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Clima: nell’occhio del ciclone.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Qualora non fosse sufficiente un’estate equatoriale, se non bastassero le impennate di piogge torrenziali, le improvvise temperature in picchiata, potremmo definirlo un “clima sotto attacco”? Un accanimento dovuto soprattutto a una sistematica censura per ciò che concerne il dibattito sul surriscaldamento globale ed è curioso costatare che buona parte d’opinione pubblica “beneducata” o “maneggiata” che dir si voglia, sia persuasa alla lettera sugli orientamenti dell’amministrazione Trump. Un diffuso (quanto pleonastico) negazionismo di ritorno sembra aver operato con puntuale efficacia secondo le nuove direttive del governo americano.

Sarà sufficiente scrutare l’orizzonte per accorgersi che la pubblicità potrebbe non funzionare: la realtà dei fatti è molto più drammatica rispetto alla propaganda edulcorata che Donald Trump rifila al mondo intero con analfabetismo opportunistico. Semmai l’amministrazione americana ci induca a ritenere il cambiamento climatico alla stregua di una truffa, negli Stati Uniti (e altrove), si annovera l’estate più rovente mai censita finora, costellata da una lunga serie di disastri climatici.

E a guardare i notiziari serali su ABC, CBS, NBC, sull’ultra conservatrice Fox News, si scopre che c’è una “copertura combinata” per un totale di cinquanta minuti per tutte le reti, cinquanta minuti complessivi dedicati all’uragano Harvey. In pratica, è ciò che un articolo di George Monbiot, (columnist di The Guardian), espone come “la questione centrale che definirà le nostre vite, cancellata dai notiziari e dalla mente del pubblico”.

Dunque, “l’attacco al clima” è un atto politicamente edotto; non si tratta esclusivamente d’autocensura dei media, i quali si sa, hanno un particolare istinto a sminuire i problemi reali e ingigantire quelli di contorno. Il punto è, come giustamente asserisce Monbiot, di mettere in discussione non solo la politica di Trump, non solo l’attuale politica ambientale, non solo le strutture economiche sovranazionali e il post capitalismo o liberismo, ma l’intero sistema politico/economico/concettuale che abbiamo fin qui conosciuto.

O saremo noi a invertire la rotta o sarà la disgregazione climatica a farlo. Rendiamoci conto che il nostro organismo sociale globale, così “vecchio” e figlio di una cultura obsoleta, sta rischiando d’implodere in modo irreversibile: “Un sistema destinato, se non sostituito, a distruggere tutto”.

E allora il programma politico qual è? Preservare il presente, barcamenandosi tra “rappezzi” qua e là e sequestrare il futuro alle prossime generazioni; un programma che richiede una crescita perpetua su un pianeta finito, mentre la vita d’ognuno è dominata da un sistema non più sostenibile, che ha depauperato tutte le risorse reperibili.

Affermare che non esiste correlazione tra la concomitanza di ben quattro uragani dalla potenza distruttiva e cambiamenti climatici, è una plateale immaturità politica e di rimando, mediatica; pura e semplice manipolazione per l’oggettività scientifica dell’evento in sé. L’insieme di calamità legate al meteo è influenzato da un unico fattore: che le temperature siano aumentate di circa 4° e in maggiore percentuale e che il riscaldamento globale sia dovuto alle attività umane.

Harvey, Irma, Jose, Katia, si sono abbattuti sulle coste dal Texas, a Cuba, da Haiti alla Florida, su gran parte delle isole caraibiche (distruggendole completamente), dal Golfo del Messico fino allo lambire (con relativo stato d’allerta) South Carolina, Alabama, Virginia.  Dietro di loro, una lunga scia di lutti e danni incalcolabili, che richiederanno anni d’investimenti e sacrifici. Irma, “l’uragano nucleare” sarà ricordato come il più potente mai formatosi in oceano Atlantico; questo avviene dodici anni dopo la devastazione a causa di Katrina.

In media, tra il 1981 e il 2010 si sono verificati dodici tornado e sei uragani. Secondo il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), quest’anno il numero sarà certamente superiore. Perché? Per le condizioni idonee alla formazione di grandi eventi atmosferici e a temperature oceaniche molto più elevate rispetto a qualche anno fa.

