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Quanti gradi di separazione? I punti deboli di Facebook.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Ho letto che ognuno di noi su questo pianeta è separato dagli altri solo da sei persone. Sei gradi di separazione tra noi e tutti gli altri su questo pianeta: il presidente degli Stati Uniti, un gondoliere veneziano, chiunque, insomma. Io lo trovo un pensiero confortante, che siamo così vicini, ma trovo anche che è un po’ una tortura cinese essere così vicini ma dover trovare sei persone giuste per il collegamento… Siamo tutti come delle porte aperte su altri mondi. Sei gradi di separazione fra noi e chiunque altro su questo pianeta”.

Il sistema formulato da Frigyes Karinty in un racconto omonimo nel 1929 sostiene un’ipotesi semiotica e sociologica, secondo la quale ogni persona al mondo può essere collegata a chiunque altra attraverso una connessione di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari. Stanley Milgram conferma tale tesi, con un famoso esperimento sociale, nel 1967, una sorta di “prova empirica” sotto forma di “teoria del mondo piccolo”. Il brano riportato in incipit è tratto dal film di Fred Schepisi, appunto “6 Gradi di Separazione”, ispirato al racconto di Karinty e agli studi di Milgram, ma noi contestualmente, ritenendoci tutti “come delle porte aperte su altri mondi interagenti”, potremo oggi definire lo strumento Internet come il miglior alleato per accedervi senza neanche scomodarsi dalla scrivania, dal letto, dalla cucina di casa propria o ovunque noi ci trovassimo, sebbene i sei gradi di separazione sembrerebbero addirittura scesi a quattro, secondo un nuovo test realizzato presso la Statale di Milano da un gruppo d’informatici in collaborazione con altri due di  Zuckerberg.

Ben oltre i confini stabiliti da Milgram, utilizzando algoritmi sviluppati in laboratorio in un esperimento su scala planetaria, i gradi di separazione su tutte le coppie d’individui del maggior social network si restringono fino a 3.74, quindi non più di quattro. Milgram si era avvalso d’un centinaio di coppie possibili, i ricercatori della Statale di Milano, di 65 miliardi, pressappoco il numero corrente “d’amicizie” su Facebook.

Nel 1993 siamo alle origini della rete. Una vignetta di Pete Steiner apparsa sul New Yorker, diventata poi tanto celebre da essere immortalata in un’intera pagina di Wikipedia, mostra un cane seduto dinanzi a un computer con un sottotitolo per lo meno lungimirante: “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”. E all’espediente del cane, si aggiunge, vent’anni dopo, il riscontro del suo proprietario – un’ulteriore didascalia aggiunge: “Ti ricordi quando su Internet nessuno sapeva chi fossi?” –  Un giornalista della BBC afferma che nell’uso smodato dei social network abbiamo “Un modo per riprogettare le nostre identità, scoprire cosa significa essere qualcun altro, diverso dal nostro io reale, ma non solo, attraverso il meccanismo dei mi piace (vedi Facebook), otteniamo riscontri istantanei (transitori, il più delle volte) per qualsiasi piccolo aggiustamento identitario ci venga in mente di fare”.

Le opinioni altrui inondano la nostra vita, come mai successo prima. Diventiamo “oggetti da quotazioni” attraverso valutazione o svalutazioni per una massa indistinta d’estranei. E lo sa bene chiunque sia stato oggetto di bullismo, quanto il giudizio pubblico, che comprenda accettazione, esaltazione, derisione o disprezzo sia esercitato in modo ampio e potente.

L’ansia generata è enorme, compresa quella da “prestazione”; il confronto incessante può suscitare sensi d’inferiorità o superiorità. Certo, una connessione generalizzata può risultare stimolante e utile, ma allo stesso modo converrebbe tenere ben presente il valore intrinseco d’ogni “utente”, non lasciandosi trascinare nel tentativo di paragonarci agli altri, estromettendo ogni suggestione da noi stessi. In altre parole, tenendo stretta un’identità, un proprio stile di vita non esclusivamente votato al “virtuale”.

Dovremo imparare a disconnetterci per un tempo relativamente lungo o quando lo riteniamo necessario, perché (come affermano le ultime ricerche), essere perennemente connessi o sotto i riflettori dei social, crea infelicità; nell’illusoria fuga dalla solitudine contemporanea, se da una parte la rete connette tra loro le persone, dall’altra, simultaneamente, disconnette le azioni nell’effetto di lunga durata, impone reazioni istantanee senza però ragionare sulle conseguenze.

L’acronimo anglosassone Fomo (Fear of missing out – paura di essere tagliati fuori), descrive l’ansietà sociale cui più o meno soffre ogni utente di Facebook, in modo anche drammatico. Preoccupandosi di ciò che pensano o fanno gli altri allontana drasticamente dalla propria vita, fa perdere il senso di sé. Esistono persone che fuori da Facebook non sanno chi sono, perdono spessore insieme a una visuale “terrena”, per così dire. Paradossalmente, si tratta di coloro che riscuotono maggior successo, in termini numerici per “amicizie” e “likes”: la conservazione del sé virtuale sembrerebbe avviata a farsi impegno a tempo pieno.

