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La Tratta.

Liliana Adamo per Altrenotizie.

Per la Convenzione delle Nazioni Unite sussiste un distinguo fra due terminologie: human traffiking (tratta degli esseri umani) e migrant smuggling (traffico di migranti), riferendosi a una sola tipologia di criminalità organizzata transnazionale nella quale non si esclude il collegamento tra due fenomenologie.

E’ estremamente complicato smantellare le organizzazioni di trafficanti, lo è molto di più rispetto alle associazioni a delinquere di stampo mafioso: ne è convinto Maurizio Scalia, ex Procuratore aggiunto di Palermo, che più volte ha coordinato indagini su scafisti responsabili della morte per decine di profughi nel Canale di Sicilia, durante le traversate. Ciò nonostante, dietro l’enorme giro di vite  barattate da un punto all’altro dell’Africa fino alle coste del Mediterraneo, qualcosa siamo riusciti a capire.

Tratta e traffico permangono giuridicamente concetti distinti, una differenza che pare ormai superata dagli eventi. Le organizzazioni criminali sviluppano canali “umani” allo stesso modo con cui manovrano illecitamente armi, droga, auto rubate, attraverso l’impiego di medesimi metodi, rendendo complicato individuare una o un’altra situazione.

Questa labilità giuridica rende ancor più tortuosa l’attività investigativa: se nella tratta di esseri umani resta implicito il concetto di reclutare persone dal loro territorio, con coercizione e violenza al solo scopo di profitto (laddove il trafficante includa sfruttamento sessuale, lavorativo o espianto d’organi, in sostanza applicando una vera e propria forma di moderno schiavismo), per “traffico”  – o contrabbando – di migranti, s’intende invece l’ottenere implicitamente vantaggi materiali o finanziari dal trasporto illegale di persone da un Paese a un altro.

A ridosso delle coste nordafricane fino alle porte dell’Europa, le organizzazioni di trafficanti che gestiscono questi viaggi pianificano le traversate su mezzi che, già alla partenza, versano in condizioni precarie, in modo da rendere doveroso l’azione di soccorso sollecitata, non di rado, nei tratti di mare ancora poco distanti dal porto d’imbarco.

A Sabrata, in Libia, ottanta chilometri a ovest di Tripoli, punto di partenza per migliaia di migranti che tentano la traversata verso l’Europa, un al-jorf, un promontorio, una sorta di baia si trasforma in fossa comune all’indomani d’ogni naufragio. Un altro cimitero sorge in terra di nessuno, trenta chilometri più a sud: è qui che imperversa il business del traffico degli esseri umani su cui alcuni personaggi noti al Dipartimento anti migrazione libico e agli investigatori internazionali, hanno fondato un impero economico.

Come Ahmed Dabbashi, (o Al-Ammu, come si fa chiamare), ex combattente “eroe” contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi, convertito al remunerativo traffico di migranti grazie al quale sembra aver accumulato una fortuna, al punto da formare la più potente milizia locale,  aggiudicandosi il controllo anche per l’impianto dell’Eni, Mellitah Oil&Gas, a quaranta chilometri da Sabrata. Suo diretto concorrente è il dottor Mussab Abu Ghrein, che pare abbia lavorato benissimo con i migranti subsahariani stipandone a centinaia in vari alloggi sparsi alla periferia della città, fra cui molti bambini; la fetta più consistente di denaro, però, spettava alla guardia costiera libica.

La stessa cui l’Unione Europea aveva chiesto di fermare la tratta, la stessa finanziata con fondi dell’UE, ufficialmente incaricata dal comando centrale al pattugliamento, mentre sono stati proprio i suoi alti graduati a regolarne traffici e dividerne guadagni. Secondo una fonte militare libica sopravvissuta a due attentati, a capo di questo affare infernale c’era Al-Bija, al secolo, Abdurahman Milad, ex comandante deferito della guardia costiera di Zawiya, attualmente indagato dagli ispettori ONU, con conti congelati (solo nel 2016 la torta ammontava a 2 miliardi) e restrizione negli spostamenti.

Secondo l’organo di controllo Frontex, i guadagni scaturiti dal traffico dei migranti – insieme a quello d’esseri umani a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo – hanno superato il ricavo netto per  traffico d’armi e droga. Inoltre, i “negoziatori” farebbero sempre più ricorso a Facebook. Attraverso il social media, essi pubblicizzano “i servizi” e i prezzi, organizzando luoghi e tempi di viaggio: un business coordinato su scala globale.

Dunque, questi sono i fatti nudi e crudi, ma come uscirne? Se gli europei, al riguardo, non hanno le idee chiare, gli africani, probabilmente, sì. Con la premessa che i flussi migratori sono sempre esistiti e che ad essi non bisogna opporsi, perché è nella natura dell’uomo muoversi da un territorio all’altro per conseguire una vita più sicura e accettabile, e riaffermato che ciò resti un diritto inalienabile per ogni essere umano, si resta convinti che tali flussi debbano essere accolti con regole di civiltà, secondo valori laici e democratici.

Tuttavia, qui non parliamo del fenomeno legato all’immigrazione tout court e nemmeno degli “sbarchi” in quanto tali, bensì di una potente rete criminale che si avvale di connivenze negli apparati statali di vari Paesi. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il principio d’umanità, tanto meno con qualsivoglia senso “illuministico” legato all’accoglienza. Una diatriba in corso, orchestrata da due forze politiche – una all’opposizione, l’altra al governo – divide nettamente l’opinione pubblica, malgrado in queste due circostanze allo stesso modo drammatiche – migrazione regolare e traffico d’esseri umani – persiste una sostanziale differenza.

“Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani. Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia nuove un giro di 600 milioni di euro l’anno. Nessun africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo attende in Europa. Non mi infilo nell’eterna guerra civile italiana basata su fazioni e non contenuti, ma da afro discendente italiano e immigrato ora negli Stati Uniti, credo sia arrivato il momento di parlare e trattare l’immigrazione o meglio la mobilità come un problema e fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che li usano per il loro divorzio come arma di ricatto (…).”

La lettera del regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu, resa nota su vari quotidiani nazionali, può dirla lunga sulla realtà dei fatti, di come tutto cominciò sfruttando l’emotività psicologica dei primi naufragi sui gommoni, proseguendo come stimolo a un esodo dall’Africa, dall’Asia, violando sistematicamente ogni norma per la tutela della vita, creando traffici di droga e prostituzione, danneggiando per di più, la condizione economica nei paesi di provenienza.

