui sono ancora visibili in superficie. In perfetta sequenza, lungo l’intero perimetro della penisola, la collisione ha formato misteriose cavità incastonate in scenari favolistici collegati tra loro da lunghe gallerie naturali (fino a 600 metri), i cenotes.

Zat-ay-Uinic, vuol dire “rinascita” nella lingua dei Maya

Effigie celesti scolpite dal meteorite, gli antichi Dzonot erano sacri ai Maya. I sacerdoti si affidavano al canto del Mot-Mot (mitico uccello che nidificava in queste cavità), per trovarne sempre di nuovi dando loro nomi fantasiosi (Dos Ojos, i due occhi), mistici (Kukulkan), efficaci (Bat Cave, la caverna dei pipistrelli).

Foto di Liliana Adamo

I cenotes avevano diversi funzioni: oltre a fornire acqua dolce, rappresentavano il punto di contatto con le divinità dell’inframondo, sede preferenziale per compiere sacrifici umani: per coloro destinati a immolarsi, le pareti levigate di queste voragini non avrebbero dato scampo, impossibile risalire!

In un’atmosfera irreale scandita da gocce d’acqua che scendono dalle rocce, schivando pesci gatto e stalattiti, oggi, sono i turisti a tuffarsi nei cenotes. In antri cupi se si tratta di una grotta, o cristallini d’una incavatura alla luce del sole; in entrambi i casi, sentire sul proprio corpo l’impatto dell’acqua gelida si tramuta in un’esperienza quasi ascetica/profana, metafisica/terrena.

Foto di Liliana Adamo

Il Gran Cenote (o Ik Kil), dedicato a Chaac, dio della pioggia, è situato nei pressi di Chichen Itzà, imponente sito archeologico tolteco, vale a dire, la città che con il suo pentaedro immaginifico, la sua piramide, ha guidato i miei sogni per almeno sette mesi prima della partenza.

Arriviamo nella penisola dello Yucatàn insieme all’uragano Patricia. Nelle ventiquattro ore successive raggiunge la categoria 5, massimo grado della scala Saffir-Simpson, il ciclone tropicale più intenso mai registrato nell’emisfero occidentale, con venti superiori a trecento chilometri orari, veloci quanto il Boeing 767 che mi ha portato fin qui. Nondimeno, i demoni benevoli sono dalla nostra parte e la perturbazione non raggiunge la regione, né restituisce il fenomeno del sargassum, lasciando intatto il colore cangiante di smeraldo al Mar dei Caraibi. Uniche testimonianze sono quei tronchi sradicati sulla battigia, frammenti di barche, perfino una tavola di wind surf (dove sarà finito il surfista?)

 

Con lunghissime spiagge bianche e nei dintorni, isole incontaminate (Cozumel, Mujeres, Holbox e la bellissima Contoy, riserva del biosistema, importante rifugio per gli uccelli marini nei Caraibi messicani), Playa del Carmen e Cancún restano i luoghi più desiderabili dello Yucatan. Due località sexy e informali, ricche d’iniziative culturali, laboratori multietnici dove, anno per anno, ogni più rosea previsione è puntualmente superata. La vegetazione tropicale, i profumi, uccelli variopinti, una fauna esotica unica al mondo (gli animali girano indisturbati, come i curiosi sereke), tutto da tempo vagheggiato, passa attraverso una sola percezione, è il Messico!

Tulum è l’antica Zamà, rappresentazione del dio discendente

Zamà, città sacra al “dio discendente” (al sole calante raffigurato al tramonto, con coda d’uccello e ali, a testa in giù e gambe divaricate), ex rifugio hippie, odierna Tulum sulla Riviera Maya, è, senza eufemismo, uno scenario fra i più affascinanti al mondo. A quaranta chilometri a nord, lungo la Carrettera del Quintana Roo, fra scimmie urlatrici e coccodrilli (in uno specchio d’acqua dove abbondano), si trova il sito archeologico di Cobà. Assediato dalla giungla che s’impossessa delle piramidi (realizzate e forse abitate, tra il 500’ e il 900’, fino all’arrivo degli spagnoli), Cobà è un’area che resta ancora da esplorare, scavare, approfondire.

