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Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sguardi sul Wildlife. For the World Wildlife Day. “Listen to the Young Voices.”

Di Liliana Adamo 

(Versione originale di un articolo apparso in due fasi differenti su InNatura Magazine).

Wildlife Photography concept e tre grandi fotografi: Marco Gaiotti, Mostafa Elbrolosy, Marina Cano. Tre diversi sguardi e alcune analogie, l’approccio al mondo naturale, la fotografia come arte, l’avventura e l’etica del wildlife.

Nel tramonto artico di Marco Gaiotti.

Isole Svalbard, Norvegia; sul Mar Glaciale Artico, a settembre: “La luce arriva da un sole basso sull’orizzonte per molte ore al giorno, creando una situazione di alba o tramonto continuo…”. Il fotografo italiano, Marco Gaiotti si apposta lungo il pack mentre “La luna piena sorge al tramonto sopra l’isola di Karl XII”.  Il suo teleobiettivo è pronto: “Gli strati d’aria umida si fermano sulla superficie del mare prossimo al congelamento, diffondendo cromie incredibili…” e lui riprende un’immagine fugace ma perfetta, per luce, soggetto, condizione, un orso polare che dorme sulla scogliera, al crepuscolo, prima della lunga notte artica.

La foto-emblema scattata durante la spedizione nell’autunno 2013 tra i fiordi delle terre abitate più a nord del pianeta, gli vale un primo premio al“Memorial Maria Luisa” nella categoria “mammiferi”, ma l’intero reportage dalle Svalbard sarà pubblicato sulle pagine dell’inglese The Guardian e conteso dalle maggiori riviste specializzate.

Genovese, classe 1983, di professione ricercatore universitario, Marco Gaiotti, aveva già visitato le terre polari nel 2009, campeggiando fra le ragioni dell’Alaska in completa autonomia, portandosi dietro l’attrezzatura fotografica e l’inderogabile aspirazione a riprendere la fauna e i paesaggi locali. In Alaska capirà di voler dare un taglio professionale alla sua passione, continuare a fotografare gli itinerari incontaminati del nostro pianeta:Sicuramente un fotografo naturalista è una persona appassionata di natura che sta bene nella natura, e mostrare attraverso le fotografie ciò che rimane del patrimonio naturale di questo pianeta aiuta a far comprendere alla collettività, assegnare un valore a ciò che un domani potrebbe essere irreparabilmente distrutto. Io, in ogni caso, non condivido posizioni ambientaliste estreme che vedono l’essere umano come un parassita del pianeta, ma penso che questo pianeta sia a disposizione dell’uomo ed esso possa giovarsene entro limiti di buonsenso che garantiscano la sostenibilità per gli anni a venire, in modo che le future generazioni possano ancora apprezzare gli habitat naturali…”.

Cambiamenti climatici, deforestazione, depauperamento d’ecosistemi e biodiversità, cosa ci riserva ancora l’etica della fotografia naturalistica? E come si muovono i suoi moderni fautori?  Si racconta che un “pioniere” del concetto wildlife, Eric Hosking, nonostante fosse stato leso da semi cecità permanente, a causa di uno “scontro” con un gufo reale e un artiglio che gli lacerò l’occhio sinistro, continuò a dividere il suo tempo tra (straordinarie) fotografie e conferenze sul tema della conservazione aviaria; a tal punto da essere considerato, oggi, non solo un grande fotografo ma soprattutto, antesignano della difesa ambientale e delle specie a rischio.

Nel termine squisitamente anglofono, “wildlife”, c’è il variegato affresco di una natura sconfinata, del libero movimento della fauna selvatica, priva dell’elemento umano e antropico. Dal Sud al Nord del mondo, fino a che punto si spingono conoscenza e consapevolezza di chi fotografa luoghi ancora strenuamente integri? Senso della bellezza e spirito per l’avventura, sono comunque inclusi, ma torniamo a Marco Gaiotti e alla sua permanenza sulle isole norvegesi, dove, tra l’altro, opera una base artica italiana in memoria al pilota Umberto Nobili, che alle Svalbard si schiantò durante un’esplorazione in aerostato, nel 1928; oggi, centro di ricerca per la chimica e fisica dell’atmosfera, la biologia marina, l’oceanografia.

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Marco Gaiotti

Qui, le condizioni del ghiaccio sono al minimo storico. Quest’inverno, sulla costa occidentale delle Svalbard (a eccezione di Van Mijenfjord e Dicksonfjord), quasi nessuno dei fiordi emersi n’è ricoperto. L’effetto dei cambiamenti climatici si manifesta in modo drammatico anche nella parte più settentrionale del pianeta: “Verso settembre la banchisa raggiunge generalmente il suo minimo e nel 2013 navigammo fino a quasi l’ottantatreesimo parallelo prima d’incontrare ghiaccio marino. Secondo le nostre guide mai ci si era dovuti spingere così a nord in passato. La realtà è che le regioni artiche sono particolarmente sensibili rispetto al riscaldamento, perché una variazione di pochi decimi di grado centigrado comporta lo scioglimento o il congelamento d’immense aree di oceano. Ho seguito al mio ritorno l’evoluzione del ghiaccio marino, e fino a dicembre l’area a nord di Spitsbergen rimase priva di ghiaccio. La popolazione di orsi polari delle Svalbard, al ritiro estivo della banchisa, ha due possibilità, seguire il ritiro dei ghiacci a nord, oppure aspettarne il ritorno sulla terra ferma. Sulle isole il cibo a disposizione per gli orsi, che abitualmente cacciano le foche sul pack, è scarsissimo e sono esposti a lunghi periodi di digiuno che diventano sempre più lunghi anno dopo anno a causa della scarsità di ghiaccio. In questi mesi gli orsi riducono al minimo il consumo di energie dormendo per gran parte del tempo, come nel caso della foto dell’orso con sopra la luna piena, consumando le riserve di grasso accumulate nei mesi di caccia sul pack. Se gli orsi non hanno sufficienti riserve, o se il periodo senza ghiaccio diventa troppo lungo, muoiono di fame. Fortunatamente alcuni orsi hanno imparato a mutare le proprie abitudini per adattarsi alla nuova situazione; alcuni saccheggiano le colonie di uccelli sulla terra ferma all’inizio dell’estate, mentre altri hanno incominciato a predare le renne, sebbene non siano, come specie, predisposti a lunghi inseguimenti”.

Marina Cano, la guerriera.

Su opposte latitudini, dalla Norvegia, all’Africa Australe, le situazioni emergenziali non cambiano.

Campagne di sensibilizzazione e molti sforzi compiuti non fermano caccia di frodo e bracconaggio ormai, fuori controllo. I decantati big five (leoni, elefanti, rinoceronti, leopardi, bufali africani), sono esponenzialmente ridotti di numero. Dal 2005 al 2013, nel solo Parco Nazionale Minkebè (stato del Gabon), sono stati uccisi 11mila elefanti, due terzi della comunità; l’escalation ha avuto il suo apice d’arroganza, un anno fa, con la tragica fine di Cecil, il leone simbolo dello Zimbabwe, complici anche la mancata educazione ambientale e una sottocultura legata al concetto del “trofeo” da portare a casa a caro prezzo, ed esibire agli amici.

Marina Cano di Cantabria (nord della Spagna), tra le più accreditate fotografe al mondo, unica donna nella rosa dei finalisti, nel 2015, per l’autorevole Wildlife Photographer of the Year, sebbene non minimizzi l’allarme crescente sull’estinzione delle specie, s’impone una cauta fiducia: “Sono preoccupata, è vero, allo stesso tempo, ho bisogno di restare ottimista. Col tempo e la mia frequentazione in Africa, sono diventata una guerriera. Cerco di difendere gli animali, d’essere la loro voce attraverso le mie fotografie. Premesso che un chilo d’avorio ha più valore di un chilo d’oro, il problema è nella corruzione, di tutti quegli stupidi esseri umani che continuano nei loro consumi a logorare avorio o corno di rinoceronte. Chi acquista queste materie strappate agli animali selvaggi, ha le mani macchiate del loro sangue, al pari dei bracconieri… La mia terra è la Cantabria. Lì sono nata e lì sento profondamente le mie radici ma, permettimi di citare Kwame Nkruma (Francis Nwia-Kofi Ngonloma, noto come Kwame Nkrumah o Osagyefo/il redentore, rivoluzionario e politico ghanese, accusato di radicalismo per il suo impegno nella decolonizzazione e il panafricanismo), non sono africano perché sono nato in Africa, ma perché l’Africa è nata a me…”.

E infine, semplificando con il principio di Ralph Waldo Emerson, la pazienza a “seguire il ritmo della natura”, tecnica d’azione, attitudine, regola base d’ogni buon fotografo naturalista; per Marina Cano, anche la pazienza gira intorno a: “Un duplice concetto, restare in attesa in un luogo, in attesa che qualcosa accada, beh dipende da dove ti trovi. Essere in paziente attesa in coda in mezzo al traffico non è una delle mie prerogative; ma in natura, non ho bisogno d’essere paziente, n’è sono totalmente immersa. Posso perfino dimenticare di mangiare, per l’attesa di un giorno intero, se necessario, non sono mai impaziente, per il semplice fatto che amo trascorrere del tempo nella natura selvaggia”.

Il salto del leopardo di Mostafa Elbrolosy.

