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Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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The David Sheldrick Wildlife Trust: Humpty e altre storie.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un’operazione che, nelle sue fasi salienti, dura quarantacinque minuti: il salvataggio di un piccolo ippopotamo intrappolato in uno stagno fangoso gremito di pesci gatto, nel bel mezzo della savana nei pressi di Kiunga, sulla costa nord del Kenya, tra l’antico porto di Lamu e il confine con la Somalia.

Dibattendosi nel limo, il cucciolo era tenuto sotto osservazione d’alcuni giorni per accertarsi che fosse, appunto, un orfano. Quando ormai era evidente che senza alcun intervento sarebbe morto, ecco che il Centro recupero wildlife fa scattare la sua task force.

E’ un fresco mattino del 23 dicembre scorso: un Cessna che si trova nei paraggi (a bordo Andrew Francombe e Fuzz Dyer), si alza in volo atterrando in una zona pressoché inaccessibile; anche il DSWT Rescue Team, composto di due esperti, vola da Nairobi fino a Kiunga e grazie al “ponte” del primo aeromobile, raggiunge il gruppo di soccorritori.

Il recupero avviene nel modo consueto, un tiratore che “spara” tranquillante e una rete per bloccare il malcapitato, anche se la “cattura” si trasforma in un impegno gravoso con l’agitazione dell’animale che respira a fatica non riuscendo ad affiorare dalla densa poltiglia nera.

Finalmente spinto fuori e fatto rotolare su una barella di tela, il piccolo è fasciato in una coperta e delicatamente umettato, ma per giungere a destinazione c’è bisogno d’imbracarlo sui pattini del velivolo durante i dieci minuti di trasbordo dalla foresta all’aeroporto di Kiunga. Qui, è nuovamente preparato alla tappa successiva fino a Kaluku, ai confini dello Tsavo, dove lo attende con trepidazione l’intero staff del David Sheldrick Wildlife Trust.

Il nuovo arrivato, inizialmente considerato di sesso maschile e battezzato col nome di “Humphrey”, è affidato alle cure di un neo “mamma”, vale a dire Frans, direttore per le operazioni di campo che nel corso del tempo ha ricoperto svariati ruoli. Tuttavia, assumersi in carica un cucciolo d’ippopotamo resta indiscutibilmente un nuovo territorio, una sfida che Frans è pronto a intraprendere!

Sollecitamente srotolato e liberato della sua coperta umida, scrostata la patina di fango, il piccolo appare ustionato e disidratato, malgrado ciò, le cure per stabilizzarlo ottengono gli esiti sperati. Per Frans si prepara una lunga notte, assistendo un cucciolo impaurito sotto una doccia in continua esecuzione per mantenerlo impregnato a una temperatura costante. Il giorno successivo i guardiani predispongono anche una scuderia “personalizzata” con tanto di “piscina” (una buca d’acqua, dove potrà facilmente rinfrescarsi).

“Humphrey” che intanto è diventata “Humpty” (non essendo un “lui” ma una “lei”), mostra segni di totale attaccamento al suo custode: lo segue ovunque docile e fiduciosa; le sue condizioni migliorano visibilmente, rivelando altresì una propensione di dolcezza e familiarità per l’intero nucleo umano e animale di Kalaku, senza esclusioni. Humpty si trasforma in mascotte del DSWT. La sua storia varca i confini del Kenya, è una storia toccante ed emblematica sul recupero del wildlife in Africa, un continente alle prese con nuove minacce globali quali cambiamenti climatici e siccità, scomparsa della fauna selvatica, mentre si moltiplicano cacciatori di trofei senza scrupoli e bracconieri armati di AK74.

Il mondo intero si commuove per il cucciolo d’ippopotamo strappato al fango e della sua lotta per la vita.

“Lei ha illuminato le nostre vite e sembra così ingiusto che il destino debba privare Humpty di un futuro. Questa perdita improvvisa ci lascia devastati; con suoi modi incantati e unici Humpty ha commosso migliaia di persone, non soltanto chi è stato coinvolto nel suo salvataggio e nelle cure… Il conforto che traiamo è sapere che la sua breve vita non avrebbe potuto essere più felice, che la sua presenza lascerà un ricordo indelebile nel nostro orfanatrofio di Kaluku…”.

Angela Sheldrick (Ceo del DSWT).

Humpty non rappresenta la sola creatura – simbolo del Trust: femmine d’elefanti e rinoceronti se non vittime della selezione naturale, finiscono sotto i colpi del bracconaggio, i piccoli, privi di protezione se non accettati o “adottati” dal branco, non hanno alcuna aspettativa di sopravvivenza. L’intervento delle unità mobili e l’organizzazione interna di questi meravigliosi volontari, convoglia gli orfani in ciò che diventerà un amorevole percorso di “svezzamento” fino al reintegro negli habitat originari. Quest’ultima fase avviene progressivamente, secondo gli studi e conoscenze sul comportamento in cattività portati avanti dal compianto David Sheldrick, pioneristico “Wilderness Guardian” allo Tsavo e da sua moglie, Daphne.

Tra nuovi amici, piscina personalizzata e la stanza da letto di Frans (dove lei reclama di dormire), in un variegato status di socialità e protezione, Humpty riscopre quindi la gioia di vivere in attesa del ritorno “a casa”. Una restituzione che madre natura attenderà invano: infatti, nella notte del 7 maggio scorso, dopo un’ordinaria giornata con bagnetto serale, la piccola d’ippopotamo muore inaspettatamente. Non basta il pronto intervento veterinario del Kenya Wildlife Service e del Dott. Poghon, né i tentativi disperati per l’intero team di soccorso medico; Humpty se ne va senza una ragione plausibile, né un segnale apparente di disagio.

GLI OSPITI DELL’ ORFANOTROFIO

Nell’ orfanotrofio Sheldrick sono ospitati piccoli di rinoceronti, bufali, facoceri, zebre, svariate specie d’antilopi autoctone: impala, cudù, eland, cefalofi azzurri, dikdik madoqua. Persino due giovani struzzi, Pea e Pod, sono diventati parte integrante dell’Unità Nursery. Pare sia nata un’incantevole amicizia fra gli allampanati pennuti e gli elefantini. A loro si è unito Kiko, un cucciolo di giraffa; sembra anche che questo strampalato gruppo non riesca mai a separarsi, avvalorando la tesi che dal comportamento animale molta umanità potrebbe trarre insegnamento se non altro su paludati concetti di convivenza e integrazione.

C’è l’elefantino Mteto di dieci mesi appena, rinvenuto nei pressi del villaggio Masai di Mtito Andei, accanto alla carcassa della madre cui sono state asportate le zanne per l’avorio. Difficile restare controllati ed efficaci in situazioni di tale sofferenza, come racconta Angela Sheldrick: “Dinanzi a scene simili non si può fare a meno di riflettere su ciò che deve aver provato nei giorni e nelle notti precedenti al suo recupero, da solo e vulnerabile, accanto al corpo straziato della madre. Quando le squadre arrivano sul posto, trovano questi cuccioli atterriti e potenzialmente aggressivi. Ma gli elefanti sono creature straordinariamente intelligenti, basta davvero poco perché si acquietino, intuiscano in qualche modo che siamo lì per aiutarli…”.

C’è Eleonor, la matriarca, fra le prime a essere portata in salvo (a oggi, più di 400 elefanti hanno sostato nell’orfanotrofio), con la quale Daphne Sheldrik stabilisce un feedback intensamente viscerale ed empatico: “Sono gli animali che più si avvicinano a quelle che noi definiamo caratteristiche umane, racchiusi in un’aura che ci raggiunge in modo misterioso e trascendente…”.