Foto di Liliana Adamo

Eretta su alte scogliere, Zamà fu la prima a essere avvistata dai conquistadores: il 3 marzo 1517, raggiunti dalle piroghe, tre vascelli carichi di soldati si apprestano sulla costa risolvendo la questione con una carneficina. Tulum era un fiorente centro commerciale, asse di congiuntura tra l’Altopiano messicano e l’America Centrale. Le piccole imbarcazioni ormeggiavano nell’insenatura di Playa Paraiso, da cui oggi, ammiriamo il Castillo, dove la luce è accecante e i riflessi s’insinuano fra rocce e vegetazione. Le barche trasportavano miele, sale, pesci, oggetti d’ossidiana, piume di quetzal e ogni conflitto, prima d’allora, era quasi sconosciuto.

Attraverso un angusto anfratto nella roccia, si entra nell’area archeologica adiacente, uno spazio aperto che sembra sospeso tra cielo e terra. Nella bellezza prepotente della natura, la porta dell’Eden rivela il Tempio degli Affreschi, offrendo alla vista lo spirito più genuino del popolo Maya: in una visione, la dea Ix Chel si lascia accompagnare dal dio Chaac.

A Chichén Itzá, “alla bocca del pozzo degli Itzá”

Foto di Liliana Adamo

Felci, orchidee, bromelie, alti fusti come titani: il passaggio alla città precolombiana profuma d’incenso e ricco di vegetazione. Si è rapiti e silenziosi dinanzi alla piramide di Kukulkan che appare in tutta la sua imponenza (nonostante non sia altissima, ventiquattro metri circa), dopo un fondo naturale rasentato da un intrico di piante e alberi, che sembra soggiogare le altre costruzioni in pietra.

Visione del mondo e dell’universo, la torre astronomica segue i movimenti della luna, del sole, di Venere. Puntualmente, alle 15.00 nel giorno dell’equinozio di primavera (20 marzo), in quello d’autunno (21 settembre), assorbe la luce diurna lungo il parapetto ovest della scala principale, creando un’imperscrutabile illusione ottica: ecco la curvilinea fisionomia del serpente adagiarsi sui triangoli isoscele e insinuarsi verso il basso, fino a combaciare con la testa dell’aspide, scolpita in fondo alla scala. Nei due equinozi, secondo il ricercatore messicano Luis El Arochi, si ricrea la simbolica discesa di Kukulkan, del serpente piumato, il re fatto dio.

 

Suddivisa a sud nelle reliquie dei Maya Puuc, a nord nell’architettura tolteca, Chichén Itzá è una città permeata di misteri mai svelati: un sussurro da un capo all’altro può essere intercettato attraverso tutta la lunghezza e il respiro di quell’enorme ball court, il campo del Gran Gioco, senza un caveau, o discontinuità tra le pareti, aperto al cielo blu dello Yucatan. È facile immaginare il re avvolto nelle piume di quetzal, negli ornamenti d’ossidiana, a presiedere quei giochi e la sfera di pietra scagliata dai giocatori verso un punto all’altro del campo. Leggenda vuole che il Capitan vincente nello juego de pelota, offrisse la propria testa per essere sacrificato, perché la morte per martirio agli dei, in nome del beneficio per l’intera comunità, era vista come la più alta ricompensa, l’onore finale.

Foto di Liliana Adamo

All’interno del ball court le onde sonore restano immutabili di giorno e notte, non influenzate dalla direzione del vento e da qualsiasi condizione meteo. Gli archeologi impegnati nella ricostruzione evidenziarono come la trasmissione sonora divenisse più forte e chiara, man mano che l’antico campo dello juego risaliva alla luce. Nel 1931, Leopold Stokowski, direttore d’orchestra inglese, si fermò quattro giorni nel sito maya per determinare quei particolari principi acustici applicandoli a un concerto all’aperto che aveva in progetto; ovviamente, non vi riuscì e, a oggi, il mistero pare sia rimasto insoluto.

 

 

 

 

 

 

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Viaggio in Botswana: paradiso senza confini.

Liliana Adamo per Latitude180.

Viaggio in Botswana: vivi con noi un’immersione totale dentro la natura senza confini.

Il Delta dell’Okavango, i parchi nazionali in cui sembra d’essere circondati solo da animali selvaggi, le migrazioni di Makgadikgadi, l’enigma del Savutè Channel, l’aura spirituale di Tsodilo, le grotte preistoriche di Gewihaba: ogni particolare ci svela un Botswana come terra senza confini, dove riconciliarsi con la natura.

