Archivi categoria: Humanity

BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

12

Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

610

Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

1416

Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

L’ambasciatrice degli squali.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Sulla scia dei signori del mare. Il viaggio di Daquwaka, il dio-pescecane, prosegue fino a Bahamas… con Cristina Zenato, e il linguaggio della natura.

Una vita che è un’avventura. Cristina Zenato nasce in Italia, cresce in Africa, si trasferisce a Bahamas nel 1994. Lì comincia a lavorare come istruttrice d’immersioni, giungendo a una molteplice vita professionale, che va dall’interesse per gli squali alla perlustrazione delle grotte subacquee (ottenendo risultati ritenuti impossibili; per esempio, è lei la prima persona al mondo ad aver messo in comunicazione una grotta terrestre a una marina). Il lavoro di Cristina Zenato è complesso, la “mission”, peculiare: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, si punta sistematicamente alla protezione del mare e delle creature che lo abitano con metodi legati a pratica, conoscenza ed esperienza diretta.

E’ una scelta di campo ben precisa, arrivano anche i riconoscimenti internazionali che premiano una passione per lo meno insolita, per una donna. Un lungo, paziente impegno fatto d’acquisizioni quotidiane e immersioni che si trasforma in un diario di comportamento degli animali, scoprendo la vera natura degli squali. Un diario, uno studio particolareggiato e meticoloso che diventa ben presto parte attiva per tutti quei movimenti e associazioni che puntano a un’immagine realistica di questi predatori e alla loro tutela.

Per lei, che si auto-definisce “ambasciatrice degli squali”, gli appellativi ormai non si contano; ma Cristina Zenato resta una donna forte ed entusiasta, una professionista impegnata in primo piano e su molti livelli. Le sue indiscutibili credenziali la presentano a tutto tondo: PADI Course Director, sostenitrice dell’Our World Underwater Scholarship Society, creatrice di un programma locale educativo per giovani Bahamensi, membro d’eccellenza del Women Diver Hall of Fame, Explorers Club, Ocean Artists Society, ecc.

Per capire il mondo segreto degli squali, l’abbiamo incontrata e questa è la sua lettura:

 Ci spieghi chi è Cristina Zenato e com’è nata la tua passione?

Cristina Zenato: Sono cresciuta con il mare e la voglia di esserne sempre a contatto, il sogno d’avere degli squali per amici e il desiderio di non dover mai uscire dall’acqua. Ho sempre seguito e cercato di realizzare i miei sogni anche quando sono costati dei sacrifici. Ho imparato a usare la parola “impossibile” con il più grande dei riguardi e cautela. Mi sento cittadina del mondo con un pezzo di cuore per la “mia Africa”, per l’Italia e tanto per Bahamas, il mio mondo e la mia casa negli ultimi ventidue anni. E’ vero…parlo cinque lingue, anche se alcuni dicono sei, comprendendo il linguaggio degli squali che io preferisco chiamarlo, il linguaggio della natura.

Vivo senza televisione ma possiedo più di mille libri. Mi piace leggere, scrivere, praticare yoga, stare all’aria aperta. Anche se sono una professionista subacquea da ventidue anni, un’ambasciatrice degli squali, esperta nel lavoro diretto con questi animali, un PADI Course Director, istruttrice d’immersioni a livello tecnico e appassionata esploratrice di grotte, non ho mai smesso d’imparare. Credo profondamente nel potere dell’educazione per migliorare il nostro rapporto col mondo e la natura. Alle Bahamas ho sviluppato un programma senza scopo di lucro per educare i Bahamensi nel mondo sub, un programma che ha permesso di creare numerosi professionisti subacquei. Credo nel potere delle persone. La passione per gli squali è nata grazie a una famiglia che viene dal mare e che mi ha sempre riportata al mare, insegnando che tutte le creature, belle, brutte, che ci spaventano o che affascinano, sono necessarie per un equilibrio di cui non abbiamo benché una minima idea di delicatezza. La passione per gli squali viene dal fatto che sono creature forti, perfette eppure molto vulnerabili.

Secondo te, quanto è importante conoscere e interagire con questi splendidi animali per garantirne l’incolumità e la sopravvivenza nei nostri mari?

Cristina Zenato: “Con l’ignoranza si bruciano le streghe al rogo”, è una frase, credo, pienamente veritiera. La differenza tra il sentito dire e la vera esperienza, può essere in alcuni casi, la differenza tra la vita e la morte del soggetto in questione.  Gli squali soffrono di una pubblicità negativa alimentata da storie, leggende, idee e sentito dire. L’esperienza diretta, essere in grado di stare in acqua con loro, vedere altre persone che nuotano e interagiscono con loro, può aiutare a separare i miti dalla realtà, la verità dalle leggende, per entrare nel mondo reale degli squali.

EDDY RAPHAEL
Eddy Raphael; Digital Seaweed

Ho sentito dire da un operatore subacqueo che i tigre, hanno un temperamento molto incline alla tolleranza (in realtà, lui parlava di “dolcezza”), con le persone che li avvicinano. Tu credi che ci sia una diversificazione sul “carattere” d’ogni squalo? Ciascuno dei “tuoi” squali ha un differente approccio con te? 