Come non scomodare Zygmunt Bauman, il compianto filosofo della modernità liquida, ultima figura di riferimento dell’attuale sociologia. Le sue analisi sul discredito della politica e la disuguaglianza che si accresce invece di diminuire, convergono nella visione inerente alla rivoluzione digitale. In una società votata all’individualismo, la questione identitaria si trasforma in qualcosa cui si è dato un obbligo, avere la tua “comunità”, ma ciò che del concetto comunitario fa il social network, è un sostituto, un rimpiazzo. S’appartiene alla rete, dove è possibile aggiungere o eliminare, controllare le persone cui siamo in qualche modo legati, non a una “comunità”. Con un dato inconfutabile da rimarcare: che comunicazione reale non è parlare con persone che la pensano come te, ma affrontare le difficoltà e il conflitto per coinvolgere due o più parti. Questo succede ogni qualvolta interagiamo con gli altri, ma in modo diretto, senza un filtro virtuale.

“I social network non insegnano il dialogo, perché è così facile evitare le polemiche… Molte persone li usano non per unire o per ampliare i propri orizzonti, ma piuttosto, per bloccarli in quelle che chiamo zone di comfort, dove l’unico suono che sentono è l’eco della propria voce, dove tutto quello che vedono sono i riflessi del proprio volto. Le reti sono molto utili, danno servizi piacevoli, però sono trappole …”.

Certo la rete è libera, vi può confluire chiunque, ma sulla comunità reale si può contare come su un vero amico, c’è affidabilità anche se è più vincolante. In rete, per uscire da qualsivoglia relazione, basta spingere il tasto delete. Però, afferma Bauman: “Pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra l’abbracciare qualcuno e pokarlo, ci sia differenza”.

In sostanza, Facebook e gli altri social network hanno stretto un patto fra gli utenti e la modernità: la vita è più facile, via ogni sforzo in termini d’impegno e acquisizioni, via le sfide, i dubbi, le insicurezze. Conoscere nuovi “amici” è diventato incredibilmente facile. Con la stessa, disarmante facilità siamo in grado d’interrompere relazioni e amicizie, se sopraggiunge la noia o qualcuno non soddisfa le nostre aspettative, oppure bastano disaccordo o il minimo segno di un conflitto, invece di fare tentativi estenuanti per riparare il rapporto, si cancella il nome senza sentire neanche il bisogno di scusarsi. Ecco, nella vita reale è molto più complicato, in primis perché la gente ha possibilità di guardarsi negli occhi.

Nel film 6 Gradi di Separazione, il lungo monologo di Paul (impersonato dall’attore Will Smith), esprime tutto il caos e la consapevolezza della nostra condizione: “Oggi l’immaginazione ha cessato di rappresentare il nostro collegamento, il collegamento più profondo fra la vita interiore e il mondo che è al di fuori di noi, in cui viviamo tutti. Perché l’immaginazione è diventata un sinonimo di stile. Ritengo che l’immaginazione sia il passaporto che noi ci costruiamo per entrare nel mondo della realtà. Credo che l’immaginazione sia solo un’altra via per definire l’unicità d’ognuno. Jung dice – Il peccato più grave è la mancanza di coscienza – II giovane Holden dice – Quello che mi fa più paura è la faccia dell’altro. Non sarebbe tanto male se potessimo essere tutti e due bendati – Molte volte le facce che abbiamo di fronte non sono quelle degli altri, ma le nostre. Ed è la peggiore forma di vigliaccheria, questo avere così tanta paura di se stessi da coprirsi gli occhi piuttosto che affrontarsi. Guardarsi in faccia, è diventata la cosa più difficile…”. 

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Moonhole: utopia e natura.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

A Bequia, nell’arcipelago delle Granadine, la luna illumina un arco di roccia vulcanica, le curve di porte e finestre, fino a tratteggiare un eccentrico edificio lambito dal mare e scavato nella pietra naturale dei Caraibi, una fortezza in rovina a guardia di un paradiso perduto. Le sue stanze sono vuote, come uno spazio eretto ma abbandonato da anni. Eppure, Moonhole non evoca soltanto una visione incantata opponendosi al tempo e alla solitudine, ma ha anche un’emblematica storia da raccontare.

Un lavoro a New York nel mondo della pubblicità, una vita brillante piena d’amici e ciò nonostante alla fine degli anni Cinquanta, i coniugi Thomas e Gladys Johnston decisero di lasciare tutto e trasferirsi su un isolotto sperduto fra le isole caraibiche, eden selvaggio di spiagge incontaminate privo di strutture ricettive al contrario della vicina Mustique, meta chic e di tendenza per personaggi famosi e ricchi vacanzieri.

A Bequia la coppia prende in gestione una modesta locanda di nove camere e stringe amicizia con una famiglia locale, proprietaria del versante occidentale, il più impervio e incontaminato dell’isola, raggiungibile via mare o attraverso un sentiero scosceso intercalato da scogliere. Ed è proprio lì, indifferente e separata dal mondo che spunta una roccia chiamata Moonhole, ieri come oggi con la luna crescente che sembra bloccarsi dentro un imponente arco naturale: un’immagine di tale suggestione difficile da descrivere.