…  “Si è completamente soli là fuori, con gli echi e i riverberi d’Africa che ti separano da ciò che conoscevi – soli con se stessi, il bush, gli animali selvaggi. Un mondo nuovo attende d’essere esplorato.”
Un’esperienza unica attende solo d’essere vissuta…

http://www.latitude180.travel/natura/144-viaggio-in-botswana-paradiso-naturalistico-senza-confini

 

Wadi El Gemal, fra mare e deserto.

Liliana Adamo, reportage per InNatura magazine

Un lembo di terra e mare isolato dal resto del mondo, ricchissimo di biodiversità. Parco nazionale dal 2003, il Wadi El Gemal rivela una natura sorprendente e  segreti millenari.

 

Il Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), all’estremo sud del Mar Rosso fra Marsa Alam e la mitica Berenice a lambire il confine con il Sudan, copre settemilacinquecento chilometri quadrati di litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne ed è forse il più grande wadi esistente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare l’acqua dai rilievi verso la costa, la quale, tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo. E’ questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato; un impervio, selvaggio paradiso fatto di acqua e sabbia.

Un organismo morfologico di acqua e sabbia.

Cos’è un wadi? E’ il letto di un fiume in apparenza arido, un bacino di sabbia che si forma nelle grandi distese sahariane, quasi un canyon su cui, un tempo, scorreva un corso d’acqua; si riempie quando subisce forti piogge, ma l’acqua può raccogliersi anche percolando dalle montagne. Solo i beduini, abitanti del deserto, sanno dove sgorgano le sorgenti, conoscono il punto preciso dove l’acqua può tornare in superficie. E dunque, fra wadi millenari, altipiani rocciosi, montagne d’origine vulcanica dove riappaiono antichissime città avvolte nel mistero, torna utile acquisire alcuni gerghi in uso: le oasi si chiamano jennat, le grandi dune di sabbia, erg, la sorgente sotterranea o la pozza d’acqua piovana che si sedimenta tra le rocce si chiama guelta, hammada è la piana rocciosa perpendicolare segmentata da fenditure e ricoperta da una crosta secca e friabile, hofra è il nome dato alle depressioni, le più note si chiamano chott e sono bacini inariditi di acque saline.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi per l’estrazione (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, città romana dove gli smeraldi si scavavano dalle montagne, erano dislocati verso il Nilo poi ad Alessandria per giungere attraverso il Mediterraneo, nella Roma imperiale. Le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, scolpite nella roccia ocra, si stagliano in uno spazio rarefatto di silenzio e suggestione.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Molti di loro, gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, a radunare greggi di capre muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Ababda sono le guide che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, il personale dei pochi alberghi, dell’eco resort nella zona. Eppure, tuttora essi si definiscono “figli di Jinn”, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari di un’uguale identità fin dall’era romana.

Da Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, gli Ababda hanno popolato queste regioni da tempo immemore guardando l’ascesa e il declino d’intere civiltà, le hanno attraversate sentendosi isolati e respinti: dagli antichi Egizi, Greci, Romani, ai Turchi e così via.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni a tutti i popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento sono simili ai sudanesi che considerano i loro parenti più stretti. Sono magri, elastici, la loro pelle è più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati e pure eleganti; non si lamentano mai, non litigano mai fra loro. Trasudano una calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace. La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda. Suonano il tampura a cinque corde, una specie di semplice chitarra o lira o altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti che possono essere utilizzati a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo. La musica dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno.

Regno degli uccelli e del reef.
Foto di Liliana Adamo.