Cristina Zenato: Ogni squalo, come ogni animale ed essere umano, ha una personalità. Alcuni sono curiosi, altri molto diffidenti, alcuni imparano velocemente, altri lentamente. I miei, sono differenti l’uno dall’altro ed anche in questa definizione, essi cambiano di giorno in giorno per diversi fattori che li influenzano. Dal tempo, per esempio, alla temperatura dell’acqua o anche se qualcuno ha cercato di fare loro del male, oppure no. Intuisco se qualcuno ha pescato intorno alla zona dove, di solito, si concentrano (anche se proibito), perché li trovo molto irrequieti, quasi distratti, contrariamente, possono essere molto più tranquilli e rilassati, sì…gli squali hanno personalità e attitudine.

In che misura può definirsi “pericoloso” imbattersi con uno squalo di grosse dimensioni? Come comportarsi? Soprattutto, cosa evitare di fare?

Cristina Zenato: Una domanda che mi giunge spesso cui rispondo con mille altre domande. Che tipo di squalo? Dove siete? Quali acque? Che cosa state facendo? Apnea? Sub? Pesca subacquea? Avete attirato lo squalo o vi siete incrociati per caso? Ci sono oltre 500 specie di squali e diverse hanno enormi dimensioni. Alcune mangiano plancton (il più grande pesce del mare è lo squalo balena, un filtratore di plancton). E’ una domanda senza risposta, sicuramente un’idea sarebbe di conoscere in parte che tipo di squali è facile incontrare in un certo habitat, se è un luogo adatto per lo snorkeling o subacquea o nuotare. Il tutto torna alla conoscenza degli animali e del loro ambiente; abbiamo necessità a smettere di credere che il mondo ci appartenga e che, esclusivamente per noi, dobbiamo creare un mare “sicuro”. Siamo debitori verso il mare, quindi, cominciare a capire come funzionano gli squali in determinate situazioni e ambienti, è il primo passo per adattarsi a loro e non l’opposto.

Ci sono episodi o imprevisti accorsi durante la tua lunga frequentazione con gli squali di Bahamas?

Cristina Zenato: La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno). Contrariamente a un mito molto diffuso, solo pochissime specie di squali continuano a nuotare per ventilare; la maggior parte ha un secondo sistema chiamato pompaggio buccale (delle guance). Questo permette di muovere l’acqua attraverso i tagli branchiali, grazie a un movimento della mandibola. Quel movimento è fra le sensazioni più belle da provare, insieme al corpo dello squalo che lentamente, gentilmente si abbandona al tocco e diventa sempre più pesante…Ogni volta è un’esperienza unica, un privilegio, un dono speciale che mai cambierà anche dopo migliaia di volte che mi è successo.

Per esperienza: peggiore allievo, è chi, per la prima volta, si cimenta nello shark diving o l’ignaro squalo? Come avvengono le tue lezioni?

Cristina Zenato: Chi si cimenta senza conoscenza, senza capire gli squali, magari, senza voler imparare da coloro che ci sono passati prima, non per trovarsi fermo allo stesso livello, ma evitare i medesimi errori, per accedere a una piattaforma di lancio più alta di chi ha cominciato prima. Povero squalo ignaro, in fin dei conti, ci rimette sempre lui…

Freediving-Image Amanda Cotton
La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno)…

Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano. Il perché sia venuto qui, cosa vuole scoprire, conoscere o assimilare, cosa invece, trova difficile, quali siano le paure o ciò che la renderebbero felice. Da qui, usando schemi e metodologie per immergersi e soprattutto tramite “il mio corso”, a “immergersi” sul serio in mezzo agli squali, costruisco un’esperienza specifica per quella persona. Si comincia con la preparazione e azioni che tutti sono obbligati a svolgere. Osservando le reazioni, sono in grado di guidare la persona verso il rilassamento, a essere più confidente, o meno dominante. Compio degli esempi, faccio ripetere e poi incoraggio. In superficie, rivisito ogni immersione, azione e reazione, descrivo cosa fare, dove e come concentrarsi. E’ un lavoro unico, che mi permette non solo di rivelare gli squali alle persone, ma di far scoprire un’identità sconosciuta perfino a se stessi. E’ un lavoro che, attraverso gli anni, mi ha garantito incredibili amicizie anche con chi una volta, è stato un mio studente.

Sei d’accordo con le immersioni in gabbia, alla presenza di grandi squali bianchi?

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano…

Cristina Zenato: Sì, in genere sono d’accordo. E’ anche possibile nuotare e fare immersioni con squali bianchi senza l’ausilio della gabbia, ma c’è una difformità che va evidenziata tra la circostanza di una due o più persone che, effettivamente possono definirsi sub super esperti, sapendo dunque come muoversi, interagire e commercializzare l’esperienza in acqua senza protezione e chi, invece, si avventura per puro sensazionalismo, privo d’esperienza e cautela. Spero, che fra dieci anni possano dirmi che mi sbagliavo, nel senso che chiunque possa fare immersioni con squali bianchi, senza dover entrare in una gabbia. Al momento, è giusto dire che l’unico livello commerciale per avvicinare uno squalo bianco è questo: la gabbia è l’unico escamotage che garantisce la quasi piena sicurezza ai sub e agli stessi animali.

Un tuo parere su come si dovrebbe condurre una campagna capillare per la sopravvivenza di questo splendido predatore.

