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Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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The David Sheldrick Wildlife Trust: Humpty e altre storie.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un’operazione che, nelle sue fasi salienti, dura quarantacinque minuti: il salvataggio di un piccolo ippopotamo intrappolato in uno stagno fangoso gremito di pesci gatto, nel bel mezzo della savana nei pressi di Kiunga, sulla costa nord del Kenya, tra l’antico porto di Lamu e il confine con la Somalia.

Dibattendosi nel limo, il cucciolo era tenuto sotto osservazione d’alcuni giorni per accertarsi che fosse, appunto, un orfano. Quando ormai era evidente che senza alcun intervento sarebbe morto, ecco che il Centro recupero wildlife fa scattare la sua task force.

E’ un fresco mattino del 23 dicembre scorso: un Cessna che si trova nei paraggi (a bordo Andrew Francombe e Fuzz Dyer), si alza in volo atterrando in una zona pressoché inaccessibile; anche il DSWT Rescue Team, composto di due esperti, vola da Nairobi fino a Kiunga e grazie al “ponte” del primo aeromobile, raggiunge il gruppo di soccorritori.

Il recupero avviene nel modo consueto, un tiratore che “spara” tranquillante e una rete per bloccare il malcapitato, anche se la “cattura” si trasforma in un impegno gravoso con l’agitazione dell’animale che respira a fatica non riuscendo ad affiorare dalla densa poltiglia nera.

Finalmente spinto fuori e fatto rotolare su una barella di tela, il piccolo è fasciato in una coperta e delicatamente umettato, ma per giungere a destinazione c’è bisogno d’imbracarlo sui pattini del velivolo durante i dieci minuti di trasbordo dalla foresta all’aeroporto di Kiunga. Qui, è nuovamente preparato alla tappa successiva fino a Kaluku, ai confini dello Tsavo, dove lo attende con trepidazione l’intero staff del David Sheldrick Wildlife Trust.

Il nuovo arrivato, inizialmente considerato di sesso maschile e battezzato col nome di “Humphrey”, è affidato alle cure di un neo “mamma”, vale a dire Frans, direttore per le operazioni di campo che nel corso del tempo ha ricoperto svariati ruoli. Tuttavia, assumersi in carica un cucciolo d’ippopotamo resta indiscutibilmente un nuovo territorio, una sfida che Frans è pronto a intraprendere!

Sollecitamente srotolato e liberato della sua coperta umida, scrostata la patina di fango, il piccolo appare ustionato e disidratato, malgrado ciò, le cure per stabilizzarlo ottengono gli esiti sperati. Per Frans si prepara una lunga notte, assistendo un cucciolo impaurito sotto una doccia in continua esecuzione per mantenerlo impregnato a una temperatura costante. Il giorno successivo i guardiani predispongono anche una scuderia “personalizzata” con tanto di “piscina” (una buca d’acqua, dove potrà facilmente rinfrescarsi).

“Humphrey” che intanto è diventata “Humpty” (non essendo un “lui” ma una “lei”), mostra segni di totale attaccamento al suo custode: lo segue ovunque docile e fiduciosa; le sue condizioni migliorano visibilmente, rivelando altresì una propensione di dolcezza e familiarità per l’intero nucleo umano e animale di Kalaku, senza esclusioni. Humpty si trasforma in mascotte del DSWT. La sua storia varca i confini del Kenya, è una storia toccante ed emblematica sul recupero del wildlife in Africa, un continente alle prese con nuove minacce globali quali cambiamenti climatici e siccità, scomparsa della fauna selvatica, mentre si moltiplicano cacciatori di trofei senza scrupoli e bracconieri armati di AK74.

Il mondo intero si commuove per il cucciolo d’ippopotamo strappato al fango e della sua lotta per la vita.