Ci sono poi elementi geotermici: forti monsoni dall’Africa Occidentale arrivati al Mar dei Caraibi e in parte, sull’oceano Atlantico tropicale, con la premessa che proprio quest’ultimo, possiede “un consistente potenziale termico”. In altre parole, dal mare evapora acqua che va a concentrarsi nella sovrastante atmosfera in una condizione che favorisce la formazione d’uragani; più intenso è il suo valore, maggiore sarà l’impatto con la terraferma.

Come deterrente alla stabilità meteorologica, c’è un’altra questione: la scomparsa di El Niño, la corrente del golfo che con i suoi venti freschi, indebolisce notevolmente la formazione degli uragani. Su un dato, molti climatologi concordano, non ci sono prove certe strettamente correlate all’aumento delle temperature terrestri, circa il numero crescente degli eventi, ma sulla loro intensità, sì. E questa sarà sempre più rilevante.

In conclusione, l’impatto sulle città costiere d’eventi meteorologici estremi come tempeste tropicali e uragani, è aggravato dal surriscaldamento globale attraverso due fattori. Il primo, imputa i livelli degli oceani sempre più innalzati per l’espansione termica, il secondo, include le stesse temperature del mare aumentate esponenzialmente negli ultimi anni (l’aria calda trattiene più acqua rispetto a quella più fredda).

Dove sono venuti fuori quattro uragani concomitanti? Prima di raggiungere il Golfo del Messico, Harvey era classificato in tempesta tropicale, tutto nella norma quindi, visto il periodo e le aree interessate; solo che spostandosi in quella vasta superficie di mare, ha trovato temperature molto più alte della media, incamerando tal energia da essere classificato al grado cinque, il più alto con potenziale di pericolosità.

Una massa compatta talmente estesa da “frammentarsi” in più cicloni; se non bastasse, ci sarebbe stato un cedimento approssimandosi alla costa, dove si manifesta quel fenomeno chiamato storm surge, quando gli uragani, scivolano in mare, portando in superficie acque più fresche, ingrossandole e disperdendole sulla terraferma, ma ciò che ha incontrato Harvey anche in prossimità delle coste, erano acque surriscaldate.

Da qui si evince il collegamento in modo chiaro e importante tra l’intensità di questi fenomeni e i cambiamenti climatici in corso. Negarli, oltre che irresponsabile, è criminale.

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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

Sioux: ultima battaglia a Standing Rock.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Forse non entrerà nel western d’autore, ma l’eco della ribellione l’ha resa celebre quanto quella conclusasi nel Little Big Horne. L’ultima battaglia dei Sioux si svolge lungo una grande autostrada che taglia monti, vallate e boschi, l’Highway 20. La Riserva Indiana si estende per oltre novemila chilometri, in un territorio stretto fra due confini, nord e sud Dakota, abbraccia territori che vanno da Hunkpapa Lakota a Dakota Yanktonai, incluse le contee di Sioux, Corson, Dewey, Zieback.

Questo il teatro dell’ultima, pacifica, estenuante lotta dei Sioux contro le multinazionali estrattive e il governo centrale degli Stati Uniti, a oggi fin dall’aprile scorso. Si battono per una terra legittimata dai loro antenati che lì sono sepolti, nei cimiteri sacri dello Standing Rock Sioux Tribe, per scongiurare dall’inquinamento le falde acquifere e il letto del Missouri.

Sì, perché la questione che sembrerebbe ormai conclusa e a fin di bene, in realtà pare soltanto prorogata, in attesa del verdetto finale che spetterebbe al nuovo presidente eletto, Donald Trump. Il quale fa sapere che sulla realizzazione della pipeline Dakota Access e sull’investimento pari a 3,3 miliardi di euro (promotrice la società texana EnergyTransfer Partners), ci sarà una risoluzione almeno, “proporzionata ed equa”, rigettando, di fatto, la scelta dell’amministrazione Obama a negare il via libera al progetto.

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A rivendicare il diritto di prelazione sulle terre e le risorse naturali difese strenuamente da mesi, non c’è pace quindi, per Wakpala, Little Eagle, Bullhead, Istrice, Kenel, McIntosh, Morristown, Selfridge, Solen, le comunità indiane di Fort Yates, Cannon Ball e McLaughlin, insieme con altre più piccole che vivono all’interno della Riserva lungo il confine fra i due stati. Come per i loro sostenitori, ambientalisti e personaggi dello show business, l’immancabile Di Caprio, Susan Sarandon, l’attrice Shailene Woodley, che ha subito un arresto in diretta televisiva, il cantautore canadese, Neil Young, perfino i veterani del Vietnam, schierati nelle loro vecchie divise.

