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Fuga in Messico.

Testo e foto di Liliana Adamo per InNatura  magazine.

Attraverso miti indios e cultura indigena, da Città del Messico alla penisola dello Yucatan, un viaggio intrapreso sull’onda di suggestioni cinematografiche e letteratura beat, fino al silenzio di una natura sconfinata e per certi versi, misteriosa.

Film, Beat Generation e fantasmi

In individui pressoché sani di mente resta inconfutabile come certa cinematografia eserciti una sorta di traslazione, un meccanismo psichico chiamato transfert. Per cui guardando Puerto Escondido di Gabriele Salvadores (1992) ero giunta a conclusione che il personaggio principale del film, quel Mario Tozzi interpretato da Diego Abatantuono… beh, ero io. Un transfert protratto fino al momento in cui presi un aereo con destinazione Centro America.

In una mirabolante fuga sulla Mexican Pipeline, con riprese sulle dune di Playa de Amor, tra surfisti, bambini di strada che giocano con l’oceano e pellicani che atterrano sulle barche di Puerto Angel, il protagonista arriva nello stato di Oaxaca, dove: “il sole carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso”, sorpreso di trovarsi in un: “senso di vastità che in Europa si è estinto, nella memoria genetica di almeno dieci generazioni”.

Foto di Liliana Adamo

Narcotraffico, sparatorie, roghi di marijuana, poliziotti in veste di criminali, furti subiti o portati a segno: tutto cambia per Mario Tozzi, ex vicedirettore di banca a Milano, testimone scomodo di due delitti, suo malgrado, complice. Lontano dalla frenesia europea, nel silenzio di una natura sconfinata, nei segreti oscuri della cultura indigena, egli stringe nuove amicizie con cui divide un percorso di vita fatto d’espedienti, inevitabilmente, on the road. Di sicuro è una seconda occasione, la rinuncia (per forza di cose), alle false certezze di una vita “integrata”.

“Quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”

Da Puerto Escondido e Oaxaca, la mente corre a Città del Messico, capitale per antonomasia del crimine. Ci sono fantasmi che girano indisturbati a Città del Messico? Due, di sicuro: dal bancario milanese di Puerto Escondido, coinvolto in un duplice omicidio, allo scrittore maledetto, William Seward Burroughs, un parallelo per nulla azzardato. Far rivivere Burroughs e la sua giovane compagna, da lui uccisa – accidentalmente? – con un colpo di pistola alla testa, a Città del Messico – è semplice:Il posto è uno di quelli che ha più confidenza al mondo con la morte e i suoi derivati…”.

 

Lo scrittore descrive la città parlando di avvoltoi volteggianti, figure retoriche e identità del male: “Quando ci abitavo, alla fine degli anni Quaranta, aveva un milione di abitanti, l’aria pulita e frizzante e il cielo di quella speciale sfumatura d’azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi volteggianti, il sangue e la sabbia, quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Yucatàn: un’antica catastrofe. Presumibilmente, un asteroide?

Un territorio esteso su una superficie di 1.972.550 kmq, il cui nome, Mèxihco, deriva da un’etimologia risalente a una divinità di guerra per gli Aztechi“luogo dove vive Mèxtli”, ma può avere origine anche dal cosmo, Il Centro della Luna; dove Teotihuacan fu la più grande città-stato precolombiana e domini teocratici furono governati da misteriose civiltà, (Zapotechi, Maya, Toltechi, propugnatori quest’ultimi di sacrifici umani). Immagina una città sacra, Tula o ancora Tenochtitlàn, capitale azteca, che sorgeva come Venezia, su diverse isole sul lago Texcoco, distrutta dai conquistadores spagnoli, nel 1521.

Foto di Liliana Adamo

Immagina un entroterra di montagne e vulcani tra due oceani, Pacifico e Atlantico, fino al Golfo del Messico. Immagina una penisola sul Mar dei Caraibi che si prolunga verso il Belize, a sud: è la regione del Quintana Roo, particolarmente abitata dai Maya (Yucatàn, in lingua madre, vuol dire, noi non vi capiamo), luogo unanimemente prediletto dai viaggiatori occidentali, me compresa.

 

La sua fama risale a sessantacinque milioni di anni, da quando, a Chicxulub un asteroide in impatto con la Terra vi scaricò la potenza pari a un migliaio di bombe atomiche o giù di lì, ponendo fine, secondo la teoria più accreditata, all’era dei dinosauri. Quel cratere formatosi dal terribile urto (trecento km in diametro), è ora sepolto in profondità mentre residui sono ancora visibili in superficie. In perfetta sequenza, lungo l’intero perimetro della penisola, la collisione ha formato misteriose cavità incastonate in scenari favolistici collegati tra loro da lunghe gallerie naturali (fino a 600 metri), i cenotes.