Il Mar Rosso offre spettacoli unici al mondo; incuneato in un profondo vuoto, fra i tavolati arcaici d’Arabia e Africa, è parte di quel grandioso allineamento di fosse tettoniche estese dalla Siria e dal Mar Morto fino all’equatore africano. Le perturbazioni che nel Terziario diedero origine a fratture e dislocazioni varie, furono accompagnate da un’intensa attività vulcanica, come documentano le formazioni insulari e costiere a sud del 14° parallelo. In alcuni tratti (lungo la penisola del Sinai, per esempio), suoi litorali possono essere rocciosi, in altri, aridi e pianeggianti, costituiti da sabbie e banchi madreporici. Dietro il litorale, il paesaggio diventa quasi lunare, un susseguirsi d’alture riarse che, al tramonto, assumono colori fra il rosa e l’antracite (grazie ai contenuti d’ossidi di ferro), lunghi orli montuosi, altipiani retrostanti e secche vallate. Le piogge, ragguardevoli seppur scarse favoriscono diverse specie di piante xerofile. Il Mar Rosso è caldo, la sua salinità (più del 40%), è la più alta rispetto a qualsiasi altro mare aperto verso l’oceano, ma ciò che lo rende davvero incomparabile è l’insieme di creature che lo abita, la bellezza dei suoi reef: il giardino di Allah, per gli arabi, il corridoio delle meraviglie per Jacques Cousteau.

Oltre 1200 varietà di pesci, delfini e squali, 25 specie di madrepore, gorgonie, coralli molli vivono e si riproducono in un giardino sommerso pari a uno straordinario mondo alieno. Le barriere del Mar Rosso si mantengono sostanzialmente in buona salute, senza patire il rialzo termico delle acque oceaniche il cui picco si è verificato nel 1998 deteriorando i reef maldiviani (il famoso “sbiancamento” dei coralli).

Il parco nazionale del Wadi El Gemal racchiude in sé tutte queste caratteristiche ma il silenzio d’echi lontani, il distacco e l’isolamento dal resto del mondo qui diventano ancora più persistenti: ciò che si prova è un senso di purezza primordiale, di pace e tranquillità, solo il rumore della risacca e del vento. Ogni tanto vedi un cane, qualcuno che passa ti rivolge un saluto, ci sono mandrie di dromedari liberi, greggi di capre, ovunque arbusti seccati dal sole, conchiglie portate dal mare, assenza d’inquinamento atmosferico, luminoso, acustico.

Foto di Liliana Adamo.
Foto di Liliana Adamo.

E ci sono gli uccelli. Tanti, variegati e mai timorosi. Ho vissuto quindici giorni in compagnia del falco pescatore che aveva nidificato accanto alla mia camera, in un oblò del fabbricato adiacente. Ho avuto modo d’osservarlo a lungo e capire le sue abitudini. Gli uccelli sono tra i protagonisti del Wadi El Gemal; i momenti migliori per le osservazioni sono le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio, nei mesi primaverili (marzo/maggio) e in quelli autunnali (settembre/novembre), quando le specie stanziali si aggiungono a quelle migranti che sorvolano le coste del Mar Rosso, passando sul territorio del parco. Eterei aironi bianchi (Egretta gularis) sostano sul bagnasciuga muovendosi con circospezione ed eleganza. Squadriglie di rari gabbiani occhi bianchi (Larus  leucophtalmus) e quelli dal collare (Larus hemprichii), formano triangoli isoscele alati sulle isolette di sabbia bianca che emergono con la bassa marea, solitarie sterne guance bianche (Sterna repressa) e tortore dal collare orientale si dissetano nelle piscine dei resort insieme ai pochi bagnanti, ma gli esemplari sono numerosissimi, arduo farne un elenco.

Di ritorno a casa, in aereo, ripensando a tanta bellezza, rifletto sulla richiesta di Ayman Qarabawy Mi piacerebbe una tenda nel deserto… per accogliere gli ospiti. Forse per il prossimo anno… Una tenda nel deserto e il resto intatto.

 L’Intervista.
Foto di Liliana Adamo.

Incontro Ayman Qarabawy, ranger capo per il Wadi El Gemal National Park, presso un edificio di legno sulla spiaggia, circondato da palmizi che smorzano il sole e gli sbuffi del khamsin (il vento polveroso che spira sul Mar Rosso). All’interno, c’è il suo ufficio: una vecchia scrivania, un ventilatore, una macchinetta per le bibite, una panca, qualche sedia, scansie per l’archivio. Una donna completamente vestita di nero mi rivolge un lieve cenno del capo e io le rispondo in arabo. Dopo le formalità, Ayman m’invita a entrare in una grande tenda che si trova nelle vicinanze, dietro capannoni adibiti a serre. Alla presenza di un taciturno Ababda/ barman intento a preparare un caffè sul carbone vivo, mi fa accomodare su tappeti e cuscini messi alla rinfusa; benché la posizione sia un po’ scomoda, certamente informale per un’intervista, iniziamo a parlare; ma prima, Ayman vuole mostrarmi il vero rituale del caffè che si svolge fra un ospite e i beduini.