Cristina Zenato: Credo che le campagne dovrebbero essere diverse con ruoli e voci distinte. I primi due obiettivi sarebbero di: 1) diminuire la domanda attraverso l’educazione dei consumatori, senza domanda, muore l’offerta; 2) cambiare le leggi di pesca integrando soluzioni alternative per pescatori e commercianti (la pesca a rotazione in Alaska funziona molto bene al punto che gli stessi pescatori si auto-controllano con una disciplina ferrea).

Credo nel potere delle persone, perché anche uno solo può cambiare il destino di tanti. Ci credo… l’ho visto attraverso le mie azioni, il mio lavoro e i progetti condivisi. Nel 2011 siamo riusciti ad ottenere la dichiarazione da parte del governo Bahamense circa la tutela per tutti gli squali da importo, esporto, pesca sportiva, cattura per errore, insomma, una legge completa.

Sarebbe utile realizzare campagne locali, da persone che vivono nella stessa comunità, conoscono da vicino le medesime problematiche: dare valore agli squali vivi e non da morti. Il sistema che impiego e in cui ho sempre creduto, produce concrete possibilità per i pescatori che si convincono di una nuova prospettiva, usare gli squali con criterio positivo, da vivi, invece che da morti.

Un modello è nel programma educativo che ho ideato e sviluppato, dove vivo, alle Bahamas. Dare un valore agli squali, che sarà evidente e favorevole alla sopravvivenza di un intero ecosistema. A coloro che mi chiedono idee per proteggere gli squali, suggerisco sempre di cominciare a guardare in casa nostra, porci delle domande: quali leggi sono in attivo per proteggere gli squali? Quali sono le scelte per chi dipende dalla pesca? Che programmi educativi possiamo creare? Chi possiamo persuadere? Abbiamo la facoltà a educare i consumatori a non comprare carne di squalo (sappiamo con quanti altri nomi gli squali sono venduti sul nostro mercato, che non sembrano neanche nomi di squalo?), educare i bambini, gli adulti a non collezionare denti o prendere supplementi di cartilagine, possiamo convincere chi stabilisce le leggi nel luogo dove viviamo, cui possiamo esprimere il nostro dissenso.

A questo punto, non ci resta che venire a Bahamas per un’immersione con i tuoi squali!

Cristina Zenato: Con grande piacere, vi aspetto!

Il sogno di una foresta per Sebastião Salgado.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile, è il luogo dov’è nato Sebastião Salgado. Un tripudio di piante, fiori, fiumi, animali, che rivive in funzione mnemonica come un rifugio idealizzato, il paradiso perduto.

Considerato il più grande fotografo dei nostri tempi, Salgado si è reso testimone di un aspetto profetico e “materico” del mondo. Per lui che segue le orme del cuore e dell’azzardo mollando una carriera spianata in banca, il viaggio si compie in cento paesi diversi, osservatore di culture eterogenee, problematiche sociali e aspetti inediti; documentando esodi di massa, genocidi, catastrofi ambientali, il dramma delle comunità minacciate (in primo luogo, gli Indios in Amazzonia), così le polimorfie di grandiosi paesaggi naturali e la bellezza violata del pianeta, sembrano volerlo accompagnare nei suoi lavori più recenti.

Un viaggio forgiato da terra e luce, esito d’esperienze e conoscenze su tutto ciò che ha smosso il corso degli eventi alla fine del Novecento. Salgado si reca in Ruanda e riprende gli orrori del genocidio, in Kuwait, le esplosioni dei pozzi petroliferi, con Genesis, l’ultima, monumentale raccolta di fotografie, rende omaggio alla Terra e alle sue creature, un segno di riconciliazione, testamento d’amore e arte.

E durante il reportage sulla guerra civile in Ruanda, l’incontro con la morte nella prassi più disperata e brutale, Salgado contrae una malattia cui non si conosce la diagnosi. Lasciata l’Africa orientale per raggiungere Parigi alla ricerca di una cura, egli trova la risposta: ha guardato la morte troppo a lungo e la morte gli è entrata dentro, bisogna smettere o altrimenti lui stesso cederà.

A meeting of a religious community in Base, on the road to Attilo, Chimborazo, Ecuador, 1982

Alla soglia dei settant’anni inizia un periodo di cambiamenti e riflessioni. Turbato dall’insensatezza d’alcune esperienze, dalla fotografia e dal mondo intero, Sebastião Salgado si rifugia ad Aimorés, nel suo Brasile, un ritorno alle origini; ma dell’imponente foresta pluviale che si estendeva per metà di un territorio vastissimo, rimane un pietoso 0,5%.

Ancora una volta, l’artista percepisce quel senso di perdita che l’aveva accompagnato durante gli eccidi in Ruanda e nel percorso della sua malattia; riconosce la morte anche qui, nel luogo a lui più intimo: una terra stremata, dove l’utilizzo indiscriminato di materie prime (ferro, manganite e oro), favorisce un’economia distorta a beneficio di multinazionali e classi abbienti, mentre amplifica l’indigenza dei nativi, cancellando il lavoro rurale.

Sebastião Salgado si avvale nuovamente della macchina fotografica. La sua denuncia è potentissima, ripercorre i luoghi che conosceva da ragazzo, espone il suo “paradiso” deforestato: ciò che rimane di una distesa fiorente a perdita d’occhio si riduce a un suolo sterile, renoso, privo di piante e animali. Grazie alla sua fama internazionale esercita pressioni e va oltre; insieme alla moglie, Lélia Deluiz Wanick, elabora un ambizioso progetto di recupero, piantare un albero, poi un altro e un altro ancora… una foresta infine, l’originaria giungla pluviale subtropicale, pressoché distrutta.