Assiepati nei loro campi intorno alle Rocce Sacre, sbarrando la strada alle ruspe, in sella ai cavalli o a piedi, donne, uomini e bambini, giorno e notte sottoposti a rigide temperature di un inverno che incalza, a un’arbitraria, dura repressione che non guarda in faccia nessuno, hanno intensificato le loro azioni anche dopo l’applicazione della legge sull’ordine pubblico che aveva l’obiettivo a disperderli in un’area poco lontana dalla Riserva, di proprietà della società finanziatrice.  In quel frangente sono state arrestate 142 persone, a monte delle oltre 400 fermate finora. Le polemiche si sono incentrate sulla brutalità della polizia locale; manifestanti inermi respinti a colpi d’arma con proiettili di plastica, spray al peperoncino, getti d’acqua gelida, inseguimenti con cani. Alle persone arrestate, stipate in celle sovraffollate, marcate con dei numeri, costrette a dormire sul cemento, è stata negata ogni forma d’assistenza medica.

“Un trattamento inumano e degradante”. La voce arriva dalle Nazioni Unite: é quella del relatore speciale Maina Kiai, keniano, avvocato di fama internazionale, impegnato nella difesa dei diritti umani, che ha rimarcato sull’uso di forza oltre il limite consentito contro i Nativi americani che protestano pacificamente per un piano invasivo che potrebbe contaminare le acque del fiume Missouri e del lago Oahe, fonti di sostenibilità e sopravvivenza per l’intera popolazione Sioux.

18“Non siamo contrari all’indipendenza energetica e allo sviluppo economico di tutto il Paese, ma dovete considerare queste decisioni anche in base alle esigenze, ai valori dei popoli indigeni”. Dave Archambault, è il portavoce dei protester e Presidente delle tribù; il suo appello è stato accolto dalle Nazioni Unite che premono presso le autorità politiche per “fare ciò che è giusto”: 1885 chilometri della pipeline condurrebbero mezzo milione di barili dai depositi bituminosi dal North Dakota a un’infrastruttura in Illinois, poi, fino al Golfo del Messico.

Il progetto Dakota Access stravolgerebbe quindi, l’assetto delle terre care ai Sioux, con forti ricadute sull’impatto ambientale. L’Energy Tranfer Partners continua a sostenere che oltre al petrolio l’oleodotto pomperà milioni di dollari nell’economia locale creando nuovi posti di lavoro. Così, agenzie statali e federali si trovano d’accordo sulla realizzazione, come gli agricoltori e allevatori della zona, lautamente prezzolati per lasciare campo libero. Tranne una minoranza nello Iowa, uno dei quattro stati interessati, che si è appellata ai tribunali accusando la società e dichiarandosi contraria alla concessione dei territori, all’esproprio a suon di dollari.

Gli Indiani Sioux contestano fortemente il Dakota Access perché questo rappresenta la più grave minaccia per ciò che rimane della loro cultura. L’oleodotto attraverserà le terre ancestrali, anche quelle che non appartengono di diritto alla Riserva, dove i loro avi vivevano in armonia con la Grande Natura dell’America del Nord, dove cacciavano, pescavano e dove sono stati sepolti. E’ un nuovo affronto a una storia già segnata da negazione e annientamento.

Nelle parole di Maina Kiai la chiave d’interpretazione dei sentimenti Sioux: “Cercano soltanto di proteggere una terra considerata sacra…”.

Lo stop al progetto sarebbe avvenuto due giorni fa con la bocciatura dell’Us Army Corps of Engineers, che invitava, appunto, la società appaltatrice a trovare un percorso alternativo, ma mentre si tira un respiro di sollievo, ecco che l’amministrazione Trump rimette tutto in discussione con un laconico: “Deciderà il presidente”. 

 

 

 

La rivoluzione di al Sisi…“a smart person”.

Liliana Adamo da altrenotizie.org

Democrazia e Islam sono compatibili? Un invito da porsi non senza imbarazzo soprattutto in quello che fu il giorno successivo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. Un dubbio che pone un rebus a mille altre riflessioni fino a concludere di come soltanto le comunità musulmane possano restituirci dal canto loro, una risposta univoca.