Bere caffè in compagnia è usanza che esprime socializzazione e accoglienza, la preparazione del djabana è sempre un momento speciale. Il nostro, ripone i chicchi di caffè ancora grezzi e verdi in un piccolo scaldino e li fa arrostire sul fuoco delle braci. Sento il tintinnio dei semi e una forte fragranza si sparge nel chiuso della tenda. L’Ababda macina i semi caldi in un mortaio di legno, aggiungendo zucchero e zenzero dal Sudan, poi versa il composto in un fiasco di terra marrone. Questo è un oggetto cui non si separerà mai, magari la fiaschetta sarà riparata tante volte e rinforzata con fili in diversi punti, ma mai farne a meno! Ora, vi versa un po’ d’acqua richiudendo l’apertura con un pezzo di stoffa per trattenere l’aroma, la riscalda avvicinandola al fuoco e coprendola con le ceneri calde. Finalmente tutti e tre sorseggiamo il liquido scuro, profumato di zenzero, versato in piccole ciotole; il djabana è una mistura dolce e piccante. Il rituale è ripetuto più volte, finché l’ospite (cioè, la sottoscritta), non spinge indietro la coppetta con un gesto determinato.

  • Cosa differenzia il Wadi El Gemal dalle altre località del Mar Rosso, perché è così importante tutelarlo?

Perché è un regno di biodiversità unico al mondo, per il mare e le sue cinque isole, per le caratteristiche dell’entroterra: è il regno del falco pescatore e della tartaruga verde (la Chelonia myda, a rischio d’estinzione), che nidifica da maggio a settembre, delle mangrovie che trovano un humus ideale lungo la costa, dei reef, dei delfini e del dugongo.

Poi c’è il deserto nel suo straordinario habitat: anche in condizioni ardue, qui vivono la gazzella Dorcas, lo stambecco della Nubia, l’Hyrax, cammelli allo stato brado, volpi, conigli e felini selvatici.  Sono animali che sfidano un clima a volte estremo, resistendo grazie alla vegetazione presente sulla superficie arida. In realtà, il deserto del Wadi El Gemal è ricco d’acqua dolce che rimane imprigionata nel sottosuolo ed è la zona più piovosa del Sahara egiziano; le piogge si riversano da ottobre a dicembre, l’acqua percorre il deserto per oltre cinquanta chilometri fino al Mar Rosso.

  • Lei sovrintende la tutela e le attività all’interno del Parco: che tipo di apporto può dare il turismo e dal suo punto di vista cosa le piace del suo lavoro e cosa meno?

La decisione d’istituire il Parco Nazionale da parte del governo centrale, risale al 2003 (designato con IUCN di categoria II, area protetta finalizzata alla protezione di un ecosistema con possibilità di fruizione a scopo ricreativo) e pur con le dovute restrizioni, ciò è stato importante per incrementare lo sviluppo turistico. Di conseguenza, il turismo ha apportato un notevole miglioramento nel tenore di vita per i nuclei familiari degli Ababda, gli abitanti del luogo, i quali preservano le loro tradizioni millenarie compreso il senso d’ospitalità, comune a tutti i popoli d’origini nomadi.

Amo vivere qui, nel mio Parco Naturale, in uno dei luoghi più belli e intatti, mi piace pensare che ogni visitatore sia informato e rispettoso… don’t take nothing, don’t leave nothing, questo dovrebbe essere un motto valido per chiunque. Non lo è purtroppo per i bracconieri e i cacciatori a loro seguito. Mi è capitato di consegnare un gruppo di queste persone sorprese a cacciare di frodo, alle autorità locali.

  • Chi erano queste persone?

Arrivano dalla vicina Arabia Saudita o dal Kuwait, con regolari visti turistici e con yacht personali, solo che poi patteggiano con delinquenti di nazionalità egiziana per portarsi qualche trofeo di caccia a casa, soprattutto animali rari come le gazzelle Dorcas e gli stambecchi della Nubia, che finiscono per essere uccisi, trafugati e impagliati. E’ successo ma per fortuna, non avviene spesso; anche se si può pensare il contrario, le ispezioni sono ferree. Gli stessi Ababda, profondamente innamorati della natura del Wadi, sono istruiti al controllo e tengono gli occhi bene aperti. Per loro, il turismo, vale più d’ogni “regalia” a buon mercato. Noi siamo guardie ambientali ma operiamo in stretta collaborazione con i militari stanziali, sempre pronti a intervenire in caso di bisogno e per il controllo del territorio.

