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La Tratta.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

Per la Convenzione delle Nazioni Unite sussiste un distinguo fra due terminologie: human traffiking (tratta degli esseri umani) e migrant smuggling (traffico di migranti), riferendosi a una sola tipologia di criminalità organizzata transnazionale nella quale non si esclude il collegamento tra due fenomenologie.

E’ estremamente complicato smantellare le organizzazioni di trafficanti, lo è molto di più rispetto alle associazioni a delinquere di stampo mafioso: ne è convinto Maurizio Scalia, ex Procuratore aggiunto di Palermo, che più volte ha coordinato indagini su scafisti responsabili della morte per decine di profughi nel Canale di Sicilia, durante le traversate. Ciò nonostante, dietro l’enorme giro di vite  barattate da un punto all’altro dell’Africa fino alle coste del Mediterraneo, qualcosa siamo riusciti a capire.

Tratta e traffico permangono giuridicamente concetti distinti, una differenza che pare ormai superata dagli eventi. Le organizzazioni criminali sviluppano canali “umani” allo stesso modo con cui manovrano illecitamente armi, droga, auto rubate, attraverso l’impiego di medesimi metodi, rendendo complicato individuare una o un’altra situazione.

Questa labilità giuridica rende ancor più tortuosa l’attività investigativa: se nella tratta di esseri umani resta implicito il concetto di reclutare persone dal loro territorio, con coercizione e violenza al solo scopo di profitto (laddove il trafficante includa sfruttamento sessuale, lavorativo o espianto d’organi, in sostanza applicando una vera e propria forma di moderno schiavismo), per “traffico”  – o contrabbando – di migranti, s’intende invece l’ottenere implicitamente vantaggi materiali o finanziari dal trasporto illegale di persone da un Paese a un altro.

A ridosso delle coste nordafricane fino alle porte dell’Europa, le organizzazioni di trafficanti che gestiscono questi viaggi pianificano le traversate su mezzi che, già alla partenza, versano in condizioni precarie, in modo da rendere doveroso l’azione di soccorso sollecitata, non di rado, nei tratti di mare ancora poco distanti dal porto d’imbarco.

A Sabrata, in Libia, ottanta chilometri a ovest di Tripoli, punto di partenza per migliaia di migranti che tentano la traversata verso l’Europa, un al-jorf, un promontorio, una sorta di baia si trasforma in fossa comune all’indomani d’ogni naufragio. Un altro cimitero sorge in terra di nessuno, trenta chilometri più a sud: è qui che imperversa il business del traffico degli esseri umani su cui alcuni personaggi noti al Dipartimento anti migrazione libico e agli investigatori internazionali, hanno fondato un impero economico.

Come Ahmed Dabbashi, (o Al-Ammu, come si fa chiamare), ex combattente “eroe” contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi, convertito al remunerativo traffico di migranti grazie al quale sembra aver accumulato una fortuna, al punto da formare la più potente milizia locale,  aggiudicandosi il controllo anche per l’impianto dell’Eni, Mellitah Oil&Gas, a quaranta chilometri da Sabrata. Suo diretto concorrente è il dottor Mussab Abu Ghrein, che pare abbia lavorato benissimo con i migranti subsahariani stipandone a centinaia in vari alloggi sparsi alla periferia della città, fra cui molti bambini; la fetta più consistente di denaro, però, spettava alla guardia costiera libica.

La stessa cui l’Unione Europea aveva chiesto di fermare la tratta, la stessa finanziata con fondi dell’UE, ufficialmente incaricata dal comando centrale al pattugliamento, mentre sono stati proprio i suoi alti graduati a regolarne traffici e dividerne guadagni. Secondo una fonte militare libica sopravvissuta a due attentati, a capo di questo affare infernale c’era Al-Bija, al secolo, Abdurahman Milad, ex comandante deferito della guardia costiera di Zawiya, attualmente indagato dagli ispettori ONU, con conti congelati (solo nel 2016 la torta ammontava a 2 miliardi) e restrizione negli spostamenti.