Zat-ay-Uinic, vuol dire “rinascita” nella lingua dei Maya

Effigie celesti scolpite dal meteorite, gli antichi Dzonot erano sacri ai Maya. I sacerdoti si affidavano al canto del Mot-Mot (mitico uccello che nidificava in queste cavità), per trovarne sempre di nuovi dando loro nomi fantasiosi (Dos Ojos, i due occhi), mistici (Kukulkan), efficaci (Bat Cave, la caverna dei pipistrelli).

Foto di Liliana Adamo

I cenotes avevano diversi funzioni: oltre a fornire acqua dolce, rappresentavano il punto di contatto con le divinità dell’inframondo, sede preferenziale per compiere sacrifici umani: per coloro destinati a immolarsi, le pareti levigate di queste voragini non avrebbero dato scampo, impossibile risalire!

In un’atmosfera irreale scandita da gocce d’acqua che scendono dalle rocce, schivando pesci gatto e stalattiti, oggi, sono i turisti a tuffarsi nei cenotes. In antri cupi se si tratta di una grotta, o cristallini d’una incavatura alla luce del sole; in entrambi i casi, sentire sul proprio corpo l’impatto dell’acqua gelida si tramuta in un’esperienza quasi ascetica/profana, metafisica/terrena.

Foto di Liliana Adamo

Il Gran Cenote (o Ik Kil), dedicato a Chaac, dio della pioggia, è situato nei pressi di Chichen Itzà, imponente sito archeologico tolteco, vale a dire, la città che con il suo pentaedro immaginifico, la sua piramide, ha guidato i miei sogni per almeno sette mesi prima della partenza.

Arriviamo nella penisola dello Yucatàn insieme all’uragano Patricia. Nelle ventiquattro ore successive raggiunge la categoria 5, massimo grado della scala Saffir-Simpson, il ciclone tropicale più intenso mai registrato nell’emisfero occidentale, con venti superiori a trecento chilometri orari, veloci quanto il Boeing 767 che mi ha portato fin qui. Nondimeno, i demoni benevoli sono dalla nostra parte e la perturbazione non raggiunge la regione, né restituisce il fenomeno del sargassum, lasciando intatto il colore cangiante di smeraldo al Mar dei Caraibi. Uniche testimonianze sono quei tronchi sradicati sulla battigia, frammenti di barche, perfino una tavola di wind surf (dove sarà finito il surfista?)

 

Con lunghissime spiagge bianche e nei dintorni, isole incontaminate (Cozumel, Mujeres, Holbox e la bellissima Contoy, riserva del biosistema, importante rifugio per gli uccelli marini nei Caraibi messicani), Playa del Carmen e Cancún restano i luoghi più desiderabili dello Yucatan. Due località sexy e informali, ricche d’iniziative culturali, laboratori multietnici dove, anno per anno, ogni più rosea previsione è puntualmente superata. La vegetazione tropicale, i profumi, uccelli variopinti, una fauna esotica unica al mondo (gli animali girano indisturbati, come i curiosi sereke), tutto da tempo vagheggiato, passa attraverso una sola percezione, è il Messico!

Tulum è l’antica Zamà, rappresentazione del dio discendente

Zamà, città sacra al “dio discendente” (al sole calante raffigurato al tramonto, con coda d’uccello e ali, a testa in giù e gambe divaricate), ex rifugio hippie, odierna Tulum sulla Riviera Maya, è, senza eufemismo, uno scenario fra i più affascinanti al mondo. A quaranta chilometri a nord, lungo la Carrettera del Quintana Roo, fra scimmie urlatrici e coccodrilli (in uno specchio d’acqua dove abbondano), si trova il sito archeologico di Cobà. Assediato dalla giungla che s’impossessa delle piramidi (realizzate e forse abitate, tra il 500’ e il 900’, fino all’arrivo degli spagnoli), Cobà è un’area che resta ancora da esplorare, scavare, approfondire.

Foto di Liliana Adamo

Eretta su alte scogliere, Zamà fu la prima a essere avvistata dai conquistadores: il 3 marzo 1517, raggiunti dalle piroghe, tre vascelli carichi di soldati si apprestano sulla costa risolvendo la questione con una carneficina. Tulum era un fiorente centro commerciale, asse di congiuntura tra l’Altopiano messicano e l’America Centrale. Le piccole imbarcazioni ormeggiavano nell’insenatura di Playa Paraiso, da cui oggi, ammiriamo il Castillo, dove la luce è accecante e i riflessi s’insinuano fra rocce e vegetazione. Le barche trasportavano miele, sale, pesci, oggetti d’ossidiana, piume di quetzal e ogni conflitto, prima d’allora, era quasi sconosciuto.

Attraverso un angusto anfratto nella roccia, si entra nell’area archeologica adiacente, uno spazio aperto che sembra sospeso tra cielo e terra. Nella bellezza prepotente della natura, la porta dell’Eden rivela il Tempio degli Affreschi, offrendo alla vista lo spirito più genuino del popolo Maya: in una visione, la dea Ix Chel si lascia accompagnare dal dio Chaac.