“Sicuramente la conoscenza è un must”, afferma Mostafa Elbrolosy, egiziano di Tala, Al Minufiyah, residente a Dubai, negli Emirati Arabi, una laurea in legge, naturalista per passione, eccellente, sensibilissimo fotografo, “mosca bianca” del Medio Oriente: “Essere un fotografo naturalista in Medio Oriente? Bene, significa due cose. Primo, sei sempre nei guai con la polizia, a causa dei teleobiettivi che ti porti dietro e della mimetica. Sono stato fermato svariate volte, in Egitto e negli Emirati Arabi; due volte mi hanno sequestrato la macchina fotografica e gli obiettivi, per “indagare” cosa io avessi ripreso…Seconda cosa, nessuno in Medio Oriente sa che esiste una branchia della fotografia che si annovera come naturalistica, neanche cosa voglia dire…wildlife, quindi, fauna selvatica! Dire a qualcuno che sei un fotografo di fauna selvatica, significa che riderà di te…che si prenderà gioco di te! Anche nei concorsi fotografici c’è un completo boicottaggio, nelle selezioni e nei vincitori, di chi fotografa il wildlife!”. 

A dispetto di fermi e sequestri, a Mostafa Elbrolosy non sono mancati importanti riconoscimenti dagli Emirati nei suoi dipartimenti governativi e a livello internazionale. Il suo meraviglioso lavoro sugli uccelli è stato descritto dal National Geographic Abu Dhabi, dalla Nikon Film Photo Festival e raccolto nel libro dei Cento Fotografi Arabi.

Da un indimenticabile viaggio in Zambia con tre amici (un medico, Mostafa Mahran, un giornalista Mohamed Hesham, un altro fotografo Magdy Aly), esce fuori l’idea di una grande mostra itinerante, “Africa Wilderness”, esperienza inconsueta in Egitto, un percorso iniziatico in un paese non apertamente ostico ma, certo, poco incline. Eppure, per Mostafa Elbrolosy, che sogna di visitare l’intero continente africano, una tenda sotto un cielo stellato nella savana zambiana (e una sua incredibile foto riprende questa cornice surreale), è sentirsi esattamente: “Nella propria dimensione e nella propria pelle. In molte zone dello Zambia gli animali si muovono liberamente, in un territorio ancora integro e puro (a questo proposito avevamo scartato la Tanzania e il Kenya, fin troppo turistici…), finanche pericoloso. Abbiamo montato le nostre tende, elefanti e ippopotami giravano indisturbati intorno al nostro campo; non nego di aver provato timore, ma anche pace e relax, una sensazione liberatoria, fuori tutto, ero nel mio mondo! 

Abbiamo guidato per 3mila chilometri in autonomia (come spesso accade), cioè senza guide locali e a nostro rischio, è stata un’avventura…oltre che una spedizione fotografica. Avevamo soltanto pianificato di visitare il maggior numero di siti possibili, da est a sud ovest, raggiungendo tre parchi nazionali, due cascate, quattro città principali, centinaia di villaggi. L’intero reportage fotografico è finito in “Africa Wilderness” al Cairo e Alessandria, ma è stato proprio durante questa spedizione che ho verificato la frustrazione e i limiti che la natura impone ai fotografi. Tu lo sai, la mia magnifica ossessione sono gli uccelli, e le specie viste in Zambia erano tante da lasciare esterrefatti, ma in questo caso, ci si è messa di mezzo la sfortuna, non ho potuto ottenere la giusta distanza e poi c’è stato il salto del leopardo…”.

Che leopardo…? “Un salto di un leopardo proprio dinanzi alla nostra macchina, ma così veloce, inaspettato e repentino… più veloce del mio istinto fotografico, non gliel’ho fatta a riprenderlo…”.

Il wildlife? E’ arte!

Quanto conta sentirsi “un artista” che osserva e fotografa la natura? Scopo primario sarebbe quello di mostrarne la bellezza intrinseca, avvicinandosi in punta di piedi in habitat, in molti casi, esclusi dalla presenza umana, di conseguenza attribuendosi una particolare responsabilità etica. In tanta tenacia e determinazione, l’assioma di Arthur Morris, “Work as hard as humanly possible(Lavora col massimo impegno umanamente possibile…), può farsi regola e non eccezione, ma i più grandi fotografi naturalisti non si sottraggono al piacere d’esprimere la “propria” visione della natura. La differenza tout court sta nel respingere, per esempio, la riproduzione generica e meccanica, o smodatamente dinamica, i virtuosismi fotograficamente pletorici e fuorvianti che sembrano tanto in voga nel mondo della comunicazione digitale.

Marina Cano: il “suono ruggente del leone”.

Marina Cano, può contare su una straordinaria tecnica fotografica, eppure ciò che rende uniche le sue foto sono fattori come l’emozione, la sorpresa, il sentimento d’assoluta sintonia con i soggetti ritratti, che siano animali selvaggi ripresi in Namibia o un faro dimenticato che emerge da una tempesta sull’oceano. A Santander, dove vive, l’estetica, la bellezza sono in ogni aspetto della vita quotidiana, una condizione che sembra convergere pari passo nell’espressione artistica e fotografica.

“Sostengo che le mie foto sono come i miei figli. Beh, certo, ce n’è sono alcune che hanno fatto un lungo percorso. La cover per la rivista, Nat Geo Traveler, L’elefante e il Kilimanjaro, è in assoluto, fra le mie preferite…”.  Ambasciatrice della squadra Canon (Canon Explorer per la fauna selvatica), finalista al Wildlife Photographer of the Year con Heaven on Earth, scatto onirico e “capovolto” di una pozza d’acqua e giraffe nell’atto di bere a fianco di un rinoceronte nero, Marina Cano, ha avuto come “madre spirituale” un’altra esponente di spicco per la difesa dell’ambiente e del wildlife, Jane Goodall. Sull’annosa “questione femminile”, non solo in campo fotografico, le sue idee sono chiare e decise: “Sono un essere umano con una macchina fotografica. Una persona che ha una specifica personalità, e scatta foto. Sono Marina Cano, solo un essere umano. Avrei potuto essere un cane, un elefante, un uomo o una donna. Voglio dire, non vi è alcun lato femminile specifico nelle mie immagini solo per il fatto del mio genere… La società dice alla donna, devi essere una madre, prenderti cura dei figli, essere bella, indossare tacchi alti, avere capelli lunghi, unghie laccate, vestiti stretti, essere magra, sorriso perfetto, sempre impeccabile … e con quel vestito poi, cerchi d’andare nella savana selvaggia… Le donne storicamente sono state relegate. C’è una grande pressione sociale per dire alle donne qual è il loro ruolo. Ed è davvero difficile camminare in un percorso diverso, quando non ci sono i campioni da seguire, nessun incoraggiamento ma al contrario, non è facile da rompere le regole. Le cose sono cambiate, ma poco, e molto lentamente. Incoraggio a tutti le donne a rompere le regole che ci opprimono. Possiamo essere qualsiasi cosa vogliamo essere”.

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Marina Cano

All’indomani dell’ennesimo viaggio in Africa, lei lavora al suo prossimo libro che sarà pubblicato quest’anno. Dopo “Cabarceno”, “Drama and Intimacy”, “Babies of the Wild” di grande successo commerciale, sull’ultima opera in corso, afferma come la scrittura: “Renderà l’esperienza ancora più profonda…un libro realizzato con l’amore più selvaggio” I contenuti? “Sarà come invocare il suono ruggente del leone… ”.

Le fotografie “ragionate” di Marco Gaiotti.

Per Marco Gaiotti il messaggio artistico è fondamentale: “Vedo l’aspetto tecnico importante a servizio di un’idea precisa che l’autore vuole realizzare…Guardando il mio portfolio non ci sono fotografie tecnicamente difficili da realizzare, ma fotografie nelle quali gli animali sono inseriti in un contesto naturale che talvolta diventa predominante rispetto al soggetto stesso. Si tratta quasi esclusivamente di scatti statici, ragionati, che hanno richiesto alcuni istanti, più o meno lunghi, di preparazione…Al momento, non insisto molto su foto dinamiche, che magari hanno un elevatissimo messaggio documentaristico e lasciano spesso l’osservatore a bocca aperta, e che ammetto, siano generalmente difficilissime da realizzare. In quel campo la concorrenza è spietata ed è difficile emergere mi piace inserire l’animale nel proprio habitat, di conseguenza ho necessità di avvicinarmi molto agli animali e montare lenti non troppo lunghe, quando riesco a usare il grandangolo, ottengo i risultati migliori. A volte la scena è sufficientemente compressa da poter ottenere ciò che si vuole con un teleobiettivo, come nel caso dell’orso polare sotto la luna piena, o nel caso della giraffa solitaria nello stagno di Etosha in Namibia…Come fotografi n’è apprezzo tantissimi, italiani e stranieri, mi piace soprattutto chi, come me, cerca di sottolineare l’habitat più che l’animale. Ammiro la fotografia della leonessa nell’erba alta di Pierluigi Fornari Lanzetti, che l’anno scorso ha vinto il premio assoluto al Memorial Maria Luisa e al Glanzichter. In Italia ho sempre ammirato molto anche Marcello Libra, purtroppo, da poco scomparso, Marco Colombo, per la sua incredibile capacità d’ottenere scatti magnifici da habitat italiani, ma ce n’è sono davvero tantissimi altri. Come stranieri, potrei citare Art Wolfe, Ole Jorgen Liodden, Sergey Gorshkov, ma sono solo i primi tre nomi che mi vengono in mente…

 In uno scatto sul lago Kussharo, in Giappone, attraverso la caligine di una tormenta di neve e sotto un cielo cupo, c’è l’essenza arte/natura di Marco Gaiotti. “Uno stormo di cigni selvatici sferzati da una tempesta di neve a Hokkaido” insieme a “Un orso polare che dorme sotto la luna piena al tramonto”, foto – emblema delle Svalbard, saranno premiati per due volte di seguito, al “Memorial Maria Luisa”: La foto dei cigni è sempre stata una delle mie preferite, e sono contento che a distanza di due anni da quando è stata scattata, abbia ottenuto un riconoscimento così importante (era sempre stata scartata in fase di preselezione da tutti gli altri concorsi cui l’avevo iscritta). Si trattava una situazione stupenda e freddissima, con nubi spinte da un vento fortissimo che portavano forti nevicate e subito dopo si dissolvevano. Sole e neve forte si alternavano continuamente quella mattina. Il Giappone è stata una prova difficilissima per me… ho vissuto nel paese per tre mesi per lavoro (sono ricercatore universitario) e al termine del periodo ho deciso per una breve vacanza a Hokkaido, ma non avevo assolutamente l’attrezzatura necessaria per le temperature incontrate, costantemente sui -15º C. Era quindi, una sfida continua per resistere al freddo pungente senza rinunciare alla fotografia. Sono molto legato per i medesimi motivi anche a una foto fatta gli stessi giorni sulle sponde gelate del lago Onneto, premiata l’anno scorso al Glanzichter nella categoria “Nature as Art”, che mostra una foresta di aceri sotto una fitta nevicata.

