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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

Trump, metti un negazionista alla Casa Bianca (scrivendo sui cambiamenti climatici…).

Liliana Adamo da Altrenotizie

Come un sociopatico al cospetto d’atti violenti sia capace perfino a provare dei sentimenti, così Michael Slezak (columnist di The Guardian, fra più preparati e agguerriti sulle tematiche ambientali), è riuscito quanto basta ad avere reazioni emotive dinanzi al pericolo soverchiante dei cambiamenti climatici. Dopo cinque anni ad acquisire conoscenze scientifiche in base a un fenomeno complesso dagli esiti tuttora imprevedibili, il suo distacco professionale si è finalmente trasformato in panico.

A smuovere le acque sono stati tre casi o fattori paralleli: il primo, l’ampiezza delle sciagure provocate dal clima enumerate nell’arco del 2016; il secondo, legato a un’imminente paternità; il terzo fattore, che ha liberato in lui una siffatta e definitiva risposta emotiva, si è concretato nel momento in cui Donald Trump ha assunto l’incarico presidenziale alla Casa Bianca. Un panico allo stato puro, il terrore che da ultimo, per un giornalista serio ed esperto, sgretola quel muro d’oggettività  davanti a un disastro incombente.

Si chiede, Michael Slezak, se il resto della collettività prova la medesima reazione viscerale in un mondo ormai imprigionato dal CO2, mentre pone l’attenzione sul nuovo studio circa il permafrost, il rilascio del metano in atmosfera, la temuta scissione dell’Artico; non basta l’impatto sociale ed economico, non basta la tecnologia, né le riconversioni finanziarie per un pianeta in rotta di collisione con la catastrofe.

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Se lo chiede, Michael Slezak, nel frattempo che, quel Donald Trump, sintetizza la sua prossima linea politica con un semplice tweet: “Bisogna smetterla con questa costosissima cagata del riscaldamento globale. Il nostro pianeta sta congelandosi, temperature basse record, con i nostri scienziati del riscaldamento globale intrappolati nel ghiaccio”.

Per un negazionista d’eccellenza, con competenze scientifiche e culturali equiparabili a quelle “di un bambino di quinta elementare” (opinione dei luminari in campo climatico e del sito fact-checking ClimateFeedback), il repertorio sul global warming si traduce in scherno e burla, così da beccarsi la risata dell’americano medio inebetito dagli sketch televisivi: “Fa davvero freddo fuori, dicono sia una grande gelata arrivata settimane prima del normale. Ragazzi, potremmo usare una bella, grossa dose di riscaldamento globale!”.

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Sui cambiamenti climatici e su molto altro, il neo presidente degli Stati Uniti gira al contrario, il mondo intero va in una direzione, Donald Trump inciampa nell’altra. Rivendica la “bufala” del surriscaldamento del pianeta come manovra della Cina ad accelerare il sorpasso economico, non considerando, per esempio, come per la maggior parte degli americani e la maggior parte degli abitanti del globo, la vita quotidiana appare sempre più dominata sull’onda di un clima “estremo”. Nel 2016, terzo anno consecutivo, si è superata la temperatura record precedente, in pratica, nell’anno più caldo mai registrato in questo secolo, vaste aree del pianeta sono state distrutte dalla siccità e altre, distrutte da precipitazioni mai viste a memoria d’uomo.

Il neo presidente è privo di perspicacia: la stessa Cina procede spedita verso la de-carbonizzazione con costi in netta concorrenza rispetto a quelli dei combustibili fossili. Un affare conveniente, tutto sommato. Perfino l’India ha piani ambiziosi per le energie rinnovabili. Studiosi d’economia politica precisano che se Trump vuole ridare prestigio all’America, il modo migliore è creare posti di lavoro ben pagati nell’ambito d’energie e tecnologie del futuro, altro che “protezionismo” e ritorno a risorse fossili ormai allo stremo.

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Barack Obama aveva fatto molto per riabilitare l’approccio post-illuminista alla scienza del clima, ponendo il surriscaldamento globale al pari di “minaccia immediata alla sicurezza nazionale”. Ha sostenuto, anche con aiuti finanziari, la spinta all’economia “verde” e gli accordi all’ultimo summit di Parigi per limitare le emissioni di gas serra.

Mr. Trump giura solennemente di rimangiarsi tutto, soldi e intese.

