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BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

Yellowstone, sopra il vulcano.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

Nel “paese delle meraviglie”, cuore pulsante dei primi nativi americani, a nord ovest del Wyoming, fra Montana e Idaho, sede dello Yellowstone National Park, perfetto wildland per orsi grizzly, lupi, mandrie di bisonti e alci, in un caldo venerdì del 2 agosto scorso, rompendo una tregua durata nove anni, il famoso Geyser Steamboat, il più grande su scala mondiale, si è risvegliato con un getto che ha raggiunto i novanta metri d’altezza. Nella stessa zona, il centro geofisico dell’University of Utah registra uno sciame sismico con un’intensità crescente. Tutto nella norma?

Il più antico parco degli Stati Uniti (1872), istituzione di fama mondiale a difesa di un ecosistema unico in aree temperate, si estende su un altipiano di 8980 chilometri quadrati e su tre caldere attive. Sebbene il termine “supervulcano” (nome attribuito durante un documentario della BBC), pare non si riferisca allo spettacolo sovradimensionato dei suoi geyser, ma alle potenzialità distruttive, dalle tre grandi eruzioni avvenute in successione 2,1 – 1,3 milioni e 640.000 anni fa, si formarono rispettivamente la caldera d’Island Park, quella di Henry’s Fork e di Yellowstone.

Dalla prima eruzione, presumibilmente la più potente in assoluto, si sviluppò il Ridge Tuff, la più grande formazione di tufo localizzata nel nord dell’America, mentre, si sa che l’eruzione più “recente” ebbe un impatto devastante sull’intera superficie, che fu investita da nembi di cenere, inversione del clima, estinzione di molte specie, cancellazione d’ogni forma di vita per migliaia di chilometri. Questi i fatti legati all’archeologia della sismogenetica, ma se veniamo alle ultime scoperte, pare che Yellowstone ci riservi un futuro altrettanto apocalittico.

Il Dipartimento di Geologia e Geofisica dell’Utah University, non si è limitato a registrare l’escalation sismica intorno al supervulcano sotterraneo, comunicando lo studio di una task force, guidata da Jamie Farrel e Bob Smith, per illustrarne i contenuti all’American Geophysical Union, che, a sua volta, li ha pubblicati sul proprio “Journal”.

Con risultati sorprendenti: nuovi strumenti di controllo hanno palesato proporzioni diverse rispetto a ciò che si credeva in precedenza; l’insieme di rocce incandescenti sotto la superficie del parco (che vanta un’estensione di tre stati, come abbiamo visto, Wyoming, Montana e Idaho), è pari a novanta chilometri di lunghezza, ventinove di larghezza e quattordici di profondità. Secondo i geofisici, la camera magmatica misurerebbe in larghezza, 480 chilometri, considerando che è stata alimentata per due milioni di anni.

In pratica, ciò equivarrebbe a un’eruzione potenziale superiore duemila volte circa, a quella di Mouth St. Helens (Washington DC), avvenuta il 18 maggio 1980, quando un potente terremoto fece collassare la parete nord del vulcano, liberando milioni di metri cubi fra gas, rocce e lapilli mentre una colonna di fumo (con un’altezza di ventiquattro chilometri nell’atmosfera), si riversava su undici stati americani. Un evento, quello del St. Helens, non solo distruttivo ma che “ridicolizzò” l’intera comunità scientifica, giacché fino allora, la stessa, l’aveva considerato “inattivo”, privo d’alcun rischio.

Come cultori di una civiltà tecnocratica e liberista, siamo abituati a considerare gli eventi legati alla fenomenologia naturale, situazioni in qualche modo controllabili o manipolabili grazie ai mezzi coercitivi cui disponiamo. Ciò nonostante, nel caso che il supervulcano Yellowstone dovesse esplodere oggi, si può soltanto pensare a contenere i danni. Limitatamente. Le conseguenze colpirebbero il mondo intero, con un impatto devastante sulle sorti del clima (l’offuscamento della luce solare produrrebbe un repentino abbassamento delle temperature terresti fino a -20°).