Progetti per l’immediato futuro? Anche in questo caso, leitmotiv è il continente africano, in Botswana per l’esattezza: “Sono stato molte volte in Africa, ma sento di avere realizzato fotograficamente poco in questi viaggi, mi piacerebbe riuscire a ricavare qualcosa di buono e originale in questo continente e nella prossima avventura…”.

E quelle “estemporanee” di Mostafa Elbrolosy.

Gli uccelli, ma non di hitchcockiana memoria; al contrario, uccelli amabili, imprevedibili, eccentrici, delicati, appartati o in gruppi, colti nell’immediatezza o attesi in lunghi, silenziosi appostamenti. Sono gli uccelli di Mostafa Elbrolosy, “magnifica ossessione”, da lui prediletta, studiata in anni di letture, mentre frequentava la facoltà di legge, esplorata nella “caccia fotografica” percorrendo deserti e oasi, campeggiando sulle montagne aride degli Emirati o lungo le sponde dei laghi salati, in Africa centrale o in Egitto: “Provo gioia nell’osservarli, non solo scattando foto!”.

A dispetto della sua insostituibile “mimetica”, c’è un’innata riservatezza (che non esime altresì, una risoluta testardaggine), un’educazione impeccabile, da upper class egiziana, un sorriso disarmante e l’amore incondizionato per la natura, dalle sfumature infinitesimali al wildlife più estremo: “La mia fotografia? Sta nel fermare, attraverso l’obiettivo, quei momenti speciali che la maggior parte delle persone non può osservare in natura. Nel wildlife, di solito amo concentrarmi su scene transitorie, temporanee, fuggevoli…un movimento appena percettibile, le azioni, la caccia… gioco sulle suggestioni o semplicemente indugiando su un batter d’occhio accattivante, che in natura, è spesso presente. Ho scelto questa poetica e questa tecnica così che lo spettatore possa ottenere davvero una visione dei dettagli che al là del concetto d’insieme, sono anch’essi importantissimi; una visione più ravvicinata e ottimizzata nei particolari e nei colori trasmette lo spirito delle creature selvagge e, nelle mie foto, cerco quelle emozioni e quei sentimenti che dovrebbero toccare profondamente l’animo umano”.

Immagini imparziali o visione esclusiva, che cosa rinvia alle persone, al mondo, lo sguardo di un fotografo naturalista?: “La propria visione, questo fa la differenza…Sull’uso della tecnologia…trasformo minimamente la resa delle mie foto, limitandomi alle correzioni del colore, contrasto e nitidezza, tutto il resto avviene nel momento dello scatto. Sì, la luce è il fattore più importante nel fotografare in natura, se questa non è perfetta, nulla puoi in post processing. Puoi scattare una foto perfetta e poi migliorarla, ma se lo scatto è scadente, rimarrà scadente nonostante tutto ciò che farai per correggerlo. Elementi indispensabili per le mie foto, sono la luce, il contatto con gli occhi, azione, emozione e sfondo chiaro”.

 

 

The apotheosis of Candles. “Yes, I have my phobias too, you know. One of them is crowd…”.

By Liliana Adamo

“Yes, I have my phobias too, you know. One of them is crowd…”

This is what I wrote to an American friend telling him about “Gubbio’s Corsa dei Ceri” “The Rave of the Candles” – because the peculiarity of this celebration, which is the popularchorales. On 15 May of every year, residents of Gubbio, visitors from other cities far and near, tourists of every nationality , to the sidewalks, balconies, piazzas, all of them running after the madmen as they climb the Monte from morning to night till they are worn–out with exhaustion. An uncontrollable crowd, but I had to overcome my fears and be there.

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Gubbio. The Rave of the Candles

It attracted me that, presumably, the “Candles” represent the most passionate and dramatic festival, both pagan and religious, held in Italy, and Gubbio is still a small city which was concerned as an architectural masterpiece of the Medieval civilization and the society of the XIII th and XIV th centuries.  An anthropic territory which finds its district expression in the ancient guilds on “ Universitates” of arts and occupations, protected by ancient walls, rocks, woods and mountains (principally three – Foce, Ingino and D’Asciano) .

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Gubbio is a small city which was concerned as an architectural masterpiece of the Medieval civilization and the society of the XIII th and XIV th centuries

As I leave Perugia, the city where I live, in the coach which winds its way through the hills, I became aware of how astonishing this area, lying   between the boundaries of Umbria and Marche is – because of its altitude, variety of terrain and undulations. I remember having read somewhere a singular identification of the green colours and their gradations to describe  their light. Banners with cryptic symbols, some of which are deemed precious, hang down over the roadside, from windows, balconies on ledges; I did not understand their significance at that moment.

And then, here is Gubbio!

“…A lot has been written about the read and presumed mysticism of the Umbrians, exaggeratedly and excessively. About their madness, almost nothing…”  (1).

I get out of the coach, grab my cellular phone and call my friend, Visia, with whom I have an appointment. An authentic Gubbian, she will offer me a red scarf to tie round my neck, and a continuous sequence of emotions. I have some time so I take a small street, run into a group of  “ceraioli” (as the bearers of the “ Candles” are called), and don’t allow them to escape me: “Is there a sure, etymological or philosophical answer about the origins of your insanity? I want to write an account of this day for an American magazine…” I display all my feminine charm.“Americans? We have always liked them…” The two wearingyellow shirts and red scarves  round their necks, approach me and take me by the arm: “We shall write the article for them and then you can pay us…”I don’t think I am willing to do this. “Come along with us and we will show you where our madness comes from!” They are very persuasive but I decline their invitation and go round the little shops of white lace and crockery decorated with gaudy shades, the scent of toasted bread seasoned with garlic and sprinkled  with oil in the air, relishing my first cigarette of the day and gripped by the desire for a coffee. Were lies the ancient area of the Lanaioli which extends up to the area of San Martino, and between two stone buildings flows a narrow little river called the Cavarello. I think of these  places as  they must have been hundreds of years ago – women on the banks of the stream washing clothes made in the original artisan factories…

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Is there a sure, etymological or philosophical answer about the origins of your insanity?
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Come along with us and we will show you where our madness comes from!
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Were lies the ancient area of the Lanaioli which extends up to the area of San Martino, and between two stone buildings flows a narrow little river called the Cavarello.

163 My imagination is playing tricks with me: I become a victim of an inexplicable magic spell the Umbrian landscape cast on me.

The cakes of the madness of Gubbio

It is said that during the papal rule Gubbio had 19 hospitals and no mental asylum.

A delegations of Gubbians went to the Pope asking him for the construction of one.

His Holiness, who had just witnessed the riotous and still existent “Race of the Candles” replied that it was enough to shut the city-gates and it was a ready-made mental asylum in itself.

The Gubbians gave such a delicious cake to the Pope that he repeatedly asked for the cake of the madness of Gubbio in the following days.

( I found this written on the main door of a tavern at the city-gates as I was   going up the street of the Lanaioli).

Up and down, down and up. That’s the morphology: the historical memory of the place is enclosed within these serpentine hills and mountains. You have to forget the plane and rectilinear dimensions of space in order to live here. You need to have a double vision to get accustomed to the pedantic perspectives – to look from down to up and vice versa. It’s the leitmotiv of Umbrians when they discuss matters; the conversation opens with: “Have you been up…have you been down?”. There is no logical meaning and no reference is drawn from where you find yourself: up or down can mean anywhere in a universal sense of these two terms, a circular perception of space without a beginning or an end, without a starting point or a point of  arrival.

I have already written about Gubbio as a masterpiece of a city. The culture of Umbria is at its peak here. Its ancient origins have been attested by “ Eugubine Tablets” which are preserved in the Palazzo dei Consoli. Outside the ancient past of the city there is a “Roman Theatre” while on Monte Igino rest the relics of the patron, Ubaldo Baldassini. One of the Montefeltros – Federico, leader and benefactor of every art, was born here. The creators of this masterpiece were Oderisi, Nelli, Mastro Giorgio, Gattapone and Francesco di Giorgio Martini. It was a Medieval city-state and as such, it deserved the realization of the magnificent complex of the “Palazzo dei Consoli”, the “Piazza Pensile” and the “Palazzo Pretorio” – a perfect example of refined town planning.  Unblemished towers stand out amidst austere facades of edifices, symbols of the power interlaced with human events which, probably, still now conceal other mysteries. Between art and history, there is also the theory of a certain Prof. Alvarez  according to which the secret concerning the disappearance of dinosaurs 65 million years ago is engraved upon the rocks at the throat of the Bottaccione.

From the street of the Lanaioli as I look upwards, I see the belt-tower, a piazza packed with people and the “Candles” lifted by the sole means of arms which seem like monoliths raised to the sky. Amidst shouts and incitements people begin to push me from the steps of Via Baldassini in a confused euphoria dragging me along like a high tide. It is almost midday and I have an appointment. I find myself descending the usual steep little street again, and owing to its precipitous inclination I seem to be hurtling at a breakneck speed. You have to get used to walking here: you cannot use public transport, bicycles or worse, cars. You only have to use yours legs and your eyes. These are the two elements necessary for living here.