“Lei ha illuminato le nostre vite e sembra così ingiusto che il destino debba privare Humpty di un futuro. Questa perdita improvvisa ci lascia devastati; con suoi modi incantati e unici Humpty ha commosso migliaia di persone, non soltanto chi è stato coinvolto nel suo salvataggio e nelle cure… Il conforto che traiamo è sapere che la sua breve vita non avrebbe potuto essere più felice, che la sua presenza lascerà un ricordo indelebile nel nostro orfanatrofio di Kaluku…”.

Angela Sheldrick (Ceo del DSWT).

Humpty non rappresenta la sola creatura – simbolo del Trust: femmine d’elefanti e rinoceronti se non vittime della selezione naturale, finiscono sotto i colpi del bracconaggio, i piccoli, privi di protezione se non accettati o “adottati” dal branco, non hanno alcuna aspettativa di sopravvivenza. L’intervento delle unità mobili e l’organizzazione interna di questi meravigliosi volontari, convoglia gli orfani in ciò che diventerà un amorevole percorso di “svezzamento” fino al reintegro negli habitat originari. Quest’ultima fase avviene progressivamente, secondo gli studi e conoscenze sul comportamento in cattività portati avanti dal compianto David Sheldrick, pioneristico “Wilderness Guardian” allo Tsavo e da sua moglie, Daphne.

Tra nuovi amici, piscina personalizzata e la stanza da letto di Frans (dove lei reclama di dormire), in un variegato status di socialità e protezione, Humpty riscopre quindi la gioia di vivere in attesa del ritorno “a casa”. Una restituzione che madre natura attenderà invano: infatti, nella notte del 7 maggio scorso, dopo un’ordinaria giornata con bagnetto serale, la piccola d’ippopotamo muore inaspettatamente. Non basta il pronto intervento veterinario del Kenya Wildlife Service e del Dott. Poghon, né i tentativi disperati per l’intero team di soccorso medico; Humpty se ne va senza una ragione plausibile, né un segnale apparente di disagio.

GLI OSPITI DELL’ ORFANOTROFIO

Nell’ orfanotrofio Sheldrick sono ospitati piccoli di rinoceronti, bufali, facoceri, zebre, svariate specie d’antilopi autoctone: impala, cudù, eland, cefalofi azzurri, dikdik madoqua. Persino due giovani struzzi, Pea e Pod, sono diventati parte integrante dell’Unità Nursery. Pare sia nata un’incantevole amicizia fra gli allampanati pennuti e gli elefantini. A loro si è unito Kiko, un cucciolo di giraffa; sembra anche che questo strampalato gruppo non riesca mai a separarsi, avvalorando la tesi che dal comportamento animale molta umanità potrebbe trarre insegnamento se non altro su paludati concetti di convivenza e integrazione.

C’è l’elefantino Mteto di dieci mesi appena, rinvenuto nei pressi del villaggio Masai di Mtito Andei, accanto alla carcassa della madre cui sono state asportate le zanne per l’avorio. Difficile restare controllati ed efficaci in situazioni di tale sofferenza, come racconta Angela Sheldrick: “Dinanzi a scene simili non si può fare a meno di riflettere su ciò che deve aver provato nei giorni e nelle notti precedenti al suo recupero, da solo e vulnerabile, accanto al corpo straziato della madre. Quando le squadre arrivano sul posto, trovano questi cuccioli atterriti e potenzialmente aggressivi. Ma gli elefanti sono creature straordinariamente intelligenti, basta davvero poco perché si acquietino, intuiscano in qualche modo che siamo lì per aiutarli…”.

C’è Eleonor, la matriarca, fra le prime a essere portata in salvo (a oggi, più di 400 elefanti hanno sostato nell’orfanotrofio), con la quale Daphne Sheldrik stabilisce un feedback intensamente viscerale ed empatico: “Sono gli animali che più si avvicinano a quelle che noi definiamo caratteristiche umane, racchiusi in un’aura che ci raggiunge in modo misterioso e trascendente…”.