Infine c’è Olmeg. Profondamente sensibile e passibile dell’ammirazione altrui, “un personaggio complesso”, spiega Angela Sheldrick, essendo il più robusto e il più “vecchio” fra gli elefanti, Olmeg ha incondizionata adorazione dagli orfani più giovani e inesperti. Può apparire come un’esagerazione, ma le comunità di questi proboscidati seguono regole molto articolate: non è raro osservare il modo in cui i piccoli elefanti maschi stabiliscano un rango e un “eroe – culto” fra gli anziani. Olmeg è una sorta di “boss” della Nursery, capo prescelto all’unanimità.

Sarà l’autopsia a svelare che nulla avrebbe potuto salvarla: il suo intestino appare completamente contorto e il perché avvenga questa complicazione rimane, purtroppo, un mistero. Imputabile, forse, la vegetazione abbondante, ricca di minerali che si sviluppa a seguito di copiose piogge torrenziali; non è mai del tutto chiaro il motivo di un imprevisto fatale che può colpire gli animali in tenera età.

Tracce della sua presenza sono le impronte tra la scuderia e la pozza d’acqua. Stringono il cuore di Frans e dell’intero personale che presta la sua opera nel DSWT. Humpty, lascia un vuoto enorme, un ricordo dolce e straziante, eppure il lavoro appassionato di un precursore della conservazione come David Sheldrick, l’orfanotrofio e il team no profit creati in sua memoria da sua moglie Daphne, hanno reso lo Tsavo East famoso nel mondo per il programma di riabilitazione destinato alla fauna selvatica.

LE ANALOGIE TRA UOMO ED ELEFANTE

Singolari alcune similitudini tra elefanti e uomo. La durata della vita, per esempio (un cucciolo arriva alla maturità a vent’anni circa), la sensibilità nei confronti della famiglia e la comunità, il senso della morte. Gli elefanti mostrano molte delle nostre emozioni peculiari, possono essere allegri, tristi, demoralizzati. Esprimono invidie, gelosie, capricci, sviluppano un feroce senso di competitività, oppure farsi collaborativi. Si addolorano per la perdita dei propri cari, versano lacrime, soffrono, si deprimono. Hanno il senso della compassione nei confronti dei propri simili e di altre specie. Si aiutano l’un l’altro nelle avversità “E se li conosci molto bene, ti accorgi di quanto siano capaci di sorridere, divertirsi, essere felici”.

I tratti che non si ravvisano nelle limitate capacità umane, sono gli infrasuoni a lungo raggio (gli elefanti adottano eccezionali “strategie comunicative” a noi oscure), udito sofisticato (riescono a percepire anche un rumore di passi in lontananza) e ovviamente, una memoria che supera notevolmente la nostra, ampliandosi per l’intero arco della loro vita.

Moltissimi esemplari sono stati reintegrati con successo, sebbene cresciuti in ambienti forse non rispondenti alle loro attitudini. All’attività di recupero si affianca una preziosissima mole d’informazioni per gestazione, tassi di crescita, preferenze alimentari, malattie, struttura sociale, evoluzione in habitat ordinari o permanenza in cattività. Per i piccoli degli elefanti, Daphne Sheldrick ha sperimentato (con risultati ottimali), una particolare composizione del latte che permette l’aumento del peso, la crescita e la sopravvivenza. Si è studiato a fondo il rapporto che si stabilisce fra due razze diverse, quella umana con gli animali, ciò ha dato fiducia gli uni negli altri.

A un centinaio di visitatori in orari prestabiliti, il DSWT offre la possibilità e il piacere d’osservare i cuccioli e interagire con loro.

Resta un fattore importante, che questo immane compito insieme al rapporto tra uomo e natura selvaggia, non si interrompa, ma continui a rafforzarsi su basi concrete: reprimere a livello internazionale la piaga del bracconaggio applicando normative ad hoc, prefiggersi una cultura rivoluzionaria che rigetti le disparità fra diverse specie viventi, nel rispetto degli animali e dei loro habitat.

A special thanks to The David Sheldrick Wildlife Trust staff of Nairobi (Kenya) and to Miss Angela Sheldrick,  DSWT Ceo.

L’ambasciatrice degli squali.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Sulla scia dei signori del mare. Il viaggio di Daquwaka, il dio-pescecane, prosegue fino a Bahamas… con Cristina Zenato, e il linguaggio della natura.

Una vita che è un’avventura. Cristina Zenato nasce in Italia, cresce in Africa, si trasferisce a Bahamas nel 1994. Lì comincia a lavorare come istruttrice d’immersioni, giungendo a una molteplice vita professionale, che va dall’interesse per gli squali alla perlustrazione delle grotte subacquee (ottenendo risultati ritenuti impossibili; per esempio, è lei la prima persona al mondo ad aver messo in comunicazione una grotta terrestre a una marina). Il lavoro di Cristina Zenato è complesso, la “mission”, peculiare: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, si punta sistematicamente alla protezione del mare e delle creature che lo abitano con metodi legati a pratica, conoscenza ed esperienza diretta.

E’ una scelta di campo ben precisa, arrivano anche i riconoscimenti internazionali che premiano una passione per lo meno insolita, per una donna. Un lungo, paziente impegno fatto d’acquisizioni quotidiane e immersioni che si trasforma in un diario di comportamento degli animali, scoprendo la vera natura degli squali. Un diario, uno studio particolareggiato e meticoloso che diventa ben presto parte attiva per tutti quei movimenti e associazioni che puntano a un’immagine realistica di questi predatori e alla loro tutela.

Per lei, che si auto-definisce “ambasciatrice degli squali”, gli appellativi ormai non si contano; ma Cristina Zenato resta una donna forte ed entusiasta, una professionista impegnata in primo piano e su molti livelli. Le sue indiscutibili credenziali la presentano a tutto tondo: PADI Course Director, sostenitrice dell’Our World Underwater Scholarship Society, creatrice di un programma locale educativo per giovani Bahamensi, membro d’eccellenza del Women Diver Hall of Fame, Explorers Club, Ocean Artists Society, ecc.

Per capire il mondo segreto degli squali, l’abbiamo incontrata e questa è la sua lettura:

 Ci spieghi chi è Cristina Zenato e com’è nata la tua passione?

Cristina Zenato: Sono cresciuta con il mare e la voglia di esserne sempre a contatto, il sogno d’avere degli squali per amici e il desiderio di non dover mai uscire dall’acqua. Ho sempre seguito e cercato di realizzare i miei sogni anche quando sono costati dei sacrifici. Ho imparato a usare la parola “impossibile” con il più grande dei riguardi e cautela. Mi sento cittadina del mondo con un pezzo di cuore per la “mia Africa”, per l’Italia e tanto per Bahamas, il mio mondo e la mia casa negli ultimi ventidue anni. E’ vero…parlo cinque lingue, anche se alcuni dicono sei, comprendendo il linguaggio degli squali che io preferisco chiamarlo, il linguaggio della natura.

Vivo senza televisione ma possiedo più di mille libri. Mi piace leggere, scrivere, praticare yoga, stare all’aria aperta. Anche se sono una professionista subacquea da ventidue anni, un’ambasciatrice degli squali, esperta nel lavoro diretto con questi animali, un PADI Course Director, istruttrice d’immersioni a livello tecnico e appassionata esploratrice di grotte, non ho mai smesso d’imparare. Credo profondamente nel potere dell’educazione per migliorare il nostro rapporto col mondo e la natura. Alle Bahamas ho sviluppato un programma senza scopo di lucro per educare i Bahamensi nel mondo sub, un programma che ha permesso di creare numerosi professionisti subacquei. Credo nel potere delle persone. La passione per gli squali è nata grazie a una famiglia che viene dal mare e che mi ha sempre riportata al mare, insegnando che tutte le creature, belle, brutte, che ci spaventano o che affascinano, sono necessarie per un equilibrio di cui non abbiamo benché una minima idea di delicatezza. La passione per gli squali viene dal fatto che sono creature forti, perfette eppure molto vulnerabili.