Come sappiamo, dalle “carrette del mare” si è presto passati alle strapagate navi delle ONG, per consentire un trasbordo più sicuro alle flotte di migranti: ma anche in questo caso, Kuwornu ci va giù pesante. Secondo il regista italo-ghanese, le ONG insieme alle associazioni umanitarie impegnate a favorire gli imbarchi, nonché all’intreccio d’aziende locali, settori corrotti della Marina e intrallazzatori vari, forniscono una copertura a uno dei più grandi e complessi traffici criminali dell’era moderna.

Il parallelo è semplice: se esistono traversate, sbarchi e morti nel Mediterraneo è perché si consente a largo raggio il traffico degli imbarchi; un lavoro sporco gestito alla base d’associazioni criminali a scopo di lucro, con imbarcazioni che, spesso, agli inizi, erano “gentilmente” restituite affinché i trafficanti potessero continuare indisturbati la loro tratta. Ciò non vuol dire che non si debbano accogliere coloro che arrivano stremati sulle coste della Sicilia, è fuori discussione. Vuol dire che si deve impedire che avvengano gli imbarchi e per farlo non affidarsi alle galere libiche, ma ad una task force che coinvolga più unità transnazionali dirette dall’ONU, vuol dire, soprattutto, intervenire duramente nei luoghi dove si originano gli imbarchi, annientando “fisicamente” le imprese criminali che gestiscono il traffico.

Ancora Kuworno: “ (…)  Io non so se lei ha mai vissuto o lavorato nell’Africa vera e che Africani conosce in Italia o se da giornalista si informa su testate anche non italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari (bambini, organi, prostituzione), non è un fenomeno che riguarda solo l’italietta dei porti sì o porti no, ma è un fenomeno globale che fattura alle mafie africane, asiatiche, messicane, 100 – e ripeto 100 – miliardi di dollari l’anno. Soldi che non vengono certo redistribuiti alla popolazione povera di questi paesi, ma usati per soggiogarla ancora di più con angherie di ogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu.

Si è mai chiesto perché, a parità di condizioni di povertà e credenza che l’Europa sia una bengodi, quelli che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d’origine ha una crescita del PIL del 7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni), provano a venire?Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana e pubblicizza nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in Italia e da lì se vogliono anche in altri Paesi Europei. Salvo poi fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all’improvviso la fee di altri 1000 $, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia dove gliene chiedono altri 1000 dollari per la traversata finale. Il tutto non in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un anno.

In questo ci aggiungo minori che vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri, che poi spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di altre donne che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale vale 60 mila euro d’incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone 100.000 verso l’Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600 milioni di euro l’anno.

A questo si somma quello che perde l’Africa: risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a elemosinare o a guadagnare 3 euro l’ora, se gli va bene, trattati come bestie e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su Facebook, che tutto va bene per non dire la verità per vergogna e quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati), cercano di venire qui perché pensano che sia facile arricchirsi. Che senso ha sostenere che questo traffico di “schiavi” e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare? (…).

Il regista italiano d’origine ghanese, Fred Kuwornu

Gli ultimi gommoni a rischio affondamento (partiti subito dopo che il governo ha chiuso i porti alle ONG), erano in un certo senso, “previsti” dai trafficanti (la notizia è stata data per certa dal Corriere della Sera). Sono criminali che conoscono benissimo l’enorme portata emotiva e l’effetto psicologico che la morte in mare produce sull’opinione pubblica; del resto è proprio con questo metodo, naufragi più o meno programmati  con uomini, donne e bambini a bordo, che tutto ebbe inizio.

E se dunque il sogno di lasciare l’Africa e l’Asia per raggiungere l’Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti, la ramificazione di un traffico internazionale dietro esborso di cifre altissime senza passare per dogane, aeroporti con documenti alla mano, resta invece un fenomeno che si è allargato a dismisura in pochi anni. Per chi arriva in Libia, dopo settimane o addirittura mesi di sofferenze e non ha soldi per pagare gli extra richiesti, nell’impossibilità di tornare indietro, non resta altro che la schiavitù nei campi profughi e in altri lager, anche questi gestiti da bande più o meno legali, se non da altri sfruttatori.

 

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La valle dei cammelli e la chioma di Berenice.

Liliana Adamo per Latitude180.travel

Sul confine tra Egitto e Sudan, alle spalle del deserto orientale e del Parco Nazionale del Wadi El Gemal, il viaggio verso Berenice rivela un’antica città e un territorio selvaggio, fino a pochi anni fa interdetto ai turisti.

Non c’è nulla a Berenice che possa attrarre il turismo di massa, siamo lontani da Hurghada e Sharm el Sheik, dalla penisola del Sinai e dalla costa occidentale del Mar Rosso; non ci sono grandi catene alberghiere (nei pressi di Hamata, ex villaggio di pescatori, solo due resort fra cui uno molto spartano, più un eco-lodge), né locali, bazar, ristoranti o discoteche. A bordo di un piccolo Van, nei duecentocinquanta chilometri che la separano dall’aeroporto internazionale di Marsa Alam, gli addetti al check point segnalano il tuo arrivo a quelli che sono avanti, finché non giungi a destinazione.
L’ultima terra egiziana nel Qesm Shlatin (Governatorato del Mar Rosso), sede di una base militare e navale, con un piccolo aeroporto, fino a pochi anni fa era interdetta all’afflusso turistico e sebbene il veto sia caduto, tre ore di strada si trasformano in un viaggio estraniante, come se la sabbia ne avesse occultato la memoria storica. Il Deserto Roccioso che pare rarefarsi all’orizzonte con i suoi canyon e wadi, copre migliaia d’iscrizioni semitiche preislamiche e oro, smeraldi, minerali rari: non c’è traccia della Berenice di Belzoni, del tempio di Serapide e delle necropoli da lui rinvenute, solo spiagge bianche, mangrovie, fondali cristallini, baie incontaminate. Una e unica Berenice Trogloditica eretta sulla più antica Hemtithit intorno al 275 a.c. da Tolomeo Filadelfo che le diede il nome della madre, Berenice I; non vi è nulla se non mare e deserto, ed è in questo vuoto che si palesa tanta bellezza.

Considerando il pieno oberato della nostra esistenza, assuefatti a gadget ipertecnologici in un surplus d’informazioni e disgrazie globali, nel vuoto inerte che regna incontrastato in un’oasi strappata al mondo civilizzato, Berenice appare come una Thule nordafricana. Sulla strada verso Qesm Shlatin, mentre recuperi un check point dopo l’altro, si perde il senso del caos che lasci alle spalle, tutto sembra ricomporsi in un ordine intimo e gioioso.