Yellowstone (come le Hawaii), domina una vasta area che la moderna geofisica definisce Punto Caldo stazionario del pianeta (Hot Spot), sopra il quale scorre la placca nordamericana. Strati rocciosi liquefatti sotto la crosta terrestre, spingono e tendono a uscire in superficie, in modo del tutto simile a un’attività vulcanica (vedi i Campi Flegrei in Campania). Dalla fuoriuscita di lava basaltica attraverso ciclopiche colate incandescenti, si è formato in diciassette milioni di anni, il maestoso canyon dello Snake River Plain, tra gli stati del Wyoming, Idaho, Oregon e Nevada. Tutte le caldere, dalla più antica, a cavallo tra Mc Dermitt, in Nevada e l’Oregon, fino alle formazioni più recenti, si congiungono all’enorme Plateau dello Yellowstone, in una sorta di cerchio di fuoco.

Gli studiosi presumono che se ci fosse un rush su larga scala, il nordovest degli Stati Uniti sarebbe completamente distrutto, lo Yellowstone annienterebbe ogni cosa nel raggio di 160 chilometri da subito. Come abbiamo detto, l’eruzione arrecherebbe un brusco raffreddamento del pianeta con scenari davvero imprevedibili.

Speculazioni pseudo scientifiche esercitate da un manipolo di ricercatori universitari in cerca di notorietà? Difficile pensarlo, visto che anche la serissima rivista Nature, sembra avvalorare le tesi del team Farrel/Smith, così come il Centro di Ricerche di Londra ipotizza una sorta “d’inverno nucleare” calcolando la prossima eruzione in un arco temporale tra il 2012 e il 2074.

Proprio la rivista scientifica Nature (nel febbraio del 2012), è stata la prima a divulgare una ricerca francese, (coadiuvata da Timoty Druitt per l’Università Blaise Pascal a Clermont-Ferrand), che penetra nel motore dei supervulcani, con l’obiettivo d’individuare segnali di previsioni per imminenti, disastrose attività esplosive. Lo studio calcola i tempi con cui si è ricaricato il serbatoio di magma sull’isola vulcanica di Santorini, che non appartiene alla categoria dei supervulcani, ma fu artefice, nel 1600 a.C. di una catastrofica eruzione, simile alle capacità di queste particolarissime strutture, in grado di sprigionare in un solo colpo, tutta l’energia accumulata, migliaia di chilometri cubi di materie incandescenti miste a gas.

I test, molto complicati, rivelano come il serbatoio di Santorini avrebbe iniziato a ricaricarsi cento anni prima e quindi, sostanziali cambiamenti nella composizione magmatica, potrebbero avvenire in tempi brevi, in prossimità di un’imminente eruzione. Monitorare le riserve laviche in caldere molto grandi e potenzialmente pericolose, potrebbe dunque aiutare a individuare eventuali cambiamenti e prevedere, appunto, un’incombente eruzione con quel che ne consegue.

C’è da osservare che le zone vicine al Plateau rosa (così chiamato per il colore delle sue rocce e dei geyser), si sollevano in modo continuo (fino a trenta centimetri), si riscontrano cambiamenti del clima e disordini deformativi del suolo. Dal 2004 si sono verificati circa 3000 terremoti l’anno. Una nuova ondata di terremoti è iniziata il 10 settembre del 2013 e prosegue tuttora. Nasa e Us Navy hanno chiuso i battenti e, senza un motivo apparente, hanno abbandonato il luogo. Qualcuno sostiene nientemeno che i Fema (fantomatici campi di detenzione originati trent’anni fa, utilizzati per fronteggiare stati d’emergenza, catastrofi naturali o guerre) si preparerebbero come se, da un momento all’altro, dovesse sopraggiungere un cataclisma continentale…

Negazionismo ambientale e media.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

La potenza schiacciante dei media al servizio di un ben congegnato depistaggio sul clima; si chiama Global Warming Policy Foundation, raccoglie un manipolo di scettici sul cambiamento climatico (con Lord Lawson, in testa), che, a loro volta, occultano i veri mandanti, i fondamentalisti del libero mercato (e i loro alleati politici), referenziati dall’Heartland Institute, potente gruppo di pressione con sede a Chicago. Gli stessi che hanno orchestrato una campagna tesa a screditare pesantemente i risultati del Gruppo Intergovernativo, meglio conosciuto con la sigla IPCC.