  • Cosa chiederebbe al governo egiziano per il “suo” Parco?

Lo Stato dovrebbe fare di più ma purtroppo oggi c’è la crisi economica… Mi piacerebbe una tenda nel deserto, comoda e spaziosa per quelle tribù che accolgono i turisti (la cena con gli Ababda si è svolta sotto un cielo stellato e con il fuoco acceso, nessuna tenda, quindi). Forse per il prossimo anno…

Si ringrazia vivamente: Silvia Bastianello, per i contatti esterni, Amr Soliman, l’uomo pesce, Ayman Qarabawy, ranger capo del Wadi El Gemal National Park,

tutti gli altri.

 

Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The David Sheldrick Wildlife Trust: Humpty e altre storie.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un’operazione che, nelle sue fasi salienti, dura quarantacinque minuti: il salvataggio di un piccolo ippopotamo intrappolato in uno stagno fangoso gremito di pesci gatto, nel bel mezzo della savana nei pressi di Kiunga, sulla costa nord del Kenya, tra l’antico porto di Lamu e il confine con la Somalia.

Dibattendosi nel limo, il cucciolo era tenuto sotto osservazione d’alcuni giorni per accertarsi che fosse, appunto, un orfano. Quando ormai era evidente che senza alcun intervento sarebbe morto, ecco che il Centro recupero wildlife fa scattare la sua task force.

E’ un fresco mattino del 23 dicembre scorso: un Cessna che si trova nei paraggi (a bordo Andrew Francombe e Fuzz Dyer), si alza in volo atterrando in una zona pressoché inaccessibile; anche il DSWT Rescue Team, composto di due esperti, vola da Nairobi fino a Kiunga e grazie al “ponte” del primo aeromobile, raggiunge il gruppo di soccorritori.

Il recupero avviene nel modo consueto, un tiratore che “spara” tranquillante e una rete per bloccare il malcapitato, anche se la “cattura” si trasforma in un impegno gravoso con l’agitazione dell’animale che respira a fatica non riuscendo ad affiorare dalla densa poltiglia nera.

Finalmente spinto fuori e fatto rotolare su una barella di tela, il piccolo è fasciato in una coperta e delicatamente umettato, ma per giungere a destinazione c’è bisogno d’imbracarlo sui pattini del velivolo durante i dieci minuti di trasbordo dalla foresta all’aeroporto di Kiunga. Qui, è nuovamente preparato alla tappa successiva fino a Kaluku, ai confini dello Tsavo, dove lo attende con trepidazione l’intero staff del David Sheldrick Wildlife Trust.

Il nuovo arrivato, inizialmente considerato di sesso maschile e battezzato col nome di “Humphrey”, è affidato alle cure di un neo “mamma”, vale a dire Frans, direttore per le operazioni di campo che nel corso del tempo ha ricoperto svariati ruoli. Tuttavia, assumersi in carica un cucciolo d’ippopotamo resta indiscutibilmente un nuovo territorio, una sfida che Frans è pronto a intraprendere!

Sollecitamente srotolato e liberato della sua coperta umida, scrostata la patina di fango, il piccolo appare ustionato e disidratato, malgrado ciò, le cure per stabilizzarlo ottengono gli esiti sperati. Per Frans si prepara una lunga notte, assistendo un cucciolo impaurito sotto una doccia in continua esecuzione per mantenerlo impregnato a una temperatura costante. Il giorno successivo i guardiani predispongono anche una scuderia “personalizzata” con tanto di “piscina” (una buca d’acqua, dove potrà facilmente rinfrescarsi).

“Humphrey” che intanto è diventata “Humpty” (non essendo un “lui” ma una “lei”), mostra segni di totale attaccamento al suo custode: lo segue ovunque docile e fiduciosa; le sue condizioni migliorano visibilmente, rivelando altresì una propensione di dolcezza e familiarità per l’intero nucleo umano e animale di Kalaku, senza esclusioni. Humpty si trasforma in mascotte del DSWT. La sua storia varca i confini del Kenya, è una storia toccante ed emblematica sul recupero del wildlife in Africa, un continente alle prese con nuove minacce globali quali cambiamenti climatici e siccità, scomparsa della fauna selvatica, mentre si moltiplicano cacciatori di trofei senza scrupoli e bracconieri armati di AK74.