Nel vuoto politico dello scenario internazionale, se da una parte imperversa il mattatoio del Califfato minacciando l’intera area dell’Africa settentrionale, come la violenza estremista di Boko Aram in Nigeria, di al-Shabaab negli attacchi in Kenya, oltre a frammentarie milizie di terrorismo sparso (per lo più criminali comuni ed emarginati), dall’altra (Egitto e Paesi del Golfo), appare sempre più auspicabile “una rivoluzione religiosa dell’Islam” che potrebbe risolversi in normale propaganda, in attesa che il vento cominci davvero a cambiare rotta.

Abd-al-Fattah al Sisi, l’oscuro generale delle forze armate egiziane, che, dal 14 agosto 2013, ha soffocato nel sangue la rivolta dei Fratelli Musulmani, fino alla destituzione dell’allora presidente Mohamed Morsi, oggi, nuova guida di un paese che ha voglia di rinascita e riscatto sociale, sembra non aver dubbi. Il primo gennaio scorso, all’università di Al Azhar, subito dopo l’attacco terroristico alla redazione parigina, di fronte a un auditorio quasi colto alla sprovvista e composto d’imam, ulema e dotti, le parole pronunciate sono state di quelle che difficilmente possiamo aspettarci da un musulmano sunnita osservante, seppur capo di stato: “Ora mi rivolgo ai religiosi e agli imam. E’ inconcepibile che il pensiero da noi ritenuto più sacro faccia dell’intera umma (la comunità musulmana universale), una causa d’ansietà, pericolo, morte e distruzione nel resto del mondo…Questo pensiero – e non parlo di religione – ma di pensiero, questo corpo di testi e idee che abbiamo sacralizzato nel corso dei secoli, fino al punto che separarsene è diventato quasi impossibile, si sta inimicando il mondo intero. Il mondo intero c’è nemico! E’ possibile mai che 1,6 miliardi di persone (in toto, i musulmani), vogliano uccidere i restanti sette miliardi d’abitanti nel mondo, per vivere e affermare il loro credo?No, questo non è possibile”.

E dunque, al cospetto dei garanti più autorevoli nel consiglio sunnita, senza tradire il benché minimo nervosismo, il presidente ha suggerito “una rivoluzione religiosa”, un percorso con un obiettivo preciso: riformare l’islam e al pari del cristianesimo, renderlo conciliabile al senso democratico del vivere comune.  Una “mission” condividibile e altisonante, quanto poi possibile in atti pratici è tutta da vedere. Intanto, cresce nel paese la caccia alle streghe verso omosessuali e atei, additati come fonte di pericolo per la “moralità pubblica”, mentre la repressione mette fuori legge migliaia d’aderenti alla Fratellanza e sulla testa del suo predecessore, Mohamed Morsi, pende una “condanna a morte”. Se non bastasse, sono perseguitati anche i veterani della cosiddetta “primavera araba”, ex attivisti di piazza Tahrir e continuano le controversie sull’uccisione di Shaimaa al Sabbagh (con una drammatica ripresa in “diretta”, subito rimbalzata in tutto il mondo attraverso i social networks). Perfino i testimoni oculari sull’assassinio della militante nell’Alleanza Socialista, poetessa e oppositrice del regime, sono stati fermati e arrestati dalle forze di “sicurezza”. Con ventitré morti lasciati sull’asfalto, nel bilancio finale degli scontri per il quarto anniversario delle rivolte nel 2011, a tutt’oggi le autorità continuano a difendere a spada tratta, l’operato della polizia.