A Chichén Itzá, “alla bocca del pozzo degli Itzá”

Foto di Liliana Adamo

Felci, orchidee, bromelie, alti fusti come titani: il passaggio alla città precolombiana profuma d’incenso e ricco di vegetazione. Si è rapiti e silenziosi dinanzi alla piramide di Kukulkan che appare in tutta la sua imponenza (nonostante non sia altissima, ventiquattro metri circa), dopo un fondo naturale rasentato da un intrico di piante e alberi, che sembra soggiogare le altre costruzioni in pietra.

Visione del mondo e dell’universo, la torre astronomica segue i movimenti della luna, del sole, di Venere. Puntualmente, alle 15.00 nel giorno dell’equinozio di primavera (20 marzo), in quello d’autunno (21 settembre), assorbe la luce diurna lungo il parapetto ovest della scala principale, creando un’imperscrutabile illusione ottica: ecco la curvilinea fisionomia del serpente adagiarsi sui triangoli isoscele e insinuarsi verso il basso, fino a combaciare con la testa dell’aspide, scolpita in fondo alla scala. Nei due equinozi, secondo il ricercatore messicano Luis El Arochi, si ricrea la simbolica discesa di Kukulkan, del serpente piumato, il re fatto dio.

 

Suddivisa a sud nelle reliquie dei Maya Puuc, a nord nell’architettura tolteca, Chichén Itzá è una città permeata di misteri mai svelati: un sussurro da un capo all’altro può essere intercettato attraverso tutta la lunghezza e il respiro di quell’enorme ball court, il campo del Gran Gioco, senza un caveau, o discontinuità tra le pareti, aperto al cielo blu dello Yucatan. È facile immaginare il re avvolto nelle piume di quetzal, negli ornamenti d’ossidiana, a presiedere quei giochi e la sfera di pietra scagliata dai giocatori verso un punto all’altro del campo. Leggenda vuole che il Capitan vincente nello juego de pelota, offrisse la propria testa per essere sacrificato, perché la morte per martirio agli dei, in nome del beneficio per l’intera comunità, era vista come la più alta ricompensa, l’onore finale.

Foto di Liliana Adamo

All’interno del ball court le onde sonore restano immutabili di giorno e notte, non influenzate dalla direzione del vento e da qualsiasi condizione meteo. Gli archeologi impegnati nella ricostruzione evidenziarono come la trasmissione sonora divenisse più forte e chiara, man mano che l’antico campo dello juego risaliva alla luce. Nel 1931, Leopold Stokowski, direttore d’orchestra inglese, si fermò quattro giorni nel sito maya per determinare quei particolari principi acustici applicandoli a un concerto all’aperto che aveva in progetto; ovviamente, non vi riuscì e, a oggi, il mistero pare sia rimasto insoluto.

 

 

 

 

 

 

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Viaggio in Botswana: paradiso senza confini.

Liliana Adamo per Latitude180.

Viaggio in Botswana: vivi con noi un’immersione totale dentro la natura senza confini.

Il Delta dell’Okavango, i parchi nazionali in cui sembra d’essere circondati solo da animali selvaggi, le migrazioni di Makgadikgadi, l’enigma del Savutè Channel, l’aura spirituale di Tsodilo, le grotte preistoriche di Gewihaba: ogni particolare ci svela un Botswana come terra senza confini, dove riconciliarsi con la natura.

…  “Si è completamente soli là fuori, con gli echi e i riverberi d’Africa che ti separano da ciò che conoscevi – soli con se stessi, il bush, gli animali selvaggi. Un mondo nuovo attende d’essere esplorato.”
Un’esperienza unica attende solo d’essere vissuta…

http://www.latitude180.travel/natura/144-viaggio-in-botswana-paradiso-naturalistico-senza-confini

 

BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

L’ambasciatrice degli squali.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Sulla scia dei signori del mare. Il viaggio di Daquwaka, il dio-pescecane, prosegue fino a Bahamas… con Cristina Zenato, e il linguaggio della natura.

Una vita che è un’avventura. Cristina Zenato nasce in Italia, cresce in Africa, si trasferisce a Bahamas nel 1994. Lì comincia a lavorare come istruttrice d’immersioni, giungendo a una molteplice vita professionale, che va dall’interesse per gli squali alla perlustrazione delle grotte subacquee (ottenendo risultati ritenuti impossibili; per esempio, è lei la prima persona al mondo ad aver messo in comunicazione una grotta terrestre a una marina). Il lavoro di Cristina Zenato è complesso, la “mission”, peculiare: grazie alla cooperazione con diverse entità locali ed estere, si punta sistematicamente alla protezione del mare e delle creature che lo abitano con metodi legati a pratica, conoscenza ed esperienza diretta.