Secondo te, quanto è importante conoscere e interagire con questi splendidi animali per garantirne l’incolumità e la sopravvivenza nei nostri mari?

Cristina Zenato: “Con l’ignoranza si bruciano le streghe al rogo”, è una frase, credo, pienamente veritiera. La differenza tra il sentito dire e la vera esperienza, può essere in alcuni casi, la differenza tra la vita e la morte del soggetto in questione.  Gli squali soffrono di una pubblicità negativa alimentata da storie, leggende, idee e sentito dire. L’esperienza diretta, essere in grado di stare in acqua con loro, vedere altre persone che nuotano e interagiscono con loro, può aiutare a separare i miti dalla realtà, la verità dalle leggende, per entrare nel mondo reale degli squali.

EDDY RAPHAEL
Eddy Raphael; Digital Seaweed

Ho sentito dire da un operatore subacqueo che i tigre, hanno un temperamento molto incline alla tolleranza (in realtà, lui parlava di “dolcezza”), con le persone che li avvicinano. Tu credi che ci sia una diversificazione sul “carattere” d’ogni squalo? Ciascuno dei “tuoi” squali ha un differente approccio con te? 

Cristina Zenato: Ogni squalo, come ogni animale ed essere umano, ha una personalità. Alcuni sono curiosi, altri molto diffidenti, alcuni imparano velocemente, altri lentamente. I miei, sono differenti l’uno dall’altro ed anche in questa definizione, essi cambiano di giorno in giorno per diversi fattori che li influenzano. Dal tempo, per esempio, alla temperatura dell’acqua o anche se qualcuno ha cercato di fare loro del male, oppure no. Intuisco se qualcuno ha pescato intorno alla zona dove, di solito, si concentrano (anche se proibito), perché li trovo molto irrequieti, quasi distratti, contrariamente, possono essere molto più tranquilli e rilassati, sì…gli squali hanno personalità e attitudine.

In che misura può definirsi “pericoloso” imbattersi con uno squalo di grosse dimensioni? Come comportarsi? Soprattutto, cosa evitare di fare?

Cristina Zenato: Una domanda che mi giunge spesso cui rispondo con mille altre domande. Che tipo di squalo? Dove siete? Quali acque? Che cosa state facendo? Apnea? Sub? Pesca subacquea? Avete attirato lo squalo o vi siete incrociati per caso? Ci sono oltre 500 specie di squali e diverse hanno enormi dimensioni. Alcune mangiano plancton (il più grande pesce del mare è lo squalo balena, un filtratore di plancton). E’ una domanda senza risposta, sicuramente un’idea sarebbe di conoscere in parte che tipo di squali è facile incontrare in un certo habitat, se è un luogo adatto per lo snorkeling o subacquea o nuotare. Il tutto torna alla conoscenza degli animali e del loro ambiente; abbiamo necessità a smettere di credere che il mondo ci appartenga e che, esclusivamente per noi, dobbiamo creare un mare “sicuro”. Siamo debitori verso il mare, quindi, cominciare a capire come funzionano gli squali in determinate situazioni e ambienti, è il primo passo per adattarsi a loro e non l’opposto.

Ci sono episodi o imprevisti accorsi durante la tua lunga frequentazione con gli squali di Bahamas?

Cristina Zenato: La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno). Contrariamente a un mito molto diffuso, solo pochissime specie di squali continuano a nuotare per ventilare; la maggior parte ha un secondo sistema chiamato pompaggio buccale (delle guance). Questo permette di muovere l’acqua attraverso i tagli branchiali, grazie a un movimento della mandibola. Quel movimento è fra le sensazioni più belle da provare, insieme al corpo dello squalo che lentamente, gentilmente si abbandona al tocco e diventa sempre più pesante…Ogni volta è un’esperienza unica, un privilegio, un dono speciale che mai cambierà anche dopo migliaia di volte che mi è successo.

Per esperienza: peggiore allievo, è chi, per la prima volta, si cimenta nello shark diving o l’ignaro squalo? Come avvengono le tue lezioni?

Cristina Zenato: Chi si cimenta senza conoscenza, senza capire gli squali, magari, senza voler imparare da coloro che ci sono passati prima, non per trovarsi fermo allo stesso livello, ma evitare i medesimi errori, per accedere a una piattaforma di lancio più alta di chi ha cominciato prima. Povero squalo ignaro, in fin dei conti, ci rimette sempre lui…

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La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno)…

Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano. Il perché sia venuto qui, cosa vuole scoprire, conoscere o assimilare, cosa invece, trova difficile, quali siano le paure o ciò che la renderebbero felice. Da qui, usando schemi e metodologie per immergersi e soprattutto tramite “il mio corso”, a “immergersi” sul serio in mezzo agli squali, costruisco un’esperienza specifica per quella persona. Si comincia con la preparazione e azioni che tutti sono obbligati a svolgere. Osservando le reazioni, sono in grado di guidare la persona verso il rilassamento, a essere più confidente, o meno dominante. Compio degli esempi, faccio ripetere e poi incoraggio. In superficie, rivisito ogni immersione, azione e reazione, descrivo cosa fare, dove e come concentrarsi. E’ un lavoro unico, che mi permette non solo di rivelare gli squali alle persone, ma di far scoprire un’identità sconosciuta perfino a se stessi. E’ un lavoro che, attraverso gli anni, mi ha garantito incredibili amicizie anche con chi una volta, è stato un mio studente.

Sei d’accordo con le immersioni in gabbia, alla presenza di grandi squali bianchi?

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Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano…

Cristina Zenato: Sì, in genere sono d’accordo. E’ anche possibile nuotare e fare immersioni con squali bianchi senza l’ausilio della gabbia, ma c’è una difformità che va evidenziata tra la circostanza di una due o più persone che, effettivamente possono definirsi sub super esperti, sapendo dunque come muoversi, interagire e commercializzare l’esperienza in acqua senza protezione e chi, invece, si avventura per puro sensazionalismo, privo d’esperienza e cautela. Spero, che fra dieci anni possano dirmi che mi sbagliavo, nel senso che chiunque possa fare immersioni con squali bianchi, senza dover entrare in una gabbia. Al momento, è giusto dire che l’unico livello commerciale per avvicinare uno squalo bianco è questo: la gabbia è l’unico escamotage che garantisce la quasi piena sicurezza ai sub e agli stessi animali.

Un tuo parere su come si dovrebbe condurre una campagna capillare per la sopravvivenza di questo splendido predatore.

Cristina Zenato: Credo che le campagne dovrebbero essere diverse con ruoli e voci distinte. I primi due obiettivi sarebbero di: 1) diminuire la domanda attraverso l’educazione dei consumatori, senza domanda, muore l’offerta; 2) cambiare le leggi di pesca integrando soluzioni alternative per pescatori e commercianti (la pesca a rotazione in Alaska funziona molto bene al punto che gli stessi pescatori si auto-controllano con una disciplina ferrea).

Credo nel potere delle persone, perché anche uno solo può cambiare il destino di tanti. Ci credo… l’ho visto attraverso le mie azioni, il mio lavoro e i progetti condivisi. Nel 2011 siamo riusciti ad ottenere la dichiarazione da parte del governo Bahamense circa la tutela per tutti gli squali da importo, esporto, pesca sportiva, cattura per errore, insomma, una legge completa.

Sarebbe utile realizzare campagne locali, da persone che vivono nella stessa comunità, conoscono da vicino le medesime problematiche: dare valore agli squali vivi e non da morti. Il sistema che impiego e in cui ho sempre creduto, produce concrete possibilità per i pescatori che si convincono di una nuova prospettiva, usare gli squali con criterio positivo, da vivi, invece che da morti.