Nel suo Quinto Rapporto di Valutazione (The Physical Science Basis), reso pubblico il 27 settembre scorso, l’IPCC ha fornito la sua versione sull’evoluzione dei cambiamenti climatici: “Il riscaldamento del clima terrestre si aggrava per colpa in gran parte dell’uomo. La temperatura della terra aumenterà da 0,3 a 4,8 gradi centigradi, entro il 2100. I primi dieci anni del nostro secolo sono stati i più caldi dal 1850…”.

E, mentre si teneva la presentazione ufficiale del documento a Stoccolma, Londra si convertiva a fulcro universale dell’agnosticismo climatico, per controbatterne le tesi e fomentare i media. Giusto per rubare la scena al gruppo Intergovernativo, ecco che, nello stesso giorno, è stata indetta una mega conferenza stampa, una sorta di duello a distanza.

Ciò che i media non hanno comunicato è la brigata d’ultraliberisti (chi manovra i fili dell’Heartland), che rimunera un gruppo di scienziati in pensione affinché producano falsi dossier confutando sia l’esistenza sia gli effetti del global warming, orientando un massiccio movimento d’opinione a  livello internazionale.

Primi attori nella conferenza stampa londinese, Fred Singer e Robert Carter, hanno dato il meglio di sé sfoggiando una visione diametralmente opposta a quella presentata dai veri ricercatori sul clima. La BBC non si è lasciata sfuggire l’occasione e ai due ha predisposto un tour presso gli studi del Broadcasting House con interviste a go go; addirittura, il tempo stimato per questi incontri è risultato molto più lungo rispetto a quello dedicato alla presentazione del famoso Rapporto sul Clima, redatto dall’IPCC: McLuhan docet.

Gli artefici della BBC (come quelli dell’ITV News at Ten, del Daily Telegraph, per rimbalzare fino al Time), hanno finto d’ignorare che gli stessi Carter e Finger si sono guadagnati l’attuale popolarità quali autori di una campagna d’affissioni che accomuna l’Unabomber, al secolo Ted Kaczynski a Charles Manson, dichiarandoli entrambi proseliti del riscaldamento globale (sic).

Inconsapevoli anche che lo stesso professor Carter (un geologo australiano, specializzato in paleontologia, stratigrafia, geologia marina e scienze ambientali, chiamato dai suoi detrattori “climate misinform-er”), presta la sua opera (contributi a siti web e opuscoli) al “Consiglio consultivo Accademico” della londinese Global Warming Policy Foundation di Lord Lawson (di cui è membro), al contempo è portavoce dell’Heartland Institute di Chicago, in un pacchetto “all inclusive”.

Il professore ha fatto la sua fortuna in propagande soppesate con piani marketing d’azione, coadiuvato dalle migliori menti (giunte ormai all’età della pensione), raccattate qua e là dopo una modesta carriera nelle varie università d’oltreoceano.

L’intera congerie non potrebbe neanche presentarsi a tv e giornali se non fosse attentamente coordinata da potenti mezzi e alleati politici, che la usano per screditare e travisare i risultati del Gruppo intergovernativo d’esperti.

I giorni londinesi dell’attacco frontale ai risultati dell’IPCC, hanno dimostrato come una piccola cricca rastrellata sotto l’egida di skeptical science, sia stata in grado d’utilizzare reti politiche, legami familiari e simpatie ultraliberiste, in una sorta di rassicurazione che, lungi d’essere tale, palesa l’intento a deviare e falsare il dibattito pubblico in un paese, il Regno Unito, notoriamente sensibile alla difesa dell’ambiente e a soluzioni che contrastino il cambiamento climatico.