E’ una scelta di campo ben precisa, arrivano anche i riconoscimenti internazionali che premiano una passione per lo meno insolita, per una donna. Un lungo, paziente impegno fatto d’acquisizioni quotidiane e immersioni che si trasforma in un diario di comportamento degli animali, scoprendo la vera natura degli squali. Un diario, uno studio particolareggiato e meticoloso che diventa ben presto parte attiva per tutti quei movimenti e associazioni che puntano a un’immagine realistica di questi predatori e alla loro tutela.

Per lei, che si auto-definisce “ambasciatrice degli squali”, gli appellativi ormai non si contano; ma Cristina Zenato resta una donna forte ed entusiasta, una professionista impegnata in primo piano e su molti livelli. Le sue indiscutibili credenziali la presentano a tutto tondo: PADI Course Director, sostenitrice dell’Our World Underwater Scholarship Society, creatrice di un programma locale educativo per giovani Bahamensi, membro d’eccellenza del Women Diver Hall of Fame, Explorers Club, Ocean Artists Society, ecc.

Per capire il mondo segreto degli squali, l’abbiamo incontrata e questa è la sua lettura:

 Ci spieghi chi è Cristina Zenato e com’è nata la tua passione?

Cristina Zenato: Sono cresciuta con il mare e la voglia di esserne sempre a contatto, il sogno d’avere degli squali per amici e il desiderio di non dover mai uscire dall’acqua. Ho sempre seguito e cercato di realizzare i miei sogni anche quando sono costati dei sacrifici. Ho imparato a usare la parola “impossibile” con il più grande dei riguardi e cautela. Mi sento cittadina del mondo con un pezzo di cuore per la “mia Africa”, per l’Italia e tanto per Bahamas, il mio mondo e la mia casa negli ultimi ventidue anni. E’ vero…parlo cinque lingue, anche se alcuni dicono sei, comprendendo il linguaggio degli squali che io preferisco chiamarlo, il linguaggio della natura.

Vivo senza televisione ma possiedo più di mille libri. Mi piace leggere, scrivere, praticare yoga, stare all’aria aperta. Anche se sono una professionista subacquea da ventidue anni, un’ambasciatrice degli squali, esperta nel lavoro diretto con questi animali, un PADI Course Director, istruttrice d’immersioni a livello tecnico e appassionata esploratrice di grotte, non ho mai smesso d’imparare. Credo profondamente nel potere dell’educazione per migliorare il nostro rapporto col mondo e la natura. Alle Bahamas ho sviluppato un programma senza scopo di lucro per educare i Bahamensi nel mondo sub, un programma che ha permesso di creare numerosi professionisti subacquei. Credo nel potere delle persone. La passione per gli squali è nata grazie a una famiglia che viene dal mare e che mi ha sempre riportata al mare, insegnando che tutte le creature, belle, brutte, che ci spaventano o che affascinano, sono necessarie per un equilibrio di cui non abbiamo benché una minima idea di delicatezza. La passione per gli squali viene dal fatto che sono creature forti, perfette eppure molto vulnerabili.

Secondo te, quanto è importante conoscere e interagire con questi splendidi animali per garantirne l’incolumità e la sopravvivenza nei nostri mari?

Cristina Zenato: “Con l’ignoranza si bruciano le streghe al rogo”, è una frase, credo, pienamente veritiera. La differenza tra il sentito dire e la vera esperienza, può essere in alcuni casi, la differenza tra la vita e la morte del soggetto in questione.  Gli squali soffrono di una pubblicità negativa alimentata da storie, leggende, idee e sentito dire. L’esperienza diretta, essere in grado di stare in acqua con loro, vedere altre persone che nuotano e interagiscono con loro, può aiutare a separare i miti dalla realtà, la verità dalle leggende, per entrare nel mondo reale degli squali.

EDDY RAPHAEL
Eddy Raphael; Digital Seaweed

Ho sentito dire da un operatore subacqueo che i tigre, hanno un temperamento molto incline alla tolleranza (in realtà, lui parlava di “dolcezza”), con le persone che li avvicinano. Tu credi che ci sia una diversificazione sul “carattere” d’ogni squalo? Ciascuno dei “tuoi” squali ha un differente approccio con te? 

Cristina Zenato: Ogni squalo, come ogni animale ed essere umano, ha una personalità. Alcuni sono curiosi, altri molto diffidenti, alcuni imparano velocemente, altri lentamente. I miei, sono differenti l’uno dall’altro ed anche in questa definizione, essi cambiano di giorno in giorno per diversi fattori che li influenzano. Dal tempo, per esempio, alla temperatura dell’acqua o anche se qualcuno ha cercato di fare loro del male, oppure no. Intuisco se qualcuno ha pescato intorno alla zona dove, di solito, si concentrano (anche se proibito), perché li trovo molto irrequieti, quasi distratti, contrariamente, possono essere molto più tranquilli e rilassati, sì…gli squali hanno personalità e attitudine.