Un modello è nel programma educativo che ho ideato e sviluppato, dove vivo, alle Bahamas. Dare un valore agli squali, che sarà evidente e favorevole alla sopravvivenza di un intero ecosistema. A coloro che mi chiedono idee per proteggere gli squali, suggerisco sempre di cominciare a guardare in casa nostra, porci delle domande: quali leggi sono in attivo per proteggere gli squali? Quali sono le scelte per chi dipende dalla pesca? Che programmi educativi possiamo creare? Chi possiamo persuadere? Abbiamo la facoltà a educare i consumatori a non comprare carne di squalo (sappiamo con quanti altri nomi gli squali sono venduti sul nostro mercato, che non sembrano neanche nomi di squalo?), educare i bambini, gli adulti a non collezionare denti o prendere supplementi di cartilagine, possiamo convincere chi stabilisce le leggi nel luogo dove viviamo, cui possiamo esprimere il nostro dissenso.

A questo punto, non ci resta che venire a Bahamas per un’immersione con i tuoi squali!

Cristina Zenato: Con grande piacere, vi aspetto!

Escape to Mexico (lì, dove tutto è possibile).

A Mostafa Elbrolosy e a Ba Remedios.

Suggestioni.

“Stronzo. Dove cazzo credi d’andare… “.

L’incipit di “Puerto Escondido”, il film, mi balenava in testa come una lampadina usurata, che si spegne e riaccende. Nei momenti di crisi profonda mi sono ritrovata a viaggiare con Gabriele Salvadores, gli attori – gli autori e… il Messico. Banale, lo so e, in effetti, lo è. La pellicola è datata 1992, il libro di Pino Cacucci, cui è tratta la storia – è, però straordinario, come la colonna sonora a cadenzare ogni scena che ricordavo (Oyo Como Va e Suerte mi danno ancora i brividi). Resta il fatto che in me si andava compiendo una sorta di transfert, quel meccanismo mentale (traslazione), per il quale un individuo, pressoché sano di mente ma sottoposto a un forte stress, tende a rimuovere schemi di sentimenti, emozioni e pensieri da una “relazione significante passata” a una persona (vera o presunta tale), coinvolta in una relazione attuale. Spinta al tema del “doppio” che mi ha sempre affascinato, ero giunta a conclusione (di per sé, creativa e insensata) che, Mario Tozzi, il personaggio impersonato da Diego Abatantuono …beh, ero io.

Così, in una mirabolante fuga lungo la Mexican Pipeline, tra scambi di persone e riprese sulle dune della Playa de Amor, dove i bambini di strada giocano con l’oceano e i pellicani atterrano sulle barche di Puerto Angel, il protagonista arriva in Messico. Qui, “il sole carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso”, ma soprattutto egli trova “un senso di vastità che in Europa si è estinto, nella memoria genetica di almeno dieci generazioni”. Tra narcotraffico, surfisti, sparatorie, roghi di marijuana, poliziotti in veste di criminali, furti subiti o portati a segno, tutto cambia e Mario Tozzi, ex vicedirettore di banca a Milano, testimone scomodo di due delitti (suo malgrado, complice), ritrova vecchie conoscenze, stringe nuove amicizie con Alex e Anita (fuggiaschi, ma per ragioni più “esistenziali”) con cui divide un percorso di vita fatto d’espedienti, inevitabilmente, on the road.

 Mario: “Qualche giorno nel deserto è meglio di qualsiasi altro discorso”.

Forse è la sua destinazione finale, oppure no, non può esserlo perché la ricerca di un senso è destinata a rimanere inappagata. Di sicuro, è una fase nodale, necessaria, un’avventura dentro se stesso, non in un lifestyle ma nei ritmi lontani dalla frenesia europea, nei segreti oscuri della cultura indigena, negli eccessi, il disordine, nel  silenzio di una natura sconfinata: una seconda occasione, la rinuncia (per forza di cose), alle false certezze di una vita “integrata”.

Alex: “Va bene, ti ospito, stai qui quanto vuoi… non è che sei obbligato a dire cazzate… “.
Mario: “Questo è un Rolex, un assegno circolare”.

Tra vero e finzione, accade che, nel marzo del 2009, ci sia la fine (tragica), dell’ultimo italiano fuggito in Messico, il cinquantaduenne imprenditore vicentino, Claudio Conti, rapito e assassinato a Oaxaca; chi, di fatto, ha ispirato “Puerto Escondido” (a tal punto che il regista, Salvadores, girò diverse scene nel suo locale, Hostaria da Claudio, ingaggiandolo come comparsa e prendendo spunti dai suoi racconti – oltre che dal libro di Cacucci – per la sceneggiatura). E proseguendo su questa falsariga, le mie azzardate suggestioni sul Messico, si allargavano a dismisura.

Suggestioni.

“Quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Da Puerto Escondido e Oaxaca, la mia mente correva fino a Città del Messico, capitale per antonomasia del crimine. Ci sono fantasmi che girano indisturbati a Città del Messico? Due, ci sono di sicuro e uno lo conoscevo bene: dal protagonista di “Puerto Escondido” allo “scrittore maledetto” William Seward Burroughs, il salto non è così azzardato.

Far rivivere Burroughs e la sua giovane compagna, da lui uccisa – accidentalmente? – con un colpo di pistola alla testa, a Città del Messico – è semplice, “il posto è uno di quelli che ha più confidenza al mondo con la morte e i suoi derivati…”.

L’autore del “Pasto Nudo” e di altri diciassette romanzi che influenzarono la letteratura della Beat Generation, che invitava a “saccheggiare il Louvre”, che convisse con un antico libro di codici Maya, senza separarsene mai, tenendolo in grembo anche in presenza d’altre persone, ficca una pallottola in testa alla giovane moglie, Joan Vollmer, il 6 settembre del 1951, durante una serata in compagnia di amici, in un quartiere bohémien di Città del Messico, chiamato pomposamente, Roma. E il suo libro messicano, Queer, è in pratica, una confessione: “Sono obbligato a giungere alla terrificante conclusione che senza la morte di Joan io non sarei mai diventato uno scrittore, a rendermi conto di quanto questo evento abbia motivato ed espresso la mia scrittura. Vivo sotto la minaccia costante di essere posseduto, un bisogno costante di sfuggire alla possessione, al controllo. Perciò la morte di Joan mi ha messo in contatto con l’invasore, lo spirito del male, mi ha trascinato in una battaglia lunga un’intera vita, in cui non ho avuto altra scelta che scrivere la mia via d’uscita…”.

A Città del Messico è arrestato e portato in carcere, ma, in tutto, ci resterà tredici giorni, in attesa del processo. E, poiché lui è il diavolo, chi, se non l’avvocato del diavolo, Bernabé Jurado, amante di belle donne e armi, personaggio d’imponente fama, assuefatto a delinquenti d’alto bordo e corrotti, riesce a convincere corte e giurati di una presunta innocenza. A Joan Vollmer è riservato un posto nel Pantèon americano, cimitero alla periferia della città, William Burroughs è costretto a lasciarlo il suo Messico, per non rimettervi più piede.

Con Joan, el hombre invisible si aggira a Città del Messico; non potrebbe essere altrimenti in un luogo che custodisce una tale, fisica, materialità della morte. La morte tangibile, non commemorata, piuttosto, accolta festosamente. Non vi stupirà, quindi, se vetrine di chincaglierie, di panettieri e pasticceri, oltre ai souvenir, al pane, ai dolci di glassa e marzapane, si ergono scheletri, teschi e casse da morto. Sconcertato dai Dias de los muertos, a Oaxaca, Christoph Ransmayr (in Atlante di un uomo irrequieto), racconta di famiglie/scheletri felici, aggirarsi nei negozi di mobili, insieme a scheletri dei loro cani e gatti, in una vita gioiosa tra cucine, soggiorni e stanze da letto: scheletri in grembiule o tailleur se si tratta di signore, in pigiama, tuta o smoking, se uomini, scheletri vestiti alla marinara, se bambini…

A Playa del Carmen (nello Yucatàn), durante questa festa che si tiene a fine ottobre, a noi ospiti è stato chiesto d’immortalarci in foto, un bel manifesto funebre collettivo. Incrociando le dita, molti hanno declinato l’invito…non è facile comprendere come il sentimento della morte non sia separato da quello della vita. L’impulso unanime che confluisce nei Dias de los muertos, rivela, per i messicani, l’antico legame ai miti indios e alla natura, la morte come sentimento fluido, affettivo, privo d’interruzioni, senza trapasso; una sorta di continuum tra terreno ed extraterreno, un discorso ininterrotto tra vivi e defunti.