Converte in “quartier generale”, il ranch che il padre aveva gestito in passato, crea una comunità a sviluppo ambientale il cui impegno è sensibilizzare, educare, promuovere la ricerca scientifica. Nasce così l’Instituto Terra, che avvia il più grande piano di riforestazione su scala globale; un programma no-profit, continuo e sistematico, per ridare linfa vitale a zone complesse, puntando sul ripristino della biodiversità locale.

Lélia Deluiz Wanick e Sebastião Salgado

Il lavoro si concentra soprattutto a Serra da Mantiqueira (1220 metri d’altitudine), sul delta del Rio Doce (letteralmente “fiume Dolce”), area ricca d’affluenti, eclettici ecosistemi, varietà di microclima, sede della più grande miniera a cielo aperto del mondo, oggetto di un disastro ambientale di vaste proporzioni con milioni di metri cubi di fanghi tossici e acque acide riversate nel maggiore dei suoi emissari, il Rio Carmo. Un intervento non facile, ma grazie al quale l’acqua continua a scorrere dalle sorgenti naturali, reintegrando gli ambiti necessari affinché specie animali a rischio d’estinzione, possano essere salvate.

“Pensiamo all’elemento acqua per ogni attività della nostra vita… ”. Sostiene Salgado: “…Ma l’acqua non si ottiene se non ci sono alberi. Quando c’è pioggia in un luogo senza alberi, in pochi minuti, l’acqua arriva nei torrenti, portando terriccio, distruggendo le nostre sorgenti, danneggiando i fiumi e non c’è umidità da trattenere. Quando ci sono alberi, il sistema di radici trattiene l’acqua. Tutti i rami degli alberi, le foglie che cadono, creano un’area umida, l’acqua si trattiene per molti mesi nel sottosuolo per arrivare ai fiumi e mantenere le nostre sorgenti…”.

Bulcão Farm, ex fattoria paterna, sede operativa del progetto Instituto Terra, coordina 1.754 acri, 1.502 dichiarati Patrimonio Privato Riserva Naturale (PNHR). Nel 2004, la buona pratica fa sì che la confederazione di Minas Gerais dia impulso alla Categoria della Riserva Privata per il Restauro Ambientale (PRER), sollecitando ogni iniziativa privata a muoversi (coraggiosamente) in tal senso. Il primo impianto ha avuto luogo nel dicembre 1999; in un work in progress estenuante, l’Instituto Terra è in fase di completamento nel recupero di tutti i lotti distrutti. Per il Brasile moderno, è un risultato senza precedenti.

La prospettiva di rivalorizzazione ambientale, come pure di un patrimonio storico inestimabile, ottiene tale prestigio e attendibilità da trascinare numerosi sostenitori e un’ingente raccolta di fondi. Il beneficio a lungo termine si estende alle popolazioni autoctone: indicativo è il caso dei Quilombola, discendenti degli indigeni fuggiti dalla schiavitù, che rischiavano di scomparire per sempre, insieme alla cultura e all’identità originarie del Brasile.

Sebastião Salgado

Fra acqua e terra, la Foresta Atlantica è depositaria di un ecosistema fra i più straordinari per l’intero continente americano. Con una superficie di 400.000 miglia quadrate (lungo l’asse del Rio Grande, da nord a sud), un tempo si spingeva fino all’estrema Argentina e il Paraguay. Ciò che rimane del “polmone terrestre”, è un deposito di biomasse ancora ricchissimo di biodiversità che, per quanto minacciato, rimane punto fondamentale per ripristinare in origine, l’equilibrio perduto; in pratica, un record di varietà botaniche: 454 specie in una singola area (appena 2,5 acri) a sud di Bahia, 476 nel dipartimento chiamato Espirito Santo, zona montuosa, di modeste dimensioni. La devastazione di queste regioni spiega il cambiamento climatico avvenuto drasticamente, conseguenti inondazioni e altre calamità, normalmente attribuite a fattori “naturali”.

Obiettivo è reintegrare gli habitat derivanti su trentasette milioni di acri; dal primo albero, che rievoca quel dicembre 1999, fino al 2050, a lavoro concluso. A oggi, 17.000 acri di terreno sono stati riportati a nuova vita, un milione di piantine curate nelle serre, aspetta d’essere collocato nel suo humus primario, come la Mata Atlantica, tipica flora pluviale subtropicale. Molte aree circostanti cominciano a seguire il sogno di Salgado, lo sforzo diventa collettivo per restituire dignità e speranza: una Biosphere Reserve, eredità di un uomo e dei suoi conflitti interiori a una pluralità d’individui e al futuro dell’intero pianeta.

 

Rob Stewart, 72 ore di un eroe moderno.

Liliana Adamo per AltreNotizie.

Non è un giorno come tanti, quel 31 gennaio 2017. Di primo mattino, il giovane fotografo naturalista, documentarista e conservazionista, Rob Stewart e Brock Cahill, suo stretto collaboratore, prendono a nolo una barca dalla società Horizon Divers, a Key Largo, in Florida.