Infine c’è Olmeg. Profondamente sensibile e passibile dell’ammirazione altrui, “un personaggio complesso”, spiega Angela Sheldrick, essendo il più robusto e il più “vecchio” fra gli elefanti, Olmeg ha incondizionata adorazione dagli orfani più giovani e inesperti. Può apparire come un’esagerazione, ma le comunità di questi proboscidati seguono regole molto articolate: non è raro osservare il modo in cui i piccoli elefanti maschi stabiliscano un rango e un “eroe – culto” fra gli anziani. Olmeg è una sorta di “boss” della Nursery, capo prescelto all’unanimità.

Sarà l’autopsia a svelare che nulla avrebbe potuto salvarla: il suo intestino appare completamente contorto e il perché avvenga questa complicazione rimane, purtroppo, un mistero. Imputabile, forse, la vegetazione abbondante, ricca di minerali che si sviluppa a seguito di copiose piogge torrenziali; non è mai del tutto chiaro il motivo di un imprevisto fatale che può colpire gli animali in tenera età.

Tracce della sua presenza sono le impronte tra la scuderia e la pozza d’acqua. Stringono il cuore di Frans e dell’intero personale che presta la sua opera nel DSWT. Humpty, lascia un vuoto enorme, un ricordo dolce e straziante, eppure il lavoro appassionato di un precursore della conservazione come David Sheldrick, l’orfanotrofio e il team no profit creati in sua memoria da sua moglie Daphne, hanno reso lo Tsavo East famoso nel mondo per il programma di riabilitazione destinato alla fauna selvatica.

LE ANALOGIE TRA UOMO ED ELEFANTE

Singolari alcune similitudini tra elefanti e uomo. La durata della vita, per esempio (un cucciolo arriva alla maturità a vent’anni circa), la sensibilità nei confronti della famiglia e la comunità, il senso della morte. Gli elefanti mostrano molte delle nostre emozioni peculiari, possono essere allegri, tristi, demoralizzati. Esprimono invidie, gelosie, capricci, sviluppano un feroce senso di competitività, oppure farsi collaborativi. Si addolorano per la perdita dei propri cari, versano lacrime, soffrono, si deprimono. Hanno il senso della compassione nei confronti dei propri simili e di altre specie. Si aiutano l’un l’altro nelle avversità “E se li conosci molto bene, ti accorgi di quanto siano capaci di sorridere, divertirsi, essere felici”.

I tratti che non si ravvisano nelle limitate capacità umane, sono gli infrasuoni a lungo raggio (gli elefanti adottano eccezionali “strategie comunicative” a noi oscure), udito sofisticato (riescono a percepire anche un rumore di passi in lontananza) e ovviamente, una memoria che supera notevolmente la nostra, ampliandosi per l’intero arco della loro vita.

Moltissimi esemplari sono stati reintegrati con successo, sebbene cresciuti in ambienti forse non rispondenti alle loro attitudini. All’attività di recupero si affianca una preziosissima mole d’informazioni per gestazione, tassi di crescita, preferenze alimentari, malattie, struttura sociale, evoluzione in habitat ordinari o permanenza in cattività. Per i piccoli degli elefanti, Daphne Sheldrick ha sperimentato (con risultati ottimali), una particolare composizione del latte che permette l’aumento del peso, la crescita e la sopravvivenza. Si è studiato a fondo il rapporto che si stabilisce fra due razze diverse, quella umana con gli animali, ciò ha dato fiducia gli uni negli altri.

A un centinaio di visitatori in orari prestabiliti, il DSWT offre la possibilità e il piacere d’osservare i cuccioli e interagire con loro.

Resta un fattore importante, che questo immane compito insieme al rapporto tra uomo e natura selvaggia, non si interrompa, ma continui a rafforzarsi su basi concrete: reprimere a livello internazionale la piaga del bracconaggio applicando normative ad hoc, prefiggersi una cultura rivoluzionaria che rigetti le disparità fra diverse specie viventi, nel rispetto degli animali e dei loro habitat.