La rappresentazione popolare della morte è ovunque, non solo durante i Dias: nel sobborgo di Coyoacàn, dove è nata Frida Kahlo, si vendono teschi che riportano i colori dei suoi quadri; a San Juan sulle bancarelle del mercato, accanto allo street food (enchiladas, quesadillas e tacos), puoi comprare per pochi pesos, i calaverna, crani di zucchero colorato. Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central, è l’unica opera superstite, scampata al terremoto del 1985 e conservata nel museo Diego Rivera (Calle Balderas, Città del Messico); un murales di quindici metri con l’effigie centrale della Calavera Catrina, l’humus legato allo spettacolo tradizionale della morte.

Lo stesso Burroughs quando descrive la città, parla di avvoltoi volteggianti, figure retoriche e identità del male: “Quando ci abitavo, alla fine degli anni quaranta, aveva un milione di abitanti, l’aria pulita e frizzante e il cielo di quella speciale sfumatura d’azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi volteggianti, il sangue e la sabbia, quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Suggestioni…

“Non al Messico naturalmente, l’inferno, ma nel cuore…”.

Sotto l’effetto di un alto tasso alcolico, il Messico di Malcolm Lowry mi appariva come un paesaggio visionario e deturpato ma Sotto il Vulcano, una Divina Commedia ubriaca, appunto, è fra i pochi libri che non riesco a terminare; bello sì, denso, seducente, lirico, acquistato antecedentemente all’idea di partire, tante volte cominciato e mai finito. Alla fine succederà, ma, intanto, dove poteva disertare questo personaggio faustiano di una modernità umana fatta di paralleli culturali diversi e sovrapposti, se non in Messico? Come in una grandiosa allegoria (attuale) sulla redenzione, vivendo la disintegrazione di un mondo che si rivela sempre più sinistro e irrazionale, contro se stesso, così, secondo Lowry, la profezia messicana, il luogo carnale, la terra, la sabbia, la pioggia, il vento, tutto diventa un crittogramma; “il bel giardino” che implora di non lasciarsi distruggere.

Appunti sul Messico:

Love does not end overnight:
mi sa che arriverà il momento che tu ed io ci incontreremo, Messico. Perché arriva sempre quel momento. E ti giuro… che sto già pregustando quest’incontro. Da molte notti a questa parte…

Un promemoria, segnando a matita i siti archeologici, i chilometri, l’automobile da noleggiare, polvere da macinare, villaggi sperduti e città, cenotes e isole meravigliose… mi rendo conto: poco più di due settimane… troppo poco, troppo poco davvero. Spero che alla fine, non le perderò seduta su una spiaggia, semplicemente guardando l’oceano e l’orizzonte.

Un’antica catastrofe. Per caso, un asteroide?

L’idea di questo viaggio nasce da una visione piuttosto che da un’esigenza “d’evasione”… aspetto che le cose arrivino, basta mettersi in ascolto, captarle, prenderle al volo senza sottrarsi. Improvvisamente, diventi testarda, irremovibile: cominci a cercare una motivazione interiore, una concreta pianificazione e i soldi… C’è qualcosa che non sappiamo fare noi italiani, o perlomeno siamo davvero in pochi, è desiderarla una meta, vederla con la mente, “sperimentarla” prima ancora di prendere il via. Lo fanno alcuni americani, anche se, il più delle volte, passano per “profani e culturalmente incompetenti”. Decido di puntare il mio viaggio su un unico luogo, la penisola dello Yucatàn, a sud, sul Mar dei Caraibi.

Allora: immagina uno stato esteso su una superficie di 1.972.550 kmq, il cui nome, Mèxihco, deriva presumibilmente da un’etimologia risalente a una divinità di guerra degli Aztechi, “luogo dove vive Mèxtli”, ma può anche avere origine dal cosmo, il Centro della Luna; dove Teotihuacan fu la più grande città-stato pre-colombiana, regnando sulla civiltà con la stessa denominazione.

E si costituirono città stato teocratiche, governate da misteriose civiltà, dagli Zapotechi, ai Maya, ai Toltechi, che celebrarono l’inizio dei sacrifici umani, immagina la loro venerata città, Tula, fino agli Atzechi, che innalzarono al cielo un impero vasto quanto il territorio del Messico centrale, con una capitale, Tenochtitlàn (l’odierna Città del Messico), distrutta dai conquistadores spagnoli, nel 1521.

Immagina montagne, molto alte e vulcani impetuosi e la costa del Golfo del Messico, tra Oceano Pacifico e l’Atlantico e poi immagina una penisola che si allunga sul Mar dei Caraibi e, a sud, segna il confine con il Belize. E’ l’attuale stato del Quintana Roo, una zona particolarmente abitata dai Maya. E’ lì che volevo andare:

The summer solstice has passed…I talk to ghosts…I will go to Yucatán. This is the place of my dreams…I mean – of the demonds of the Maya. Those who – for a whim – can  will kill you or will protect you…Zat-ay-Uinic…it means “rebirth” in the Mayan language…

Quiero perderme en tus brazos … Escapar en México.

La sua fama risale da almeno sessantacinque milioni di anni, da quando, a Chicxulub un asteroide in impatto con la Terra vi scaricò la potenza di mille bombe atomiche o giù di lì, ponendo fine, secondo la teoria più accreditata, all’era dei dinosauri. E quel cratere formatosi dal terribile urto (trecento km in diametro), è ora sepolto in profondità mentre i residui sono ancora visibili in superficie. In perfetta sequenza, lungo l’intero perimetro della penisola, la collisione ha formato misteriose cavità incastonate in scenari da fiaba, collegati tra loro mediante lunghe gallerie naturali (fino a 600 metri), i Cenotes.

Gli antichi “Dzonot”, rappresentazioni celesti scolpite dal meteorite, erano sacri ai Maya (i loro sacerdoti si affidavano al canto del Mot-Mot, mitico uccello che nidificava in queste cavità oscure per trovarne sempre di nuovi) e hanno nomi fantasiosi (Dos Ojos, i due occhi), mistici (Kukulkan), efficaci (Bat Cave, la caverna dei pipistrelli).

Risorsa primordiale per ottenere acqua dolce nella giungla, soprattutto, punto di contatto con le divinità, i Cenotes servivano a entrare nell’inframondo spirituale, servivano anche ai sacrifici umani; l’acqua per la vita, l’acqua per la morte. Mastodontici fondi con pareti lisce, per cui… impossibile aggrapparsi; chi era lanciato laggiù, di certo non sarebbe risalito.

Schivando stalagmiti appuntite e i terribili pesci gatto, in un silenzio irreale scandito soltanto da gocce d’acqua che cadono sulle rocce, oggi, sono i turisti a tuffarsi nei cenote (io l’ho fatto ad Akumal durante un percorso nella foresta tropicale e nel Gran Cenote). Sentire l’impatto con l’acqua gelida, in immersione nei fondali bui se si tratta di una grotta, o cristallini se, invece, è un cenote alla luce del sole, l’esperienza si trasforma in qualcosa di profano/ascetico, metafisico/ terrestre.

Il Gran Cenote, dedicato a Chaac, dio della pioggia (il più importante), è situato nei pressi di Chichen Itzà, l’imponente sito archeologico tolteco, ovvero, la città che ha guidato i miei sogni per almeno sette mesi prima della partenza con il suo pentaedro immaginifico, la sua piramide, il Castillo.