Rob StewartL’idea è ancorare nei pressi di un relitto antistante Nassau con un obiettivo ben preciso, messo a punto nei particolari, rischi compresi. Con loro ci sono il proprietario del noleggio barche, Dan Dawson e un istruttore subacqueo di Ft. Lauderdale, Peter Sotis, con cui Rob e Brock hanno appena ultimato un corso di tri-mix rebreather, un tipo d’immersione “di verifica”, fra le più ardue da eseguire con un non generico scopo d’essere utilizzata, come ravviseremo poi.

Sebbene complicato, immergersi attraverso la nuova procedura è un test che, in teoria, Rob Stewart avrebbe affrontato in sicurezza: il trentasettenne pluripremiato wildlife photographer, regista, strenuo difensore degli squali, ambientalista ed educatore, nato e cresciuto a Toronto, in Canada, ha iniziato a fotografare sott’acqua dall’età di tredici anni. A diciotto, è già un istruttore subacqueo d’altissimo livello e, fra Ontario, Kenya, Giamaica, non tralascia una laurea in Scienze Biologiche; insomma, un attivista a tutto tondo, esperto e attento, dal carattere generoso, immaginifico, innovatore, destinato a incarnare una leggenda vivente sulla variegata scena dell’ambientalismo mediatico. Aveva detto: “Reputo la probabilità di morire per l’attacco di uno squalo pari allo zero per cento, l’ultima delle mie paure”. Come dargli torto?

Prima d’intraprendere le sue campagne a difesa degli squali e precedente alla realizzazione di Sharkwater del 2007, film documentario che l’ha reso celebre, Rob Stewart trascorre quattro anni nelle zone più remote del mondo, con l’incarico di capo fotografo per le riviste del Wildlife Federation canadese. Nel modo in cui spesso accade, c’è in agguato qualcosa di predestinato, un incontro che cambierà la sua rotta e la sua visione: con l’incombenza di fotografare gli squali delle Galapagos, il giovane fotografo si aggrega a Sea Sphepherd e al capitano Paul Watson, mentore e ideatore della più agguerrita compagine internazionale a difesa degli Oceani.

Fra le isole ecuadoriane, a bordo dell’Ocean Warrior, Stewart scopre un’area di palangari all’interno di una riserva marina protetta, interdetta alla pesca e molti squali uccisi, le cui pinne saranno dirottate (illecitamente) sui mercati orientali. Prova a sensibilizzare sullo scempio dello shark finning attraverso i supporti mediatici ma non conseguendo alcun feedback in termini di “popolarità”, lascia la carriera fotografica e, appena ventiduenne, s’imbarca in un viaggio singolare, durato quattro anni. Il tempo necessario per filmare un documentario epico come Sharkwater, testimonianza di “prima mano” e grande impatto visivo, che mostra le contraddizioni e la bellezza di questi animali, l’orrore che si prova dinanzi a un corpo cui sono state tranciate le pinne, abbandonato sul fondo del mare ancora vivo, un corpo trascinato dalla corrente e senza speranza. Per un lungo attimo lo spettatore guarda in quegli occhi e intuisce il dolore di una meravigliosa specie che lentamente si avvicina all’estinzione.

Per la conoscenza diretta di questi predatori fragili, vessati da una reputazione costellata d’incapacità e ignoranza, le prime fasi del film sono destinate a entrare nella storia. Rob Stewart è inginocchiato sul fondale sabbioso, accarezza gli squali che gli turbinano attorno, che si avvicinano curiosi, con tocco leggero: “Fin da ragazzino ti dicono che sono pericolosi. Ti avvertono di non avventurarti troppo lontano in mare… ma poi, finalmente, ti accorgi che tutto ciò che ti è stato insegnato nella vita è la paura. E qui è perfetto, nessuno vuole farti del male ed è la cosa più bella che abbia mai visto…”.

8
Rob Stewart

Lo stesso Paul Watson rimarca il genio di questo giovane, versatile “guerriero” attraverso le sue ultime dichiarazioni: “Sharkwater è stato proiettato in decine di festival in giro per il mondo cambiando il punto di vista per milioni di persone; ha rimosso profondamente la percezione riguardo a questi animali. Rob era un esperto biologo marino e possedeva le quattro virtù più importanti, passione, empatia, coraggio e immaginazione. Ha avuto il coraggio di seguire la sua passione con profonda empatia e ha avuto l’immaginazione di trasformare il centro del suo lavoro usando una macchina fotografica…Quello iniziato nel 2002 è stato un viaggio per cambiare il mondo. E ci è riuscito. È riuscito a ripulire il giudizio sugli squali, da animali assetati di sangue ad aggraziati e meritevoli di rispetto ed empatia. Rob era un uomo appassionato di squali. Li considerava animali senzienti, la cui esistenza contribuisce a un delicato equilibrio dell’ecosistema marino… era anche un eccezionale educatore, in grado d’adottare uno spirito di vita come Jacques Costeau, portare in superficie l’ignoto regno marino e confrontarsi con la sua vera natura. Le sue azioni sono state eroiche, per aver prodotto un documentario in grado di mostrare la realtà e difeso animali la cui considerazione è stata negativa per decenni”.