In che misura può definirsi “pericoloso” imbattersi con uno squalo di grosse dimensioni? Come comportarsi? Soprattutto, cosa evitare di fare?

Cristina Zenato: Una domanda che mi giunge spesso cui rispondo con mille altre domande. Che tipo di squalo? Dove siete? Quali acque? Che cosa state facendo? Apnea? Sub? Pesca subacquea? Avete attirato lo squalo o vi siete incrociati per caso? Ci sono oltre 500 specie di squali e diverse hanno enormi dimensioni. Alcune mangiano plancton (il più grande pesce del mare è lo squalo balena, un filtratore di plancton). E’ una domanda senza risposta, sicuramente un’idea sarebbe di conoscere in parte che tipo di squali è facile incontrare in un certo habitat, se è un luogo adatto per lo snorkeling o subacquea o nuotare. Il tutto torna alla conoscenza degli animali e del loro ambiente; abbiamo necessità a smettere di credere che il mondo ci appartenga e che, esclusivamente per noi, dobbiamo creare un mare “sicuro”. Siamo debitori verso il mare, quindi, cominciare a capire come funzionano gli squali in determinate situazioni e ambienti, è il primo passo per adattarsi a loro e non l’opposto.

Ci sono episodi o imprevisti accorsi durante la tua lunga frequentazione con gli squali di Bahamas?

Cristina Zenato: La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno). Contrariamente a un mito molto diffuso, solo pochissime specie di squali continuano a nuotare per ventilare; la maggior parte ha un secondo sistema chiamato pompaggio buccale (delle guance). Questo permette di muovere l’acqua attraverso i tagli branchiali, grazie a un movimento della mandibola. Quel movimento è fra le sensazioni più belle da provare, insieme al corpo dello squalo che lentamente, gentilmente si abbandona al tocco e diventa sempre più pesante…Ogni volta è un’esperienza unica, un privilegio, un dono speciale che mai cambierà anche dopo migliaia di volte che mi è successo.

Per esperienza: peggiore allievo, è chi, per la prima volta, si cimenta nello shark diving o l’ignaro squalo? Come avvengono le tue lezioni?

Cristina Zenato: Chi si cimenta senza conoscenza, senza capire gli squali, magari, senza voler imparare da coloro che ci sono passati prima, non per trovarsi fermo allo stesso livello, ma evitare i medesimi errori, per accedere a una piattaforma di lancio più alta di chi ha cominciato prima. Povero squalo ignaro, in fin dei conti, ci rimette sempre lui…

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La prima volta che uno squalo mi si è adagiato in grembo, sono riuscita ad accarezzarla per oltre venti minuti, era una femmina di quasi due metri, sentivo il peso sulle mie gambe, la sensazione di ascoltarla “respirare” (in senso comune, gli squali non respirano ma filtrano acqua e ne ricavano ossigeno)…

Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano. Il perché sia venuto qui, cosa vuole scoprire, conoscere o assimilare, cosa invece, trova difficile, quali siano le paure o ciò che la renderebbero felice. Da qui, usando schemi e metodologie per immergersi e soprattutto tramite “il mio corso”, a “immergersi” sul serio in mezzo agli squali, costruisco un’esperienza specifica per quella persona. Si comincia con la preparazione e azioni che tutti sono obbligati a svolgere. Osservando le reazioni, sono in grado di guidare la persona verso il rilassamento, a essere più confidente, o meno dominante. Compio degli esempi, faccio ripetere e poi incoraggio. In superficie, rivisito ogni immersione, azione e reazione, descrivo cosa fare, dove e come concentrarsi. E’ un lavoro unico, che mi permette non solo di rivelare gli squali alle persone, ma di far scoprire un’identità sconosciuta perfino a se stessi. E’ un lavoro che, attraverso gli anni, mi ha garantito incredibili amicizie anche con chi una volta, è stato un mio studente.

Sei d’accordo con le immersioni in gabbia, alla presenza di grandi squali bianchi?

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Tenendo corsi sugli squali, ciò che cerco di fare è imparare. Io, per prima, devo imparare se voglio insegnare. Capire che tipo di persona o subacqueo mi trovo davanti, anche in qualità di essere umano…

Cristina Zenato: Sì, in genere sono d’accordo. E’ anche possibile nuotare e fare immersioni con squali bianchi senza l’ausilio della gabbia, ma c’è una difformità che va evidenziata tra la circostanza di una due o più persone che, effettivamente possono definirsi sub super esperti, sapendo dunque come muoversi, interagire e commercializzare l’esperienza in acqua senza protezione e chi, invece, si avventura per puro sensazionalismo, privo d’esperienza e cautela. Spero, che fra dieci anni possano dirmi che mi sbagliavo, nel senso che chiunque possa fare immersioni con squali bianchi, senza dover entrare in una gabbia. Al momento, è giusto dire che l’unico livello commerciale per avvicinare uno squalo bianco è questo: la gabbia è l’unico escamotage che garantisce la quasi piena sicurezza ai sub e agli stessi animali.