Il mondo intero si commuove per il cucciolo d’ippopotamo strappato al fango e della sua lotta per la vita.

“Lei ha illuminato le nostre vite e sembra così ingiusto che il destino debba privare Humpty di un futuro. Questa perdita improvvisa ci lascia devastati; con suoi modi incantati e unici Humpty ha commosso migliaia di persone, non soltanto chi è stato coinvolto nel suo salvataggio e nelle cure… Il conforto che traiamo è sapere che la sua breve vita non avrebbe potuto essere più felice, che la sua presenza lascerà un ricordo indelebile nel nostro orfanatrofio di Kaluku…”.

Angela Sheldrick (Ceo del DSWT).

Humpty non rappresenta la sola creatura – simbolo del Trust: femmine d’elefanti e rinoceronti se non vittime della selezione naturale, finiscono sotto i colpi del bracconaggio, i piccoli, privi di protezione se non accettati o “adottati” dal branco, non hanno alcuna aspettativa di sopravvivenza. L’intervento delle unità mobili e l’organizzazione interna di questi meravigliosi volontari, convoglia gli orfani in ciò che diventerà un amorevole percorso di “svezzamento” fino al reintegro negli habitat originari. Quest’ultima fase avviene progressivamente, secondo gli studi e conoscenze sul comportamento in cattività portati avanti dal compianto David Sheldrick, pioneristico “Wilderness Guardian” allo Tsavo e da sua moglie, Daphne.

Tra nuovi amici, piscina personalizzata e la stanza da letto di Frans (dove lei reclama di dormire), in un variegato status di socialità e protezione, Humpty riscopre quindi la gioia di vivere in attesa del ritorno “a casa”. Una restituzione che madre natura attenderà invano: infatti, nella notte del 7 maggio scorso, dopo un’ordinaria giornata con bagnetto serale, la piccola d’ippopotamo muore inaspettatamente. Non basta il pronto intervento veterinario del Kenya Wildlife Service e del Dott. Poghon, né i tentativi disperati per l’intero team di soccorso medico; Humpty se ne va senza una ragione plausibile, né un segnale apparente di disagio.

GLI OSPITI DELL’ ORFANOTROFIO

Nell’ orfanotrofio Sheldrick sono ospitati piccoli di rinoceronti, bufali, facoceri, zebre, svariate specie d’antilopi autoctone: impala, cudù, eland, cefalofi azzurri, dikdik madoqua. Persino due giovani struzzi, Pea e Pod, sono diventati parte integrante dell’Unità Nursery. Pare sia nata un’incantevole amicizia fra gli allampanati pennuti e gli elefantini. A loro si è unito Kiko, un cucciolo di giraffa; sembra anche che questo strampalato gruppo non riesca mai a separarsi, avvalorando la tesi che dal comportamento animale molta umanità potrebbe trarre insegnamento se non altro su paludati concetti di convivenza e integrazione.

C’è l’elefantino Mteto di dieci mesi appena, rinvenuto nei pressi del villaggio Masai di Mtito Andei, accanto alla carcassa della madre cui sono state asportate le zanne per l’avorio. Difficile restare controllati ed efficaci in situazioni di tale sofferenza, come racconta Angela Sheldrick: “Dinanzi a scene simili non si può fare a meno di riflettere su ciò che deve aver provato nei giorni e nelle notti precedenti al suo recupero, da solo e vulnerabile, accanto al corpo straziato della madre. Quando le squadre arrivano sul posto, trovano questi cuccioli atterriti e potenzialmente aggressivi. Ma gli elefanti sono creature straordinariamente intelligenti, basta davvero poco perché si acquietino, intuiscano in qualche modo che siamo lì per aiutarli…”.

C’è Eleonor, la matriarca, fra le prime a essere portata in salvo (a oggi, più di 400 elefanti hanno sostato nell’orfanotrofio), con la quale Daphne Sheldrik stabilisce un feedback intensamente viscerale ed empatico: “Sono gli animali che più si avvicinano a quelle che noi definiamo caratteristiche umane, racchiusi in un’aura che ci raggiunge in modo misterioso e trascendente…”.