Se nel mito di Thule l’iconografia indica un mostro degli abissi, una balena e un’orca, Berenice è dominata dai suoi straordinari fondali, fauna marina e delfini. Come Thule, l’isola di fuoco e ghiaccio, dall’esploratore greco Pitea collocata in un punto indefinito dell’AtlanticoBerenice che precede la linea intangibile del Tropico del Cancro, è una landa bruciata dal sole, di palme, acacie, mangrovie, sabbia e rocce, tra le ultime, inviolate spiagge del Mar Rosso, il deserto orientale prossimo al Sudan (annunciando la savana) e Shalateen, cruento mercato di cammelli che ostinatamente mi rifiuto di visitare.

Il tempo è scandito da maree e fasi lunari, nell’arco di un giorno la luce modifica lentamente lo scenario naturale fino al tramonto quando i colori sprigionano un magnetismo onirico. Oltre alla mancanza di un aeroporto internazionale, cos’è che ha preservato l’area dalla speculazione e dal turismo se non un unico, imprescindibile elemento? È il khamsin, vento caldo, opprimente e polveroso che spira sul Nord Africa, sull’Egitto, nel Sahara fino alla penisola Arabica, particolarmente forte a sud, fra il Wadi El Gemal e Berenice. Quando la risacca è regolare e il khamsin, poco più di una brezza, a Berenice regna la quiete, ma se va intensificandosi, vento e mare si coalizzano in burrasca, scandita dallo strepito dei gabbiani occhio bianco (una specie che vive esclusivamente in questo habitat). Il khamsin non è un vento monsonico, tuttavia questa combinazione meteo insieme alle alte temperature, risulta poco congeniale al turista tout court che sceglie il Mar Rosso per il reef, il clima gradevole con assenza di vento forte. Ecco perché a sud della costa la speculazione turistica non è arrivata e finché spirerà il khamsin non violerà il fascino selvaggio del luogo.

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Ho con me un libro, La Chioma di Berenice, che ho messo in valigia per un motivo ben preciso: a casa, in Italia, non riuscivo a leggerlo. Opera dello scrittore algerino Denis Guedj, ambientato nell’Alessandria tolemaica, racconta di Eratostene, astronomo, matematico, geografo e di un’ardita avventura scientifica, la misurazione della circonferenza terrestre. Senza riuscire a decifrarne il discorso e l’azione, il testo mi appariva sfuggente, andavo avanti in una lettura scollegata, tra noia e frustrazione.

Niente di più semplice di uno gnomone! Una semplice asta verticale piantata nel terreno; un uomo in piedi, una torre, un obelisco e il Faro sono altrettanti gnomoni.

Riferendosi al luogo in cui si ergeva la costruzione, il capomastro, incuriosito, chiese se si trattasse di una statua in onore di una Musa.
“Non di una Musa, ma del Sole”, rispose Eratostene.
“O piuttosto del suo contrario.”
“Della notte?” chiesero i muratori stupiti, con un cenno del capo Eratostene li disilluse.
“Che cosa genera il Sole?” domandò enigmatico.
“Luce”, rispose uno
“Calore”, fece un altro
“Sudore”, rispose un terzo, sollevando le braccia perché tutti constatassero quanto gocciolassero le sue ascelle.
“No, no, non ci siamo. Il sole genera ombra!” Si fermò, sentendo che non sarebbe stato capace di spiegar loro cosa fossero i tropici e i solstizi…

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj.

Complici il silenzio, la tranquillità o le costellazioni, messaggere di storie e miti tramandati da secoli, finalmente La Chioma di Berenice scorre con chiarezza e senza mai mancare l’incontro serale con il libro di Guedj, ho cercato di determinare quell’insieme celeste cui riferisce il mitografo greco Conone, in onore di Berenice II d’Egitto, moglie di Tolomeo III, nel cielo del sud, vicino l’Orsa Maggiore, non senza difficoltà.

Foto di Liliana Adamo

Per esempio, Comae Berenices, o Diadema è perfino più luminosa del sole, ma ci sono ventisette anni luce che separano la Terra dalla Chioma, mentre l’astro nascente a est arriva spedito su queste coste aride, impietoso e accecante. In direzione delle tre stelle della Chioma, a una lontananza siderale, splende Black Eye, un potente cumulo cosmico, l’esito di uno scontro tra due galassie che forma un’evanescente spirale di luce.

[…] Chi scrutò nell’immenso firmamento e apprese delle stelle, delle albi, dei tramonti e come il fiammeggiante lume del sole si scuri e in tempi fissi le costellazioni vengano meno nel chiarore celeste, egli vide una ciocca recisa dalla chioma di Berenice […].

“La chioma di Berenice” – Denis Guedj

 

Foto di Liliana Adamo

Astronomia e biologia marina: fra i misteri di Berenice, c’è Zabargard, o Isola Rossa, ultima falda di roccia in territorio egiziano, tanto distante dalla costa quanto la galassia del Black Eye persa nel cosmo. Selvaggia e disabitata, protetta dal governo per la sua straordinaria biodiversità, Zabargard è per i subacquei, una specie di leggenda.

Chi è riuscito a raggiungerla dopo ore estenuanti di navigazione afferma di barriere coralline sbalorditive e di una fauna marina davvero unica.
Più di quarantasette sono i punti d’immersione a Berenice: facile incrociare delfini (anche quelli a “becco lungo”), tartarughe (tartarughe a scaglie e le grandi tartarughe verdi), squali martello e di barriera, murene, pesci pagliaccio, napoleone, enormi barracuda, dugonghi. Insomma, uno scrigno prezioso di vita sottomarina a portata anche di un semplice snorkeling.

A sud, nel Saint John’s Reef si ravvisa il corallo nero; nelle acque di Blumen, Maksour e Abu Galawa, madrepore, gorgonie, coralli molli. A quaranta miglia dalla costa, troverai il Dedalus Reef e l’esteso sistema corallino di Fury Shoal, mentre l’House Reef di Ras Banas si sviluppa lungo quella che chiamo la mia “caserma” o piuttosto il semplice, graziosissimo resort dove sono alloggiata. La conformazione morfologica dei fondali crea piscine naturali, con svariati pesci che le adoperano come nursery. Qui, i colori del mare si fanno iridescenti e screziati, le trasparenze assolute, nuotarvi è sublime! Ma sii gentile a muoverti con le pinne, non toccare nulla, non disturbare i suoi abitanti.
Intrepida prova se non temi correnti, né fatica, è tuffarsi dal pontile spostandosi a destra, toccando i punti d’immersione più belli – coloratissimi labirinti di coralli ciclopici – spingendosi fino alle mangrovie dove dimorano il falco pescatore e l’aquila di mare. Attraverso varchi aperti sul reef a frangente, raggiungere la spiaggia, percorrendola a ritroso e a piedi verso il resort, fra la battigia e la superficie riarsa; da provare al mattino presto, quando il mare è piatto e la calura, tollerabile.