Sea Shepherd Conservation Society

Al largo di Nassau, dall’imbarcazione di Dan Dawson, Rob Stewart compie tre immersioni insieme al suo cameraman, Brock Cahill e l’istruttore, Peter Sotis. Tre immersioni molto profonde col sistema del tri-mix rebreather. Perché? Il 19 dicembre lui stesso ha inserito un post sul timeline di Facebook: “A gennaio in Florida, mi aspetta un tuffo infinito per rivelare (e filmare), una creatura misteriosa e sfuggente, una specie di cartone animato incredibilmente grazioso”. E’ il sawfish, corporatura di squalo, bocca che si avvicina al profilo di una motosega, molto timido, facilmente spaventato dai flussi del respiratore (bolle), prodotti da una normale immersione “superficiale”.  Il degrado degli habitat minaccia d’estinzione anche questa strana ed eterea creatura che, in rari esemplari, si aggira sul fondo degli oceani. L’operazione è parte di un progetto scientifico e un nuovo cortometraggio sequel del precedente, Sharkwater Extinction, che esamina questi aspetti: il rebreather, un sistema a circuito chiuso che ricicla anidride carbonica esalando aria respirabile, permette d’avvicinare il sawfish, la creatura nascosta e filmarlo, permette una presenza furtiva, un nuoto in silenzio, privo di bolle, a oltre cento metri in profondità.

I subacquei si muovono alla ricerca del pesce sega per ben tre volte nell’arco di una giornata. Sono le immersioni più profonde mai tentate finora. Al terzo tentativo risalgono in superficie, verso la barca che li attende. Rob Stewart dà il segno di “tutto ok”, va bene. Eppure qualcosa non va: Sotis e il cameramen, Brock Cahill, riescono a risalire in evidente stato confusionale, barcollanti, vittime di un palese stato di decompressione, Cahill ha la telecamera oscurata; a questo punto l’equipaggio comincia a eseguire la prassi prevista per la rianimazione attraverso l’uso di ossigeno. C’è panico e confusione a bordo, per momento, tutti voltano le spalle all’acqua. Quando si cerca il terzo superstite della tri-mix rebreather, Rob, è già scomparso. Cinque minuti dopo, con un elicottero HH65 decollato da Miami e il personale della Guardia Costiera, cominciano le ricerche in mare e sott’acqua.

Nelle 72 ore che verranno, la sparizione in Florida per l’acclamato direttore di Sharkwater è fra le news che fanno il giro del mondo. Sono ore d’attesa, dove preoccupazione e speranza si accomunano. L’intero equipaggio di Dan Dawson, il noleggiatore dell’Horizon Divers, è tratto in arresto con l’accusa di “tentato omicidio”. In 72 ore il destino ha già deciso la sorte per il trentasettenne canadese; 72 ore in cui gli equipaggi hanno perlustrato l’oceano, l’oceano che lui ha amato più di se stesso, offrendogli il suo talento e una straordinaria forza di carattere; 72 ore che culminano il mattino del venerdì 3 febbraio, una giornata plumbea e pesante: sospese le ricerche, si recupera in mare il corpo senza vita di Rob Stewart.

The apotheosis of Candles. “Yes, I have my phobias too, you know. One of them is crowd…”.

By Liliana Adamo

“Yes, I have my phobias too, you know. One of them is crowd…”

This is what I wrote to an American friend telling him about “Gubbio’s Corsa dei Ceri” “The Rave of the Candles” – because the peculiarity of this celebration, which is the popularchorales. On 15 May of every year, residents of Gubbio, visitors from other cities far and near, tourists of every nationality , to the sidewalks, balconies, piazzas, all of them running after the madmen as they climb the Monte from morning to night till they are worn–out with exhaustion. An uncontrollable crowd, but I had to overcome my fears and be there.

Gubbio 1
Gubbio. The Rave of the Candles

It attracted me that, presumably, the “Candles” represent the most passionate and dramatic festival, both pagan and religious, held in Italy, and Gubbio is still a small city which was concerned as an architectural masterpiece of the Medieval civilization and the society of the XIII th and XIV th centuries.  An anthropic territory which finds its district expression in the ancient guilds on “ Universitates” of arts and occupations, protected by ancient walls, rocks, woods and mountains (principally three – Foce, Ingino and D’Asciano) .

gubbio-in-bianco-e-nero-64e93cb3-91c6-4789-b37f-9d5cd0d115e4
Gubbio is a small city which was concerned as an architectural masterpiece of the Medieval civilization and the society of the XIII th and XIV th centuries

As I leave Perugia, the city where I live, in the coach which winds its way through the hills, I became aware of how astonishing this area, lying   between the boundaries of Umbria and Marche is – because of its altitude, variety of terrain and undulations. I remember having read somewhere a singular identification of the green colours and their gradations to describe  their light. Banners with cryptic symbols, some of which are deemed precious, hang down over the roadside, from windows, balconies on ledges; I did not understand their significance at that moment.

And then, here is Gubbio!

“…A lot has been written about the read and presumed mysticism of the Umbrians, exaggeratedly and excessively. About their madness, almost nothing…”  (1).