A special thanks to The David Sheldrick Wildlife Trust staff of Nairobi (Kenya) and to Miss Angela Sheldrick,  DSWT Ceo.

Clima: nell’occhio del ciclone.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Qualora non fosse sufficiente un’estate equatoriale, se non bastassero le impennate di piogge torrenziali, le improvvise temperature in picchiata, potremmo definirlo un “clima sotto attacco”? Un accanimento dovuto soprattutto a una sistematica censura per ciò che concerne il dibattito sul surriscaldamento globale ed è curioso costatare che buona parte d’opinione pubblica “beneducata” o “maneggiata” che dir si voglia, sia persuasa alla lettera sugli orientamenti dell’amministrazione Trump. Un diffuso (quanto pleonastico) negazionismo di ritorno sembra aver operato con puntuale efficacia secondo le nuove direttive del governo americano.

Sarà sufficiente scrutare l’orizzonte per accorgersi che la pubblicità potrebbe non funzionare: la realtà dei fatti è molto più drammatica rispetto alla propaganda edulcorata che Donald Trump rifila al mondo intero con analfabetismo opportunistico. Semmai l’amministrazione americana ci induca a ritenere il cambiamento climatico alla stregua di una truffa, negli Stati Uniti (e altrove), si annovera l’estate più rovente mai censita finora, costellata da una lunga serie di disastri climatici.

E a guardare i notiziari serali su ABC, CBS, NBC, sull’ultra conservatrice Fox News, si scopre che c’è una “copertura combinata” per un totale di cinquanta minuti per tutte le reti, cinquanta minuti complessivi dedicati all’uragano Harvey. In pratica, è ciò che un articolo di George Monbiot, (columnist di The Guardian), espone come “la questione centrale che definirà le nostre vite, cancellata dai notiziari e dalla mente del pubblico”.

Dunque, “l’attacco al clima” è un atto politicamente edotto; non si tratta esclusivamente d’autocensura dei media, i quali si sa, hanno un particolare istinto a sminuire i problemi reali e ingigantire quelli di contorno. Il punto è, come giustamente asserisce Monbiot, di mettere in discussione non solo la politica di Trump, non solo l’attuale politica ambientale, non solo le strutture economiche sovranazionali e il post capitalismo o liberismo, ma l’intero sistema politico/economico/concettuale che abbiamo fin qui conosciuto.

O saremo noi a invertire la rotta o sarà la disgregazione climatica a farlo. Rendiamoci conto che il nostro organismo sociale globale, così “vecchio” e figlio di una cultura obsoleta, sta rischiando d’implodere in modo irreversibile: “Un sistema destinato, se non sostituito, a distruggere tutto”.

E allora il programma politico qual è? Preservare il presente, barcamenandosi tra “rappezzi” qua e là e sequestrare il futuro alle prossime generazioni; un programma che richiede una crescita perpetua su un pianeta finito, mentre la vita d’ognuno è dominata da un sistema non più sostenibile, che ha depauperato tutte le risorse reperibili.

Affermare che non esiste correlazione tra la concomitanza di ben quattro uragani dalla potenza distruttiva e cambiamenti climatici, è una plateale immaturità politica e di rimando, mediatica; pura e semplice manipolazione per l’oggettività scientifica dell’evento in sé. L’insieme di calamità legate al meteo è influenzato da un unico fattore: che le temperature siano aumentate di circa 4° e in maggiore percentuale e che il riscaldamento globale sia dovuto alle attività umane.

Harvey, Irma, Jose, Katia, si sono abbattuti sulle coste dal Texas, a Cuba, da Haiti alla Florida, su gran parte delle isole caraibiche (distruggendole completamente), dal Golfo del Messico fino allo lambire (con relativo stato d’allerta) South Carolina, Alabama, Virginia.  Dietro di loro, una lunga scia di lutti e danni incalcolabili, che richiederanno anni d’investimenti e sacrifici. Irma, “l’uragano nucleare” sarà ricordato come il più potente mai formatosi in oceano Atlantico; questo avviene dodici anni dopo la devastazione a causa di Katrina.