Un’escursione nel deserto orientale è un’esperienza da non perdere: basterà un po’ di fortuna per avvistare gazzelle, il rarissimo stambecco nubiano, mandrie di cammelli allo stato brado, la volpe del deserto, piccoli conigli selvatici. Partendo dall’antica Coptos (attuale Quena, nei pressi di Luxor), a Berenice si completava la via carovaniera dei dodici giorni, attraversandola in diagonale per recare merci e cammelli ad Alessandria, sulla costa araba, fino alle antiche Indie.
Fra vento e sabbia ocra, alberi d’acacia insolitamente alti e rigogliosi, rocce policrome (ricche ancora di quei minerali preziosi che avevano attirato gli antichi Romani), canyon, gole e valli formate da coralli preistorici (“Qui arrivava il mare, fin qui…”, mi disse Omar), questa è una via già attraversata quattro anni fa e il ricordo delle sue dune al calare del sole si ferma sui “dingo” che inseguivano la nostra giovane guida, mentre lui procedeva sul quad zigzagando sulla sabbia: “Oh, adesso attenti, prego, non avere paura… loro mi conoscono”. E aspettavo di trovarmi dinanzi a jihadisti armati (la zona non è turistica e noi eravamo solo tre persone, compreso Omar) e invece erano dingo! Insomma, forse i dingo in Egitto non esistono, ma sembravano tali, sbucati da non so dove e mentre lo rincorrevano, lui accelerava all’impazzata, eclissandosi in una nuvola di polvere fra risate generali.

Lasciati i ricordi tra le dune del Gebel Elma, la riserva naturale del Wadi El Gemal (letteralmente, Valle dei Cammelli), a cento chilometri più a nord, è un intreccio di habitat diversi, nicchia ecologica unica e peculiare sulla costa del Mar Rosso. Settemilacinquecento chilometri quadrati fra litorale, barriere coralline, isole, deserto, montagne, il più grande wadi presente in Egitto. Un organismo morfologico che agisce per convogliare acqua dai rilievi verso la costa e che tuttavia, resta intrappolata nel sottosuolo: è questo il fattore chiave per sostenere un ecosistema vibrante per quanto inaspettato, un impervio paradiso d’acqua e sabbia. Niente quod come sulle dune di Berenice, ma rigorosamente safari in fuoristrada per non disturbare gli animali selvatici; questa, la sola opzione concessa dalle norme severe del parco.

Nell’entroterra, insediamenti minerari e pozzi scavati nella pietra (come Emerald Mountain, in origine Sakit), riportano alla luce il passato di Umm Kabu, dove gli smeraldi si estraevano dalle montagne per arrivare attraverso il Mediterraneo, alla Roma imperiale. Circondate dalle montagne, scolpite nella roccia in un paesaggio aspro e primitivo, le rovine rupestri del Tempio di Iside risalenti all’epoca tolemaica, si ergono imponenti e suggestive.

Custodi del Wadi El Gemal, sono gli Ababda. Gli anziani soprattutto, continuano a preservare tradizioni legate al nomadismo, muovendosi nel deserto in cerca d’acqua e di radi pascoli. Sono Ababda le guide autorizzate che ti accompagnano all’interno del Parco Nazionale (rinomate per le capacità di tracciamento degli animali), le donne che vendono artigianato sulla spiaggia, Ababda, anche il personale dei due alberghi e dell’eco resort nella zona.

Da tempo immemore, passando per Assuan, al Mar Rosso fino al Sudan, la pacifica popolazione nomade ha presidiato queste regioni assistendo all’ascesa e al declino d’intere civiltà, attraversandole pur essendo isolati e respinti. Dagli Egizi, ai Greci, ai Romani, ai Turchi e così via. Tuttora si definiscono figli di Jinn, i Blemini dei geografi classici, i Gebadei di Plinio… depositari della stessa identità fin dall’era romana.

Come risultato di una vita spesa nel deserto, hanno sviluppato sentimenti comuni ai popoli privi di stabilità territoriale: indifferenza alle cose materiali, ospitalità, rispetto per la natura, autosufficienza, solidarietà tribale. Nell’aspetto e nel temperamento somigliano ai sudanesi che considerano loro parenti più stretti: magri ed elastici, la pelle più scura rispetto a quella degli egiziani. Presentarsi bene agli ospiti è molto importante, gli abiti sono importanti, sempre ordinati, persino eleganti; non si lamentano, né litigano mai. Trasudano calma interiore, condizione indispensabile per vivere in pace.

La musica è presente ovunque nella vita degli Ababda, dà loro grande piacere, requisito primario di cui sentono un estremo bisogno. Suonano il tampura a cinque corde, una sorta di chitarra semplice o lira e altri strumenti improvvisati: contenitori di plastica, lattine vuote, pezzi di legno, oggetti a mo’ di tamburo, per produrre ritmi estatici. Cantano e ballano insieme, in gruppo.

In cerchio dinanzi a un falò improvvisato, del cibo e del tè, gli Ababda intrattengono gli ospiti venuti dalla civiltà occidentale. Il khamsin sembra essersi placato, la Chioma risplende fra tutte le costellazioni, nell’assoluta oscurità della notte nel grande deserto orientale.

Credit: un grazie a Gino Quatela per le foto subacquee.

Quanti gradi di separazione? I punti deboli di Facebook.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Ho letto che ognuno di noi su questo pianeta è separato dagli altri solo da sei persone. Sei gradi di separazione tra noi e tutti gli altri su questo pianeta: il presidente degli Stati Uniti, un gondoliere veneziano, chiunque, insomma. Io lo trovo un pensiero confortante, che siamo così vicini, ma trovo anche che è un po’ una tortura cinese essere così vicini ma dover trovare sei persone giuste per il collegamento… Siamo tutti come delle porte aperte su altri mondi. Sei gradi di separazione fra noi e chiunque altro su questo pianeta”.