Un tuo parere su come si dovrebbe condurre una campagna capillare per la sopravvivenza di questo splendido predatore.

Cristina Zenato: Credo che le campagne dovrebbero essere diverse con ruoli e voci distinte. I primi due obiettivi sarebbero di: 1) diminuire la domanda attraverso l’educazione dei consumatori, senza domanda, muore l’offerta; 2) cambiare le leggi di pesca integrando soluzioni alternative per pescatori e commercianti (la pesca a rotazione in Alaska funziona molto bene al punto che gli stessi pescatori si auto-controllano con una disciplina ferrea).

Credo nel potere delle persone, perché anche uno solo può cambiare il destino di tanti. Ci credo… l’ho visto attraverso le mie azioni, il mio lavoro e i progetti condivisi. Nel 2011 siamo riusciti ad ottenere la dichiarazione da parte del governo Bahamense circa la tutela per tutti gli squali da importo, esporto, pesca sportiva, cattura per errore, insomma, una legge completa.

Sarebbe utile realizzare campagne locali, da persone che vivono nella stessa comunità, conoscono da vicino le medesime problematiche: dare valore agli squali vivi e non da morti. Il sistema che impiego e in cui ho sempre creduto, produce concrete possibilità per i pescatori che si convincono di una nuova prospettiva, usare gli squali con criterio positivo, da vivi, invece che da morti.

Un modello è nel programma educativo che ho ideato e sviluppato, dove vivo, alle Bahamas. Dare un valore agli squali, che sarà evidente e favorevole alla sopravvivenza di un intero ecosistema. A coloro che mi chiedono idee per proteggere gli squali, suggerisco sempre di cominciare a guardare in casa nostra, porci delle domande: quali leggi sono in attivo per proteggere gli squali? Quali sono le scelte per chi dipende dalla pesca? Che programmi educativi possiamo creare? Chi possiamo persuadere? Abbiamo la facoltà a educare i consumatori a non comprare carne di squalo (sappiamo con quanti altri nomi gli squali sono venduti sul nostro mercato, che non sembrano neanche nomi di squalo?), educare i bambini, gli adulti a non collezionare denti o prendere supplementi di cartilagine, possiamo convincere chi stabilisce le leggi nel luogo dove viviamo, cui possiamo esprimere il nostro dissenso.

A questo punto, non ci resta che venire a Bahamas per un’immersione con i tuoi squali!

Cristina Zenato: Con grande piacere, vi aspetto!

Turks and Caicos: le isole più glamour dei Caraibi.

di Liliana Adamo 

Le spiagge, gli itinerari e i ristoranti più “in”, tutto a suon di ripsaw: scoprire (lentamente) l’arcipelago di Turks and Caicos, le isole caraibiche più glamour.

Un Protettorato britannico d’oltremare eletto dagli stilisti più in auge, veterani del rock e star cinematografiche che amano rifugiarsi nei bungalow di un resort eco-friendly e new age fra i più esclusivi, quel Parrot Cay Resort and Spa, regno della solitudine e dell’anonimato, concedendosi il lusso di un bagno in piscina privata assolutamente nudi e un maggiordomo personale per tutto il resto. Dotato di un centro benessere considerato a livello internazionale (COMO Shambhala SPA), con terapie e trattamenti beauty squisitamente orientali (come il “Javanese Royal Lular Bath“) e uno staff di specialisti olistici, è luogo ideale per chiunque voglia concedersi una vacanza da sogno per distendersi, ristabilirsi, perché no, ringiovanire, nel corpo e nello spirito.

Non a caso, leggenda locale riferisce di una “corsara”, Anne Bonny, che, stanca d’amanti e scorribande, decise d’acquartierarsi su quest’isolotto mistico dando origine a Parrot Cay, odierno luogo di delizie. Habitué di Turks and Caicos? Bruce Willis, Keith Richards, Donna KaranCindy Crawford, giusto per citarne alcuni.

Formato da Grand Turk, Salt Cay, più ventotto lembi delle Caicos, arcipelago corallifero nell’Oceano Atlantico circondato da un ricco sistema di reef (il Molasses Reef, pare, abbia causato il naufragio della Pinta, nella traversata di Cristoforo Colombo), si annovera fra le località leader per le immersioni subacquee e lo snorkeling. Con undici parchi nazionali, altrettante riserve naturali, quattro santuari marini, vanta le spiagge più belle al mondo e, nel complesso, anche i visitatori si sono differenziati, mescolandosi alle celebrities.