 Se il viaggiatore all’inizio del percorso, prendendo più a oriente, seguiva il golfo del Messico verso sud e proseguiva attraverso la base della penisola dello Yucatàn fino all’Honduras, poteva costatare che anche gli oggetti di terracotta erano su per giù uguali tra il Veracruz e l’Honduras occidentale; e per lo più gli idoli di terracotta che vedeva nelle capanne del Petèn non differivano quasi affatto da quelli dei villaggi ai piedi dell’Orizaba. Dovunque la vita gli appariva regolata secondo i mutevoli aspetti degli dei delle giornate, i quali si succedevano nel potere sul mondo durante il ciclo di duecentosessanta giorni del calendario maya e, secondo la loro natura, portavano benefici o dolore agli abitanti dell’intero territorio…

Leggendo ” La civiltà Maya”. di J. Eric S. Thompson.

But the back story of this escape into Mexico has a special meaning for me … Forse un giorno io ti racconterò tutto. Forse… “Yes. Maybe”.

In Messico!

Tio Nash (la voce più caustica dal Messico): “e come dicevano i piratiper tutti i Sargassi!”

E così fu che, dopo molte preghiere rivolte al Pueblo Magicos,
il sargassum entrò in sciopero…

Arrivo in Messico con l’uragano Patricia. Nelle ventiquattro ore successive raggiunge la categoria 5, il massimo grado della scala Saffir-Simpson; in pratica, il ciclone tropicale più intenso mai registrato nell’emisfero occidentale, con venti superiori a trecento chilometri orari, veloci pressappoco quanto il Boeing 767 che mi ha portato fin qui. Tuttavia, ho gli spiriti benevoli dalla mia parte e la perturbazione non copre la regione dello Yucatàn, tantomeno, restituisce il terribile fenomeno del sargassum al Mar dei Caraibi (con liberazione di Tio Nash, mio referente a Tulum, perseguitato da costanti richieste d’aggiornamenti fino al giorno precedente la mia partenza). Sulla lunga spiaggia di Playa, si trovano tronchi interi sradicati, piallati dal mare e furiosamente lasciati sulla battigia, pezzi di barche, perfino una tavola di wind surf (dove sarà finito il surfista?), ma sargassum, per buona sorte, no.

Guide turistiche: “Playa del Carmen resta fra i luoghi più desiderabili dello Yucatàn…”. 

Playa?…è sexy!

A Playa del Carmen fa’ caldo. Aveva ragione Cacucci, il caldo messicano è dissimile da qualsiasi altro che sentirete nel restante tropico del Cancro; è un caldo assoluto, pregno di vapore acqueo, un caldo che satura. Ma il verde intenso della giungla, i profumi, gli uccelli e le piante, una fauna esotica di una biodiversità unica al mondo (gli animali girano indisturbati, senza temere nessuno), il disarmante senso d’ospitalità dei messicani, gli odori del cibo, l’alcool che scorre a fiumi (non per me, preferisco rimanere lucida), le palme adagiate sul bianco abbagliante della sabbia, tutto ciò che avevo desiderato fino a quel momento, è davanti ai miei occhi, a portata di mano.

L’antico villaggio dei pescatori di Xaman Ha’ si è trasformato in un polo turistico di sicura attrazione. Il quartiere residenziale di Playacar, con i suoi resort e le villette al margine della pista ciclabile, è diviso, da nord a sud, da una sbarra automatica, sorvegliato a vista dalla polizia privata, armata fino ai denti. Superata la sbarra, intorno al porticciolo (dove, ogni giorno, salpa il battello per Cozumel), c’è il Parque Fundadores, con il profilo in bronzo del Mayan Gateway e sulla famosissima Quinta Avenida che guarda verso l’oceano, pullula la scombinata vita di Playa. C’è perfino una cappella, dove i piccoli messicani fanno la fila, nelle domeniche di preghiera aspettando la benedizione.

Playa è preferibilmente “europea”. E’ una località sexy e informale, un calderone d’iniziative culturali che mescola insieme, musica, tradizioni, piacere, gioia di vivere, un laboratorio multi-etnico dove, anno per anno, ogni più rosea previsione è puntualmente superata. A differenza dell’americana Cancun, che si trova a circa sessantacinque chilometri a nord, è vietata la costruzione d’edifici alti più di 135 metri (vivaddio) e il Trattato del Libero Commercio, in vigore dal 1994, consente agli stranieri di comprare, costruire, intraprendere attività imprenditoriali. Le migliori gelaterie sono italiane, i negozi più in voga (e gli istituti finanziari e di credito), americani, le botteghe artigianali, i ristoranti tipici, tutti a buon mercato, messicani. Sinceramente? Viva il melting pot, d’ogni genere e natura.

 Eccetto le mie ossessioni, sono una persona semplice.

Il resort. Il mare e la spiaggia (la gente), un luogo felice d’aggregazione (europei, americani, messicani, argentini…), i colori, i pellicani che si lanciano sulle onde e i gabbiani che si posano a cerchio accanto a te, senza paura e così i curiosi sereke. Scatto le foto al quartiere residenziale di Playacar, dov’è ubicato l’Azteca Resort e dove mi sono intrattenuta in lunghe passeggiate, nonostante un caldo micidiale. Così felice in Messico…

 Guide turistiche: Tulum è una città sul mare…

Zamà è l’antica città del dio discendente …

 Bellissima avventura in “collectivos” lungo la Carretera Quintana Roo fino alla zona archeologica di Tulum. Scenografia Maya impareggiabile – splendide foto – caldo che ti squaglia il sangue nelle venedavvero – una piccola avventura mexicana – da soli e senza “accompagnatori”. Il viaggio che mi piace! Usare il collectivos è facile – economico – divertente

Tulum: le rovine Maya a strapiombo sul mare – la spiaggia di Playa Paraiso e la giungla trasformata in giardino tropicale con le iguane immobili al sole (il tutto in uno scenario imperturbabile e selvaggio) – questo è fra i luoghi più belli mai visti. Tulum rasenta la perfezioneai miei occhi – per i miei sensi

Zamà, città sacra al “dio discendente” (il sole calante, al tramonto, raffigurato a testa in giù, gambe divaricate, coda di uccello e ali), ex rifugio hippie, attuale Tulum, perla della Riviera Maya, è fra i luoghi più affascinanti della Terra. A circa quaranta chilometri a nord, lungo la Carrettera del Quintana Roo, si trova il sito archeologico di Cobà.

Cobà e la riserva delle scimmie urlatrici, con il suo lago dove vive una comunità di coccodrilli allo stato brado. Cobà avvolta nella giungla che s’impossessa delle piramidi (realizzate e forse abitate, tra il 500’ e il 900’, fino all’arrivo degli spagnoli), un sito che resta ancora da esplorare, scavare e scandagliare.

In prossimità di Tulum, si trova il consueto sistema sotterraneo di corsi d’acqua e dunque, ancora cenote: il “Carwash”, il “Gran Calavera”, il “Naval”, i bellissimi “Cristal” ed “Escondido”. L’esplorazione subacquea dell’intero sistema sotterraneo del Quintana Roo è relativamente recente, tra la fine degli anni settanta e gli ottanta. I quattro sistemi di caverne più lunghe dell’intero pianeta si trovano proprio qui, Ox Be Ha, “Tre sentieri d’acqua”, ha raggiunto una mappatura per più di 134 chilometri.

Eretta dai Maya sulle alte scogliere con l’edificio del Castillo a picco sul mare, Zamà fu la prima a essere avvistata dai conquistadores. Il 3 marzo 1517, tre vascelli si apprestarono sulla costa per essere raggiunti dalle piroghe. La battaglia tra il popolo autoctono e gli invasori si risolse a favore di questi ultimi e manco a dirlo, in un massacro. Tulum era un fiorente centro commerciale, l’asse tra Altopiano messicano e America Centrale; le piroghe approdavano esattamente in quell’insenatura da dove ammiriamo il Castillo e scaricavano miele, sale, pesci, oggetti d’ossidiana, piume di quetzal.