Secondo l’organo di controllo Frontex, i guadagni scaturiti dal traffico dei migranti – insieme a quello d’esseri umani a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo – hanno superato il ricavo netto per  traffico d’armi e droga. Inoltre, i “negoziatori” farebbero sempre più ricorso a Facebook. Attraverso il social media, essi pubblicizzano “i servizi” e i prezzi, organizzando luoghi e tempi di viaggio: un business coordinato su scala globale.

Dunque, questi sono i fatti nudi e crudi, ma come uscirne? Se gli europei, al riguardo, non hanno le idee chiare, gli africani, probabilmente, sì. Con la premessa che i flussi migratori sono sempre esistiti e che ad essi non bisogna opporsi, perché è nella natura dell’uomo muoversi da un territorio all’altro per conseguire una vita più sicura e accettabile, e riaffermato che ciò resti un diritto inalienabile per ogni essere umano, si resta convinti che tali flussi debbano essere accolti con regole di civiltà, secondo valori laici e democratici.

Tuttavia, qui non parliamo del fenomeno legato all’immigrazione tout court e nemmeno degli “sbarchi” in quanto tali, bensì di una potente rete criminale che si avvale di connivenze negli apparati statali di vari Paesi. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il principio d’umanità, tanto meno con qualsivoglia senso “illuministico” legato all’accoglienza. Una diatriba in corso, orchestrata da due forze politiche – una all’opposizione, l’altra al governo – divide nettamente l’opinione pubblica, malgrado in queste due circostanze allo stesso modo drammatiche – migrazione regolare e traffico d’esseri umani – persiste una sostanziale differenza.

“Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani. Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia nuove un giro di 600 milioni di euro l’anno. Nessun africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo attende in Europa. Non mi infilo nell’eterna guerra civile italiana basata su fazioni e non contenuti, ma da afro discendente italiano e immigrato ora negli Stati Uniti, credo sia arrivato il momento di parlare e trattare l’immigrazione o meglio la mobilità come un problema e fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che li usano per il loro divorzio come arma di ricatto (…).”

La lettera del regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu, resa nota su vari quotidiani nazionali, può dirla lunga sulla realtà dei fatti, di come tutto cominciò sfruttando l’emotività psicologica dei primi naufragi sui gommoni, proseguendo come stimolo a un esodo dall’Africa, dall’Asia, violando sistematicamente ogni norma per la tutela della vita, creando traffici di droga e prostituzione, danneggiando per di più, la condizione economica nei paesi di provenienza.

Come sappiamo, dalle “carrette del mare” si è presto passati alle strapagate navi delle ONG, per consentire un trasbordo più sicuro alle flotte di migranti: ma anche in questo caso, Kuwornu ci va giù pesante. Secondo il regista italo-ghanese, le ONG insieme alle associazioni umanitarie impegnate a favorire gli imbarchi, nonché all’intreccio d’aziende locali, settori corrotti della Marina e intrallazzatori vari, forniscono una copertura a uno dei più grandi e complessi traffici criminali dell’era moderna.

Il parallelo è semplice: se esistono traversate, sbarchi e morti nel Mediterraneo è perché si consente a largo raggio il traffico degli imbarchi; un lavoro sporco gestito alla base d’associazioni criminali a scopo di lucro, con imbarcazioni che, spesso, agli inizi, erano “gentilmente” restituite affinché i trafficanti potessero continuare indisturbati la loro tratta. Ciò non vuol dire che non si debbano accogliere coloro che arrivano stremati sulle coste della Sicilia, è fuori discussione. Vuol dire che si deve impedire che avvengano gli imbarchi e per farlo non affidarsi alle galere libiche, ma ad una task force che coinvolga più unità transnazionali dirette dall’ONU, vuol dire, soprattutto, intervenire duramente nei luoghi dove si originano gli imbarchi, annientando “fisicamente” le imprese criminali che gestiscono il traffico.