At the first light of dawn  a group of troupers has signalled the start by beating drums and moving in every area of the city. It is the sign that today is 15 May.

The sacred, the profane, the folklore and the distant traditions remind one of the earth, sweat, toil or the physicality bound to spiritual abstraction, between the archaic and the modern, the two modus vivendi which are not contradictory for the people of this region.

Gubbio is twinned with Jessup, Pennsylvania, and Pennsylvania was where I arrived on my first trip to the United States. What a curious coincidence!

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The sacred, the profane, the folklore and the distant traditions remind one of the earth, sweat, toil or the physicality bound to spiritual abstraction, between the archaic and the modern, the two modus vivendi which are not contradictory for the people of this region.

The city’s religious origin has been elaborately documented by Gubbians out of devotion towards the bishop, Ubaldo Baldassini, since his demise in May, 1160. A mystic procession accompanied by huge, heavy wax candles passed through the city streets to Monte Igino where the saint’s body is buried in the Basilica of the same name. These big wax candles offered by the Corporation of Arts and Occupations became so worn-out that around the end of 1500 they were substituted by three wooden structures which are exactly the same today in spite of being reconstructed several times. The second hypothesis, which is also more fascinating, prefers the memory of the pagan festival in honour of the goddess of harvest and earth, Ceres, that has reached us through the communal splendour and the seigniories of  the Renaissance, the papal rule and the struggles of the Risorgimento.

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I’m a migrant spirit; I do not get attached to memories, not even of my “home”, and for a Neapolitan who took root in the deep North to subsequently settle in the centre, this type of cordiality is profoundly touching.

The “Ceri” or the “Candles” are three wooden structures; they are octagonal prisms reinforced by on internal frame with an axis which passes through them and comes out externally with two “timicchioni” (poles), and which fits into a support called the “barella” (stretcher). These structures which are borne on the shoulders bear three small statues on their top representing the three patron saints of the Corporation: Sant’Ubaldo, patron of the town and protector of masons, San Giorgio, protector of merchants and Sant’Antonio, protector of farm workers. Here lies the origin of the banners of the houses of Gubbio and of the contrasting colours worn by the “ceraioli”: yellow for Sant’Ubaldo, blue for San Giorgio and black for Sant’Antonio. Every Gubbian family belongs to one of these stocks, and on the day of the “Festival of the Candles” an explicit and understandable rivalry does seep in, but is put aside the next day. People get merged in the fervour of the race right from the first moment as Captains, Standard bearers and Trumpeters on horseback precede the “Candles”. The Captains of the previous year give the sign to start. The electrified crowd erupts in a single choral, cohesive shout. Then, something that seemed impossible to my eyes happens in that human throng: as if by magic, the exultant sea of humans opens up unanimously to allow the “Candles” planted on the sturdy shoulders of the racing “ceraioli”, to pass the “Candles” oscillate frighteningly along the medieval roads brushing against  walls and windows far they have to run as fast as possible, but the “ceraioli” are very competent and have years of practice. During the race, the beavers in order to avoid serious accidents, but at times they fall disastrously if it rains. It is a trial of strength and mastery to succeed in evading  falls and overbalancing and this represents the challenge, the final victory. Overtaking does not exist as there is a tacit understanding that the “Candles” should arrive on the Monte in the same order as they left: St. Ubaldo, St. Giorgio and St. Antonio. The race lasts from midday to late night with a few pauses and change over. A pure madness for one who, like me, is not used to the Gubbians disorderliness. But wait, it is far from finished.

The battle of splashes at the fountain of the “madness of Gubbio”

In an apartment in an ancient building overlooking the area of San Martino all the people receive me as if they have known me since eternity.

I’m a migrant spirit; I do not get attached to memories, not even of my “home”, and for a Neapolitan who took root in the deep North to subsequently settle in the centre, this type of cordiality is profoundly touching.

The key moment comes unexpectedly as the “ceraioli” appear in dribs  and drabs in the early afternoon immediately after lunch. The first to arrive is a small group of boisterous  youth who “filch” bottles of red wine and grappa (spirit made from distillation of the residue of a wine press) from the table which is laid in the best festival tradition. They will be the first ones to give in, all of a sudden falling over each other on the rung ladder leading to the next floor. Then come the Giorgieri (Georgians), the veterans, dressed in blue and wearing red scarves. There is a thin one amongst them with blue eyes and long curly hair who embraces my friend, slumps into the sofa and falls asleep after a coffee, regardless of the deafening din around him. I wonder why nobody tastes a bit of the pasta, meat on the spit or a slice of walnut cake after so much exertion: I cannot believe them to be such shy guests for it is the adrenalin which makes their muscles move with tons of weight on their shoulders. Visia assures me that the physical and emotional surrender or the real collapse will occur only a few days later. Since I am not from Gubbio and am equipped with a certain imperturbability, I can barely understand this.

Around 3 o’ clock in the afternoon there come the “Candle Racers” as they pass trough the area of San Martino again. We rush down headlong with a bottle of wine. As they arrive, I curse myself for not having a camera. My friend had amply recommended me not to carry one: “They will break it” she had said…What? They will break it?Preceded by the band, trumpeters and horse backed cavalrymen reach us disappear at the end of the road like a wave of madness.

The Fountain of the Mad remains half-full, but in reality it is emptied. In Gubbio on a day like this one no public force intervenes to placate the chaos…

In front of us, between the Palazzo Beni and the Palazzo del Bargello and in a small L-shaped piazza, there is the glorious fountain – to be more precise, the Fountain of the Mad. You have to run around it three times, let you friends douse you with water and subsequently you can obtain your “license” of madness plus two Euros from the small shop behind the corner.

The atypical battle begins: representatives of San Giorgio spray water on those from the other groups. The passers-by the tourists, all find themselves unwittingly caught up in the event. A charming British lady with blond hair, dressed impeccably, ends up getting thoroughly drenched and secluding  shelter under the main door of a historical building. We try to escape but in vain. The beautiful relative of my friend is grasped by two adversaries (who quarrel: ”It’s my turn. No, it’s mine. I’m take her. No, I will!”), and is immersed in the fountain till the hips by both of them. Screams, clamour and endless bursts of laughter. The “ceraioli” remove their shirts and spread them out on the road in the sun – the natural way of drying. Reinforcements arrive: a member of the group of Sant’Ubaldino takes undue possession of one of the capacious decorated vases, which are these artisans masterpieces, fills it to the brim, and climbs onto the top of a balcony. Downpours on a scorching  afternoon for everybody including visitors with cameras and video cameras for filming the scene. The Fountain of the Mad remains half-full, but in reality it is emptied. In Gubbio on a day like this one no public force intervenes to placate the chaos… Was I looking for an explanation for the highly praised  “madness” of Gubbians? It’s all here.

(1) Extracted from “ La Festa dei Ceri e la grande guerra – 1911-1920” by Adolfo Barbi.

(“The Festival of the Candles and the great war –1911-1920”).

 

Escape to Mexico (lì, dove tutto è possibile).

A Mostafa Elbrolosy e a Ba Remedios.

Suggestioni.

“Stronzo. Dove cazzo credi d’andare… “.

L’incipit di “Puerto Escondido”, il film, mi balenava in testa come una lampadina usurata, che si spegne e riaccende. Nei momenti di crisi profonda mi sono ritrovata a viaggiare con Gabriele Salvadores, gli attori – gli autori e… il Messico. Banale, lo so e, in effetti, lo è. La pellicola è datata 1992, il libro di Pino Cacucci, cui è tratta la storia – è, però straordinario, come la colonna sonora a cadenzare ogni scena che ricordavo (Oyo Como Va e Suerte mi danno ancora i brividi). Resta il fatto che in me si andava compiendo una sorta di transfert, quel meccanismo mentale (traslazione), per il quale un individuo, pressoché sano di mente ma sottoposto a un forte stress, tende a rimuovere schemi di sentimenti, emozioni e pensieri da una “relazione significante passata” a una persona (vera o presunta tale), coinvolta in una relazione attuale. Spinta al tema del “doppio” che mi ha sempre affascinato, ero giunta a conclusione (di per sé, creativa e insensata) che, Mario Tozzi, il personaggio impersonato da Diego Abatantuono …beh, ero io.

Così, in una mirabolante fuga lungo la Mexican Pipeline, tra scambi di persone e riprese sulle dune della Playa de Amor, dove i bambini di strada giocano con l’oceano e i pellicani atterrano sulle barche di Puerto Angel, il protagonista arriva in Messico. Qui, “il sole carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso”, ma soprattutto egli trova “un senso di vastità che in Europa si è estinto, nella memoria genetica di almeno dieci generazioni”. Tra narcotraffico, surfisti, sparatorie, roghi di marijuana, poliziotti in veste di criminali, furti subiti o portati a segno, tutto cambia e Mario Tozzi, ex vicedirettore di banca a Milano, testimone scomodo di due delitti (suo malgrado, complice), ritrova vecchie conoscenze, stringe nuove amicizie con Alex e Anita (fuggiaschi, ma per ragioni più “esistenziali”) con cui divide un percorso di vita fatto d’espedienti, inevitabilmente, on the road.

 Mario: “Qualche giorno nel deserto è meglio di qualsiasi altro discorso”.

Forse è la sua destinazione finale, oppure no, non può esserlo perché la ricerca di un senso è destinata a rimanere inappagata. Di sicuro, è una fase nodale, necessaria, un’avventura dentro se stesso, non in un lifestyle ma nei ritmi lontani dalla frenesia europea, nei segreti oscuri della cultura indigena, negli eccessi, il disordine, nel  silenzio di una natura sconfinata: una seconda occasione, la rinuncia (per forza di cose), alle false certezze di una vita “integrata”.

Alex: “Va bene, ti ospito, stai qui quanto vuoi… non è che sei obbligato a dire cazzate… “.
Mario: “Questo è un Rolex, un assegno circolare”.