Ma chi è, in realtà, questo compassato leader sessantenne, ex ministro della Difesa (proprio sotto l’egida dell’ex presidente islamista) e capo delle Forze Armate, che ha formalmente “tradito” il suo mentore, con un clamoroso e incruento “colpo di stato”? Che, secondo tanti esponenti della nuova intellighenzia egiziana (dal ricercatore Tewfik Aclimandos, allo scrittore Ala Al Aswani), ha impedito, di fatto, l’insorgere e la deriva di una guerra civile? Il famoso discorso sopra citato termina con un’esortazione, pressappoco una solenne paternale diretta agli imam e non solo per chi fosse presente: “Ciò che vi sto dicendo, voi non potete comprenderlo se resterete intrappolati nella vostra mentalità…Ho detto e ripeto, che noi abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Voi imam, siete responsabili dinanzi ad Allah. Il mondo intero, ripeto, il mondo intero attende una vostra mossa…perché l’intera umma musulmana è lacerata, distrutta, si sta perdendo. E si perde nell’opera delle nostre mani…”. E il giorno successivo, in prima assoluta per un capo di stato egiziano, ha partecipato al Cairo alla Messa solenne tenuta dal patriarca Tawadros in occasione del Natale dei cristiani, copti ortodossi, da sempre considerati cittadini di serie B. Tant’è.

Nessuno a Gamaleya, centro pulsante dell’antico Cairo più tradizionalmente islamista, avrebbe mai previsto un futuro così radioso per quel ragazzo taciturno, secondo di otto fratelli, cresciuto in una famiglia benestante, molto religiosa, ma dai modi umili che, dopo la scuola, si recava tutti i giorni ad aiutare il padre in bottega intarsiando mobili, tra i bazar di Khan el Khalili, la meta più frequentata dai turisti dopo le Piramidi. Seppur con quel carattere riservato e devoto, Abd-al-Fattah scelse la carriera militare, scalando i gradi nelle brigate di fanteria meccanica, rimarcando le sue doti di leadership e di comando. Negli ultimi anni di Hosni Mubarak, fu trasferito all’intelligence militare, un particolare che gli ex attivisti di Taharir non gli perdonano, poiché questa struttura militare rappresenta l’icona di crimini e torture verso il popolo e i dissidenti. Molti si chiedono se chi guida l’Egitto sia allora un nuovo autoritario, un islamista rivoluzionario, un nazionalista, la somma di tutto ciò o la sua contraddizione.

Abd-al-Fattah al Sisi cita a memoria il Corano ma mette al bando i Fratelli Musulmani, garantisce un livello di libertà religiose mai conosciuto finora, ma reprime la libertà sessuale e d’identità, parla di democrazia con l’approvazione di una nuova Costituzione, ma è lontano dalla completa tutela dei diritti umani e della laicità. Un passo avanti, due indietro: il nuovo presidente resta un mistero per le stesse diplomazie accidentali, che di lui apprezzano il pragmatismo, insieme alla capacità d’essere agli occhi degli egiziani una “smart person” (è questo l’appellativo suggerito da un occasionale compagno di viaggio, un grasso business man alessandrino, incontrato su un aereo diretto al Cairo).

Perché al Sisi ha ben saputo conquistarsi l’appoggio e le simpatie nella stragrande maggioranza della gente: è l’uomo che (nel 2013), è apparso solidale (insieme a polizia, esercito e Servizi segreti), alla campagna di firme Tamarrod (Ribellione) nelle manifestazioni anti Morsi. E’ l’uomo invocato dal popolo nelle piazze: “Sisi, Sisi enta raisi” (Sisi, Sisi, sei tu il mio presidente). E’ l’uomo che ha riportato l’ordine e acceso la speranza. E’ colui che è apparso in televisione, senza enfasi, annunciando con un secco comunicato, l’attacco aereo in Libia per ritorsione contro il famigerato Daesh (come spregiativamente è chiamato lo Stato islamico e il suo braccio armato, l’Isis), dopo la mattanza dei ventuno lavoratori cristiani copti sulla spiaggia di Sirte.

In modo sacrosanto, al Sisi ha rivendicato il diritto a perseguire gli autori del massacro, recandosi in seguito dal presidente francese Hollande e direttamente all’Onu, chiedendo a gran voce interventi mirati, anche se, da una lettura trasversale, s’intravede l’occasione a proporsi come elemento affidabile a capo di un’alleanza internazionale, che, per iniziativa degli Stati Uniti, si schiererebbe contro il terrorismo di matrice islamista dove sicuramente l’Egitto si porrebbe come primo attore in assoluto.

Non a caso gli osservatori ravvisano una precisa “strategia” nel raid egiziano a Derna, con gli interessi italiani fatalmente compromessi. Infatti, subito dopo gli attacchi della Nato nel 2011 (spodestando il colonnello Gheddafi con tutte le conseguenze che conosciamo), se il nostro paese sembra aver abdicato alle proprie partecipazioni di natura economica, a favore di Francia e Gran Bretagna, qualora l’Italia accettasse un intervento armato a fianco di al Sisi, questo darebbe via libera “all’estensione egiziana “ in Libia con il colpo di grazia definitivo a nostri privilegi in tema di contratti petroliferi fino al controllo dei flussi migratori.