Il sistema formulato da Frigyes Karinty in un racconto omonimo nel 1929 sostiene un’ipotesi semiotica e sociologica, secondo la quale ogni persona al mondo può essere collegata a chiunque altra attraverso una connessione di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari. Stanley Milgram conferma tale tesi, con un famoso esperimento sociale, nel 1967, una sorta di “prova empirica” sotto forma di “teoria del mondo piccolo”. Il brano riportato in incipit è tratto dal film di Fred Schepisi, appunto “6 Gradi di Separazione”, ispirato al racconto di Karinty e agli studi di Milgram, ma noi contestualmente, ritenendoci tutti “come delle porte aperte su altri mondi interagenti”, potremo oggi definire lo strumento Internet come il miglior alleato per accedervi senza neanche scomodarsi dalla scrivania, dal letto, dalla cucina di casa propria o ovunque noi ci trovassimo, sebbene i sei gradi di separazione sembrerebbero addirittura scesi a quattro, secondo un nuovo test realizzato presso la Statale di Milano da un gruppo d’informatici in collaborazione con altri due di  Zuckerberg.

Ben oltre i confini stabiliti da Milgram, utilizzando algoritmi sviluppati in laboratorio in un esperimento su scala planetaria, i gradi di separazione su tutte le coppie d’individui del maggior social network si restringono fino a 3.74, quindi non più di quattro. Milgram si era avvalso d’un centinaio di coppie possibili, i ricercatori della Statale di Milano, di 65 miliardi, pressappoco il numero corrente “d’amicizie” su Facebook.

Nel 1993 siamo alle origini della rete. Una vignetta di Pete Steiner apparsa sul New Yorker, diventata poi tanto celebre da essere immortalata in un’intera pagina di Wikipedia, mostra un cane seduto dinanzi a un computer con un sottotitolo per lo meno lungimirante: “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”. E all’espediente del cane, si aggiunge, vent’anni dopo, il riscontro del suo proprietario – un’ulteriore didascalia aggiunge: “Ti ricordi quando su Internet nessuno sapeva chi fossi?” –  Un giornalista della BBC afferma che nell’uso smodato dei social network abbiamo “Un modo per riprogettare le nostre identità, scoprire cosa significa essere qualcun altro, diverso dal nostro io reale, ma non solo, attraverso il meccanismo dei mi piace (vedi Facebook), otteniamo riscontri istantanei (transitori, il più delle volte) per qualsiasi piccolo aggiustamento identitario ci venga in mente di fare”.

Le opinioni altrui inondano la nostra vita, come mai successo prima. Diventiamo “oggetti da quotazioni” attraverso valutazione o svalutazioni per una massa indistinta d’estranei. E lo sa bene chiunque sia stato oggetto di bullismo, quanto il giudizio pubblico, che comprenda accettazione, esaltazione, derisione o disprezzo sia esercitato in modo ampio e potente.

L’ansia generata è enorme, compresa quella da “prestazione”; il confronto incessante può suscitare sensi d’inferiorità o superiorità. Certo, una connessione generalizzata può risultare stimolante e utile, ma allo stesso modo converrebbe tenere ben presente il valore intrinseco d’ogni “utente”, non lasciandosi trascinare nel tentativo di paragonarci agli altri, estromettendo ogni suggestione da noi stessi. In altre parole, tenendo stretta un’identità, un proprio stile di vita non esclusivamente votato al “virtuale”.

Dovremo imparare a disconnetterci per un tempo relativamente lungo o quando lo riteniamo necessario, perché (come affermano le ultime ricerche), essere perennemente connessi o sotto i riflettori dei social, crea infelicità; nell’illusoria fuga dalla solitudine contemporanea, se da una parte la rete connette tra loro le persone, dall’altra, simultaneamente, disconnette le azioni nell’effetto di lunga durata, impone reazioni istantanee senza però ragionare sulle conseguenze.

L’acronimo anglosassone Fomo (Fear of missing out – paura di essere tagliati fuori), descrive l’ansietà sociale cui più o meno soffre ogni utente di Facebook, in modo anche drammatico. Preoccupandosi di ciò che pensano o fanno gli altri allontana drasticamente dalla propria vita, fa perdere il senso di sé. Esistono persone che fuori da Facebook non sanno chi sono, perdono spessore insieme a una visuale “terrena”, per così dire. Paradossalmente, si tratta di coloro che riscuotono maggior successo, in termini numerici per “amicizie” e “likes”: la conservazione del sé virtuale sembrerebbe avviata a farsi impegno a tempo pieno.

Come non scomodare Zygmunt Bauman, il compianto filosofo della modernità liquida, ultima figura di riferimento dell’attuale sociologia. Le sue analisi sul discredito della politica e la disuguaglianza che si accresce invece di diminuire, convergono nella visione inerente alla rivoluzione digitale. In una società votata all’individualismo, la questione identitaria si trasforma in qualcosa cui si è dato un obbligo, avere la tua “comunità”, ma ciò che del concetto comunitario fa il social network, è un sostituto, un rimpiazzo. S’appartiene alla rete, dove è possibile aggiungere o eliminare, controllare le persone cui siamo in qualche modo legati, non a una “comunità”. Con un dato inconfutabile da rimarcare: che comunicazione reale non è parlare con persone che la pensano come te, ma affrontare le difficoltà e il conflitto per coinvolgere due o più parti. Questo succede ogni qualvolta interagiamo con gli altri, ma in modo diretto, senza un filtro virtuale.

“I social network non insegnano il dialogo, perché è così facile evitare le polemiche… Molte persone li usano non per unire o per ampliare i propri orizzonti, ma piuttosto, per bloccarli in quelle che chiamo zone di comfort, dove l’unico suono che sentono è l’eco della propria voce, dove tutto quello che vedono sono i riflessi del proprio volto. Le reti sono molto utili, danno servizi piacevoli, però sono trappole …”.

Certo la rete è libera, vi può confluire chiunque, ma sulla comunità reale si può contare come su un vero amico, c’è affidabilità anche se è più vincolante. In rete, per uscire da qualsivoglia relazione, basta spingere il tasto delete. Però, afferma Bauman: “Pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra l’abbracciare qualcuno e pokarlo, ci sia differenza”.

In sostanza, Facebook e gli altri social network hanno stretto un patto fra gli utenti e la modernità: la vita è più facile, via ogni sforzo in termini d’impegno e acquisizioni, via le sfide, i dubbi, le insicurezze. Conoscere nuovi “amici” è diventato incredibilmente facile. Con la stessa, disarmante facilità siamo in grado d’interrompere relazioni e amicizie, se sopraggiunge la noia o qualcuno non soddisfa le nostre aspettative, oppure bastano disaccordo o il minimo segno di un conflitto, invece di fare tentativi estenuanti per riparare il rapporto, si cancella il nome senza sentire neanche il bisogno di scusarsi. Ecco, nella vita reale è molto più complicato, in primis perché la gente ha possibilità di guardarsi negli occhi.