Tra vero e finzione, accade che, nel marzo del 2009, ci sia la fine (tragica), dell’ultimo italiano fuggito in Messico, il cinquantaduenne imprenditore vicentino, Claudio Conti, rapito e assassinato a Oaxaca; chi, di fatto, ha ispirato “Puerto Escondido” (a tal punto che il regista, Salvadores, girò diverse scene nel suo locale, Hostaria da Claudio, ingaggiandolo come comparsa e prendendo spunti dai suoi racconti – oltre che dal libro di Cacucci – per la sceneggiatura). E proseguendo su questa falsariga, le mie azzardate suggestioni sul Messico, si allargavano a dismisura.

Suggestioni.

“Quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Da Puerto Escondido e Oaxaca, la mia mente correva fino a Città del Messico, capitale per antonomasia del crimine. Ci sono fantasmi che girano indisturbati a Città del Messico? Due, ci sono di sicuro e uno lo conoscevo bene: dal protagonista di “Puerto Escondido” allo “scrittore maledetto” William Seward Burroughs, il salto non è così azzardato.

Far rivivere Burroughs e la sua giovane compagna, da lui uccisa – accidentalmente? – con un colpo di pistola alla testa, a Città del Messico – è semplice, “il posto è uno di quelli che ha più confidenza al mondo con la morte e i suoi derivati…”.

L’autore del “Pasto Nudo” e di altri diciassette romanzi che influenzarono la letteratura della Beat Generation, che invitava a “saccheggiare il Louvre”, che convisse con un antico libro di codici Maya, senza separarsene mai, tenendolo in grembo anche in presenza d’altre persone, ficca una pallottola in testa alla giovane moglie, Joan Vollmer, il 6 settembre del 1951, durante una serata in compagnia di amici, in un quartiere bohémien di Città del Messico, chiamato pomposamente, Roma. E il suo libro messicano, Queer, è in pratica, una confessione: “Sono obbligato a giungere alla terrificante conclusione che senza la morte di Joan io non sarei mai diventato uno scrittore, a rendermi conto di quanto questo evento abbia motivato ed espresso la mia scrittura. Vivo sotto la minaccia costante di essere posseduto, un bisogno costante di sfuggire alla possessione, al controllo. Perciò la morte di Joan mi ha messo in contatto con l’invasore, lo spirito del male, mi ha trascinato in una battaglia lunga un’intera vita, in cui non ho avuto altra scelta che scrivere la mia via d’uscita…”.

A Città del Messico è arrestato e portato in carcere, ma, in tutto, ci resterà tredici giorni, in attesa del processo. E, poiché lui è il diavolo, chi, se non l’avvocato del diavolo, Bernabé Jurado, amante di belle donne e armi, personaggio d’imponente fama, assuefatto a delinquenti d’alto bordo e corrotti, riesce a convincere corte e giurati di una presunta innocenza. A Joan Vollmer è riservato un posto nel Pantèon americano, cimitero alla periferia della città, William Burroughs è costretto a lasciarlo il suo Messico, per non rimettervi più piede.

Con Joan, el hombre invisible si aggira a Città del Messico; non potrebbe essere altrimenti in un luogo che custodisce una tale, fisica, materialità della morte. La morte tangibile, non commemorata, piuttosto, accolta festosamente. Non vi stupirà, quindi, se vetrine di chincaglierie, di panettieri e pasticceri, oltre ai souvenir, al pane, ai dolci di glassa e marzapane, si ergono scheletri, teschi e casse da morto. Sconcertato dai Dias de los muertos, a Oaxaca, Christoph Ransmayr (in Atlante di un uomo irrequieto), racconta di famiglie/scheletri felici, aggirarsi nei negozi di mobili, insieme a scheletri dei loro cani e gatti, in una vita gioiosa tra cucine, soggiorni e stanze da letto: scheletri in grembiule o tailleur se si tratta di signore, in pigiama, tuta o smoking, se uomini, scheletri vestiti alla marinara, se bambini…

A Playa del Carmen (nello Yucatàn), durante questa festa che si tiene a fine ottobre, a noi ospiti è stato chiesto d’immortalarci in foto, un bel manifesto funebre collettivo. Incrociando le dita, molti hanno declinato l’invito…non è facile comprendere come il sentimento della morte non sia separato da quello della vita. L’impulso unanime che confluisce nei Dias de los muertos, rivela, per i messicani, l’antico legame ai miti indios e alla natura, la morte come sentimento fluido, affettivo, privo d’interruzioni, senza trapasso; una sorta di continuum tra terreno ed extraterreno, un discorso ininterrotto tra vivi e defunti.

La rappresentazione popolare della morte è ovunque, non solo durante i Dias: nel sobborgo di Coyoacàn, dove è nata Frida Kahlo, si vendono teschi che riportano i colori dei suoi quadri; a San Juan sulle bancarelle del mercato, accanto allo street food (enchiladas, quesadillas e tacos), puoi comprare per pochi pesos, i calaverna, crani di zucchero colorato. Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central, è l’unica opera superstite, scampata al terremoto del 1985 e conservata nel museo Diego Rivera (Calle Balderas, Città del Messico); un murales di quindici metri con l’effigie centrale della Calavera Catrina, l’humus legato allo spettacolo tradizionale della morte.

Lo stesso Burroughs quando descrive la città, parla di avvoltoi volteggianti, figure retoriche e identità del male: “Quando ci abitavo, alla fine degli anni quaranta, aveva un milione di abitanti, l’aria pulita e frizzante e il cielo di quella speciale sfumatura d’azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi volteggianti, il sangue e la sabbia, quel crudo, minaccioso, spietato azzurro messicano…”.

Suggestioni…

“Non al Messico naturalmente, l’inferno, ma nel cuore…”.

Sotto l’effetto di un alto tasso alcolico, il Messico di Malcolm Lowry mi appariva come un paesaggio visionario e deturpato ma Sotto il Vulcano, una Divina Commedia ubriaca, appunto, è fra i pochi libri che non riesco a terminare; bello sì, denso, seducente, lirico, acquistato antecedentemente all’idea di partire, tante volte cominciato e mai finito. Alla fine succederà, ma, intanto, dove poteva disertare questo personaggio faustiano di una modernità umana fatta di paralleli culturali diversi e sovrapposti, se non in Messico? Come in una grandiosa allegoria (attuale) sulla redenzione, vivendo la disintegrazione di un mondo che si rivela sempre più sinistro e irrazionale, contro se stesso, così, secondo Lowry, la profezia messicana, il luogo carnale, la terra, la sabbia, la pioggia, il vento, tutto diventa un crittogramma; “il bel giardino” che implora di non lasciarsi distruggere.

Appunti sul Messico:

Love does not end overnight:
mi sa che arriverà il momento che tu ed io ci incontreremo, Messico. Perché arriva sempre quel momento. E ti giuro… che sto già pregustando quest’incontro. Da molte notti a questa parte…

Un promemoria, segnando a matita i siti archeologici, i chilometri, l’automobile da noleggiare, polvere da macinare, villaggi sperduti e città, cenotes e isole meravigliose… mi rendo conto: poco più di due settimane… troppo poco, troppo poco davvero. Spero che alla fine, non le perderò seduta su una spiaggia, semplicemente guardando l’oceano e l’orizzonte.

Un’antica catastrofe. Per caso, un asteroide?

L’idea di questo viaggio nasce da una visione piuttosto che da un’esigenza “d’evasione”… aspetto che le cose arrivino, basta mettersi in ascolto, captarle, prenderle al volo senza sottrarsi. Improvvisamente, diventi testarda, irremovibile: cominci a cercare una motivazione interiore, una concreta pianificazione e i soldi… C’è qualcosa che non sappiamo fare noi italiani, o perlomeno siamo davvero in pochi, è desiderarla una meta, vederla con la mente, “sperimentarla” prima ancora di prendere il via. Lo fanno alcuni americani, anche se, il più delle volte, passano per “profani e culturalmente incompetenti”. Decido di puntare il mio viaggio su un unico luogo, la penisola dello Yucatàn, a sud, sul Mar dei Caraibi.

Allora: immagina uno stato esteso su una superficie di 1.972.550 kmq, il cui nome, Mèxihco, deriva presumibilmente da un’etimologia risalente a una divinità di guerra degli Aztechi, “luogo dove vive Mèxtli”, ma può anche avere origine dal cosmo, il Centro della Luna; dove Teotihuacan fu la più grande città-stato pre-colombiana, regnando sulla civiltà con la stessa denominazione.

E si costituirono città stato teocratiche, governate da misteriose civiltà, dagli Zapotechi, ai Maya, ai Toltechi, che celebrarono l’inizio dei sacrifici umani, immagina la loro venerata città, Tula, fino agli Atzechi, che innalzarono al cielo un impero vasto quanto il territorio del Messico centrale, con una capitale, Tenochtitlàn (l’odierna Città del Messico), distrutta dai conquistadores spagnoli, nel 1521.

Immagina montagne, molto alte e vulcani impetuosi e la costa del Golfo del Messico, tra Oceano Pacifico e l’Atlantico e poi immagina una penisola che si allunga sul Mar dei Caraibi e, a sud, segna il confine con il Belize. E’ l’attuale stato del Quintana Roo, una zona particolarmente abitata dai Maya. E’ lì che volevo andare:

The summer solstice has passed…I talk to ghosts…I will go to Yucatán. This is the place of my dreams…I mean – of the demonds of the Maya. Those who – for a whim – can  will kill you or will protect you…Zat-ay-Uinic…it means “rebirth” in the Mayan language…

Quiero perderme en tus brazos … Escapar en México.