Rivoluzione religiosa dell’islam o meno, il discorso rimane sempre uguale a se stesso: petrolio, business sulla pelle dei migranti, interessi cruciali ritrovati e mancati man mano che avanzano la Jihad e il Daesh. Con provata determinazione, il progresso del nuovo regime di al Sisi sembra voler accettare la sfida rafforzando la sua affidabilità in patria, come pure sul piano internazionale e “the smart person…” ha tutte le carte in regola per spuntarla.

Medio Oriente, Israele ha torto.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org (un articolo del 17 settembre 2006).

Non è esclusivamente un giornalista e un politologo John Berger, ma uno scrittore e un entusiasta critico d’arte, affatto turbato d’aver contribuito ad un vero e proprio “incidente diplomatico” con i lettori di Ynet e Ynetnews, quando, l’8 agosto scorso, ha espresso tutto il suo dissenso contro l’attuale politica israeliana, dichiarandosi contrario alla guerra scatenata sul territorio libanese ma, soprattutto, puntando il dito sull’annosa e intricata “questione palestinese”. Berger, classe 1926, londinese, autore di saggi talmente celebri che la rete televisiva BBC, ha trasformato in una lunga serie TV, è il primo firmatario di una lettera aperta (e sottoscritta dalla migliore élite culturale attiva sulla scena odierna), che non usa mezzi termini, accusando le leadership israeliane di crimini di guerra contro l’umanità.

Harold Pinter, Noam Chomsky, il premio Nobel Josè Saramago, Arundhati Roy, Russell Banks, Gore Vidal e Howard Zinn, rinforzano unanimemente la medesima posizione: Israele ha torto. Nel dizionario di lingua italiana, nel lessico comune, il termine “torto” introduce il concetto di: “Ciò che è contrario a diritto, ragione, giustizia…“. Allo stesso modo, torna in mente il richiamo all’autore di un meraviglioso libro d’opposizione, che ha per titolo “Rabbia del vento“, ossia lo scrittore israeliano S. Yizhar: “…Fui accusato di mettere gli ebrei dalla parte del torto, ma a me non è mai interessato parlare di ragioni o di torti, bensì di quello che è successo e continua a succedere. Abbiamo tutti paura d’essere al centro dell’attenzione, perciò spesso preferiamo far tacere la nostra coscienza e uniformarci agli altri…Ci sono momenti difficili in cui non sappiamo cosa fare, cosa scegliere; in genere preferiamo evitare questo tipo di situazioni, pentircene in seguito, ah, cos’ho fatto…La domanda è invece, che fare, ora? La Rabbia del vento si conclude al tramonto, il giorno finisce, ma la situazione rimane uguale. Sessanta anni fa, come oggi, non si è ancora raggiunta una soluzione al conflitto israelo-palestinese…(1).

Yzhar Smilansky scrisse il suo romanzo più famoso basandosi su un’esperienza vissuta sulla propria pelle, durante il primo conflitto israeliano con i paesi arabi. Da soldato andato a difendere le proprie ragioni, man mano egli finisce per identificarsi con il “nemico”, vecchi, donne e bambini dei villaggi palestinesi rasi al suolo, scacciati oltre i confini della Giordania. E’ datata tra il 1948 e il 1949 la crisi di coscienza del soldato Yzhar. E’ nell’agosto del 2006 che il grande scrittore muore, mentre infuriano gli attacchi missilistici su Beirut e la valle della Beqaa, altri soldati inchiodano le loro ragioni e altri profughi fuggono dalle loro case.

Nell’avallo delle provocazioni, secondo Chomsky

Una successiva intervista “chiarificatrice” concessa da Noam Chomsky a Merav Yudilovitch, proprio per il sito israeliano di Ynetnews (e tradotta da Antonella Serio, per Peacelink), sembra voler rincarare la dose, esponendo ciò che si può avvalorare come l’analisi più spietatamente limpida condotta fino a questo momento. Citandone il titolo, se” L’Apocalisse è vicina“, allora si pone il caso di ripensare interamente all’asse mediorientale in tutte le sue sfaccettature e ripensarla in un unicum, vale a dire come un solo esemplare di tanti, troppi errori. O troppi torti.