Sul Mar dei Caraibi, sovrastante la spiaggia di Playa Paraiso (il nome la descrive ad hoc), cinta da mura a difesa naturale della città, il sito è composto da innumerevoli santuari che si raccolgono intorno al Castillo; la luce è accecante, i riflessi della spiaggia s’insinuano fra le rocce e la vegetazione. Si accede in questo spazio sospeso tra cielo e terra attraverso uno stretto anfratto scavato nella roccia. La porta dell’eden rivela il Tempio degli Affreschi e offre alla vista lo spirito più genuino del popolo Maya, nella bellezza prepotente della natura: in una visione, la dea Ix Chel si lascia accompagnare dal dio Chaac.

Guide turistiche: Chichén Itzá, che significa “alla bocca del pozzo degli Itzá”…

L’ultimo giorno prima di un nuovo inizio. 21 dic. 2012… fine del calendario Maya.

 Alla ricerca del tempio di Kukulcan e del serpente piumato…E così sono arrivata a Chichén Itzá. Ed è sopra le mie aspettative. È… impressionante… io sono stanca e senza parole. Il sudore mi cola lungo il dorso, sulle braccia, m’imperla la fronte e se non bastasse il sudore, verso anche qualche lacrima. C’è un significato forse – dietro tutto questo. Ma nonostante io sia qui –  non so ancora, come e cosa decifrare.

Reliquie.

Chichén Itzá: ti ho avuto nella testa in tutto il mio periodo nero. Così, ho attraversato un continente, ho buttato via una fortuna, mi hanno guidato su queste strade che tagliano la giungla. Ho guardato ai margini della strada poveri villaggi del vero Messico e la dura – durissima vita dei “campesinos “. Sono lontana dai resort dorati dello Yucatán da cartolina. Ore di macchina – in una dimensione spazio – tempo che qui, in Messico, si dilata a dismisura. E – finalmente – il ” Castillo”… orgogliosa d’aver raggiunto la mia meta. Un sogno che mi ha perseguitato per mesi…

Il passaggio ai Maya è profumato d’incenso e di foresta tropicale, mi guidano le felci, le orchidee, le bromelie,  i fusti alti come titani. Alcuni hanno la corteccia velenosa e i cartelli intimano di non toccarli. Un percorso compiuto in assenza di rumori, nonostante vi si riversino centinaia di visitatori. Si è rapiti e ridotti al silenzio, la piramide di Kukulkan si trova alla fine di lungo un selciato, costeggiato ai due lati dall’intrico di piante e alberi, che quasi invade i monumenti di pietra; non è altissima, ventiquattro metri circa, considerando la piattaforma superiore. Visione del mondo e dell’universo, la torre astronomica segue i movimenti della luna, del sole e di Venere. Puntualmente, alle 15.00 nel giorno dell’equinozio di primavera (20 marzo), in quello dell’equinozio d’autunno (21 settembre), assorbe la luce diurna lungo il parapetto ovest della scala principale, producendo un’imperscrutabile illusione ottica: ecco la curvilinea fisionomia del serpente adagiarsi sui triangoli isoscele e insinuarsi verso il basso, fino a combaciare perfettamente con la testa dell’aspide, scolpita in fondo alla scala. Nei due equinozi, secondo il ricercatore messicano Luis El Arochi, si ricrea la “simbolica discesa di Kukulkan”, del “serpente piumato”, il re fatto dio.

Divisa a sud, nelle reliquie dei Maya Puuc, a nord, nell’architettura tolteca, Chichén Itzá è una città permeata di misteri mai svelati: un sussurro da un capo all’altro può essere intercettato attraverso tutta la lunghezza e il respiro di quell’enorme ball court, il campo del Gran Gioco, senza un caveau, senza discontinuità tra le pareti, totalmente aperto al cielo blu dello Yucatàn. E’ facile immaginare un re maya, avvolto nelle piume di quetzal, negli ornamenti d’ossidiana, seduto a presiedere quei giochi e la sfera di pietra scagliata dai giocatori verso un punto all’altro del campo. Leggenda vuole che il Capitan vincente nello juego de pelota, offrisse la propria testa al re e sacrificato, perché la morte per martirio agli dei, in nome del beneficio dell’intera comunità, era vista come la più alta ricompensa, l’onore finale.

All’interno del ball court di Chichén Itzá, le onde sonore sono immutabili sia di giorno sia di notte, in qualsiasi condizione meteoe non influenzate dalla direzione del vento. Gli archeologi impegnati nella ricostruzione evidenziarono come la trasmissione sonora diveniva più forte e chiara, man mano che l’antico campo dello juego risalisse alla luce. Nel 1931, Leopold Stokowski, direttore d’orchestra inglese (autore della colonna sonora per il celeberrimo cartoon di Walt Disney, Fantasy), si fermò quattro giorni nel sito maya per determinare quei particolari principi acustici per applicarli a un concerto all’aperto che aveva in progetto; ovviamente, non vi riuscì e, a oggi, il mistero pare sia rimasto insoluto.

 “Vedi io non dimentico il mio canto”.

…Possediamo testimonianze eloquenti nel modo in cui i Maya reagirono alla presenza degli invasori. Frammentarie e, in parte deformate perché calzassero anche nei confronti dei conquistatori spagnoli, queste testimonianze si trovano nei cosiddetti libri di Chilam Balam, in lingua maya. In modo particolare i Maya erano scandalizzati dal costume sessuale degli Itzá, quale si manifestava – forse – in modo particolare nei riti del culto di Quetzalcòatl-Kukulcan. Eccone un esempio: “I loro cuori affogano nel peccato. I loro cuori sono morti nei loro peccati carnali. Sono peccatori assidui, sono i principali diffusori del peccato, Nacxit Xuchit nel peccato carnale dei suoi compagni, i capi di due giorni… La loro lussuria si scatena di giorno, la loro lussuria si scatena di notte; sono i più ribaldi del mondo. Torcono il collo, ammiccano, sbavano in presenza dei governanti del paese, signore. Guardali venire, non c’è verità sulle labbra degli stranieri. Dicono parole solenni e misteriose, i figli degli uomini degli edifici sette volte disertati”… Nacxit è un nome di Quetzalcòatl-Kukulcan. Questi difatti è chiamato Nacxit Kukulcan in un altro passo del libro dove è descritto come il capo di Chichèn Itzá, e dove si parla dell’avvento della violenza e del peccato.
Un’antica canzone sugli invasori Itzá (sono chiamati il popolo Putun, antico termine per Chontal) è contenuta nel libro di Chilam Balam di Chumayel. In alcuni passi, tradotti da Roys, si legge: ” Ero ancora un fanciullino a Chichén, quando il malvagio, il capo dell’esercito, venne a impossessarsi del paese. Ahimè! A Chichén Itzá si è preferita l’eresia?Yulu uayano. Ahi! L’i Imox fu il giorno in cui fu catturato il capo a Chikin Ch’en… Per Mizcit Ahau noi non eravamo che animali domestici. Ma c’è una fine per queste ribalderie. E, vedi, io non dimentico il mio canto. Si è favorita l’eresia. Yulu uayano! Eya! Muoio, egli dice, a causa della festa civica. Eya! Verrò, dice, a causa della distruzione della città… “.

J. Eric S. Thompson. La civiltà Maya.

Presso Viva Wyndham Azteca.


 

Rosso d’Arabia, fra biodiversità e suggestioni.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

Una lunga storia di biodiversità marina? Senz’altro, ma introduciamo i fatti percorrendo una suggestione tra sogno e scienza per indicare un contesto di per sé tanto fragile, quanto straordinario. La trama è di Folco Quilici, giornalista, scrittore e fotografo: “Mare Rosso”, che completa una trilogia (“Alta Profondità” e “L’abisso di Hatutu”), tra il fantasy e, appunto, la scienza (intesa come biologia e tecnica della navigazione), è un modello non omologato di perenne ricerca.