L’arco ispira fortemente la visione ecologista di Thomas Johnston che decide d’acquistare i dodici ettari di terreno, dunque, l’intera zona disabitata e di costruirvi sotto, quasi per capriccio personale, una casa che s’integri nello scenario ambientale. E nel frattempo che i coniugi abitano già a Moonhole come novelli Robinson Crusoe, i materiali di costruzione arrivano e si riciclano, non senza fatica da ogni parte dell’isola, insieme ai viveri per tirare avanti.

L’ex pubblicitario newyorchese non ha nozioni d’architettura, né d’ingegneria, ma una sua filosofia: “Una casa non è lì per essere ammirata, ma progettata in modo che i suoi occupanti possano rivolgere lo sguardo all’esterno, sentendosi proiettati fuori, godendo del paesaggio naturale, del mondo”.

Moonhole sarà costruita come un articolato fortilizio aperto sulla natura, con gli interni separati da gradinate che ruotano intorno alla roccia viva fino al mare. Ecco, per esempio, la “Camera della Balena” perché destandosi al mattino “senza neanche sollevare la testa dal proprio letto” s’intravedono i cetacei rimbalzare, al largo, attraverso grandi finestre senza vetri.

Non c’è energia elettrica ma pannelli solari, l’acqua è quella piovana raccolta in cisterne, molti ambienti sono privi di pareti in muratura costruiti intorno agli alberi o a uno spigolo roccioso.

L’interior design? Materiali riciclati dai naufragi: legname per farne pavimenti, catene di vecchie ancore a mo’ di balaustra… insomma tutto ciò che è possibile riqualificare e trasformare, serve al nuovo “borgo” per allestirlo con gusto e parsimonia. In questa fase, sull’isola di Bequia vale l’affermazione di Tom: “Non si butta via niente, si vende ai Johnston”.

Così la casa di Moonhole si barbica sotto l’arco naturale di un’isola caraibica, nel frattempo parenti e amici vengono dagli Stati Uniti per visitare la coppia e molti s’innamorano di questo stile di vita e del luogo, attirando anche l’attenzione di testate giornalistiche come il New York Times e il National Geographic. In uno spirito d’emulazione le persone chiedono ai Johnston di creare per loro abitazioni simili in altre zone spopolate dell’isola. Nel 1964 Tom diede vita alla Moonhole Company Limited, con lo scopo di difendere e sviluppare l’intera proprietà, convogliare scrittori, artisti, amici a mollare la loro vita e allontanarsi da tutto. In trent’anni la società costruisce sedici case, uffici, alloggi per il personale, una sorta di arena dove riunirsi con la gente del posto, ogni domenica.

Nonostante l’inatteso sviluppo immobiliare, Tom e Gladys non rinunceranno mai al loro “credo” profondamente ecologista: le dimore sono intimamente legate alla natura circostante, non si abbatte neanche un albero, non si scava nel terreno, non ci sono barriere fra interno ed esterno. Mai nulla è stato fatto per rendere praticabile la strada che conduce alle proprietà. Per chi reclama una casa a Bequia, si richiede fermamente d’attenersi a regole ferree e fidarsi fino in fondo. Una di queste, include il coinvolgimento degli aborigeni sostenendo lavoro, assicurazione medica, spese scolastiche.

Thomas Johnston muore nel 2001, sua moglie Gladys poco dopo. La disposizione testamentaria per la Moonhole Company Ltd esprime la volontà a preservare integralmente “l’architettura unica, lo stile di vita e la visione dei Johnston”, ma in realtà come spesso accade, le cose vanno diversamente. Gli altri possidenti sono deceduti o troppo anziani per tornarci; coloro che ereditano le proprietà appartengono a una generazione meno sognatrice e idealista, più propensa all’aspetto “pratico ed economico” del loro lascito. C’è chi cerca d’ottenere il controllo della Compagnia intentando cause civili, come lo stesso figlio dei Johnston che contesta la volontà del padre. Le abitazioni su roccia e alberi si avviano a essere modificate in modo totalmente contrastante alla visione originale di Tom. Moonhole, senza la sua guida e il suo interesse, comincia a cadere in rovina e la villa scavata nella roccia, sotto quell’arco magico che cattura i raggi lunari, è ormai talmente trascurata da diventare inagibile.

Scrive il New York Times: “È un eccentrico sviluppo di 19 case orientato ecologicamente e costruito in pietra nativa, con accenti d’osso di balena, sulle ripide colline della punta meridionale dell’isola. Il nome deriva da un arco naturale svettante sulla riva attraverso il quale si vede la luna quando il cielo è terso. Gli ossi di balena, resti di caccia aborigena da parte degli isolani, sono abbastanza grandi da funzionare come elementi architettonici. Le case, che si basano su energia solare, acqua piovana e serbatoi di propano, sono per lo più fantasiose. Potrebbe essere un buon affare, rimettere tutto in sesto…”.