Il miliardario neo presidente, è deciso a mantenere le promesse elettorali, tutte a discapito del clima: smantellare l’EPA, già esausta Agenzia Americana per l’Ambiente, consentire trivellazioni petrolifere sulla costa atlantica, ripristinare il famigerato progetto del Keystone XL, mega oleodotto destinato a tagliare in due l’America del Nord, rigettare l’adesione sull’accordo di Parigi, come, appunto, fin qui detto.

 

Sioux: ultima battaglia a Standing Rock.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Forse non entrerà nel western d’autore, ma l’eco della ribellione l’ha resa celebre quanto quella conclusasi nel Little Big Horne. L’ultima battaglia dei Sioux si svolge lungo una grande autostrada che taglia monti, vallate e boschi, l’Highway 20. La Riserva Indiana si estende per oltre novemila chilometri, in un territorio stretto fra due confini, nord e sud Dakota, abbraccia territori che vanno da Hunkpapa Lakota a Dakota Yanktonai, incluse le contee di Sioux, Corson, Dewey, Zieback.

Questo il teatro dell’ultima, pacifica, estenuante lotta dei Sioux contro le multinazionali estrattive e il governo centrale degli Stati Uniti, a oggi fin dall’aprile scorso. Si battono per una terra legittimata dai loro antenati che lì sono sepolti, nei cimiteri sacri dello Standing Rock Sioux Tribe, per scongiurare dall’inquinamento le falde acquifere e il letto del Missouri.

Sì, perché la questione che sembrerebbe ormai conclusa e a fin di bene, in realtà pare soltanto prorogata, in attesa del verdetto finale che spetterebbe al nuovo presidente eletto, Donald Trump. Il quale fa sapere che sulla realizzazione della pipeline Dakota Access e sull’investimento pari a 3,3 miliardi di euro (promotrice la società texana EnergyTransfer Partners), ci sarà una risoluzione almeno, “proporzionata ed equa”, rigettando, di fatto, la scelta dell’amministrazione Obama a negare il via libera al progetto.

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A rivendicare il diritto di prelazione sulle terre e le risorse naturali difese strenuamente da mesi, non c’è pace quindi, per Wakpala, Little Eagle, Bullhead, Istrice, Kenel, McIntosh, Morristown, Selfridge, Solen, le comunità indiane di Fort Yates, Cannon Ball e McLaughlin, insieme con altre più piccole che vivono all’interno della Riserva lungo il confine fra i due stati. Come per i loro sostenitori, ambientalisti e personaggi dello show business, l’immancabile Di Caprio, Susan Sarandon, l’attrice Shailene Woodley, che ha subito un arresto in diretta televisiva, il cantautore canadese, Neil Young, perfino i veterani del Vietnam, schierati nelle loro vecchie divise.

Assiepati nei loro campi intorno alle Rocce Sacre, sbarrando la strada alle ruspe, in sella ai cavalli o a piedi, donne, uomini e bambini, giorno e notte sottoposti a rigide temperature di un inverno che incalza, a un’arbitraria, dura repressione che non guarda in faccia nessuno, hanno intensificato le loro azioni anche dopo l’applicazione della legge sull’ordine pubblico che aveva l’obiettivo a disperderli in un’area poco lontana dalla Riserva, di proprietà della società finanziatrice.  In quel frangente sono state arrestate 142 persone, a monte delle oltre 400 fermate finora. Le polemiche si sono incentrate sulla brutalità della polizia locale; manifestanti inermi respinti a colpi d’arma con proiettili di plastica, spray al peperoncino, getti d’acqua gelida, inseguimenti con cani. Alle persone arrestate, stipate in celle sovraffollate, marcate con dei numeri, costrette a dormire sul cemento, è stata negata ogni forma d’assistenza medica.

“Un trattamento inumano e degradante”. La voce arriva dalle Nazioni Unite: é quella del relatore speciale Maina Kiai, keniano, avvocato di fama internazionale, impegnato nella difesa dei diritti umani, che ha rimarcato sull’uso di forza oltre il limite consentito contro i Nativi americani che protestano pacificamente per un piano invasivo che potrebbe contaminare le acque del fiume Missouri e del lago Oahe, fonti di sostenibilità e sopravvivenza per l’intera popolazione Sioux.