Nel film 6 Gradi di Separazione, il lungo monologo di Paul (impersonato dall’attore Will Smith), esprime tutto il caos e la consapevolezza della nostra condizione: “Oggi l’immaginazione ha cessato di rappresentare il nostro collegamento, il collegamento più profondo fra la vita interiore e il mondo che è al di fuori di noi, in cui viviamo tutti. Perché l’immaginazione è diventata un sinonimo di stile. Ritengo che l’immaginazione sia il passaporto che noi ci costruiamo per entrare nel mondo della realtà. Credo che l’immaginazione sia solo un’altra via per definire l’unicità d’ognuno. Jung dice – Il peccato più grave è la mancanza di coscienza – II giovane Holden dice – Quello che mi fa più paura è la faccia dell’altro. Non sarebbe tanto male se potessimo essere tutti e due bendati – Molte volte le facce che abbiamo di fronte non sono quelle degli altri, ma le nostre. Ed è la peggiore forma di vigliaccheria, questo avere così tanta paura di se stessi da coprirsi gli occhi piuttosto che affrontarsi. Guardarsi in faccia, è diventata la cosa più difficile…”. 

Moonhole: utopia e natura.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

A Bequia, nell’arcipelago delle Granadine, la luna illumina un arco di roccia vulcanica, le curve di porte e finestre, fino a tratteggiare un eccentrico edificio lambito dal mare e scavato nella pietra naturale dei Caraibi, una fortezza in rovina a guardia di un paradiso perduto. Le sue stanze sono vuote, come uno spazio eretto ma abbandonato da anni. Eppure, Moonhole non evoca soltanto una visione incantata opponendosi al tempo e alla solitudine, ma ha anche un’emblematica storia da raccontare.

Un lavoro a New York nel mondo della pubblicità, una vita brillante piena d’amici e ciò nonostante alla fine degli anni Cinquanta, i coniugi Thomas e Gladys Johnston decisero di lasciare tutto e trasferirsi su un isolotto sperduto fra le isole caraibiche, eden selvaggio di spiagge incontaminate privo di strutture ricettive al contrario della vicina Mustique, meta chic e di tendenza per personaggi famosi e ricchi vacanzieri.

A Bequia la coppia prende in gestione una modesta locanda di nove camere e stringe amicizia con una famiglia locale, proprietaria del versante occidentale, il più impervio e incontaminato dell’isola, raggiungibile via mare o attraverso un sentiero scosceso intercalato da scogliere. Ed è proprio lì, indifferente e separata dal mondo che spunta una roccia chiamata Moonhole, ieri come oggi con la luna crescente che sembra bloccarsi dentro un imponente arco naturale: un’immagine di tale suggestione difficile da descrivere.

L’arco ispira fortemente la visione ecologista di Thomas Johnston che decide d’acquistare i dodici ettari di terreno, dunque, l’intera zona disabitata e di costruirvi sotto, quasi per capriccio personale, una casa che s’integri nello scenario ambientale. E nel frattempo che i coniugi abitano già a Moonhole come novelli Robinson Crusoe, i materiali di costruzione arrivano e si riciclano, non senza fatica da ogni parte dell’isola, insieme ai viveri per tirare avanti.

L’ex pubblicitario newyorchese non ha nozioni d’architettura, né d’ingegneria, ma una sua filosofia: “Una casa non è lì per essere ammirata, ma progettata in modo che i suoi occupanti possano rivolgere lo sguardo all’esterno, sentendosi proiettati fuori, godendo del paesaggio naturale, del mondo”.

Moonhole sarà costruita come un articolato fortilizio aperto sulla natura, con gli interni separati da gradinate che ruotano intorno alla roccia viva fino al mare. Ecco, per esempio, la “Camera della Balena” perché destandosi al mattino “senza neanche sollevare la testa dal proprio letto” s’intravedono i cetacei rimbalzare, al largo, attraverso grandi finestre senza vetri.

Non c’è energia elettrica ma pannelli solari, l’acqua è quella piovana raccolta in cisterne, molti ambienti sono privi di pareti in muratura costruiti intorno agli alberi o a uno spigolo roccioso.

L’interior design? Materiali riciclati dai naufragi: legname per farne pavimenti, catene di vecchie ancore a mo’ di balaustra… insomma tutto ciò che è possibile riqualificare e trasformare, serve al nuovo “borgo” per allestirlo con gusto e parsimonia. In questa fase, sull’isola di Bequia vale l’affermazione di Tom: “Non si butta via niente, si vende ai Johnston”.

Così la casa di Moonhole si barbica sotto l’arco naturale di un’isola caraibica, nel frattempo parenti e amici vengono dagli Stati Uniti per visitare la coppia e molti s’innamorano di questo stile di vita e del luogo, attirando anche l’attenzione di testate giornalistiche come il New York Times e il National Geographic. In uno spirito d’emulazione le persone chiedono ai Johnston di creare per loro abitazioni simili in altre zone spopolate dell’isola. Nel 1964 Tom diede vita alla Moonhole Company Limited, con lo scopo di difendere e sviluppare l’intera proprietà, convogliare scrittori, artisti, amici a mollare la loro vita e allontanarsi da tutto. In trent’anni la società costruisce sedici case, uffici, alloggi per il personale, una sorta di arena dove riunirsi con la gente del posto, ogni domenica.

Nonostante l’inatteso sviluppo immobiliare, Tom e Gladys non rinunceranno mai al loro “credo” profondamente ecologista: le dimore sono intimamente legate alla natura circostante, non si abbatte neanche un albero, non si scava nel terreno, non ci sono barriere fra interno ed esterno. Mai nulla è stato fatto per rendere praticabile la strada che conduce alle proprietà. Per chi reclama una casa a Bequia, si richiede fermamente d’attenersi a regole ferree e fidarsi fino in fondo. Una di queste, include il coinvolgimento degli aborigeni sostenendo lavoro, assicurazione medica, spese scolastiche.