Oggi, le case rammodernate e rese più funzionali sono in vendita a prezzi altisonanti, fino a quasi due milioni di euro. I ricavi consentono alla Compagnia e alla comunità locale di mantenersi e preservare l’ambiente marino e terrestre. La Moonhole Company tiene a precisare che questa parte di Bequia è un’oasi privata da preservare e gestita come tale, non come destinazione turistica. Forse l’utopia dei Johnston serba ancora una chance, forse… ma è certo che solo pochi visionari abbastanza vicini al paradiso terrestre, riescono a capire cosa intendesse Proust nell’asserto: “I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”.

Nel ventre dell’oceano.

Liliana Adamo per InNatura magazine

La “signora degli squali”, Cristina Zenato, ci parla di un’ulteriore passione: l’esplorazione delle cavità sottomarine, habitat quasi sconosciuti, una sfida per la subacquea “tecnica” e per se stessi.

Stalattiti, stalagmiti, flora e fauna sopravvivono nell’oscurità, non visibili in nessun luogo alla luce del sole, né su fondali aperti. In mare, le grotte restano quasi del tutto un enigma per l’esploratore e il desiderio di penetrarvi, una vera sfida per la subacquea moderna. La loro struttura morfologica è singolare, nel caso di grotte profonde e ristrette con lunghe gallerie l’immersione diventa pressoché rischiosa, per vari motivi: non si può riemergere direttamente in superficie ed essendo le vie d’uscita a notevoli distanze, il subacqueo avrà bisogno d’ossigeno a sufficienza per eventuali emergenze, essere munito quindi, di una quantità adeguata di bombole.

Considerato alla stregua di un campione di sport estremi, in realtà, lo speleo sub non può permettersi errori, né leggerezze. L’addestramento non sarà mai abbastanza; scarsa visibilità dovuta ai sedimenti rimossi dal passaggio umano, strettoie con laminatoi e altri ostacoli, possono far sì che sia arduo perfino muoversi o perdere l’orientamento. In un ambiente buio ed estraneo in cui solo la sommità è raggiunta da luce naturale filtrata dall’acqua, l’unico espediente è dato da fonti artificiali sul casco o attraverso le torce. Può succedere, in alcuni punti, che si ritenga necessario spingere le bombole per oltrepassare senza sbattere, oppure disporle col metodo all’inglese, cioè ai lati del corpo. Possono pervenire forti correnti, verificarsi crolli causati da bolle in erogatore; possono esserci sifoni o sorgenti attraverso i cunicoli. In questi casi, l’immersione sarà condotta in modo diverso, per evitare affaticamento e consumo extra d’ossigeno. Per ogni evento, tutti i settori richiederanno un’esperienza subacquea reale, tecniche e accortezze più volte studiate. Una buona preparazione può risolvere momenti di difficoltà, restare calmi e lucidi equivale, qualche volta, a salvarsi la vita.

Dai cenote all’Arco fatale.

Formatesi in lontanissime ere geologiche, intricate e oscure, sommerse dall’acqua eppure ricche di vita e di creature aliene, vuoi per scarsa conoscenza o sensazioni claustrofobiche, le grotte restano visitabili solo da specialisti ben addestrati, pur attraendo moltissimi subacquei.

In Messico, è stata scoperta una fitta rete di collegamenti tra i cenote, pari a centinaia di chilometri; in prossimità di Tulum, si trova un sistema sotterraneo di corsi d’acqua e dunque, ancora cenote: il Carwash, il Gran Calavera, il Naval, i bellissimi Cristal, l’Escondido.  L’esplorazione subacquea dell’intero sistema sotterraneo del Quintana Roo è relativamente recente, tra la fine degli anni Settanta e Ottanta. I quattro sistemi di caverne più lunghe dell’intero pianeta si trovano proprio qui, a Ox Be Ha, dove, i Tre Sentieri D’acqua, hanno raggiunto una mappatura per più di 134 chilometri.

Situato lungo l’arida costa del Mar Rosso, in Sud Sinai (Egitto), il Blue Hole di Dahab, altro “buco” fra i più temuti e affascinanti, cela una grande dolina subacquea carsica, spettacolare punto d’immersione ritenuto il più pericoloso al mondo. Nel blu profondo, una grande voragine circolare con pareti ricche di stalattiti e bizzarre formazioni rocciose, habitat per coralli luminescenti e microorganismi, induce spesso i subacquei a oltrepassare i 40 metri per raggiungere un lungo passaggio di curvatura, chiamato Arco. Questa spaccatura che collega il Blue Hole al mare aperto è a circa 60 metri di profondità, ma per annullarne il distacco, le conseguenze sono spesso fatali e l’insorgere della narcosi d’azoto spinge ancora di più verso l’abisso. Nascosto nel punto di vista d’entrata, l’Arco è difficile da trovare. Per di più, la corrente contraria rende arduo il passaggio, non essendoci punti di riferimento precisi. Molte persone sono state ingannate, pensando di trovarlo a poche bracciate di distanza.