18“Non siamo contrari all’indipendenza energetica e allo sviluppo economico di tutto il Paese, ma dovete considerare queste decisioni anche in base alle esigenze, ai valori dei popoli indigeni”. Dave Archambault, è il portavoce dei protester e Presidente delle tribù; il suo appello è stato accolto dalle Nazioni Unite che premono presso le autorità politiche per “fare ciò che è giusto”: 1885 chilometri della pipeline condurrebbero mezzo milione di barili dai depositi bituminosi dal North Dakota a un’infrastruttura in Illinois, poi, fino al Golfo del Messico.

Il progetto Dakota Access stravolgerebbe quindi, l’assetto delle terre care ai Sioux, con forti ricadute sull’impatto ambientale. L’Energy Tranfer Partners continua a sostenere che oltre al petrolio l’oleodotto pomperà milioni di dollari nell’economia locale creando nuovi posti di lavoro. Così, agenzie statali e federali si trovano d’accordo sulla realizzazione, come gli agricoltori e allevatori della zona, lautamente prezzolati per lasciare campo libero. Tranne una minoranza nello Iowa, uno dei quattro stati interessati, che si è appellata ai tribunali accusando la società e dichiarandosi contraria alla concessione dei territori, all’esproprio a suon di dollari.

Gli Indiani Sioux contestano fortemente il Dakota Access perché questo rappresenta la più grave minaccia per ciò che rimane della loro cultura. L’oleodotto attraverserà le terre ancestrali, anche quelle che non appartengono di diritto alla Riserva, dove i loro avi vivevano in armonia con la Grande Natura dell’America del Nord, dove cacciavano, pescavano e dove sono stati sepolti. E’ un nuovo affronto a una storia già segnata da negazione e annientamento.

Nelle parole di Maina Kiai la chiave d’interpretazione dei sentimenti Sioux: “Cercano soltanto di proteggere una terra considerata sacra…”.

Lo stop al progetto sarebbe avvenuto due giorni fa con la bocciatura dell’Us Army Corps of Engineers, che invitava, appunto, la società appaltatrice a trovare un percorso alternativo, ma mentre si tira un respiro di sollievo, ecco che l’amministrazione Trump rimette tutto in discussione con un laconico: “Deciderà il presidente”. 

 

 

 

Quorum e disastri (ambientali).

Liliana Adamo da Altre Notizie. 

Neanche ventiquattro ore per sortire una doppia beffa: un mancato quorum attestatosi al 32% per un referendum nodale come quello sulle trivellazioni e conseguente versamento di greggio dall’oleodotto Iplom a Genova, che ha causato, ormai è certo, danni ambientali irreversibili.

Sul fallito quorum ci sono da stabilire delle priorità, che vanno chiarite subito, senz’alcun indugio: niente salverà il depauperamento delle fonti fossili, non si torna indietro, nessun percorso anacronistico. Il governo Renzi dovrà onorare gli impegni sottoscritti nell’ambito della COP 21 a Parigi e avviare una nuova stagione incentrata sulle fonti rinnovabili. E se proprio vogliamo dirla tutta, come la mettiamo con le norme UE sulla libera concorrenza, regole cui contravveniamo, assegnando proroghe infinite sulle concessioni d’estrazione di petrolio e gas?

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Né lo spettro del quorum (che di per sé è già una sciocchezza e un’incongruenza), né il blackout dei media o gli inviti all’astensione, tutto ciò non ha impedito la partecipazione attiva di moltissimi cittadini, quelli che hanno preferito recarsi alle urne; non solo, se l’obiettivo è senza successo, la logica delle cose si attesta comunque su un cambiamento energetico e dunque “culturale”, che mette al bando le fonti fossili, semplicemente perché (da tempo) c’è facoltà di scelta; una si chiama sviluppo sostenibile ed è conveniente, eco compatibile, democratica, serve a ricordare a governi, multinazionali e interessi di parte, che ora, adesso, siamo in debito verso le generazioni future, tenuti a porre rimedio agli effetti del cambiamento climatico e tutelare quel poco di ambiente e biodiversità, patrimonio comune, che restano in piedi.

La propaganda palesemente contro, può andare a genio sulla defezione alle urne, la disinformazione, a ritrattare l’oggettività di una questione enorme, ma il corso della storia è un altro e il governo Renzi è tenuto a prenderne atto. Questo, vuol dire, cogliere tutte le opportunità per ridurre l’impiego di gas e petrolio, puntare su soluzioni realisticamente competitive, l’autoproduzione d’energie rinnovabili fuori dai regimi di monopolio, migliorare l’efficienza energetica del nostro paese.