La sua fama risale da almeno sessantacinque milioni di anni, da quando, a Chicxulub un asteroide in impatto con la Terra vi scaricò la potenza di mille bombe atomiche o giù di lì, ponendo fine, secondo la teoria più accreditata, all’era dei dinosauri. E quel cratere formatosi dal terribile urto (trecento km in diametro), è ora sepolto in profondità mentre i residui sono ancora visibili in superficie. In perfetta sequenza, lungo l’intero perimetro della penisola, la collisione ha formato misteriose cavità incastonate in scenari da fiaba, collegati tra loro mediante lunghe gallerie naturali (fino a 600 metri), i Cenotes.

Gli antichi “Dzonot”, rappresentazioni celesti scolpite dal meteorite, erano sacri ai Maya (i loro sacerdoti si affidavano al canto del Mot-Mot, mitico uccello che nidificava in queste cavità oscure per trovarne sempre di nuovi) e hanno nomi fantasiosi (Dos Ojos, i due occhi), mistici (Kukulkan), efficaci (Bat Cave, la caverna dei pipistrelli).

Risorsa primordiale per ottenere acqua dolce nella giungla, soprattutto, punto di contatto con le divinità, i Cenotes servivano a entrare nell’inframondo spirituale, servivano anche ai sacrifici umani; l’acqua per la vita, l’acqua per la morte. Mastodontici fondi con pareti lisce, per cui… impossibile aggrapparsi; chi era lanciato laggiù, di certo non sarebbe risalito.

Schivando stalagmiti appuntite e i terribili pesci gatto, in un silenzio irreale scandito soltanto da gocce d’acqua che cadono sulle rocce, oggi, sono i turisti a tuffarsi nei cenote (io l’ho fatto ad Akumal durante un percorso nella foresta tropicale e nel Gran Cenote). Sentire l’impatto con l’acqua gelida, in immersione nei fondali bui se si tratta di una grotta, o cristallini se, invece, è un cenote alla luce del sole, l’esperienza si trasforma in qualcosa di profano/ascetico, metafisico/ terrestre.

Il Gran Cenote, dedicato a Chaac, dio della pioggia (il più importante), è situato nei pressi di Chichen Itzà, l’imponente sito archeologico tolteco, ovvero, la città che ha guidato i miei sogni per almeno sette mesi prima della partenza con il suo pentaedro immaginifico, la sua piramide, il Castillo.

 Se il viaggiatore all’inizio del percorso, prendendo più a oriente, seguiva il golfo del Messico verso sud e proseguiva attraverso la base della penisola dello Yucatàn fino all’Honduras, poteva costatare che anche gli oggetti di terracotta erano su per giù uguali tra il Veracruz e l’Honduras occidentale; e per lo più gli idoli di terracotta che vedeva nelle capanne del Petèn non differivano quasi affatto da quelli dei villaggi ai piedi dell’Orizaba. Dovunque la vita gli appariva regolata secondo i mutevoli aspetti degli dei delle giornate, i quali si succedevano nel potere sul mondo durante il ciclo di duecentosessanta giorni del calendario maya e, secondo la loro natura, portavano benefici o dolore agli abitanti dell’intero territorio…

Leggendo ” La civiltà Maya”. di J. Eric S. Thompson.

But the back story of this escape into Mexico has a special meaning for me … Forse un giorno io ti racconterò tutto. Forse… “Yes. Maybe”.

In Messico!

Tio Nash (la voce più caustica dal Messico): “e come dicevano i piratiper tutti i Sargassi!”

E così fu che, dopo molte preghiere rivolte al Pueblo Magicos,
il sargassum entrò in sciopero…

Arrivo in Messico con l’uragano Patricia. Nelle ventiquattro ore successive raggiunge la categoria 5, il massimo grado della scala Saffir-Simpson; in pratica, il ciclone tropicale più intenso mai registrato nell’emisfero occidentale, con venti superiori a trecento chilometri orari, veloci pressappoco quanto il Boeing 767 che mi ha portato fin qui. Tuttavia, ho gli spiriti benevoli dalla mia parte e la perturbazione non copre la regione dello Yucatàn, tantomeno, restituisce il terribile fenomeno del sargassum al Mar dei Caraibi (con liberazione di Tio Nash, mio referente a Tulum, perseguitato da costanti richieste d’aggiornamenti fino al giorno precedente la mia partenza). Sulla lunga spiaggia di Playa, si trovano tronchi interi sradicati, piallati dal mare e furiosamente lasciati sulla battigia, pezzi di barche, perfino una tavola di wind surf (dove sarà finito il surfista?), ma sargassum, per buona sorte, no.

Guide turistiche: “Playa del Carmen resta fra i luoghi più desiderabili dello Yucatàn…”. 

Playa?…è sexy!

A Playa del Carmen fa’ caldo. Aveva ragione Cacucci, il caldo messicano è dissimile da qualsiasi altro che sentirete nel restante tropico del Cancro; è un caldo assoluto, pregno di vapore acqueo, un caldo che satura. Ma il verde intenso della giungla, i profumi, gli uccelli e le piante, una fauna esotica di una biodiversità unica al mondo (gli animali girano indisturbati, senza temere nessuno), il disarmante senso d’ospitalità dei messicani, gli odori del cibo, l’alcool che scorre a fiumi (non per me, preferisco rimanere lucida), le palme adagiate sul bianco abbagliante della sabbia, tutto ciò che avevo desiderato fino a quel momento, è davanti ai miei occhi, a portata di mano.

L’antico villaggio dei pescatori di Xaman Ha’ si è trasformato in un polo turistico di sicura attrazione. Il quartiere residenziale di Playacar, con i suoi resort e le villette al margine della pista ciclabile, è diviso, da nord a sud, da una sbarra automatica, sorvegliato a vista dalla polizia privata, armata fino ai denti. Superata la sbarra, intorno al porticciolo (dove, ogni giorno, salpa il battello per Cozumel), c’è il Parque Fundadores, con il profilo in bronzo del Mayan Gateway e sulla famosissima Quinta Avenida che guarda verso l’oceano, pullula la scombinata vita di Playa. C’è perfino una cappella, dove i piccoli messicani fanno la fila, nelle domeniche di preghiera aspettando la benedizione.

Playa è preferibilmente “europea”. E’ una località sexy e informale, un calderone d’iniziative culturali che mescola insieme, musica, tradizioni, piacere, gioia di vivere, un laboratorio multi-etnico dove, anno per anno, ogni più rosea previsione è puntualmente superata. A differenza dell’americana Cancun, che si trova a circa sessantacinque chilometri a nord, è vietata la costruzione d’edifici alti più di 135 metri (vivaddio) e il Trattato del Libero Commercio, in vigore dal 1994, consente agli stranieri di comprare, costruire, intraprendere attività imprenditoriali. Le migliori gelaterie sono italiane, i negozi più in voga (e gli istituti finanziari e di credito), americani, le botteghe artigianali, i ristoranti tipici, tutti a buon mercato, messicani. Sinceramente? Viva il melting pot, d’ogni genere e natura.

 Eccetto le mie ossessioni, sono una persona semplice.

Il resort. Il mare e la spiaggia (la gente), un luogo felice d’aggregazione (europei, americani, messicani, argentini…), i colori, i pellicani che si lanciano sulle onde e i gabbiani che si posano a cerchio accanto a te, senza paura e così i curiosi sereke. Scatto le foto al quartiere residenziale di Playacar, dov’è ubicato l’Azteca Resort e dove mi sono intrattenuta in lunghe passeggiate, nonostante un caldo micidiale. Così felice in Messico…

 Guide turistiche: Tulum è una città sul mare…

Zamà è l’antica città del dio discendente …

 Bellissima avventura in “collectivos” lungo la Carretera Quintana Roo fino alla zona archeologica di Tulum. Scenografia Maya impareggiabile – splendide foto – caldo che ti squaglia il sangue nelle venedavvero – una piccola avventura mexicana – da soli e senza “accompagnatori”. Il viaggio che mi piace! Usare il collectivos è facile – economico – divertente

Tulum: le rovine Maya a strapiombo sul mare – la spiaggia di Playa Paraiso e la giungla trasformata in giardino tropicale con le iguane immobili al sole (il tutto in uno scenario imperturbabile e selvaggio) – questo è fra i luoghi più belli mai visti. Tulum rasenta la perfezioneai miei occhi – per i miei sensi

Zamà, città sacra al “dio discendente” (il sole calante, al tramonto, raffigurato a testa in giù, gambe divaricate, coda di uccello e ali), ex rifugio hippie, attuale Tulum, perla della Riviera Maya, è fra i luoghi più affascinanti della Terra. A circa quaranta chilometri a nord, lungo la Carrettera del Quintana Roo, si trova il sito archeologico di Cobà.

Cobà e la riserva delle scimmie urlatrici, con il suo lago dove vive una comunità di coccodrilli allo stato brado. Cobà avvolta nella giungla che s’impossessa delle piramidi (realizzate e forse abitate, tra il 500’ e il 900’, fino all’arrivo degli spagnoli), un sito che resta ancora da esplorare, scavare e scandagliare.

In prossimità di Tulum, si trova il consueto sistema sotterraneo di corsi d’acqua e dunque, ancora cenote: il “Carwash”, il “Gran Calavera”, il “Naval”, i bellissimi “Cristal” ed “Escondido”. L’esplorazione subacquea dell’intero sistema sotterraneo del Quintana Roo è relativamente recente, tra la fine degli anni settanta e gli ottanta. I quattro sistemi di caverne più lunghe dell’intero pianeta si trovano proprio qui, Ox Be Ha, “Tre sentieri d’acqua”, ha raggiunto una mappatura per più di 134 chilometri.

Eretta dai Maya sulle alte scogliere con l’edificio del Castillo a picco sul mare, Zamà fu la prima a essere avvistata dai conquistadores. Il 3 marzo 1517, tre vascelli si apprestarono sulla costa per essere raggiunti dalle piroghe. La battaglia tra il popolo autoctono e gli invasori si risolse a favore di questi ultimi e manco a dirlo, in un massacro. Tulum era un fiorente centro commerciale, l’asse tra Altopiano messicano e America Centrale; le piroghe approdavano esattamente in quell’insenatura da dove ammiriamo il Castillo e scaricavano miele, sale, pesci, oggetti d’ossidiana, piume di quetzal.