Cave exploration Bahamas_Paige Colwell

Una mission complessa.

PADI Course Director, NSS_CDS Full Cave Instructor, EFR Instructor Trainer, TDI Extended Range Instructor, dietro questi acronimi, c’è una donna di carattere e passioni non comuni: Cristina Zenato, italiana, cresciuta in Africa, trapiantata a Bahamas, ambasciatrice degli squali (con i quali riesce a interagire, alternando passione, competenza e dolcezza), esperta nell’esplorazione delle grotte in immersione.

Una mission complessa la sua: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, Cristina punta sistematicamente alla protezione del mare, dei suoi diversi ambienti, delle creature che lo abitano, con metodi legati a preparazione teorica ed esperienza diretta.

Cristina Zenato

Prestare attenzione a una pratica così affascinante ma difficile, è di base, la sua prima regola: Le grotte sono sistemi delicati, hanno bisogno di persone specializzate e attente, al contempo possono farsi pericolose se si entra privi di preparazione e attrezzature giuste, oltre a una mentalità adeguata….  C’è bisogno di concentrazione, attenzione al dettaglio, umiltà e capacità di dire, oggi no, ci si può tornare domani. Oltre che equipaggiamento e tecnica, senza preparazione fisica e mentale, si rischia di compiere azioni che possono compromettere la propria vita e quella degli altri; non è la grotta a uccidere, ma chi vi entra senza le giuste precauzioni.

In questa particolare attività subacquea, il consumo d’ossigeno e la durata delle tappe di decompressione aumentano con la profondità e mai alcun limite programmato prima dovrà essere modificato o alterato. L’effetto narcosi da azoto è pericolosissimo perché l’ossigeno può esaurirsi prima della risalita in superficie. Vale la regola più comune, quella dei terzi. Un terzo della riserva andrà utilizzato per la discesa, un terzo per la risalita, un terzo per gli imprevisti.

Conservazione di un ecosistema delicato.

CaveSurvey_JillHeinerth

Chiedo a Cristina Zenato: “Perché le grotte?”

Fondamentalmente a me piace essere in grotta. Il tempo sembra sospeso, come se tornassi indietro di vent’anni quando non esisteva la distruzione della barriera corallina, poiché ne ho vissuti ventitré, qui a Bahamas… T’immergi nell’oscurità più profonda e il tempo assume un diverso andamento.  La grotta induce a concentrarsi, assorbe ciò che di superfluo appartiene alla società in superficie, t’isola dal resto, tutto è convogliato su te stessa e sull’ambiente circostante.

 Le grotte di Bahamas sono preziosissime all’intero ecosistema, perché fonti d’acqua dolce per le isole, una porta sulle mangrovie, necessarie alla riproduzione di tantissimi organismi, inclusi gli squali. Proteggendo le grotte, si preservano acqua, oceani, mangrovie, tantissime specie viventi.

 Vedo le grotte come un vecchio volume del tempo, un manoscritto che si apre ai nostri occhi sulla storia della terra e che racconta ciò che è successo tanto tempo prima di noi, durante noi e che ancora succederà, dopo di noi. Come un termometro sulla salute del pianeta, da sempre così inalterate, ogni minimo cambiamento è percettibile e comprovabile. Il loro habitat è casa di creature straordinarie, da fantascienza, le grotte sono davvero universi magici, separate dal mondo visibile e tangibile, belle e imperscrutabili, meno esplorate della luna.

 La teoria della contaminazione che viaggia sottoterra.

Light and darkness_Luca F Demi

All’interno del Parco Nazionale Lucayan, nei pressi di Freeport, Grand Bahamas, ricca di stalagmiti, conchiglie fossili, bivalvi e sei diverse strutture di biocenosi, la Ben’s Cave è la più importante – ed emozionante – per un sistema di grotte esteso orizzontalmente in nove miglia sott’acqua, fra i più grandi al mondo.

Cristina Zenato ricorda: Ho scoperto le grotte di Bahamas durante la mia 11sima immersione, mentre seguivo un tour nella famosa Ben’s Cave. Ho provato subito una sensazione di leggerezza e distacco dal mondo, superando la caverna, procedendo oltre per esplorarla, mi sentivo come sospesa nel nulla…

Nel 1996 due anni dopo il brevetto base, mi recai in Florida per ottenere una preparazione e una qualifica come speleo sub, tornando poi alle Bahamas e sperimentare le mie prime immersioni. All’epoca, non c’erano persone brevettate o istruttori cui riferirsi, quindi mi trovai nella posizione di fare tutto da sola, con le dovute cautele. Finché non mi affiancai al direttore educativo della NSS-CDS, vale a dire l’agenzia d’addestramento per le grotte, diventando un’istruttrice vera e propria nel 2000, dopo notevoli sacrifici dal punto di vista personale ed economico.