Ancora Kuworno: “ (…)  Io non so se lei ha mai vissuto o lavorato nell’Africa vera e che Africani conosce in Italia o se da giornalista si informa su testate anche non italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari (bambini, organi, prostituzione), non è un fenomeno che riguarda solo l’italietta dei porti sì o porti no, ma è un fenomeno globale che fattura alle mafie africane, asiatiche, messicane, 100 – e ripeto 100 – miliardi di dollari l’anno. Soldi che non vengono certo redistribuiti alla popolazione povera di questi paesi, ma usati per soggiogarla ancora di più con angherie di ogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu.

Si è mai chiesto perché, a parità di condizioni di povertà e credenza che l’Europa sia una bengodi, quelli che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d’origine ha una crescita del PIL del 7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni), provano a venire?Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana e pubblicizza nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in Italia e da lì se vogliono anche in altri Paesi Europei. Salvo poi fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all’improvviso la fee di altri 1000 $, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia dove gliene chiedono altri 1000 dollari per la traversata finale. Il tutto non in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un anno.

In questo ci aggiungo minori che vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri, che poi spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di altre donne che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale vale 60 mila euro d’incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone 100.000 verso l’Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600 milioni di euro l’anno.

A questo si somma quello che perde l’Africa: risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a elemosinare o a guadagnare 3 euro l’ora, se gli va bene, trattati come bestie e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su Facebook, che tutto va bene per non dire la verità per vergogna e quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati), cercano di venire qui perché pensano che sia facile arricchirsi. Che senso ha sostenere che questo traffico di “schiavi” e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare? (…).

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu

Gli ultimi gommoni a rischio affondamento (partiti subito dopo che il governo ha chiuso i porti alle ONG), erano in un certo senso, “previsti” dai trafficanti (la notizia è stata data per certa dal Corriere della Sera). Sono criminali che conoscono benissimo l’enorme portata emotiva e l’effetto psicologico che la morte in mare produce sull’opinione pubblica; del resto è proprio con questo metodo, naufragi più o meno programmati  con uomini, donne e bambini a bordo, che tutto ebbe inizio.

E se dunque il sogno di lasciare l’Africa e l’Asia per raggiungere l’Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti, la ramificazione di un traffico internazionale dietro esborso di cifre altissime senza passare per dogane, aeroporti con documenti alla mano, resta invece un fenomeno che si è allargato a dismisura in pochi anni. Per chi arriva in Libia, dopo settimane o addirittura mesi di sofferenze e non ha soldi per pagare gli extra richiesti, nell’impossibilità di tornare indietro, non resta altro che la schiavitù nei campi profughi e in altri lager, anche questi gestiti da bande più o meno legali, se non da altri sfruttatori.

 

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Rapporto Censis: rancori d’Italia.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Un paese sfaldato, impaurito, impoverito, dagli aspetti contraddittori; da una parte la numerologia – forse addirittura concreta – che indica una crescita economica; dall’altra la percezione (e non solo la percezione) di non farcela, in un declino verticale che, come ripetono, sembra duro a morire. Scomponendo gli ultimi dati del rapporto Censis ci sarebbero in dicotomia, un sistema produttivo che si mostrerebbe in ripresa (ma solo grazie al manifatturiero) di pari passo a un senso generale di sfiducia nelle istituzioni, nei partiti politici (potrebbe essere altrimenti?).

L’italiano medio si è dissanguato aggrappandosi all’illusione di un po’ di comfort, smartphone e svago pseudo culturale, mentre l’intera classe politica è a caccia di consensi attraverso l’uso del likes: diciamo la verità, il ritratto del nostro paese e di noi stessi che viene fuori è a tinte fosche, impietoso. Lo humor nero degli italiani si traduce in rancore e non rabbia perché, a ben vedere, la rabbia include una controproposta, un’energia che, seppur scomposta scagli dinamismo, contestazione… mentre il rancore è l’apoplessia, l’accettazione, il penoso ripiegamento.