In media, tra il 1981 e il 2010 si sono verificati dodici tornado e sei uragani. Secondo il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), quest’anno il numero sarà certamente superiore. Perché? Per le condizioni idonee alla formazione di grandi eventi atmosferici e a temperature oceaniche molto più elevate rispetto a qualche anno fa.

Ci sono poi elementi geotermici: forti monsoni dall’Africa Occidentale arrivati al Mar dei Caraibi e in parte, sull’oceano Atlantico tropicale, con la premessa che proprio quest’ultimo, possiede “un consistente potenziale termico”. In altre parole, dal mare evapora acqua che va a concentrarsi nella sovrastante atmosfera in una condizione che favorisce la formazione d’uragani; più intenso è il suo valore, maggiore sarà l’impatto con la terraferma.

Come deterrente alla stabilità meteorologica, c’è un’altra questione: la scomparsa di El Niño, la corrente del golfo che con i suoi venti freschi, indebolisce notevolmente la formazione degli uragani. Su un dato, molti climatologi concordano, non ci sono prove certe strettamente correlate all’aumento delle temperature terrestri, circa il numero crescente degli eventi, ma sulla loro intensità, sì. E questa sarà sempre più rilevante.

In conclusione, l’impatto sulle città costiere d’eventi meteorologici estremi come tempeste tropicali e uragani, è aggravato dal surriscaldamento globale attraverso due fattori. Il primo, imputa i livelli degli oceani sempre più innalzati per l’espansione termica, il secondo, include le stesse temperature del mare aumentate esponenzialmente negli ultimi anni (l’aria calda trattiene più acqua rispetto a quella più fredda).

Dove sono venuti fuori quattro uragani concomitanti? Prima di raggiungere il Golfo del Messico, Harvey era classificato in tempesta tropicale, tutto nella norma quindi, visto il periodo e le aree interessate; solo che spostandosi in quella vasta superficie di mare, ha trovato temperature molto più alte della media, incamerando tal energia da essere classificato al grado cinque, il più alto con potenziale di pericolosità.

Una massa compatta talmente estesa da “frammentarsi” in più cicloni; se non bastasse, ci sarebbe stato un cedimento approssimandosi alla costa, dove si manifesta quel fenomeno chiamato storm surge, quando gli uragani, scivolano in mare, portando in superficie acque più fresche, ingrossandole e disperdendole sulla terraferma, ma ciò che ha incontrato Harvey anche in prossimità delle coste, erano acque surriscaldate.

Da qui si evince il collegamento in modo chiaro e importante tra l’intensità di questi fenomeni e i cambiamenti climatici in corso. Negarli, oltre che irresponsabile, è criminale.

BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

L’ambasciatrice degli squali.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Sulla scia dei signori del mare. Il viaggio di Daquwaka, il dio-pescecane, prosegue fino a Bahamas… con Cristina Zenato, e il linguaggio della natura.

Una vita che è un’avventura. Cristina Zenato nasce in Italia, cresce in Africa, si trasferisce a Bahamas nel 1994. Lì comincia a lavorare come istruttrice d’immersioni, giungendo a una molteplice vita professionale, che va dall’interesse per gli squali alla perlustrazione delle grotte subacquee (ottenendo risultati ritenuti impossibili; per esempio, è lei la prima persona al mondo ad aver messo in comunicazione una grotta terrestre a una marina). Il lavoro di Cristina Zenato è complesso, la “mission”, peculiare: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, si punta sistematicamente alla protezione del mare e delle creature che lo abitano con metodi legati a pratica, conoscenza ed esperienza diretta.