Infine c’è Olmeg. Profondamente sensibile e passibile dell’ammirazione altrui, “un personaggio complesso”, spiega Angela Sheldrick, essendo il più robusto e il più “vecchio” fra gli elefanti, Olmeg ha incondizionata adorazione dagli orfani più giovani e inesperti. Può apparire come un’esagerazione, ma le comunità di questi proboscidati seguono regole molto articolate: non è raro osservare il modo in cui i piccoli elefanti maschi stabiliscano un rango e un “eroe – culto” fra gli anziani. Olmeg è una sorta di “boss” della Nursery, capo prescelto all’unanimità.

Sarà l’autopsia a svelare che nulla avrebbe potuto salvarla: il suo intestino appare completamente contorto e il perché avvenga questa complicazione rimane, purtroppo, un mistero. Imputabile, forse, la vegetazione abbondante, ricca di minerali che si sviluppa a seguito di copiose piogge torrenziali; non è mai del tutto chiaro il motivo di un imprevisto fatale che può colpire gli animali in tenera età.

Tracce della sua presenza sono le impronte tra la scuderia e la pozza d’acqua. Stringono il cuore di Frans e dell’intero personale che presta la sua opera nel DSWT. Humpty, lascia un vuoto enorme, un ricordo dolce e straziante, eppure il lavoro appassionato di un precursore della conservazione come David Sheldrick, l’orfanotrofio e il team no profit creati in sua memoria da sua moglie Daphne, hanno reso lo Tsavo East famoso nel mondo per il programma di riabilitazione destinato alla fauna selvatica.

LE ANALOGIE TRA UOMO ED ELEFANTE

Singolari alcune similitudini tra elefanti e uomo. La durata della vita, per esempio (un cucciolo arriva alla maturità a vent’anni circa), la sensibilità nei confronti della famiglia e la comunità, il senso della morte. Gli elefanti mostrano molte delle nostre emozioni peculiari, possono essere allegri, tristi, demoralizzati. Esprimono invidie, gelosie, capricci, sviluppano un feroce senso di competitività, oppure farsi collaborativi. Si addolorano per la perdita dei propri cari, versano lacrime, soffrono, si deprimono. Hanno il senso della compassione nei confronti dei propri simili e di altre specie. Si aiutano l’un l’altro nelle avversità “E se li conosci molto bene, ti accorgi di quanto siano capaci di sorridere, divertirsi, essere felici”.

I tratti che non si ravvisano nelle limitate capacità umane, sono gli infrasuoni a lungo raggio (gli elefanti adottano eccezionali “strategie comunicative” a noi oscure), udito sofisticato (riescono a percepire anche un rumore di passi in lontananza) e ovviamente, una memoria che supera notevolmente la nostra, ampliandosi per l’intero arco della loro vita.

Moltissimi esemplari sono stati reintegrati con successo, sebbene cresciuti in ambienti forse non rispondenti alle loro attitudini. All’attività di recupero si affianca una preziosissima mole d’informazioni per gestazione, tassi di crescita, preferenze alimentari, malattie, struttura sociale, evoluzione in habitat ordinari o permanenza in cattività. Per i piccoli degli elefanti, Daphne Sheldrick ha sperimentato (con risultati ottimali), una particolare composizione del latte che permette l’aumento del peso, la crescita e la sopravvivenza. Si è studiato a fondo il rapporto che si stabilisce fra due razze diverse, quella umana con gli animali, ciò ha dato fiducia gli uni negli altri.

A un centinaio di visitatori in orari prestabiliti, il DSWT offre la possibilità e il piacere d’osservare i cuccioli e interagire con loro.

Resta un fattore importante, che questo immane compito insieme al rapporto tra uomo e natura selvaggia, non si interrompa, ma continui a rafforzarsi su basi concrete: reprimere a livello internazionale la piaga del bracconaggio applicando normative ad hoc, prefiggersi una cultura rivoluzionaria che rigetti le disparità fra diverse specie viventi, nel rispetto degli animali e dei loro habitat.

A special thanks to The David Sheldrick Wildlife Trust staff of Nairobi (Kenya) and to Miss Angela Sheldrick,  DSWT Ceo.