Nel frattempo, ho raggiunto alcuni obiettivi: per esempio, tra il 2009 e il 2011, ricavando la mappa della Ben’s Cave, la prima che avessi mai fatto, una grotta di oltre dieci chilometri di sagole (cavetti di canapa costituiti da elementi torti o intrecciati, le sagole sono usate in marina per alzare bandiere o segnali), quando, prima di allora la protezione era riservata solo all’entrata. Altro progetto che mi ero messa in testa di portare a termine, è stato quello d’esplorare e comprovare la connessione fra due grotte, questo fra il 2008 e il 2012. Le due cavità sottomarine, situate una in mare aperto, l’altra sulla terraferma, sembravano non avere nessun punto di contatto, o almeno così si credeva fino a quando non ho dimostrato il contrario. Quest’impresa mi ha aiutato a dimostrare la teoria della contaminazione che viaggia sottoterra, dunque a rendere più forte la richiesta di proteggere Ben’s Cave.

Light trough the darkness_Fan Ping

In cosa consiste questa teoria? In pratica, l’acqua filtra attraverso il terreno e le rocce carsiche seguendo il senso di gravità da un punto più alto a quello più basso, creando fiumi sotterranei, i quali tracimano tutto ciò che d’inquinato e sporco noi produciamo sulla superficie e anche sotto. Non ci sono limiti all’inquinamento, anche se, illusoriamente sembra essere distante dall’area che si vuole proteggere.

Fra il 2012 e il 2015, il mio lavoro si è protratto senza soste, perlustrando grotte diverse per poi proseguire con corsi d’aggiornamento corredati da nuove tecniche. L’esplorazione di un sistema a est dell’isola principale di Grand Bahama ha permesso d’inserire questa zona in un programma di protezione totale prevista dal governo, con la promessa di una tutela pertinente del 20% in più nel territorio di Bahamas, acqua o terra che sia, entro il 2020.

Un grazie particolare a Cristina Zenato.

Wadi El Gemal, fra mare e deserto.

Liliana Adamo, reportage per InNatura magazine

Un lembo di terra e mare isolato dal resto del mondo, ricchissimo di biodiversità. Parco nazionale dal 2003, il Wadi El Gemal rivela una natura sorprendente e  segreti millenari.

 

Il Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), all’estremo sud del Mar Rosso fra Marsa Alam e la mitica Berenice a lambire il confine con il Sudan, copre settemilacinquecento chilometri quadrati di litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne ed è forse il più grande wadi esistente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare l’acqua dai rilievi verso la costa, la quale, tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo. E’ questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato; un impervio, selvaggio paradiso fatto di acqua e sabbia.

Un organismo morfologico di acqua e sabbia.

Cos’è un wadi? E’ il letto di un fiume in apparenza arido, un bacino di sabbia che si forma nelle grandi distese sahariane, quasi un canyon su cui, un tempo, scorreva un corso d’acqua; si riempie quando subisce forti piogge, ma l’acqua può raccogliersi anche percolando dalle montagne. Solo i beduini, abitanti del deserto, sanno dove sgorgano le sorgenti, conoscono il punto preciso dove l’acqua può tornare in superficie. E dunque, fra wadi millenari, altipiani rocciosi, montagne d’origine vulcanica dove riappaiono antichissime città avvolte nel mistero, torna utile acquisire alcuni gerghi in uso: le oasi si chiamano jennat, le grandi dune di sabbia, erg, la sorgente sotterranea o la pozza d’acqua piovana che si sedimenta tra le rocce si chiama guelta, hammada è la piana rocciosa perpendicolare segmentata da fenditure e ricoperta da una crosta secca e friabile, hofra è il nome dato alle depressioni, le più note si chiamano chott e sono bacini inariditi di acque saline.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi per l’estrazione (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, città romana dove gli smeraldi si scavavano dalle montagne, erano dislocati verso il Nilo poi ad Alessandria per giungere attraverso il Mediterraneo, nella Roma imperiale. Le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, scolpite nella roccia ocra, si stagliano in uno spazio rarefatto di silenzio e suggestione.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Molti di loro, gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, a radunare greggi di capre muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Ababda sono le guide che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, il personale dei pochi alberghi, dell’eco resort nella zona. Eppure, tuttora essi si definiscono “figli di Jinn”, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari di un’uguale identità fin dall’era romana.

Da Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, gli Ababda hanno popolato queste regioni da tempo immemore guardando l’ascesa e il declino d’intere civiltà, le hanno attraversate sentendosi isolati e respinti: dagli antichi Egizi, Greci, Romani, ai Turchi e così via.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni a tutti i popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento sono simili ai sudanesi che considerano i loro parenti più stretti. Sono magri, elastici, la loro pelle è più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati e pure eleganti; non si lamentano mai, non litigano mai fra loro. Trasudano una calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace. La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda. Suonano il tampura a cinque corde, una specie di semplice chitarra o lira o altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti che possono essere utilizzati a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo. La musica dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno.

Regno degli uccelli e del reef.
Foto di Liliana Adamo.