E’ una scelta di campo ben precisa, arrivano anche i riconoscimenti internazionali che premiano una passione per lo meno insolita, per una donna. Un lungo, paziente impegno fatto d’acquisizioni quotidiane e immersioni che si trasforma in un diario di comportamento degli animali, scoprendo la vera natura degli squali. Un diario, uno studio particolareggiato e meticoloso che diventa ben presto parte attiva per tutti quei movimenti e associazioni che puntano a un’immagine realistica di questi predatori e alla loro tutela.

Per lei, che si auto-definisce “ambasciatrice degli squali”, gli appellativi ormai non si contano; ma Cristina Zenato resta una donna forte ed entusiasta, una professionista impegnata in primo piano e su molti livelli. Le sue indiscutibili credenziali la presentano a tutto tondo: PADI Course Director, sostenitrice dell’Our World Underwater Scholarship Society, creatrice di un programma locale educativo per giovani Bahamensi, membro d’eccellenza del Women Diver Hall of Fame, Explorers Club, Ocean Artists Society, ecc.

Per capire il mondo segreto degli squali, l’abbiamo incontrata e questa è la sua lettura:

 Ci spieghi chi è Cristina Zenato e com’è nata la tua passione?

Cristina Zenato: Sono cresciuta con il mare e la voglia di esserne sempre a contatto, il sogno d’avere degli squali per amici e il desiderio di non dover mai uscire dall’acqua. Ho sempre seguito e cercato di realizzare i miei sogni anche quando sono costati dei sacrifici. Ho imparato a usare la parola “impossibile” con il più grande dei riguardi e cautela. Mi sento cittadina del mondo con un pezzo di cuore per la “mia Africa”, per l’Italia e tanto per Bahamas, il mio mondo e la mia casa negli ultimi ventidue anni. E’ vero…parlo cinque lingue, anche se alcuni dicono sei, comprendendo il linguaggio degli squali che io preferisco chiamarlo, il linguaggio della natura.

Vivo senza televisione ma possiedo più di mille libri. Mi piace leggere, scrivere, praticare yoga, stare all’aria aperta. Anche se sono una professionista subacquea da ventidue anni, un’ambasciatrice degli squali, esperta nel lavoro diretto con questi animali, un PADI Course Director, istruttrice d’immersioni a livello tecnico e appassionata esploratrice di grotte, non ho mai smesso d’imparare. Credo profondamente nel potere dell’educazione per migliorare il nostro rapporto col mondo e la natura. Alle Bahamas ho sviluppato un programma senza scopo di lucro per educare i Bahamensi nel mondo sub, un programma che ha permesso di creare numerosi professionisti subacquei. Credo nel potere delle persone. La passione per gli squali è nata grazie a una famiglia che viene dal mare e che mi ha sempre riportata al mare, insegnando che tutte le creature, belle, brutte, che ci spaventano o che affascinano, sono necessarie per un equilibrio di cui non abbiamo benché una minima idea di delicatezza. La passione per gli squali viene dal fatto che sono creature forti, perfette eppure molto vulnerabili.

Secondo te, quanto è importante conoscere e interagire con questi splendidi animali per garantirne l’incolumità e la sopravvivenza nei nostri mari?

Cristina Zenato: “Con l’ignoranza si bruciano le streghe al rogo”, è una frase, credo, pienamente veritiera. La differenza tra il sentito dire e la vera esperienza, può essere in alcuni casi, la differenza tra la vita e la morte del soggetto in questione.  Gli squali soffrono di una pubblicità negativa alimentata da storie, leggende, idee e sentito dire. L’esperienza diretta, essere in grado di stare in acqua con loro, vedere altre persone che nuotano e interagiscono con loro, può aiutare a separare i miti dalla realtà, la verità dalle leggende, per entrare nel mondo reale degli squali.

EDDY RAPHAEL
Eddy Raphael; Digital Seaweed

Ho sentito dire da un operatore subacqueo che i tigre, hanno un temperamento molto incline alla tolleranza (in realtà, lui parlava di “dolcezza”), con le persone che li avvicinano. Tu credi che ci sia una diversificazione sul “carattere” d’ogni squalo? Ciascuno dei “tuoi” squali ha un differente approccio con te? 