Thomas Johnston muore nel 2001, sua moglie Gladys poco dopo. La disposizione testamentaria per la Moonhole Company Ltd esprime la volontà a preservare integralmente “l’architettura unica, lo stile di vita e la visione dei Johnston”, ma in realtà come spesso accade, le cose vanno diversamente. Gli altri possidenti sono deceduti o troppo anziani per tornarci; coloro che ereditano le proprietà appartengono a una generazione meno sognatrice e idealista, più propensa all’aspetto “pratico ed economico” del loro lascito. C’è chi cerca d’ottenere il controllo della Compagnia intentando cause civili, come lo stesso figlio dei Johnston che contesta la volontà del padre. Le abitazioni su roccia e alberi si avviano a essere modificate in modo totalmente contrastante alla visione originale di Tom. Moonhole, senza la sua guida e il suo interesse, comincia a cadere in rovina e la villa scavata nella roccia, sotto quell’arco magico che cattura i raggi lunari, è ormai talmente trascurata da diventare inagibile.

Scrive il New York Times: “È un eccentrico sviluppo di 19 case orientato ecologicamente e costruito in pietra nativa, con accenti d’osso di balena, sulle ripide colline della punta meridionale dell’isola. Il nome deriva da un arco naturale svettante sulla riva attraverso il quale si vede la luna quando il cielo è terso. Gli ossi di balena, resti di caccia aborigena da parte degli isolani, sono abbastanza grandi da funzionare come elementi architettonici. Le case, che si basano su energia solare, acqua piovana e serbatoi di propano, sono per lo più fantasiose. Potrebbe essere un buon affare, rimettere tutto in sesto…”.

Oggi, le case rammodernate e rese più funzionali sono in vendita a prezzi altisonanti, fino a quasi due milioni di euro. I ricavi consentono alla Compagnia e alla comunità locale di mantenersi e preservare l’ambiente marino e terrestre. La Moonhole Company tiene a precisare che questa parte di Bequia è un’oasi privata da preservare e gestita come tale, non come destinazione turistica. Forse l’utopia dei Johnston serba ancora una chance, forse… ma è certo che solo pochi visionari abbastanza vicini al paradiso terrestre, riescono a capire cosa intendesse Proust nell’asserto: “I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”.

Nel ventre dell’oceano.

Liliana Adamo per InNatura magazine

La “signora degli squali”, Cristina Zenato, ci parla di un’ulteriore passione: l’esplorazione delle cavità sottomarine, habitat quasi sconosciuti, una sfida per la subacquea “tecnica” e per se stessi.

Stalattiti, stalagmiti, flora e fauna sopravvivono nell’oscurità, non visibili in nessun luogo alla luce del sole, né su fondali aperti. In mare, le grotte restano quasi del tutto un enigma per l’esploratore e il desiderio di penetrarvi, una vera sfida per la subacquea moderna. La loro struttura morfologica è singolare, nel caso di grotte profonde e ristrette con lunghe gallerie l’immersione diventa pressoché rischiosa, per vari motivi: non si può riemergere direttamente in superficie ed essendo le vie d’uscita a notevoli distanze, il subacqueo avrà bisogno d’ossigeno a sufficienza per eventuali emergenze, essere munito quindi, di una quantità adeguata di bombole.

Considerato alla stregua di un campione di sport estremi, in realtà, lo speleo sub non può permettersi errori, né leggerezze. L’addestramento non sarà mai abbastanza; scarsa visibilità dovuta ai sedimenti rimossi dal passaggio umano, strettoie con laminatoi e altri ostacoli, possono far sì che sia arduo perfino muoversi o perdere l’orientamento. In un ambiente buio ed estraneo in cui solo la sommità è raggiunta da luce naturale filtrata dall’acqua, l’unico espediente è dato da fonti artificiali sul casco o attraverso le torce. Può succedere, in alcuni punti, che si ritenga necessario spingere le bombole per oltrepassare senza sbattere, oppure disporle col metodo all’inglese, cioè ai lati del corpo. Possono pervenire forti correnti, verificarsi crolli causati da bolle in erogatore; possono esserci sifoni o sorgenti attraverso i cunicoli. In questi casi, l’immersione sarà condotta in modo diverso, per evitare affaticamento e consumo extra d’ossigeno. Per ogni evento, tutti i settori richiederanno un’esperienza subacquea reale, tecniche e accortezze più volte studiate. Una buona preparazione può risolvere momenti di difficoltà, restare calmi e lucidi equivale, qualche volta, a salvarsi la vita.

Dai cenote all’Arco fatale.

Formatesi in lontanissime ere geologiche, intricate e oscure, sommerse dall’acqua eppure ricche di vita e di creature aliene, vuoi per scarsa conoscenza o sensazioni claustrofobiche, le grotte restano visitabili solo da specialisti ben addestrati, pur attraendo moltissimi subacquei.

In Messico, è stata scoperta una fitta rete di collegamenti tra i cenote, pari a centinaia di chilometri; in prossimità di Tulum, si trova un sistema sotterraneo di corsi d’acqua e dunque, ancora cenote: il Carwash, il Gran Calavera, il Naval, i bellissimi Cristal, l’Escondido.  L’esplorazione subacquea dell’intero sistema sotterraneo del Quintana Roo è relativamente recente, tra la fine degli anni Settanta e Ottanta. I quattro sistemi di caverne più lunghe dell’intero pianeta si trovano proprio qui, a Ox Be Ha, dove, i Tre Sentieri D’acqua, hanno raggiunto una mappatura per più di 134 chilometri.

Situato lungo l’arida costa del Mar Rosso, in Sud Sinai (Egitto), il Blue Hole di Dahab, altro “buco” fra i più temuti e affascinanti, cela una grande dolina subacquea carsica, spettacolare punto d’immersione ritenuto il più pericoloso al mondo. Nel blu profondo, una grande voragine circolare con pareti ricche di stalattiti e bizzarre formazioni rocciose, habitat per coralli luminescenti e microorganismi, induce spesso i subacquei a oltrepassare i 40 metri per raggiungere un lungo passaggio di curvatura, chiamato Arco. Questa spaccatura che collega il Blue Hole al mare aperto è a circa 60 metri di profondità, ma per annullarne il distacco, le conseguenze sono spesso fatali e l’insorgere della narcosi d’azoto spinge ancora di più verso l’abisso. Nascosto nel punto di vista d’entrata, l’Arco è difficile da trovare. Per di più, la corrente contraria rende arduo il passaggio, non essendoci punti di riferimento precisi. Molte persone sono state ingannate, pensando di trovarlo a poche bracciate di distanza.

Cave exploration Bahamas_Paige Colwell

Una mission complessa.