Pertanto, siamo i rancorosi che fanno fatica a laurearsi e trovare lavoro, che investono le proprie risicate risorse in gadget tecnologici, viaggi (sempre meno e in low coast), incollati in un eterno presente privo di proiezioni e soprattutto di progettualità. Con una classe politica e dirigente che ha disatteso tutto ciò che poteva disattendere e oltre, noi rancorosi abbiamo finito di porci il problema; certo lo subiamo ma a questo punto, privi di forze reattive.

Rancorosi allo sbando, che molti ipotizzano come prossima “bomba politica” per l’Unione Europea (esagerando certo, non ne abbiamo alcuna intenzione), a corto di una visione d’insieme, un senso dello sviluppo decodificato in rinnovamento intellettuale. In un paese dove, come afferma il Censis, “pochi sono gli esploratori e le retrovie sono in attesa”. E riscontrando anche che “senza un rinnovato impegno politico e un diverso esercizio del potere pubblico, senza la preparazione di un immaginario importante, resteremo nella trappola del procedere a tentoni, alla ventura, senza metodi e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso progredire del corpo sociale”.

Siamo passati da Berlusconi ai governi “tecnici”, fino alla débâcle renziana del partito Democratico, al mancato progetto dei penta stellati. In altre parole: i cosiddetti poteri forti (oggi notevolmente fiaccati, depauperati da sé) e la politica (priva di rappresentatività sociale, anch’essa delegittimata dalla base sociale), hanno fornito nel tempo quel background al rancore diffuso in ogni settore della vita pubblica e privata dei cittadini.  In ogni dove, dal sud al nord, dalle periferie alle grandi aree urbane, generando un disagio sociale evidente e uno sfaldamento; il mancato ricambio (culturale, generazionale) e l’annosa questione “morale”, hanno prodotto il resto.

Oltre 1,6 milioni di nuclei familiari sono ridotti in povertà assoluta, il 96,7% in più rispetto al periodo pre-crisi. In questa casistica rientrano tutti, famiglie straniere, chi è in cerca di lavoro, minori, millennial, anziani, particolarmente penalizzati chi ha figli a carico e persone non autosufficienti.

I rilevatori economici puntualizzano sulla ripresa industriale, anche se ancora latita l’input degli investimenti privati rispetto a quelli pubblici, sostanzialmente stabili dal 2016 (32,5% in meno al periodo pre–crisi). L’industria cresce in modo costante, secondo il Censis superando quella tedesca. Va bene anche l’export manifatturiero, con posizioni di riguardo assoluto in alcuni comparti del Made in Italy, brand salva – economia, con un numero d’aziende quotate in borsa da 312 a 324 unità e fatturato che si attesta intorno agli 84,2 miliardi di euro. Buono anche il settore immobiliare che sembra tornare a un nuovo slancio.

Complessivamente le cifre farebbero ben sperare ma è lo humor e l’anima del paese a soffrire di più, confutando le cifre con una riduzione dei consumi pari al 3,9%, tranne per quei settori cui si parlava, come il fenomeno in crescita nell’utilizzo di dispositivi mediatici che confermerebbe l’amore a tutti i costi degli italiani per i device digitali; grazie ai low coast e le piattaforme online cresce anche il turismo interno.

E crescono le città, i capoluoghi certificano un aumento rapido dei propri cittadini rispetto all’hinterland o alle immediate periferie: Roma, Milano, Firenze sono le prime tre che vedono più residenti; ma il dato più interessante sta nel divario che stabilisce il benessere economico delle famiglie. Le grandi aree urbane del sud, Napoli, Palermo e Catania in testa, subiscono un vero e proprio tracollo rispetto al resto del paese, si prolunga il gap soprattutto con il centro nord.

Altro dato preoccupante è sul territorio che frana. Le stime intorno ai danni causati dagli eventi sismici con perdite umane altissime (si calcolano negli ultimi settant’anni oltre 10.000 vittime), si enumerano per 290 miliardi di euro, con una media annuale di 4 miliardi.