Cristina Zenato: Ogni squalo, come ogni animale ed essere umano, ha una personalità. Alcuni sono curiosi, altri molto diffidenti, alcuni imparano velocemente, altri lentamente. I miei, sono differenti l’uno dall’altro ed anche in questa definizione, essi cambiano di giorno in giorno per diversi fattori che li influenzano. Dal tempo, per esempio, alla temperatura dell’acqua o anche se qualcuno ha cercato di fare loro del male, oppure no. Intuisco se qualcuno ha pescato intorno alla zona dove, di solito, si concentrano (anche se proibito), perché li trovo molto irrequieti, quasi distratti, contrariamente, possono essere molto più tranquilli e rilassati, sì…gli squali hanno personalità e attitudine.

In che misura può definirsi “pericoloso” imbattersi con uno squalo di grosse dimensioni? Come comportarsi? Soprattutto, cosa evitare di fare?

Cristina Zenato: Una domanda che mi giunge spesso cui rispondo con mille altre domande. Che tipo di squalo? Dove siete? Quali acque? Che cosa state facendo? Apnea? Sub? Pesca subacquea? Avete attirato lo squalo o vi siete incrociati per caso? Ci sono oltre 500 specie di squali e diverse hanno enormi dimensioni. Alcune mangiano plancton (il più grande pesce del mare è lo squalo balena, un filtratore di plancton). E’ una domanda senza risposta, sicuramente un’idea sarebbe di conoscere in parte che tipo di squali è facile incontrare in un certo habitat, se è un luogo adatto per lo snorkeling o subacquea o nuotare. Il tutto torna alla conoscenza degli animali e del loro ambiente; abbiamo necessità a smettere di credere che il mondo ci appartenga e che, esclusivamente per noi, dobbiamo creare un mare “sicuro”. Siamo debitori verso il mare, quindi, cominciare a capire come funzionano gli squali in determinate situazioni e ambienti, è il primo passo per adattarsi a loro e non l’opposto.

Ci sono episodi o imprevisti accorsi durante la tua lunga frequentazione con gli squali di Bahamas?

Cristina Zenato: La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno). Contrariamente a un mito molto diffuso, solo pochissime specie di squali continuano a nuotare per ventilare; la maggior parte ha un secondo sistema chiamato pompaggio buccale (delle guance). Questo permette di muovere l’acqua attraverso i tagli branchiali, grazie a un movimento della mandibola. Quel movimento è fra le sensazioni più belle da provare, insieme al corpo dello squalo che lentamente, gentilmente si abbandona al tocco e diventa sempre più pesante…Ogni volta è un’esperienza unica, un privilegio, un dono speciale che mai cambierà anche dopo migliaia di volte che mi è successo.

Per esperienza: peggiore allievo, è chi, per la prima volta, si cimenta nello shark diving o l’ignaro squalo? Come avvengono le tue lezioni?

Cristina Zenato: Chi si cimenta senza conoscenza, senza capire gli squali, magari, senza voler imparare da coloro che ci sono passati prima, non per trovarsi fermo allo stesso livello, ma evitare i medesimi errori, per accedere a una piattaforma di lancio più alta di chi ha cominciato prima. Povero squalo ignaro, in fin dei conti, ci rimette sempre lui…

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La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno)…

Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano. Il perché sia venuto qui, cosa vuole scoprire, conoscere o assimilare, cosa invece, trova difficile, quali siano le paure o ciò che la renderebbero felice. Da qui, usando schemi e metodologie per immergersi e soprattutto tramite “il mio corso”, a “immergersi” sul serio in mezzo agli squali, costruisco un’esperienza specifica per quella persona. Si comincia con la preparazione e azioni che tutti sono obbligati a svolgere. Osservando le reazioni, sono in grado di guidare la persona verso il rilassamento, a essere più confidente, o meno dominante. Compio degli esempi, faccio ripetere e poi incoraggio. In superficie, rivisito ogni immersione, azione e reazione, descrivo cosa fare, dove e come concentrarsi. E’ un lavoro unico, che mi permette non solo di rivelare gli squali alle persone, ma di far scoprire un’identità sconosciuta perfino a se stessi. E’ un lavoro che, attraverso gli anni, mi ha garantito incredibili amicizie anche con chi una volta, è stato un mio studente.