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Ciò che sta accadendo in mare, a Genova, sulle spiagge di Pegli e Multedo, sulla foce del torrente Polcevera e al Fegino, un disastro ambientale, tenuto, ovviamente, sottotono, è il risultato di politiche miopi, allegoricamente, il prodotto di un quorum mancato.

A urne ancora aperte, nel deserto dei seggi (grazie a chi ha preferito la poltrona di casa invece di recarsi al voto), scoppia un pezzo dell’oleodotto dell’Iplom, lungo il Polcevera. Il greggio si deposita sul letto del torrente, scivola inesorabilmente a mare. Porta con sé la distruzione di un intero ecosistema, compromettendo irrimediabilmente una riserva di biodiversità; li abbiamo visti: cormorani, germani, aironi, oche selvatiche, imprigionati dall’olio nero, un’ingente moria di pesci. Il torrente schiuma, il greggio galleggia e penetra nei rii in secca per la siccità. Si cerca di minimizzare, ma poi si scopre che la quantità è ingente, 700 tonnellate, secondo l’Arpal.

D’ora in ora è ormai una fuoruscita senza controllo, arriva fino a Varazze, inquina 300 metri del lungomare sulla spiaggia di Pegli, ma i guai non arrivano mai da soli. Oggi, ha ceduto la barriera di contenimento inquinante sul Polcevera, il petrolio viaggia a ritmi sostenuti, si teme possa giungere fino al santuario dei mammiferi marini del Mar Ligure, dove transita di tutto, balenotteri, capodogli, globicefali, grampi, stenelle, tursiopi. La Procura ha posto sotto sequestro l’intero impianto, aperto un fascicolo contro “ignoti” per disastro ambientale, la compagnia risponde con la cassa integrazione e c’è la rabbia dei residenti: “Sono anni che ci avvelenano, siamo come in prigione…”. Ecco ciò che secondo il governo Renzi, porterà benessere e occupazione nel nostro paese.

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Certo, arriveranno le polemiche, molte polemiche e l’annoso passaggio di responsabilità di mano in mano. La Liguria, territorio fragile, quanto flagellato da frane e alluvioni (per questioni meteorologiche, orografiche, certo, ma soprattutto per incuria e cementificazione, di chi mai ha tenuto in conto la particolare morfologia di questa splendida regione), riceve il colpo di grazia da un impianto di raffineria che soltanto oggi, con un disastro in corso, si scopre essere obsoleto, oggetto d’innumerevoli incidenti già dal 1979. Altro pietoso velo è da stendere sul mirabolante Piano di Emergenza Esterno (PPE), che si scopre non aggiornato dal 2012 e quindi, per legge, ormai scaduto. Ulteriore “leggerezza” che spiegherebbe presumibilmente, il ritardo e l’inefficienza sugli interventi atti a bloccare la marea nera.

In base ai fatti, a questi fatti, c’è qualcuno che ancora discuterà su referendum, quorum e trivelle? O sarà il caso, sul serio, di cominciare a darsi da fare?

 

“El Niño”: allarme globale per la siccità.

Liliana Adamo da Altre Notizie.

In campo c’è un fenomeno meteorologico chiamato El Niño e il global warming, vale a dire il surriscaldamento globale e il cambiamento climatico in rapporto causa/effetto, biunivoco: se il global warming aumenta le probabilità che si sviluppi un El Niño, questo, a sua volta, moltiplica gli effetti dello stesso cambiamento climatico rilasciando grande quantità di calore sull’Oceano Pacifico. Con elevate temperature dei mari, raddoppia, quindi, l’eventualità che si produca un super El Niño. E se un super El Niño provoca un importante incalorimento sulla superficie del Pacifico, il fenomeno si ripercuote sull’intero sistema climatico mondiale, di conseguenza, sulle stagioni dei raccolti. In pratica, un micidiale effetto domino.

Nell’anno più caldo mai registrato, il 2015 -16, gli effetti del super El Niño, abbondantemente previsti da agenzie internazionali, quali ONU e Oxfam, si sono via via intensificati. L’andamento lento e progressivo di siccità e carestia, colpisce soprattutto le aree più deboli del pianeta e le notizie sono state del tutto ignorate dai potenti network dell’informazione, stando pur certi che se ciò avvenisse, il disastro della fame si sarà già riversato sulla sorte di milioni di persone.