Il Mar Rosso offre spettacoli unici al mondo; incuneato in un profondo vuoto, fra i tavolati arcaici d’Arabia e Africa, è parte di quel grandioso allineamento di fosse tettoniche estese dalla Siria e dal Mar Morto fino all’equatore africano. Le perturbazioni che nel Terziario diedero origine a fratture e dislocazioni varie, furono accompagnate da un’intensa attività vulcanica, come documentano le formazioni insulari e costiere a sud del 14° parallelo. In alcuni tratti (lungo la penisola del Sinai, per esempio), suoi litorali possono essere rocciosi, in altri, aridi e pianeggianti, costituiti da sabbie e banchi madreporici. Dietro il litorale, il paesaggio diventa quasi lunare, un susseguirsi d’alture riarse che, al tramonto, assumono colori fra il rosa e l’antracite (grazie ai contenuti d’ossidi di ferro), lunghi orli montuosi, altipiani retrostanti e secche vallate. Le piogge, ragguardevoli seppur scarse favoriscono diverse specie di piante xerofile. Il Mar Rosso è caldo, la sua salinità (più del 40%), è la più alta rispetto a qualsiasi altro mare aperto verso l’oceano, ma ciò che lo rende davvero incomparabile è l’insieme di creature che lo abita, la bellezza dei suoi reef: il giardino di Allah, per gli arabi, il corridoio delle meraviglie per Jacques Cousteau.

Oltre 1200 varietà di pesci, delfini e squali, 25 specie di madrepore, gorgonie, coralli molli vivono e si riproducono in un giardino sommerso pari a uno straordinario mondo alieno. Le barriere del Mar Rosso si mantengono sostanzialmente in buona salute, senza patire il rialzo termico delle acque oceaniche il cui picco si è verificato nel 1998 deteriorando i reef maldiviani (il famoso “sbiancamento” dei coralli).

Il parco nazionale del Wadi El Gemal racchiude in sé tutte queste caratteristiche ma il silenzio d’echi lontani, il distacco e l’isolamento dal resto del mondo qui diventano ancora più persistenti: ciò che si prova è un senso di purezza primordiale, di pace e tranquillità, solo il rumore della risacca e del vento. Ogni tanto vedi un cane, qualcuno che passa ti rivolge un saluto, ci sono mandrie di dromedari liberi, greggi di capre, ovunque arbusti seccati dal sole, conchiglie portate dal mare, assenza d’inquinamento atmosferico, luminoso, acustico.

Foto di Liliana Adamo.
Foto di Liliana Adamo.

E ci sono gli uccelli. Tanti, variegati e mai timorosi. Ho vissuto quindici giorni in compagnia del falco pescatore che aveva nidificato accanto alla mia camera, in un oblò del fabbricato adiacente. Ho avuto modo d’osservarlo a lungo e capire le sue abitudini. Gli uccelli sono tra i protagonisti del Wadi El Gemal; i momenti migliori per le osservazioni sono le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio, nei mesi primaverili (marzo/maggio) e in quelli autunnali (settembre/novembre), quando le specie stanziali si aggiungono a quelle migranti che sorvolano le coste del Mar Rosso, passando sul territorio del parco. Eterei aironi bianchi (Egretta gularis) sostano sul bagnasciuga muovendosi con circospezione ed eleganza. Squadriglie di rari gabbiani occhi bianchi (Larus  leucophtalmus) e quelli dal collare (Larus hemprichii), formano triangoli isoscele alati sulle isolette di sabbia bianca che emergono con la bassa marea, solitarie sterne guance bianche (Sterna repressa) e tortore dal collare orientale si dissetano nelle piscine dei resort insieme ai pochi bagnanti, ma gli esemplari sono numerosissimi, arduo farne un elenco.

Di ritorno a casa, in aereo, ripensando a tanta bellezza, rifletto sulla richiesta di Ayman Qarabawy Mi piacerebbe una tenda nel deserto… per accogliere gli ospiti. Forse per il prossimo anno… Una tenda nel deserto e il resto intatto.

 L’Intervista.
Foto di Liliana Adamo.

Incontro Ayman Qarabawy, ranger capo per il Wadi El Gemal National Park, presso un edificio di legno sulla spiaggia, circondato da palmizi che smorzano il sole e gli sbuffi del khamsin (il vento polveroso che spira sul Mar Rosso). All’interno, c’è il suo ufficio: una vecchia scrivania, un ventilatore, una macchinetta per le bibite, una panca, qualche sedia, scansie per l’archivio. Una donna completamente vestita di nero mi rivolge un lieve cenno del capo e io le rispondo in arabo. Dopo le formalità, Ayman m’invita a entrare in una grande tenda che si trova nelle vicinanze, dietro capannoni adibiti a serre. Alla presenza di un taciturno Ababda/ barman intento a preparare un caffè sul carbone vivo, mi fa accomodare su tappeti e cuscini messi alla rinfusa; benché la posizione sia un po’ scomoda, certamente informale per un’intervista, iniziamo a parlare; ma prima, Ayman vuole mostrarmi il vero rituale del caffè che si svolge fra un ospite e i beduini.