I get out of the coach, grab my cellular phone and call my friend, Visia, with whom I have an appointment. An authentic Gubbian, she will offer me a red scarf to tie round my neck, and a continuous sequence of emotions. I have some time so I take a small street, run into a group of  “ceraioli” (as the bearers of the “ Candles” are called), and don’t allow them to escape me: “Is there a sure, etymological or philosophical answer about the origins of your insanity? I want to write an account of this day for an American magazine…” I display all my feminine charm.“Americans? We have always liked them…” The two wearingyellow shirts and red scarves  round their necks, approach me and take me by the arm: “We shall write the article for them and then you can pay us…”I don’t think I am willing to do this. “Come along with us and we will show you where our madness comes from!” They are very persuasive but I decline their invitation and go round the little shops of white lace and crockery decorated with gaudy shades, the scent of toasted bread seasoned with garlic and sprinkled  with oil in the air, relishing my first cigarette of the day and gripped by the desire for a coffee. Were lies the ancient area of the Lanaioli which extends up to the area of San Martino, and between two stone buildings flows a narrow little river called the Cavarello. I think of these  places as  they must have been hundreds of years ago – women on the banks of the stream washing clothes made in the original artisan factories…

123
Is there a sure, etymological or philosophical answer about the origins of your insanity?
93
Come along with us and we will show you where our madness comes from!
193
Were lies the ancient area of the Lanaioli which extends up to the area of San Martino, and between two stone buildings flows a narrow little river called the Cavarello.

163 My imagination is playing tricks with me: I become a victim of an inexplicable magic spell the Umbrian landscape cast on me.

The cakes of the madness of Gubbio

It is said that during the papal rule Gubbio had 19 hospitals and no mental asylum.

A delegations of Gubbians went to the Pope asking him for the construction of one.

His Holiness, who had just witnessed the riotous and still existent “Race of the Candles” replied that it was enough to shut the city-gates and it was a ready-made mental asylum in itself.

The Gubbians gave such a delicious cake to the Pope that he repeatedly asked for the cake of the madness of Gubbio in the following days.

( I found this written on the main door of a tavern at the city-gates as I was   going up the street of the Lanaioli).

Up and down, down and up. That’s the morphology: the historical memory of the place is enclosed within these serpentine hills and mountains. You have to forget the plane and rectilinear dimensions of space in order to live here. You need to have a double vision to get accustomed to the pedantic perspectives – to look from down to up and vice versa. It’s the leitmotiv of Umbrians when they discuss matters; the conversation opens with: “Have you been up…have you been down?”. There is no logical meaning and no reference is drawn from where you find yourself: up or down can mean anywhere in a universal sense of these two terms, a circular perception of space without a beginning or an end, without a starting point or a point of  arrival.

I have already written about Gubbio as a masterpiece of a city. The culture of Umbria is at its peak here. Its ancient origins have been attested by “ Eugubine Tablets” which are preserved in the Palazzo dei Consoli. Outside the ancient past of the city there is a “Roman Theatre” while on Monte Igino rest the relics of the patron, Ubaldo Baldassini. One of the Montefeltros – Federico, leader and benefactor of every art, was born here. The creators of this masterpiece were Oderisi, Nelli, Mastro Giorgio, Gattapone and Francesco di Giorgio Martini. It was a Medieval city-state and as such, it deserved the realization of the magnificent complex of the “Palazzo dei Consoli”, the “Piazza Pensile” and the “Palazzo Pretorio” – a perfect example of refined town planning.  Unblemished towers stand out amidst austere facades of edifices, symbols of the power interlaced with human events which, probably, still now conceal other mysteries. Between art and history, there is also the theory of a certain Prof. Alvarez  according to which the secret concerning the disappearance of dinosaurs 65 million years ago is engraved upon the rocks at the throat of the Bottaccione.

From the street of the Lanaioli as I look upwards, I see the belt-tower, a piazza packed with people and the “Candles” lifted by the sole means of arms which seem like monoliths raised to the sky. Amidst shouts and incitements people begin to push me from the steps of Via Baldassini in a confused euphoria dragging me along like a high tide. It is almost midday and I have an appointment. I find myself descending the usual steep little street again, and owing to its precipitous inclination I seem to be hurtling at a breakneck speed. You have to get used to walking here: you cannot use public transport, bicycles or worse, cars. You only have to use yours legs and your eyes. These are the two elements necessary for living here.

At the first light of dawn  a group of troupers has signalled the start by beating drums and moving in every area of the city. It is the sign that today is 15 May.

The sacred, the profane, the folklore and the distant traditions remind one of the earth, sweat, toil or the physicality bound to spiritual abstraction, between the archaic and the modern, the two modus vivendi which are not contradictory for the people of this region.

Gubbio is twinned with Jessup, Pennsylvania, and Pennsylvania was where I arrived on my first trip to the United States. What a curious coincidence!

Gelida_alba_silente
The sacred, the profane, the folklore and the distant traditions remind one of the earth, sweat, toil or the physicality bound to spiritual abstraction, between the archaic and the modern, the two modus vivendi which are not contradictory for the people of this region.

The city’s religious origin has been elaborately documented by Gubbians out of devotion towards the bishop, Ubaldo Baldassini, since his demise in May, 1160. A mystic procession accompanied by huge, heavy wax candles passed through the city streets to Monte Igino where the saint’s body is buried in the Basilica of the same name. These big wax candles offered by the Corporation of Arts and Occupations became so worn-out that around the end of 1500 they were substituted by three wooden structures which are exactly the same today in spite of being reconstructed several times. The second hypothesis, which is also more fascinating, prefers the memory of the pagan festival in honour of the goddess of harvest and earth, Ceres, that has reached us through the communal splendour and the seigniories of  the Renaissance, the papal rule and the struggles of the Risorgimento.

301
I’m a migrant spirit; I do not get attached to memories, not even of my “home”, and for a Neapolitan who took root in the deep North to subsequently settle in the centre, this type of cordiality is profoundly touching.