A Grace Bay, le spiagge arrivano fino alle rocce di Chalck Sound: “Scenario ideale per ampliare anche i tuoi pensieri”, secondo le guide locali. Siamo nei dintorni di Providencials, la capitale, “Provo” per i residenti e i frequentatori più assidui; eppure, abitanti stanziali di Chalk sembrano essere le iguane, assorte a scavare tane nella sabbia o immobili al sole in un silenzio irreale. Le acque poco profonde della laguna celano grotte sottomarine, dove si muovono indisturbati barracuda, razze e piccoli squali, mentre, tutt’intorno saettano gabbiani, sterne, aironi. Il modo migliore per godere di questo paradiso è attraversarlo in kayak, lentamente, ma se decideste d’inoltrarvi nella macchia, non vi venisse l’idea di rasentare la corteccia di un albero urticante e velenoso, il Coral Sumac, noto anche come Poisonwood, la cui massiccia presenza è proprio nella zona del Chalk Sound National Park.

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Chalck Sound: “Scenario ideale per ampliare anche i tuoi pensieri”.

A dispetto di una legislazione rigorosa, il convertirsi al turismo e all’eco-turismo degli ultimi anni, ha mutato in parte il volto e l’assetto di questi tranquilli elisi delle biodiversità. Si prenda il caso di Pine Cay, isola limitrofa a Forte George Cay, divenuta “privata”. L’unico insediamento preesistente era rappresentato dagli Arawak, etnia amerinda precolombiana dell’area caraibica, risalente all’undicesimo secolo; furono gli Arawak a incontrare Cristoforo Colombo, che li descrisse come popolazione pacifica e gentile, sebbene i pregiudizi dell’epoca li identificassero ostili e primitivi. In sintonia con gli habitat tropicali, il gruppo linguistico degli Arawak di Turks and Caicos, celebra tuttora una sorta di culto animista che riconosce elementi della natura, quali il sole, gli alberi, la pioggia, il tuono, autentiche divinità del luogo.

Con l’insediamento del resort extra lusso, The Meridian Club, una pista d’atterraggio per piccoli aerei ed elicotteri, un centro benessere, Pinet Cay si è via via affollata di turisti, di lavoranti stanziali provenienti da North e Middle Caicos, smarrendo quell’aura di paradiso selvaggio, perfettamente integrato con le antiche popolazioni autoctone e incontaminato.

A sud di Provo, troviamo in rapida successione, Sapodilla Bay, Discovery Bay, Turtle Tail e Long Bay con spiagge semi deserte anche nella zona più bazzicata delle isole. Palme rigogliose e sabbia bianca finissima, acque turchesi, poco profonde, yacht ormeggiati lungo la baia, Sapodilla è un lungo arenile riparato dai venti atlantici; vi si accede dopo aver percorso la South Dock Road e un tratto di percorso sterrato. Chalet e ville in perfetto stile Bermuda, sono stati edificati in un periodo relativamente recente ma nulla toglie alla sua magia, grazie alle severe legislazioni che regolano l’impatto ambientale in tutto l’arcipelago. Tuttavia, se l’architettura di Turks propende per un esuberante american stylish, potrete recarvi a Long Bay e raggiungere Cheshire Sala e Richmond Hill, due villaggi che serbano intatte, le antiche case delle piantagioni costruite dai Lealisti. Nelle vicinanze c’è anche un misterioso condotto calcareo, The Hole, in cui penetra dal sottosuolo acqua  salata di un’assoluta trasparenza.

Unico ristorante in zona è il Las Brisas che vi accoglie in terrazza con Tapas, cucina mediterranea, gusti creoli e caraibici, carta di vini. C’è anche un gazebo, musica dal vivo, un lungo pontile proteso verso gli isolotti e le acque iridescenti di Chalk Sound.

In tema di gusto e atmosphere, troverete un plus di raffinatezza al Pavilion, presso il Somerset Resort di Grace Bay Road. Il suo chef crea pietanze non solo per il palato ma per uno stato d’animo: gli involtini primavera in conchiglia accompagnati da Brie caldo, in crosta, serviti con aglio tostato e composta di bacche, sono, indubbiamente, i migliori di Turks and Caicos. Il Savor Mahi Mahi alla griglia (delizioso filetto di platessa su un fondo d’arancia sanguigna e ananas scottate alla griglia, con riso basmati allo zafferano), è cucinato e servito alla perfezione. Il codice d’abbigliamento spazia fra il casual e l’elegante; può capitare, fra i tavoli, d’incappare in qualche volto noto e mondano. Il mercoledì sera la cena è accompagnata da carta di vini italiani.

Dopo un’intensa matinée in spiaggia, un menù tipico per rinvigorirsi al Pavilion, può essere selezionato nei seguenti criteri: Pollo Calypso, con mango dolce e salsa d’anacardi, riso, piselli e verdure; Vitello e Gamberetti, innaffiati da Vermouth Bianco, con salsa alle erbe e limone fresco; Linguine Del Pescatore, arricchite da gamberi saltati, cozze e vongole; Agnolotti Semplici, pasta ripiena con lieve crema di cocco al curry; Pan Arrosto Snapper Filets con cajun (miscela piccante di spezie), spolverato di mais tostato, servito con pesto al pomodoro fresco, patate dolci e verdure; Cernia Croccante al curry verde (usato nella cucina Thai orientale) e riso vegetale fritto.  Per il dessert non c’è che l’imbarazzo della scelta, Torta di mele e gelato di cannella in crema, Cioccolato salato al caramello, Torta guarnita con panna di cocco, Crème brulée.