I paesi su cui pende questa minaccia sono stati individuati da qualche tempo: le aree povere del mondo accusano ormai gli effetti del super El Niño; i loro raccolti sono andati in rovina, i prezzi degli alimenti di base, aumentati vertiginosamente. E c’è da paventare che eventi climatici così estremi s’intensificheranno in un futuro prossimo con conseguenze sociali, politiche, economiche, facilmente prevedibili.

Eppure, nonostante la drammaticità complessiva, non si delinea niente di nuovo all’orizzonte. Da una ventina d’anni a questa parte, esistono documenti segretati dalla Cia che tracciano possibili scenari dovuti a un probabile (allora) innalzamento delle temperature globali. L’avvisaglia si è materializzata con il formarsi del super El Niño; si rende urgente quindi, una risposta umanitaria immediata nei paesi già in stallo.

Nel dicembre dello scorso anno, l’ONG Oxfam, ha richiesto uno sforzo internazionale a coordinare le varie emergenze, evitando, possibilmente, i fallimenti verificati nel 2011, quando, nel Corno d’Africa, un sistema d’aiuti lento e sconclusionato gravò oltremodo una popolazione stremata, in un surplus di sofferenza diffusa.

Oltre le guerre in Siria, Sudan e Yemen, nessuno dice che quest’anno, il 2016, sarà il clima a trascinare il sistema umanitario sotto una pressione mai registrata finora; che il super El Niño lascerà interi paesi dell’Africa Meridionale, America Latina e Caraibi, ad affrontare fame, penuria d’acqua e pandemie.

Nei dettagli, come si presenta la situazione? La siccità sta colpendo ovunque; nel sud dell’Africa si registra uno stentato ciclo delle piogge, il più secco degli ultimi trentacinque anni. Stanno morendo centinaia d’animali, d’allevamento e allo stato brado. Il prezzo del mais è schizzato alle stelle, quasi del 40%, in Zambia, del 73 in Malawi, in Mozambico e Zimbabwe più del 50, raddoppiato in Sudafrica. I paesi più colpiti sono Zimbabwe, Malawi, Zambia, Sudafrica, Mozambico, Botswana e Madagascar. Il governo dello Zambia ha vietato le esportazioni di mais con pesanti ripercussioni economiche per gli importatori, i quali avevano già saldato la merce per un valore pari a ventidue milioni di euro.

Secondo il World Food Programme, nella sola Africa meridionale, circa quarantanove milioni di persone potrebbero essere coinvolte nell’incombenza siccità di una tale portata mai censita prima. Quaranta milioni di persone nelle campagne, nove, nelle aree urbane, tra le più indigenti della popolazione; considerando che in questi paesi, già quattordici milioni di persone soffrono la fame.

Pessime notizie anche sul fronte della sicurezza agroalimentare: per scongiurare la crisi, il Sudafrica ha allentato le restrizioni vigenti sulla distribuzione dei cereali OGM. Stimando che circa il 90% del mais prodotto nel paese, è geneticamente modificato, ogni nuova “qualità” deve ottenere l’approvazione statale, prima d’importazione e coltivazione. Con un decreto del febbraio scorso, il governo sudafricano autorizza lo stoccaggio di mais OGM per accrescere il tonnellaggio sulle importazioni; antecedente alla delibera, tale stoccaggio era severamente proibito, evitando, in questo modo, la contaminazione di specie non ammesse.

Una fenomenologia legata all’arma a doppio taglio dei cambiamenti climatici coinvolge un numero impressionante di persone. Si parla di sessanta milioni circa, secondo le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. Gli effetti devastanti de El Niño non si fermeranno in Sudafrica, Corno d’Africa, Africa Orientale (dove, in paesi come Etiopia, Somalia, Eritrea, Gibuti e Sud Sudan, già dodici milioni di persone sono soggette a una grave mancanza nutrizionale), compromessa anche l’area dell’America Centrale, nel cosiddetto “corridoio della siccità” (in particolare in Guatemala, Honduras, El Salvador). Qui, le comunità si trovano a fronteggiare la peggiore crisi idrica degli ultimi decenni e la stima si aggira intorno ai 3,5 milioni di persone.

A rischio perfino i paesi del Pacifico, mentre, rovescio della medaglia, alla siccità si alterneranno difformità climatiche, precipitazioni violente e cicloni. E, nei prossimi anni, sarà peggio. La Conferenza sul clima di Parigi si è chiusa mesi or sono, con unanime soddisfazione tra le parti.  Ora, che fare?