Di contro, l’impegno finanziario dello Stato è insufficiente, con appena 500 – 600 milioni l’anno. Mettiamoci i danni per alluvioni, allagamenti, tracimazioni (dovuti massimamente all’incuria in cui versa il nostro fragilissimo suolo) e la manutenzione della rete idrica su scala nazionale (che perde il 39% dell’acqua trasportata) e i conti non tornano di sicuro.

Tralasciando altre voci esaminate nel rapporto Censis, il rancore degli italiani regna sovrano: i dati sono chiari, diremmo quasi monumentali, l’ignominia è tutta riversata sulla politica e i suoi rappresentanti. Un 84% di rancorosi boccia la casta senza pietà, il 78%, il Governo centrale, il 76%, il Parlamento, il 70, le istituzioni e amministrazioni locali. Il rancore senza eguali investe pure la moneta unica, “rea”, d’averci esasperato, spremuti e resi più poveri.

Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

Trump, metti un negazionista alla Casa Bianca (scrivendo sui cambiamenti climatici…).

Liliana Adamo da Altrenotizie

Come un sociopatico al cospetto d’atti violenti sia capace perfino a provare dei sentimenti, così Michael Slezak (columnist di The Guardian, fra più preparati e agguerriti sulle tematiche ambientali), è riuscito quanto basta ad avere reazioni emotive dinanzi al pericolo soverchiante dei cambiamenti climatici. Dopo cinque anni ad acquisire conoscenze scientifiche in base a un fenomeno complesso dagli esiti tuttora imprevedibili, il suo distacco professionale si è finalmente trasformato in panico.

A smuovere le acque sono stati tre casi o fattori paralleli: il primo, l’ampiezza delle sciagure provocate dal clima enumerate nell’arco del 2016; il secondo, legato a un’imminente paternità; il terzo fattore, che ha liberato in lui una siffatta e definitiva risposta emotiva, si è concretato nel momento in cui Donald Trump ha assunto l’incarico presidenziale alla Casa Bianca. Un panico allo stato puro, il terrore che da ultimo, per un giornalista serio ed esperto, sgretola quel muro d’oggettività  davanti a un disastro incombente.

Si chiede, Michael Slezak, se il resto della collettività prova la medesima reazione viscerale in un mondo ormai imprigionato dal CO2, mentre pone l’attenzione sul nuovo studio circa il permafrost, il rilascio del metano in atmosfera, la temuta scissione dell’Artico; non basta l’impatto sociale ed economico, non basta la tecnologia, né le riconversioni finanziarie per un pianeta in rotta di collisione con la catastrofe.

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Se lo chiede, Michael Slezak, nel frattempo che, quel Donald Trump, sintetizza la sua prossima linea politica con un semplice tweet: “Bisogna smetterla con questa costosissima cagata del riscaldamento globale. Il nostro pianeta sta congelandosi, temperature basse record, con i nostri scienziati del riscaldamento globale intrappolati nel ghiaccio”.

Per un negazionista d’eccellenza, con competenze scientifiche e culturali equiparabili a quelle “di un bambino di quinta elementare” (opinione dei luminari in campo climatico e del sito fact-checking ClimateFeedback), il repertorio sul global warming si traduce in scherno e burla, così da beccarsi la risata dell’americano medio inebetito dagli sketch televisivi: “Fa davvero freddo fuori, dicono sia una grande gelata arrivata settimane prima del normale. Ragazzi, potremmo usare una bella, grossa dose di riscaldamento globale!”.

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Sui cambiamenti climatici e su molto altro, il neo presidente degli Stati Uniti gira al contrario, il mondo intero va in una direzione, Donald Trump inciampa nell’altra. Rivendica la “bufala” del surriscaldamento del pianeta come manovra della Cina ad accelerare il sorpasso economico, non considerando, per esempio, come per la maggior parte degli americani e la maggior parte degli abitanti del globo, la vita quotidiana appare sempre più dominata sull’onda di un clima “estremo”. Nel 2016, terzo anno consecutivo, si è superata la temperatura record precedente, in pratica, nell’anno più caldo mai registrato in questo secolo, vaste aree del pianeta sono state distrutte dalla siccità e altre, distrutte da precipitazioni mai viste a memoria d’uomo.