Sul Mar dei Caraibi, sovrastante la spiaggia di Playa Paraiso (il nome la descrive ad hoc), cinta da mura a difesa naturale della città, il sito è composto da innumerevoli santuari che si raccolgono intorno al Castillo; la luce è accecante, i riflessi della spiaggia s’insinuano fra le rocce e la vegetazione. Si accede in questo spazio sospeso tra cielo e terra attraverso uno stretto anfratto scavato nella roccia. La porta dell’eden rivela il Tempio degli Affreschi e offre alla vista lo spirito più genuino del popolo Maya, nella bellezza prepotente della natura: in una visione, la dea Ix Chel si lascia accompagnare dal dio Chaac.

Guide turistiche: Chichén Itzá, che significa “alla bocca del pozzo degli Itzá”…

L’ultimo giorno prima di un nuovo inizio. 21 dic. 2012… fine del calendario Maya.

 Alla ricerca del tempio di Kukulcan e del serpente piumato…E così sono arrivata a Chichén Itzá. Ed è sopra le mie aspettative. È… impressionante… io sono stanca e senza parole. Il sudore mi cola lungo il dorso, sulle braccia, m’imperla la fronte e se non bastasse il sudore, verso anche qualche lacrima. C’è un significato forse – dietro tutto questo. Ma nonostante io sia qui –  non so ancora, come e cosa decifrare.

Reliquie.

Chichén Itzá: ti ho avuto nella testa in tutto il mio periodo nero. Così, ho attraversato un continente, ho buttato via una fortuna, mi hanno guidato su queste strade che tagliano la giungla. Ho guardato ai margini della strada poveri villaggi del vero Messico e la dura – durissima vita dei “campesinos “. Sono lontana dai resort dorati dello Yucatán da cartolina. Ore di macchina – in una dimensione spazio – tempo che qui, in Messico, si dilata a dismisura. E – finalmente – il ” Castillo”… orgogliosa d’aver raggiunto la mia meta. Un sogno che mi ha perseguitato per mesi…

Il passaggio ai Maya è profumato d’incenso e di foresta tropicale, mi guidano le felci, le orchidee, le bromelie,  i fusti alti come titani. Alcuni hanno la corteccia velenosa e i cartelli intimano di non toccarli. Un percorso compiuto in assenza di rumori, nonostante vi si riversino centinaia di visitatori. Si è rapiti e ridotti al silenzio, la piramide di Kukulkan si trova alla fine di lungo un selciato, costeggiato ai due lati dall’intrico di piante e alberi, che quasi invade i monumenti di pietra; non è altissima, ventiquattro metri circa, considerando la piattaforma superiore. Visione del mondo e dell’universo, la torre astronomica segue i movimenti della luna, del sole e di Venere. Puntualmente, alle 15.00 nel giorno dell’equinozio di primavera (20 marzo), in quello dell’equinozio d’autunno (21 settembre), assorbe la luce diurna lungo il parapetto ovest della scala principale, producendo un’imperscrutabile illusione ottica: ecco la curvilinea fisionomia del serpente adagiarsi sui triangoli isoscele e insinuarsi verso il basso, fino a combaciare perfettamente con la testa dell’aspide, scolpita in fondo alla scala. Nei due equinozi, secondo il ricercatore messicano Luis El Arochi, si ricrea la “simbolica discesa di Kukulkan”, del “serpente piumato”, il re fatto dio.

Divisa a sud, nelle reliquie dei Maya Puuc, a nord, nell’architettura tolteca, Chichén Itzá è una città permeata di misteri mai svelati: un sussurro da un capo all’altro può essere intercettato attraverso tutta la lunghezza e il respiro di quell’enorme ball court, il campo del Gran Gioco, senza un caveau, senza discontinuità tra le pareti, totalmente aperto al cielo blu dello Yucatàn. E’ facile immaginare un re maya, avvolto nelle piume di quetzal, negli ornamenti d’ossidiana, seduto a presiedere quei giochi e la sfera di pietra scagliata dai giocatori verso un punto all’altro del campo. Leggenda vuole che il Capitan vincente nello juego de pelota, offrisse la propria testa al re e sacrificato, perché la morte per martirio agli dei, in nome del beneficio dell’intera comunità, era vista come la più alta ricompensa, l’onore finale.

All’interno del ball court di Chichén Itzá, le onde sonore sono immutabili sia di giorno sia di notte, in qualsiasi condizione meteoe non influenzate dalla direzione del vento. Gli archeologi impegnati nella ricostruzione evidenziarono come la trasmissione sonora diveniva più forte e chiara, man mano che l’antico campo dello juego risalisse alla luce. Nel 1931, Leopold Stokowski, direttore d’orchestra inglese (autore della colonna sonora per il celeberrimo cartoon di Walt Disney, Fantasy), si fermò quattro giorni nel sito maya per determinare quei particolari principi acustici per applicarli a un concerto all’aperto che aveva in progetto; ovviamente, non vi riuscì e, a oggi, il mistero pare sia rimasto insoluto.

 “Vedi io non dimentico il mio canto”.

…Possediamo testimonianze eloquenti nel modo in cui i Maya reagirono alla presenza degli invasori. Frammentarie e, in parte deformate perché calzassero anche nei confronti dei conquistatori spagnoli, queste testimonianze si trovano nei cosiddetti libri di Chilam Balam, in lingua maya. In modo particolare i Maya erano scandalizzati dal costume sessuale degli Itzá, quale si manifestava – forse – in modo particolare nei riti del culto di Quetzalcòatl-Kukulcan. Eccone un esempio: “I loro cuori affogano nel peccato. I loro cuori sono morti nei loro peccati carnali. Sono peccatori assidui, sono i principali diffusori del peccato, Nacxit Xuchit nel peccato carnale dei suoi compagni, i capi di due giorni… La loro lussuria si scatena di giorno, la loro lussuria si scatena di notte; sono i più ribaldi del mondo. Torcono il collo, ammiccano, sbavano in presenza dei governanti del paese, signore. Guardali venire, non c’è verità sulle labbra degli stranieri. Dicono parole solenni e misteriose, i figli degli uomini degli edifici sette volte disertati”… Nacxit è un nome di Quetzalcòatl-Kukulcan. Questi difatti è chiamato Nacxit Kukulcan in un altro passo del libro dove è descritto come il capo di Chichèn Itzá, e dove si parla dell’avvento della violenza e del peccato.
Un’antica canzone sugli invasori Itzá (sono chiamati il popolo Putun, antico termine per Chontal) è contenuta nel libro di Chilam Balam di Chumayel. In alcuni passi, tradotti da Roys, si legge: ” Ero ancora un fanciullino a Chichén, quando il malvagio, il capo dell’esercito, venne a impossessarsi del paese. Ahimè! A Chichén Itzá si è preferita l’eresia?Yulu uayano. Ahi! L’i Imox fu il giorno in cui fu catturato il capo a Chikin Ch’en… Per Mizcit Ahau noi non eravamo che animali domestici. Ma c’è una fine per queste ribalderie. E, vedi, io non dimentico il mio canto. Si è favorita l’eresia. Yulu uayano! Eya! Muoio, egli dice, a causa della festa civica. Eya! Verrò, dice, a causa della distruzione della città… “.

J. Eric S. Thompson. La civiltà Maya.

Presso Viva Wyndham Azteca.


 

Il richiamo della Chioma: diario privato su Berenice.

A  Jowita Przyborkiewic e a Omar, che corri con i tuoi dingo, nel deserto…

Non c’è nulla a Berenice che possa attrarre il turismo di massa, quello che, warning o no, si riversa sulla costa occidentale del Mar Rosso o lungo la meravigliosa penisola del Sinai. Non ci sono grandi catene alberghiere (soltanto tre – piccoli – resort con annessi diving, qualche residenza di lusso, un eco-lodge), né locali e bazar, tanto meno ristoranti e discoteche. Non c’è un aeroporto internazionale. Lasciando Marsa Alam t’imbarchi su un pulmino malconcio, sprovvisto anche d’acqua per i viaggiatori e nei duecento chilometri di strada, i militari del check point segnalano il tuo arrivo a quelli che sono avanti, finché non giungi a destinazione.

“…Sede di una base militare e navale egiziana, con un piccolo aeroporto, solo fino a pochi anni fa era interdetta ai turisti. Le due ore di strada da Marsa Alam sono un viaggio nel tempo, come se la sabbia e non l’uomo di fosse ripresa tutto. Non c’è traccia della Berenice di Belzoni, del tempio di Serapide e delle necropoli che aveva scoperto. Solo spiagge cristalline, mangrovie, fondali vergini, baie incontaminate. Deserto e mare. L’Egitto di Sharm el-Sheik, Hurgada e della stessa Marsa Alam è davvero lontano…Il passato glorioso è solo nei testi antichi, dove un’inconsueta vitalità la fa comparire con innumerevoli nomi. Infine non Pancrisia, la città d’oro in Sudan, o Cirenaica in Libia, ma, una e unica, Berenice Trogloditica: fondata sulla più antica Hemtithit intorno al 275 a.c. da Tolomeo Filadelfo che regnò in Egitto tra il 285 e il 247 a.C., col nome della madre, Berenice I. Alle spalle c’è il deserto orientale fatto di rilievi montuosi spesso impervi ma frequentati, come testimoniano migliaia d’iscrizioni semitiche preislamiche, in epoca faraonica e romana perché ricchi di oro, smeraldi e minerali rari…”.