Si sa, le guerre condotte dai grandi sistemi di poteri, tentano di rimuovere continuamente il “problema di fondo”, poiché Israele si è appropriata e persiste ad appropriarsi indebitamente di terreni e risorse di primaria importanza, lasciando le briciole ai palestinesi, porzioni di un territorio frammentario e rinvilibile, che li ha condannati ad una separazione costante gli uni dagli altri, in una Gerusalemme divisa e in un reclusorio come la Valle del Giordano, interamente occupato.
Cosa succede oggi a Gaza? Mentre il presidente Olmert e le fazioni meno oltranziste di Hamas, guidate da Abu Mazen, dicono d’esseri pronti al dialogo, le notizie che provengono dai territori, immediatamente dopo la risoluzione dell’Onu per il cessate il fuoco sul Libano, hanno il sapore amaro di una provocazione senza fine; scrive Marco Ansaldo su La Repubblica che: “…su alcuni quotidiani di Gerusalemme e di Tel Aviv puoi trovare analisi lucide, dissacranti, anticonformiste, che riducono alla ragione e quindi alla realtà. E’ una delle principali virtù di una società democratica puntualmente messa alla prova dalle passioni. Nelle ultime ore, grazie ai colleghi israeliani, mi sono reso conto che avevamo dimenticato la questione palestinese…“.

Il nodo scorsoio all’origine di tutte le tragedie intercorse tra Occidente e Medioriente, pretesto o no, è dunque nel “problema di fondo” menzionato da Chomsky; distrarre, fare finta di non sapere, manipolare la realtà dei fatti, significa rinviare quel problema, con esiti futuri inimmaginabili. Ancora una volta Gaza paga un prezzo altissimo, punita perché responsabile del rapimento di Gilad Shalit. Gli ospedali traboccano di malati, lasciati senza cure e medicine; a causa dell’embargo, i funzionari non percepiscono stipendi da mesi, le scuole sono chiuse e i ragazzi sono rimasti a casa e per le strade; non c’è alcun’attività commerciale, a nessuno è concesso d’entrare in Israele per recarsi al lavoro, proibita perfino la pesca. E non si trova più acqua, l’esercito israeliano ha bombardato anche l’ultimo stazionamento funzionante, l’energia elettrica va e viene, i rifiuti sono abbandonati in strada con cumuli d’immondizie bruciati che si levano dappertutto: questa è la Palestina libera ma frutto dell’odio e della guerra, priva d’organizzazione sociale, completamente allo sbando. L’occupazione, dice Ghazi Hamad, non può diventare il chiodo a cui appendere ogni questione; Hamas fa autocritica e pubblicamente riconosce le proprie ed altrui colpe. Una situazione ingarbugliata che non trova sbocco se non nella supervisione interiore dalle rovine, nella liberazione di un odio accecante radicato nel profondo per due popoli che hanno l’obbligo di vivere, di far nascere l’occasione al dialogo.

Ciò nondimeno, l’occasione del dialogo incomberà soprattutto su Israele e richiederà una correttezza schivata fino a questo momento. Il programma di riallineamento, camuffato, secondo Chomsky, da “ritiro” è, per esempio, completamente illegale e viola, ancora una volta, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e della World Court. Un riallineamento che comprometterebbe la soluzione dei due stati, già ostacolata per trent’anni, grazie agli Stati Uniti, con il loro appoggio alle politiche espansionistiche israeliane.
Il conflitto in Libano pare come l’ennesima arma di distrazione di massa, per annotare in margine l’annichilimento di Gaza e dei palestinesi e anche l’acquisizione della West Bank, afferma Chomsky, si è di fatto eclissata.