Il neo presidente è privo di perspicacia: la stessa Cina procede spedita verso la de-carbonizzazione con costi in netta concorrenza rispetto a quelli dei combustibili fossili. Un affare conveniente, tutto sommato. Perfino l’India ha piani ambiziosi per le energie rinnovabili. Studiosi d’economia politica precisano che se Trump vuole ridare prestigio all’America, il modo migliore è creare posti di lavoro ben pagati nell’ambito d’energie e tecnologie del futuro, altro che “protezionismo” e ritorno a risorse fossili ormai allo stremo.

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Barack Obama aveva fatto molto per riabilitare l’approccio post-illuminista alla scienza del clima, ponendo il surriscaldamento globale al pari di “minaccia immediata alla sicurezza nazionale”. Ha sostenuto, anche con aiuti finanziari, la spinta all’economia “verde” e gli accordi all’ultimo summit di Parigi per limitare le emissioni di gas serra.

Mr. Trump giura solennemente di rimangiarsi tutto, soldi e intese.

Il miliardario neo presidente, è deciso a mantenere le promesse elettorali, tutte a discapito del clima: smantellare l’EPA, già esausta Agenzia Americana per l’Ambiente, consentire trivellazioni petrolifere sulla costa atlantica, ripristinare il famigerato progetto del Keystone XL, mega oleodotto destinato a tagliare in due l’America del Nord, rigettare l’adesione sull’accordo di Parigi, come, appunto, fin qui detto.

 

Sioux: ultima battaglia a Standing Rock.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Forse non entrerà nel western d’autore, ma l’eco della ribellione l’ha resa celebre quanto quella conclusasi nel Little Big Horne. L’ultima battaglia dei Sioux si svolge lungo una grande autostrada che taglia monti, vallate e boschi, l’Highway 20. La Riserva Indiana si estende per oltre novemila chilometri, in un territorio stretto fra due confini, nord e sud Dakota, abbraccia territori che vanno da Hunkpapa Lakota a Dakota Yanktonai, incluse le contee di Sioux, Corson, Dewey, Zieback.

Questo il teatro dell’ultima, pacifica, estenuante lotta dei Sioux contro le multinazionali estrattive e il governo centrale degli Stati Uniti, a oggi fin dall’aprile scorso. Si battono per una terra legittimata dai loro antenati che lì sono sepolti, nei cimiteri sacri dello Standing Rock Sioux Tribe, per scongiurare dall’inquinamento le falde acquifere e il letto del Missouri.

Sì, perché la questione che sembrerebbe ormai conclusa e a fin di bene, in realtà pare soltanto prorogata, in attesa del verdetto finale che spetterebbe al nuovo presidente eletto, Donald Trump. Il quale fa sapere che sulla realizzazione della pipeline Dakota Access e sull’investimento pari a 3,3 miliardi di euro (promotrice la società texana EnergyTransfer Partners), ci sarà una risoluzione almeno, “proporzionata ed equa”, rigettando, di fatto, la scelta dell’amministrazione Obama a negare il via libera al progetto.

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A rivendicare il diritto di prelazione sulle terre e le risorse naturali difese strenuamente da mesi, non c’è pace quindi, per Wakpala, Little Eagle, Bullhead, Istrice, Kenel, McIntosh, Morristown, Selfridge, Solen, le comunità indiane di Fort Yates, Cannon Ball e McLaughlin, insieme con altre più piccole che vivono all’interno della Riserva lungo il confine fra i due stati. Come per i loro sostenitori, ambientalisti e personaggi dello show business, l’immancabile Di Caprio, Susan Sarandon, l’attrice Shailene Woodley, che ha subito un arresto in diretta televisiva, il cantautore canadese, Neil Young, perfino i veterani del Vietnam, schierati nelle loro vecchie divise.