Non c’è nulla, ripeto, al di fuori del deserto e mare, ma è proprio da questo “vuoto” che si cela tanta bellezza. Se considero il pieno oberato della nostra sconnessa esistenza, oppressi da gadget tecnologici e tivù, d’assilli e ansie quotidiane, disorientati da un surplus d’informazioni e disgrazie globali, in ultima analisi, dal caos postmoderno, il vuoto quieto che regna incontrastato in quest’oasi strappata al mondo civilizzato, la rende ai miei sensi una sorta di “Thule” nordafricana. Al posto del caos sbraitato che lasci alle spalle, via via che recuperi i check point, sembra ricomporsi, intorno a te, un ordine intimo e gioioso.

Se, nel mito di Thule, l’iconografia indica un mostro degli abissi, una balena e un’orca, così Berenice è dominata dai suoi straordinari fondali, fauna marina e delfini. Come Thule, l’isola di fuoco e ghiaccio, collocata dall’esploratore greco Pitea in un punto indefinito nell’Atlantico, Berenice, che precede la linea intangibile del tropico del Cancro, si presenta ai miei occhi come una landa bruciata dal sole, di palme, acacie, mangrovie, sabbia e rocce, tra le ultime (incontaminate) spiagge del Mar Rosso e il deserto sterminato che si spinge fino al Sudan (annunciando la savana) e a Shalateen, ultimo avamposto dell’Egitto, cruento mercato di cammelli, che ostinatamente mi rifiuto di visitare.

Nel tempo scandito da maree e fasi lunari, attraverso la luce abbagliante e i suoi colori, Berenice sembra sprigionare un magnetismo onirico, ma sono i suoni che s’imprimono dentro. Quando la risacca è regolare, ti accompagna fino all’alba cogliendo il ritmo delle onde nella tua camera, se hai la fortuna d’averne una (molto vintage) a ridosso della spiaggia. Invece, se t’imbatti in giornate di burrasca, le raffiche diventano assordanti, gonfiano le tende, le onde si alzano e sembrano vogliano strapparti dal letto. Lo stridio dei gabbiani diventa irreale come in una vecchia marineria (mentre i nostri gabbiani sono ormai soggetti a mutazione genetica, costretti a nutrirsi d’immondizie nelle discariche cittadine), confondendosi con la voce dolente del muezzin, nel momento in cui, concluso il tramonto, ti sei persa in una lunga, solitaria passeggiata sulla battigia, fra dune e mangrovie, in compagnia di una ridondante quanto inutile macchina fotografica. Nel villaggio di Hamata, da una scuola istituita sei anni fa, i piccoli, per lo più beduini, fanno schiamazzo mentre escono a frotte su un cortile bianco e assolato. Su tutto, il suono del vento, incessante.

E poi c’è questo libro, “La Chioma di Berenice”, che ho voluto mettere in valigia. Per un motivo ben preciso: a casa, in Italia, non riuscivo a leggerlo. Opera dello scrittore/matematico algerino Denis Guedj, l’ambientazione è nell’Alessandria dei Tolomei, dove comincia fra le più ardite avventure scientifiche della storia, realizzata da Eratostene, astronomo, matematico e geografo, la misurazione della circonferenza terrestre…, ma senza riuscire a decifrarne il discorso e l’azione, il testo mi appariva sfuggente e, nonostante tutto, andavo avanti in una lettura scollegata, coartando l’esercizio tra noia e frustrazione.

Niente di più semplice di uno gnomone! Una semplice asta verticale piantata nel terreno; un uomo in piedi, una torre, un obelisco e il Faro sono altrettanti gnomoni.

Riferendosi al luogo in cui si ergeva la costruzione, il capomastro, incuriosito, chiese se si trattasse di una statua in onore di una Musa.

“Non di una Musa, ma del Sole”, rispose Eratostene.

“O piuttosto del suo contrario.”

“Della notte?” chiesero i muratori stupiti, con un cenno del capo Eratostene li disilluse.

“Che cosa genera il Sole?” domandò enigmatico.

“Luce”, rispose uno

“Calore”, fece un altro

“Sudore”, rispose un terzo, sollevando le braccia perché tutti constatassero quanto gocciolassero le sue ascelle.

“No, no, non ci siamo. Il sole genera ombra!”…

 …Si fermò, sentendo che non sarebbe stato capace di spiegar loro cosa fossero i tropici e i solstizi…

Complici il silenzio e la tranquillità o quelle costellazioni portatrici di storie e miti tramandati da secoli, finalmente “La Chioma di Berenice” di Guedj mi appare in tutta la sua chiarezza e senza mai mancare all’incontro serale con il mio libro ho cercato con lo sguardo quell’insieme di stelle introdotto dal mitografo greco Conone in onore di Berenice II d’Egitto, moglie di Tolomeo III, nel cielo del sud, vicino l’Orsa Maggiore, non senza difficoltà.

Una stella, “Comae Berenices”, o “Diadema” è più luminosa del sole. Ma ci sono ventisette anni luce di distanza che mi separano dalla “Chioma”, mentre il nostro sole è qui, dietro l’angolo! Tra le curiosità galattiche c’è da annotare che ancora più lontano, ma sempre in direzione delle tre stelle della Chioma, splende Black Eye, un potente cumulo cosmico, frutto di uno scontro tra due galassie, che forma un’incredibile, evanescente spirale di luce. […] Chi scrutò nell’immenso firmamento e apprese delle stelle, delle albi, dei tramonti e come il fiammeggiante lume del sole si scuri e in tempi fissi le costellazioni vengano meno quel Conone nel chiarore celeste vide me una ciocca recisa dalla chioma di Berenice […].

Astronomia e biologia marina: fra i misteri di Berenice (il cui vero nome è Port Berenice), distante dalla costa quasi quanto la galassia del Black Eye, c’è Zabargard, l’Isola Rossa, ultimo lembo di roccia in territorio egiziano. Protetta dal governo per la sua straordinaria biodiversità, selvaggia e disabitata, Zabargard è per me una leggenda. Non so come e quando riuscirò a vederla, ma ho appreso che qualcuno nel resort dove sono alloggiata, l’ha raggiunta dopo ore, ore e ore di navigazione con un mare solitamente mosso, affermando di barriere coralline in ogni caso, sbalorditive, di una fauna marina singolare.

Sono più di quarantasette i punti d’immersione a Berenice: facile incrociare delfini, tartarughe, squali martello, squali di barriera, murene, pesci pagliaccio, pesci napoleone, pesci palla, enormi barracuda (oh, ma l’elenco sarebbe lungo); tutti i segreti del mare sono qui, a portata anche di un semplice snorkeling!

A sud, nel Saint John’s Reef si trova il corallo nero, altri siti di grande interesse sono Blumen, Maksour, Abu Galawa. A quaranta miglia dalla costa, ti troverai nel solitario Dedalus Reef ma puoi continuare nell’esteso sistema corallino di Fury Shoal con decine di reef d’ogni grandezza, mentre l’area di Zabargard – il nostro House Reef – è proprio davanti alla mia prediletta “caserma”, eufemisticamente, il mio resort! A Ras Banas la conformazione morfologica dei fondali crea piscine naturali, ricche di pesci che le utilizzano come nursery e coralli. T’invito a guardare le foto, qui, i colori del mare diventano iridescenti e screziati, le trasparenze assolute, nuotarvi è un’esperienza sublime! Ma sii gentile a muoverti con le pinne, per favore. Non toccare nulla, non disturbare i loro abitanti.

Intrepida prova, se sei un abile nuotatore e non vai in panico per le correnti, è quello di tuffarsi dal pontile, spostandoti a destra e snorkelando nei punti d’immersione più belli – veri e propri labirinti di coralli ciclopici, coloratissimi e intatti. Spingersi fino alle mangrovie (dove dimorano il falco pellegrino e l’aquila di mare) e raggiungere il resort…a piedi, percorrendo la lunga spiaggia (se il sole non ti uccide prima, ma, una volta arrivati, il chiosco degli abbeveraggi è a sinistra, verso il diving…).

Se invece decidi d’abbandonarti alla solitudine infinita del deserto orientale, sappi che, in un’altra vita dovevo essere una beduina, perché se c’è un luogo al mondo (oltre alle profondità marine), dove arrivo a sentirmi completamente a mio agio, è in questa distesa di rocce policrome e canyon, laddove si avvistano gazzelle e dromedari ancora allo stato brado.

Lasciati il litorale e le dune del Gebel Elma, la riserva naturale del Wadi Gimal è un intreccio di habitat diversi, ecosistema terrestre unico e caratteristico sulla costa del Mar Rosso, percorsa dai pastori nomadi Ababd, uno sparuto gruppo dei Beja (Maria e Issam, siete Ababd?).

Partendo dall’antica Coptos (attuale Quena, nei pressi di Luxor), a Berenice si completava la via carovaniera dei dodici giorni, attraversando il deserto in diagonale per portare merci e cammelli ad Alessandria, alla costa araba, fino alle antiche Indie. Ora, seppur per un breve tratto, questa via l’abbiamo solcata in tre, su quod nuovissimi, maneggevoli e veloci. Oh, il divertimento! Da soli, nel vento e nella sabbia, fra alberi d’acacie, canyon formati da coralli preistorici (“qui arrivava il mare, fin qui”, dice Omar…) e pietre preziose che non ci sono più. “Guarda!”. E su e giù per dune scolpite dall’aria, turbinando su se stesso come una trottola, flettendo il mezzo su due ruote, una ruota…fermo Omar, sei matto? Devi riportarmi indietro mentre cala il sole e comincia l’imbrunire. “Oh, adesso attenti, prego, non avere paura…Loro mi conoscono”. Loro chi? E mi aspetto da lì a poco a poco, trovarmi dinanzi un gruppuscolo di jihadisti armati, invece sono i dingo, insomma, forse i dingo in Egitto non esistono, ma a me sembrano tali, i dingo che sbucano da non so dove e cominciano a rincorrerlo e lui accelera all’impazzata, eclissandosi in una nuvola di polvere, fra risate generali.