Due pesi, due misure

Nel paragrafo d’apertura nella lettera di Berger, un’accusa (e non la più grave) lanciata contro i mezzi d’informazione e gli ambienti di sinistra, è quella di non capire, non ammettere alcun nesso tra ciò che accade nei territori occupati e ciò che è accaduto in Libano; com’è possibile, ci chiediamo, giustificare la cattura del caporale Gilad Shalit (per la quale si levano grida d’indignazione in tutto il mondo) con una tale intensificazione d’attacchi missilistici su un’intera nazione in cui è l’intera popolazione ad essere punita? Nessun organo di stampa internazionale (fatta esclusione di brevi comunicati dalle Forze Armate israeliane), ha diffuso le notizie inerenti ai ricorrenti sequestri di civili palestinesi, gli ultimi dei quali avvenuti a Gaza il 24 giugno scorso, di Osama e Mustafa Muamar. Nessuno al mondo ha inveito contro questi crimini, reclamando a gran voce attacchi aerei con bombe a grappolo contro Israele. Per Chomsky e tutti i firmatari della lettera-protesta di Berger, questa è la distorta e cinica “moralità” di noi occidentali. Ma c’è di più, i due fatti sono strettamente correlati, il rapimento dei due civili nei territori occupati, un reato che qualsiasi giornalista di stampa estera è a conoscenza e quello avvenuto il giorno seguente per mano della resistenza palestinese, elimina qualsiasi legittimità per operazioni belliche e al rapportato favore internazionale a queste iniziative. Lo stesso dicasi per il rapimento di due soldati israeliani avvenuto il 12 luglio scorso al confine con il Libano, vista la sistematicità con cui sono sequestrati civili libanesi anche in acque extraterritoriali e tenuti in ostaggio per lunghissimo tempo.
La replica più attendibile a queste affermazioni è rappresentata dal fatto che Israele ha diritto a difendersi, che i rapiti erano certamente terroristi di Hamas, pronti a farsi saltare in aria in qualche stazione di pullman a Gerusalemme; ma se così fosse, allora qual è la differenza rispetto al caporale Gilad Shalid, a capo di un contingente militare che stava ripetutamente cannoneggiando Gaza? Forse i morti palestinesi valgono meno di quelli israeliani… Dove si offusca la ragione e prevale la follia di queste aberrazioni?

In merito agli Hezbollah e all’Iran, nel 2003 il governo moderato di Khatami con il pieno sostegno dell’ala radicale più dura guidata dall’Ayatollah Khamenei, si offrì di trattare con gli Stati Uniti per la risoluzione di varie questioni, come la proposta dei due stati, il riconoscimento d’Israele e l’arricchimento dell’uranio. Poteva aprirsi uno spiraglio che avrebbe dato i suoi frutti, ma l’unica risposta da parte dell’amministrazione Bush fu quella di porre sprezzantemente un veto alla diplomazia svizzera che aveva lavorato per portare avanti l’offerta di dialogo. Anche in questo caso, nessuna rilevanza alla notizia, mentre per gli organi di stampa occidentali molta più rilevanza hanno le parole di fuoco del suo sottoposto, Ahmadenijad. Il potere dei mass media ha saputo ben giostrare il momento: se le dichiarazioni di Khamenei fossero state pubblicizzate, e, di conseguenza, Ahmadenijad messo a tacere, l’interesse internazionale si sarebbe indirizzato altrove e forse, con esiti diversi. A tutt’oggi, se Stati Uniti ed Israele persevereranno ad ignorare le proposte iraniane e faranno di tutto per evitare d’esaminarle, allora si prospetta una paventata soluzione non pacifica intorno alla questione dell’uranio arricchito. I mezzi di comunicazione non fanno altro che sproloquiare sulla “minaccia iraniana”, un paese che non ha mai invaso altri stati sovrani e mai avuto mire espansionistiche, mentre dovremmo riflettere su ciò che Israele e Stati Uniti fanno normalmente, con l’approvazione del mondo intero.

Il partito di Dio degli Hezbollah è il prodotto della politica egemonica d’Israele. Nel 1982, durante l’invasione del Libano, nel corso di una feroce repressione in barba a tutte le disposizioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Hezbollah si forma come reazione armata a quell’occupazione, ottenendo prestigio e attecchendo fortemente nel tessuto sociale. La Risoluzione 1559 chiede il disarmo unilaterale delle milizie libanesi, anche se il governo non ha convertito una legge in tal senso.
Disarmare gli Hezbollah, condizione necessaria da parte israeliana per il dialogo, potrebbe essere il prossimo capitolo di questa storia inesauribile.

1) La citazione dello scrittore S. Yzhar è tratta da un’intervista di Dalia Padoa, pubblicata sul num. 33 del settimanale Diario.