Certo, come in ogni storia che si rispetti, ci sono i protagonisti e i loro caratteri, ci sono le imprese sottomarine nell’arcipelago delle Dahlak, a sud del Mediterraneo, di fronte alla Dancalia, una zona arida in superficie i cui fondali celano meraviglie inusitate. Foreste madreporiche policrome e rigogliose, senza pari al mondo e – chissà perché, il luogo rammenta vagamente la splendida Berenice, all’estremo sud dell’Egitto, a ridosso col Sudan… e chi non ha vaneggiato, una volta nella vita, d’essere artefice e primo attore di un’avventura negli abissi profondi fra creature inusitate, barriere coralline e antichi vascelli sommersi, o almeno, chi ama intensamente andar per mare.

Nel racconto di Folco Quilici, questo scenario è crocevia di un vasto e redditizio traffico d’armi, droga, merce umana, pirateria. E se nel frattempo le operazioni sottomarine si spostano dallo studio dei reef madreporici al rinvenimento (a sorpresa), di un sommergibile, ci s’imbatte anche in un salvataggio in extremis (alla maniera delle action stories), della protagonista femminile, Sarah, presa in ostaggio da moderni pirati, perfino più disinvolti e pericolosi, rispetto a quelli di un tempo.

Non tutto è frutto di fantasia: il contrabbando (di droga, armi e bambini – merce umana, appunto), esiste già da tempi non recenti, nello stretto di Bab – El – Mandeb, detto anche “ La Porta del Mare”, tra Africa e Penisola Arabica (posto funambolico, cui raccontava, appunto, anche Jules Verne, in le “Mirabolanti avventure di Mastro Antifer”).

“Una nave sconosciuta, con un capitano sconosciuto, va alla ricerca, su un mare sconosciuto, di uno sconosciuto isolotto…”.

La Porta della lamentazione funebre (in arabo: ﺑﺎﺏ ﺍﻟﻤﻨﺪﺏ, Bāb al-Mandab), separa lo Yemen da Gibuti, congiungendo il Mar Rosso al Golfo di Aden e dunque all’Oceano Indiano. In un’estensione di soli trenta chilometri, si trova un’isola (Perim), che divide esattamente in due lo stretto, formato da più canali, come Bāb Iskandar (Porta di Alessandro) e Daqqat al-Māyyūn: la mitologia araba vuole che questo sia il luogo delle lacrime versate per il distacco dell’Africa dall’Asia, ma il nome rimanda pure all’estrema rischiosità delle sue acque per chi vi navigasse e vi navighi tuttora.

Estendendosi a sud del Mar Rosso – che va, ricordiamolo, dall’estremo lembo della penisola del Sinai e da quasi cento anni collegato attraverso il canale di Suez, al Mediterraneo, questa profonda cavità rettilinea che divide i due continenti, è in parte, zona di malaffare e pirateria, ma anche un sito unico nel suo genere, biologicamente attraente, come d’altronde possono definirsi tutte le specificità e le anomalie di questo mare.

Il fondale che più a nord raggiunge i tremila metri di profondità, presenta da sé, già un evento singolare, risalendo fino a cento metri sul pelo dell’acqua, grazie a un curioso fenomeno di marea, vale a dire un movimento in superficie, ondeggiante in modo quasi compatto: si sposta verso il basso d’alcuni metri a un’estremità, per risollevarsi d’altrettanti parametri nella parte opposta.

Secondo gli storici, fu proprio in un momento di depressione particolarmente smorzata nel livello di marea, che, passando nel Mar Rosso attraverso la Porta della lamentazione funebre, gli Ebrei di Mosè abbandonarono l’Egitto per raggiungere il Sinai.

Ma torniamo al romanzo di Quilici: come in ogni avventura sottomarina che si rispetti, c’è un relitto da rinvenire, anzi, in realtà, un sottomarino, per giunta italiano, carico di denaro fuori corso.

Come spiega l’autore, nel caso di “Mare Rosso”, la ricerca è stata complessa: la storia (autentica e ufficiale), di siluranti italiani inabissati nell’area e in parte, distrutti dai gas sviluppatosi al loro interno, è di per sé un fatto storicamente comprovato, privo comunque di dossier circostanziati e soprattutto di mappe sulla dislocazione dei resti.

Basti ricordare che le operazioni militari nell’ambito della cosiddetta Campagna dell’Africa Orientale Italiana, vincolate alla guerra del ‘40 (fino alla caduta di Massaua, nell’aprile del ‘41), intrapresero un’opera di potenziamento nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, per porti e basi navali come guarnigione e da ostruzione al traffico marittimo inglese.

Cacciatorpediniere e sommergibili oceanici (la flotta era composta da: Archimede, Galileo Galilei, Evangelista Torricelli, Galileo Ferraris, Luigi Galvani, Alberto Guglielmotti e due sommergibili costieri, Perla e Macallè), con altre unità ausiliarie, erano in condizioni obsolete, privi di un equipaggiamento ad hoc per operare in quelle condizioni climatiche di caldo torrido. Se mettiamo in conto, per esempio, impianti elettrici mal funzionanti (per l’elevata umidità ambientale) e installazioni per condizionamento a cloruro di metile (gas tossico e pericoloso, che, in più di un’occasione fu causa d’avvelenamento per interi equipaggi), il regime monsonico di un mare per il quale questi scafi non erano stati progettati, il quadro generale, sull’inabissamento dei sommergibili italiani, sembra essere preciso.

La riserva di biodiversità più vicina all’Europa.

Lambito a ovest dalle propaggini orientali del Sahara, a est dal deserto arabo, isolato dalle acque circostanti per lo scarso ricambio che si produce, a nord, attraverso l’esiguo sbocco nel canale di Suez e a sud, grazie all’apertura del Bab-El-Mandeb, arroventato tutto l’anno dal tropico del Cancro, privo d’apporti da sorgenti e fiumi immissari o da piogge, il Mar Rosso è una grande salina naturale. Con il 44% di sali minerali (l’8% in più rispetto al valore di un oceano), una temperatura media pari a 23° C (il 10% in più rispetto a quella degli altri mari), nei suoi fondali si è formato un ecosistema eccezionale per la varietà di forme vitali (vegetali e animali), fra le più ricche del pianeta.

Duecento chilometri di barriere coralline contengono fra le più alte biodiversità, fonte di nutrimento e rifugio per svariate specie animali e molluschi, echinodermi, crostacei. La ricerca sulla sua fauna, grazie anche all’esigua distanza che lo separa dal continente europeo, comincia relativamente presto, già nel diciottesimo secolo, per continuare tutt’oggi con nuove scoperte. La peculiarità è proprio basata sulle specie endemiche in altissima percentuale, dovute sostanzialmente alle caratteristiche appena descritte.

Dalla deriva dei continenti, la formazione di questo meraviglioso bacino sembrerebbe piuttosto recente, appena venti milioni d’anni fa, quando i movimenti tettonici originarono la separazione della placca africana da quella euroasiatica.

Esempio classico di “mare chiuso”, nel corso della sua storia geologica, il Mar Rosso è rimasto più volte separato dall’oceano. La prima esclusione per così dire “temporanea” risale a cinque milioni d’anni fa, verso la fine dell’Era Terziaria, cagionata dall’innalzamento nel fondale dello Stretto di Bab – El – Mandeb. Percorso da un’intensa attività sismica (soprattutto nella sua parte centrale), che determina un ampliamento di circa cinque centimetri l’anno, il Mar Rosso diventerà il quarto oceano del pianeta e lo dimostrano i campioni delle rocce basaltiche raccolte nei fondali: i requisiti sono esattamente quelli di un oceano in formazione.