The “Ceri” or the “Candles” are three wooden structures; they are octagonal prisms reinforced by on internal frame with an axis which passes through them and comes out externally with two “timicchioni” (poles), and which fits into a support called the “barella” (stretcher). These structures which are borne on the shoulders bear three small statues on their top representing the three patron saints of the Corporation: Sant’Ubaldo, patron of the town and protector of masons, San Giorgio, protector of merchants and Sant’Antonio, protector of farm workers. Here lies the origin of the banners of the houses of Gubbio and of the contrasting colours worn by the “ceraioli”: yellow for Sant’Ubaldo, blue for San Giorgio and black for Sant’Antonio. Every Gubbian family belongs to one of these stocks, and on the day of the “Festival of the Candles” an explicit and understandable rivalry does seep in, but is put aside the next day. People get merged in the fervour of the race right from the first moment as Captains, Standard bearers and Trumpeters on horseback precede the “Candles”. The Captains of the previous year give the sign to start. The electrified crowd erupts in a single choral, cohesive shout. Then, something that seemed impossible to my eyes happens in that human throng: as if by magic, the exultant sea of humans opens up unanimously to allow the “Candles” planted on the sturdy shoulders of the racing “ceraioli”, to pass the “Candles” oscillate frighteningly along the medieval roads brushing against  walls and windows far they have to run as fast as possible, but the “ceraioli” are very competent and have years of practice. During the race, the beavers in order to avoid serious accidents, but at times they fall disastrously if it rains. It is a trial of strength and mastery to succeed in evading  falls and overbalancing and this represents the challenge, the final victory. Overtaking does not exist as there is a tacit understanding that the “Candles” should arrive on the Monte in the same order as they left: St. Ubaldo, St. Giorgio and St. Antonio. The race lasts from midday to late night with a few pauses and change over. A pure madness for one who, like me, is not used to the Gubbians disorderliness. But wait, it is far from finished.

The battle of splashes at the fountain of the “madness of Gubbio”

In an apartment in an ancient building overlooking the area of San Martino all the people receive me as if they have known me since eternity.

I’m a migrant spirit; I do not get attached to memories, not even of my “home”, and for a Neapolitan who took root in the deep North to subsequently settle in the centre, this type of cordiality is profoundly touching.

The key moment comes unexpectedly as the “ceraioli” appear in dribs  and drabs in the early afternoon immediately after lunch. The first to arrive is a small group of boisterous  youth who “filch” bottles of red wine and grappa (spirit made from distillation of the residue of a wine press) from the table which is laid in the best festival tradition. They will be the first ones to give in, all of a sudden falling over each other on the rung ladder leading to the next floor. Then come the Giorgieri (Georgians), the veterans, dressed in blue and wearing red scarves. There is a thin one amongst them with blue eyes and long curly hair who embraces my friend, slumps into the sofa and falls asleep after a coffee, regardless of the deafening din around him. I wonder why nobody tastes a bit of the pasta, meat on the spit or a slice of walnut cake after so much exertion: I cannot believe them to be such shy guests for it is the adrenalin which makes their muscles move with tons of weight on their shoulders. Visia assures me that the physical and emotional surrender or the real collapse will occur only a few days later. Since I am not from Gubbio and am equipped with a certain imperturbability, I can barely understand this.

Around 3 o’ clock in the afternoon there come the “Candle Racers” as they pass trough the area of San Martino again. We rush down headlong with a bottle of wine. As they arrive, I curse myself for not having a camera. My friend had amply recommended me not to carry one: “They will break it” she had said…What? They will break it?Preceded by the band, trumpeters and horse backed cavalrymen reach us disappear at the end of the road like a wave of madness.

The Fountain of the Mad remains half-full, but in reality it is emptied. In Gubbio on a day like this one no public force intervenes to placate the chaos…

In front of us, between the Palazzo Beni and the Palazzo del Bargello and in a small L-shaped piazza, there is the glorious fountain – to be more precise, the Fountain of the Mad. You have to run around it three times, let you friends douse you with water and subsequently you can obtain your “license” of madness plus two Euros from the small shop behind the corner.

The atypical battle begins: representatives of San Giorgio spray water on those from the other groups. The passers-by the tourists, all find themselves unwittingly caught up in the event. A charming British lady with blond hair, dressed impeccably, ends up getting thoroughly drenched and secluding  shelter under the main door of a historical building. We try to escape but in vain. The beautiful relative of my friend is grasped by two adversaries (who quarrel: ”It’s my turn. No, it’s mine. I’m take her. No, I will!”), and is immersed in the fountain till the hips by both of them. Screams, clamour and endless bursts of laughter. The “ceraioli” remove their shirts and spread them out on the road in the sun – the natural way of drying. Reinforcements arrive: a member of the group of Sant’Ubaldino takes undue possession of one of the capacious decorated vases, which are these artisans masterpieces, fills it to the brim, and climbs onto the top of a balcony. Downpours on a scorching  afternoon for everybody including visitors with cameras and video cameras for filming the scene. The Fountain of the Mad remains half-full, but in reality it is emptied. In Gubbio on a day like this one no public force intervenes to placate the chaos… Was I looking for an explanation for the highly praised  “madness” of Gubbians? It’s all here.

(1) Extracted from “ La Festa dei Ceri e la grande guerra – 1911-1920” by Adolfo Barbi.

(“The Festival of the Candles and the great war –1911-1920”).