Assiepati nei loro campi intorno alle Rocce Sacre, sbarrando la strada alle ruspe, in sella ai cavalli o a piedi, donne, uomini e bambini, giorno e notte sottoposti a rigide temperature di un inverno che incalza, a un’arbitraria, dura repressione che non guarda in faccia nessuno, hanno intensificato le loro azioni anche dopo l’applicazione della legge sull’ordine pubblico che aveva l’obiettivo a disperderli in un’area poco lontana dalla Riserva, di proprietà della società finanziatrice.  In quel frangente sono state arrestate 142 persone, a monte delle oltre 400 fermate finora. Le polemiche si sono incentrate sulla brutalità della polizia locale; manifestanti inermi respinti a colpi d’arma con proiettili di plastica, spray al peperoncino, getti d’acqua gelida, inseguimenti con cani. Alle persone arrestate, stipate in celle sovraffollate, marcate con dei numeri, costrette a dormire sul cemento, è stata negata ogni forma d’assistenza medica.

“Un trattamento inumano e degradante”. La voce arriva dalle Nazioni Unite: é quella del relatore speciale Maina Kiai, keniano, avvocato di fama internazionale, impegnato nella difesa dei diritti umani, che ha rimarcato sull’uso di forza oltre il limite consentito contro i Nativi americani che protestano pacificamente per un piano invasivo che potrebbe contaminare le acque del fiume Missouri e del lago Oahe, fonti di sostenibilità e sopravvivenza per l’intera popolazione Sioux.

18“Non siamo contrari all’indipendenza energetica e allo sviluppo economico di tutto il Paese, ma dovete considerare queste decisioni anche in base alle esigenze, ai valori dei popoli indigeni”. Dave Archambault, è il portavoce dei protester e Presidente delle tribù; il suo appello è stato accolto dalle Nazioni Unite che premono presso le autorità politiche per “fare ciò che è giusto”: 1885 chilometri della pipeline condurrebbero mezzo milione di barili dai depositi bituminosi dal North Dakota a un’infrastruttura in Illinois, poi, fino al Golfo del Messico.

Il progetto Dakota Access stravolgerebbe quindi, l’assetto delle terre care ai Sioux, con forti ricadute sull’impatto ambientale. L’Energy Tranfer Partners continua a sostenere che oltre al petrolio l’oleodotto pomperà milioni di dollari nell’economia locale creando nuovi posti di lavoro. Così, agenzie statali e federali si trovano d’accordo sulla realizzazione, come gli agricoltori e allevatori della zona, lautamente prezzolati per lasciare campo libero. Tranne una minoranza nello Iowa, uno dei quattro stati interessati, che si è appellata ai tribunali accusando la società e dichiarandosi contraria alla concessione dei territori, all’esproprio a suon di dollari.

Gli Indiani Sioux contestano fortemente il Dakota Access perché questo rappresenta la più grave minaccia per ciò che rimane della loro cultura. L’oleodotto attraverserà le terre ancestrali, anche quelle che non appartengono di diritto alla Riserva, dove i loro avi vivevano in armonia con la Grande Natura dell’America del Nord, dove cacciavano, pescavano e dove sono stati sepolti. E’ un nuovo affronto a una storia già segnata da negazione e annientamento.

Nelle parole di Maina Kiai la chiave d’interpretazione dei sentimenti Sioux: “Cercano soltanto di proteggere una terra considerata sacra…”.

Lo stop al progetto sarebbe avvenuto due giorni fa con la bocciatura dell’Us Army Corps of Engineers, che invitava, appunto, la società appaltatrice a trovare un percorso alternativo, ma mentre si tira un respiro di sollievo, ecco che l’amministrazione Trump rimette tutto in discussione con un laconico: “Deciderà il presidente”.