PADI Course Director, NSS_CDS Full Cave Instructor, EFR Instructor Trainer, TDI Extended Range Instructor, dietro questi acronimi, c’è una donna di carattere e passioni non comuni: Cristina Zenato, italiana, cresciuta in Africa, trapiantata a Bahamas, ambasciatrice degli squali (con i quali riesce a interagire, alternando passione, competenza e dolcezza), esperta nell’esplorazione delle grotte in immersione.

Una mission complessa la sua: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, Cristina punta sistematicamente alla protezione del mare, dei suoi diversi ambienti, delle creature che lo abitano, con metodi legati a preparazione teorica ed esperienza diretta.

Cristina Zenato

Prestare attenzione a una pratica così affascinante ma difficile, è di base, la sua prima regola: Le grotte sono sistemi delicati, hanno bisogno di persone specializzate e attente, al contempo possono farsi pericolose se si entra privi di preparazione e attrezzature giuste, oltre a una mentalità adeguata….  C’è bisogno di concentrazione, attenzione al dettaglio, umiltà e capacità di dire, oggi no, ci si può tornare domani. Oltre che equipaggiamento e tecnica, senza preparazione fisica e mentale, si rischia di compiere azioni che possono compromettere la propria vita e quella degli altri; non è la grotta a uccidere, ma chi vi entra senza le giuste precauzioni.

In questa particolare attività subacquea, il consumo d’ossigeno e la durata delle tappe di decompressione aumentano con la profondità e mai alcun limite programmato prima dovrà essere modificato o alterato. L’effetto narcosi da azoto è pericolosissimo perché l’ossigeno può esaurirsi prima della risalita in superficie. Vale la regola più comune, quella dei terzi. Un terzo della riserva andrà utilizzato per la discesa, un terzo per la risalita, un terzo per gli imprevisti.

Conservazione di un ecosistema delicato.

CaveSurvey_JillHeinerth

Chiedo a Cristina Zenato: “Perché le grotte?”

Fondamentalmente a me piace essere in grotta. Il tempo sembra sospeso, come se tornassi indietro di vent’anni quando non esisteva la distruzione della barriera corallina, poiché ne ho vissuti ventitré, qui a Bahamas… T’immergi nell’oscurità più profonda e il tempo assume un diverso andamento.  La grotta induce a concentrarsi, assorbe ciò che di superfluo appartiene alla società in superficie, t’isola dal resto, tutto è convogliato su te stessa e sull’ambiente circostante.

 Le grotte di Bahamas sono preziosissime all’intero ecosistema, perché fonti d’acqua dolce per le isole, una porta sulle mangrovie, necessarie alla riproduzione di tantissimi organismi, inclusi gli squali. Proteggendo le grotte, si preservano acqua, oceani, mangrovie, tantissime specie viventi.

 Vedo le grotte come un vecchio volume del tempo, un manoscritto che si apre ai nostri occhi sulla storia della terra e che racconta ciò che è successo tanto tempo prima di noi, durante noi e che ancora succederà, dopo di noi. Come un termometro sulla salute del pianeta, da sempre così inalterate, ogni minimo cambiamento è percettibile e comprovabile. Il loro habitat è casa di creature straordinarie, da fantascienza, le grotte sono davvero universi magici, separate dal mondo visibile e tangibile, belle e imperscrutabili, meno esplorate della luna.

 La teoria della contaminazione che viaggia sottoterra.

Light and darkness_Luca F Demi

All’interno del Parco Nazionale Lucayan, nei pressi di Freeport, Grand Bahamas, ricca di stalagmiti, conchiglie fossili, bivalvi e sei diverse strutture di biocenosi, la Ben’s Cave è la più importante – ed emozionante – per un sistema di grotte esteso orizzontalmente in nove miglia sott’acqua, fra i più grandi al mondo.

Cristina Zenato ricorda: Ho scoperto le grotte di Bahamas durante la mia 11sima immersione, mentre seguivo un tour nella famosa Ben’s Cave. Ho provato subito una sensazione di leggerezza e distacco dal mondo, superando la caverna, procedendo oltre per esplorarla, mi sentivo come sospesa nel nulla…

Nel 1996 due anni dopo il brevetto base, mi recai in Florida per ottenere una preparazione e una qualifica come speleo sub, tornando poi alle Bahamas e sperimentare le mie prime immersioni. All’epoca, non c’erano persone brevettate o istruttori cui riferirsi, quindi mi trovai nella posizione di fare tutto da sola, con le dovute cautele. Finché non mi affiancai al direttore educativo della NSS-CDS, vale a dire l’agenzia d’addestramento per le grotte, diventando un’istruttrice vera e propria nel 2000, dopo notevoli sacrifici dal punto di vista personale ed economico.

Nel frattempo, ho raggiunto alcuni obiettivi: per esempio, tra il 2009 e il 2011, ricavando la mappa della Ben’s Cave, la prima che avessi mai fatto, una grotta di oltre dieci chilometri di sagole (cavetti di canapa costituiti da elementi torti o intrecciati, le sagole sono usate in marina per alzare bandiere o segnali), quando, prima di allora la protezione era riservata solo all’entrata. Altro progetto che mi ero messa in testa di portare a termine, è stato quello d’esplorare e comprovare la connessione fra due grotte, questo fra il 2008 e il 2012. Le due cavità sottomarine, situate una in mare aperto, l’altra sulla terraferma, sembravano non avere nessun punto di contatto, o almeno così si credeva fino a quando non ho dimostrato il contrario. Quest’impresa mi ha aiutato a dimostrare la teoria della contaminazione che viaggia sottoterra, dunque a rendere più forte la richiesta di proteggere Ben’s Cave.

Light trough the darkness_Fan Ping

In cosa consiste questa teoria? In pratica, l’acqua filtra attraverso il terreno e le rocce carsiche seguendo il senso di gravità da un punto più alto a quello più basso, creando fiumi sotterranei, i quali tracimano tutto ciò che d’inquinato e sporco noi produciamo sulla superficie e anche sotto. Non ci sono limiti all’inquinamento, anche se, illusoriamente sembra essere distante dall’area che si vuole proteggere.

Fra il 2012 e il 2015, il mio lavoro si è protratto senza soste, perlustrando grotte diverse per poi proseguire con corsi d’aggiornamento corredati da nuove tecniche. L’esplorazione di un sistema a est dell’isola principale di Grand Bahama ha permesso d’inserire questa zona in un programma di protezione totale prevista dal governo, con la promessa di una tutela pertinente del 20% in più nel territorio di Bahamas, acqua o terra che sia, entro il 2020.

Un grazie particolare a Cristina Zenato.