Sei d’accordo con le immersioni in gabbia, alla presenza di grandi squali bianchi?

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Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano…

Cristina Zenato: Sì, in genere sono d’accordo. E’ anche possibile nuotare e fare immersioni con squali bianchi senza l’ausilio della gabbia, ma c’è una difformità che va evidenziata tra la circostanza di una due o più persone che, effettivamente possono definirsi sub super esperti, sapendo dunque come muoversi, interagire e commercializzare l’esperienza in acqua senza protezione e chi, invece, si avventura per puro sensazionalismo, privo d’esperienza e cautela. Spero, che fra dieci anni possano dirmi che mi sbagliavo, nel senso che chiunque possa fare immersioni con squali bianchi, senza dover entrare in una gabbia. Al momento, è giusto dire che l’unico livello commerciale per avvicinare uno squalo bianco è questo: la gabbia è l’unico escamotage che garantisce la quasi piena sicurezza ai sub e agli stessi animali.

Un tuo parere su come si dovrebbe condurre una campagna capillare per la sopravvivenza di questo splendido predatore.

Cristina Zenato: Credo che le campagne dovrebbero essere diverse con ruoli e voci distinte. I primi due obiettivi sarebbero di: 1) diminuire la domanda attraverso l’educazione dei consumatori, senza domanda, muore l’offerta; 2) cambiare le leggi di pesca integrando soluzioni alternative per pescatori e commercianti (la pesca a rotazione in Alaska funziona molto bene al punto che gli stessi pescatori si auto-controllano con una disciplina ferrea).

Credo nel potere delle persone, perché anche uno solo può cambiare il destino di tanti. Ci credo… l’ho visto attraverso le mie azioni, il mio lavoro e i progetti condivisi. Nel 2011 siamo riusciti ad ottenere la dichiarazione da parte del governo Bahamense circa la tutela per tutti gli squali da importo, esporto, pesca sportiva, cattura per errore, insomma, una legge completa.

Sarebbe utile realizzare campagne locali, da persone che vivono nella stessa comunità, conoscono da vicino le medesime problematiche: dare valore agli squali vivi e non da morti. Il sistema che impiego e in cui ho sempre creduto, produce concrete possibilità per i pescatori che si convincono di una nuova prospettiva, usare gli squali con criterio positivo, da vivi, invece che da morti.

Un modello è nel programma educativo che ho ideato e sviluppato, dove vivo, alle Bahamas. Dare un valore agli squali, che sarà evidente e favorevole alla sopravvivenza di un intero ecosistema. A coloro che mi chiedono idee per proteggere gli squali, suggerisco sempre di cominciare a guardare in casa nostra, porci delle domande: quali leggi sono in attivo per proteggere gli squali? Quali sono le scelte per chi dipende dalla pesca? Che programmi educativi possiamo creare? Chi possiamo persuadere? Abbiamo la facoltà a educare i consumatori a non comprare carne di squalo (sappiamo con quanti altri nomi gli squali sono venduti sul nostro mercato, che non sembrano neanche nomi di squalo?), educare i bambini, gli adulti a non collezionare denti o prendere supplementi di cartilagine, possiamo convincere chi stabilisce le leggi nel luogo dove viviamo, cui possiamo esprimere il nostro dissenso.

A questo punto, non ci resta che venire a Bahamas per un’immersione con i tuoi squali!

Cristina Zenato: Con grande piacere, vi aspetto!