Bere caffè in compagnia è usanza che esprime socializzazione e accoglienza, la preparazione del djabana è sempre un momento speciale. Il nostro, ripone i chicchi di caffè ancora grezzi e verdi in un piccolo scaldino e li fa arrostire sul fuoco delle braci. Sento il tintinnio dei semi e una forte fragranza si sparge nel chiuso della tenda. L’Ababda macina i semi caldi in un mortaio di legno, aggiungendo zucchero e zenzero dal Sudan, poi versa il composto in un fiasco di terra marrone. Questo è un oggetto cui non si separerà mai, magari la fiaschetta sarà riparata tante volte e rinforzata con fili in diversi punti, ma mai farne a meno! Ora, vi versa un po’ d’acqua richiudendo l’apertura con un pezzo di stoffa per trattenere l’aroma, la riscalda avvicinandola al fuoco e coprendola con le ceneri calde. Finalmente tutti e tre sorseggiamo il liquido scuro, profumato di zenzero, versato in piccole ciotole; il djabana è una mistura dolce e piccante. Il rituale è ripetuto più volte, finché l’ospite (cioè, la sottoscritta), non spinge indietro la coppetta con un gesto determinato.

  • Cosa differenzia il Wadi El Gemal dalle altre località del Mar Rosso, perché è così importante tutelarlo?

Perché è un regno di biodiversità unico al mondo, per il mare e le sue cinque isole, per le caratteristiche dell’entroterra: è il regno del falco pescatore e della tartaruga verde (la Chelonia myda, a rischio d’estinzione), che nidifica da maggio a settembre, delle mangrovie che trovano un humus ideale lungo la costa, dei reef, dei delfini e del dugongo.

Poi c’è il deserto nel suo straordinario habitat: anche in condizioni ardue, qui vivono la gazzella Dorcas, lo stambecco della Nubia, l’Hyrax, cammelli allo stato brado, volpi, conigli e felini selvatici.  Sono animali che sfidano un clima a volte estremo, resistendo grazie alla vegetazione presente sulla superficie arida. In realtà, il deserto del Wadi El Gemal è ricco d’acqua dolce che rimane imprigionata nel sottosuolo ed è la zona più piovosa del Sahara egiziano; le piogge si riversano da ottobre a dicembre, l’acqua percorre il deserto per oltre cinquanta chilometri fino al Mar Rosso.

  • Lei sovrintende la tutela e le attività all’interno del Parco: che tipo di apporto può dare il turismo e dal suo punto di vista cosa le piace del suo lavoro e cosa meno?

La decisione d’istituire il Parco Nazionale da parte del governo centrale, risale al 2003 (designato con IUCN di categoria II, area protetta finalizzata alla protezione di un ecosistema con possibilità di fruizione a scopo ricreativo) e pur con le dovute restrizioni, ciò è stato importante per incrementare lo sviluppo turistico. Di conseguenza, il turismo ha apportato un notevole miglioramento nel tenore di vita per i nuclei familiari degli Ababda, gli abitanti del luogo, i quali preservano le loro tradizioni millenarie compreso il senso d’ospitalità, comune a tutti i popoli d’origini nomadi.

Amo vivere qui, nel mio Parco Naturale, in uno dei luoghi più belli e intatti, mi piace pensare che ogni visitatore sia informato e rispettoso… don’t take nothing, don’t leave nothing, questo dovrebbe essere un motto valido per chiunque. Non lo è purtroppo per i bracconieri e i cacciatori a loro seguito. Mi è capitato di consegnare un gruppo di queste persone sorprese a cacciare di frodo, alle autorità locali.

  • Chi erano queste persone?

Arrivano dalla vicina Arabia Saudita o dal Kuwait, con regolari visti turistici e con yacht personali, solo che poi patteggiano con delinquenti di nazionalità egiziana per portarsi qualche trofeo di caccia a casa, soprattutto animali rari come le gazzelle Dorcas e gli stambecchi della Nubia, che finiscono per essere uccisi, trafugati e impagliati. E’ successo ma per fortuna, non avviene spesso; anche se si può pensare il contrario, le ispezioni sono ferree. Gli stessi Ababda, profondamente innamorati della natura del Wadi, sono istruiti al controllo e tengono gli occhi bene aperti. Per loro, il turismo, vale più d’ogni “regalia” a buon mercato. Noi siamo guardie ambientali ma operiamo in stretta collaborazione con i militari stanziali, sempre pronti a intervenire in caso di bisogno e per il controllo del territorio.

  • Cosa chiederebbe al governo egiziano per il “suo” Parco?

Lo Stato dovrebbe fare di più ma purtroppo oggi c’è la crisi economica… Mi piacerebbe una tenda nel deserto, comoda e spaziosa per quelle tribù che accolgono i turisti (la cena con gli Ababda si è svolta sotto un cielo stellato e con il fuoco acceso, nessuna tenda, quindi). Forse per il prossimo anno…

Si ringrazia vivamente: Silvia Bastianello, per i contatti esterni, Amr Soliman, l’uomo pesce, Ayman Qarabawy, ranger capo del Wadi El Gemal National Park,

tutti gli altri.

 

Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.