Altri ritrovi “mondani”, ma sobri e intimi come soltanto a Turks sanno essere, sono il Parrot Cay’s Terrace (piatti d’impronta mediterranea) e il Lotus  Poolside, sofisticatissimo rifugio sul mare, meta preferita dalle stars, che propone una squisita cucina fusion, in ambienti eleganti e informali.

Un buon ristorante in un contesto esclusivo, è il Plunge presso il Regent Palms Resort su Grace Bay Road: pesce freschissimo aromatizzato da pout pourri di salse, formaggi e verdure. Per gli irriducibili della cucina italiana, un indirizzo fra tutti: Via Veneto di Aldo Della Casa, dove, pare, vi lavori uno chef pluristellato, il migliore di Turks. Dal nostro paese arrivano gli ingredienti d’ogni piatto e non solo, suppellettili, arredi ma anche il personale ai tavoli e in cucina: tutto è rigorosamente made in Italy, l’impronta di uno stile inconfondibile sull’Atlantico.

Le aree protette di Turks and Caicos sono scrigni di biodiversità, bellezza e natura selvaggia. La stessa Grace Bay è inserita nei 2643 ettari del Princess Alexandra National Park con le spiagge di West Harbour Bluff (più appartata e lontana), Bight e Leeward (quest’ultima fra le più belle al mondo), Little Water Cay, detta anche l’isola delle iguane (Iguana Island), le zone umide di Mangrove Cay, Donna Cay fino alle spettacolari scogliere di Lizard Cay. La West Harbour Bluff è nota come il “Covo dei pirati” o Split Rock. Dall’alto della zona costiera, vi si aprirà la visione conturbante di questa spiaggia isolata, magnifica per praticare birdwatching (pellicani, aironi verdi fenicotteri e moltissime altre specie endemiche), per avvistare squali (non pericolosi), fin dalla riva. O ancora, rinvenire iscrizioni sulle rocce, vecchie di duecento anni fa, lasciate lì dai naufraghi.

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Chalck Sound: “Scenario ideale per ampliare anche i tuoi pensieri”.

Nelle riserve di Frenchmans Creek e Pigeon, santuari eletti a rifugio per una grande varietà d’animali selvatici, vita sottomarina e una miriade d’uccelli, si alternano mangrovie, lunghe distese di sabbia bianca, scogliere e all’interno, lagune di sale; ma è nell’incontaminata Middle Caicos e a Mudjin Harbour, che scoprirete le attrazioni top dell’intero arcipelago. La spiaggia in origine si chiamava Bermudian Harbor ed è luogo ideale per nuotare o praticare snorkeling grazie a una  vivace barriera corallina a ridosso della riva.

L’accesso principale è situato all’interno del Blu Horizon Resort, oppure attraverso un parcheggio a 150 metri. Dinanzi a Dragon Island, sulla battigia si allineano possenti composizioni calcaree, alte scogliere modellano una grande grotta battuta dalle correnti: un luogo incantevole, da esplorare. E il modo migliore per farlo, è percorrere a piedi lo storico Crossing Place Trail, sentiero che s’inerpica sulle colline circostanti, in passato, secondo la tradizione, unica via di collegamento per l’intera Middle Caicos. Altro aspetto interessante è quello geologico; le Caicos poggiano su un altopiano sdraiato a 2500 metri sul fondo dell’oceano i cui margini fuoriescono proprio a Mudjin Harbour. Sono i bordi frastagliati di questo enorme piedistallo a rompere le onde che s’infrangono a riva, creando un effetto di forza e bellezza senza pari.

A questo punto vi chiederete se c’è un sottofondo musicale, una sorta di soundtrack a tutto questo; reggae, calypso, come nel resto dei Caraibi? No, accompagnato da percussioni, fisarmonica, armonica e maracas, il suono di Turks and Caicos è nel ripsaw, che si “graffia” con chiodo o coltello, su un particolare strumento chiamato “saw” (una sorta di lama dentata), nata con gli schiavi Tainos portati qui da Santo Domingo. Raschiante e percussivo, il ripsaw echeggia per le strade ogni domenica sera dai Cafè e Lounge Bar di Providencials. Il modo più autentico per farsi trascinare dal Rake‘n’Scrape e il posto migliore per ascoltarlo, è sull’isola di Fish Fry, durante il festival locale con parata in costumi tradizionali, lo Junkanoo. I cocktail rum serviti durante questa ricorrenza che si ripete tutti i giorni festivi, sono così buoni e di misture originali, che non ne troverete di simili in nessun’altra isola caraibica.