Contro l’IPCC si sta preparando una belligeranza mediatica su larga scala: per mantenere lo status quo sul global warming si fa anche questo.

Great Pacific Patch: isole di plastica.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

A un certo punto, le immagini della BBC mostrano due persone, un inviato scortato da un ecologista, che si aggirano con aria avvilita sulla battigia di una spiaggia alle Hawaii. L’arenile di Kamilo Beach è tappezzato da infiniti e infinitesimali granellini colorati: un granellino grigio, uno azzurro, l’altro aranciato…

Coriandoli scoloriti venuti da lontano, residui quasi impercettibili dei nostri rifiuti in seguito all’azione delle onde, ormai inestricabilmente amalgamati alla sabbia. L’ecologista ne prende una manciata e la mostra al reporter; scomponendoli uno a uno, comincia la triste conta: “Questo è plastica, questo, invece, è ferro, quest’altro è semplicemente vetro…”.

Il reportage in questione, prodotto appunto dalla BBC e intitolato “Tropic of Cancer – Laos to Hawaii”, è diventato popolare qualche anno fa per aver divulgato attraverso il mezzo televisivo, quel segmento scomodo cui pochi erano informati perché sapientemente “imboscato” dai governi di ben due continenti. E’ chiamata “Pacific Trash Vortex” e Kamilo Beach, su un’isola delle Hawaii, si trova esattamente sulla sua traiettoria. Ha un diametro di 2500 chilometri, una profondità di 30 metri e, negli ultimi anni, quest’immensa discarica galleggiante in pieno oceano, ha raggiunto quasi i 4 milioni di tonnellate.

Se dalla blasonata BBC ci spostiamo a una piccola televisione indipendente che dirama via web“The plastic bag”, vale a dire, la vita immortale di un sacchetto di plastica (cortometraggio di Ramin Bahrani), diventerà lampante cosa sia destinato a sopravvivere dopo di noi. Il video, molto cliccato, mostra le smanie esistenziali di un anonimo shopper (non biodegradabile e non riciclabile), complemento imprescindibile dei consumi urbanizzati, che finisce in pattumiera e poi in discarica. Dopo un imprecisato numero di tentativi, riesce a riprendersi la libertà mentre, sulle ali del vento, vola alla ricerca di colei che l’aveva gettato via, per ricomporre l’origine e trovare il senso immortale della sua esistenza.

Ma ecco il colpo di scena: fuggito dalla discarica, il sacchetto trova un mondo ormai spopolato dall’umanità. La sua inquietudine si placa nel momento in cui, trasportato dalla pioggia fino al letto di un fiume, si ritrova in mare, dove, finalmente, potrà ricongiungersi ai suoi simili nel vortice dei rifiuti nel Pacifico e qui, senza fretta, si lascerà macerare in uno stato d’inesauribile inerzia.

Emblema indistruttibile della civiltà dei consumi nordamericana, l’immondezzaio del “Pacific Trash Vortex” si è formato dal boom economico degli anni Cinquanta, spinto dal Subtropical Gyre che si muove in senso orario a spirale, grazie a un sistema di correnti ad alta pressione. Ipotizzando un modello terrestre, la zona può essere riconducibile a una sorta di deserto oceanico, dove la vita è pressoché scomparsa, un luogo inverosimile evitato da pescherecci e altre imbarcazioni.

Come nel caso di Kamilo Beach, il materiale galleggiante finisce fuori portata, terminando la propria vita sulle spiagge delle Hawaii o addirittura in California fino alle coste giapponesi, formando degli strati spessi, alti a tre metri. L’80% dei rifiuti proviene dalla terraferma, mentre il resto è travasato in mare da navi private, commerciali, barche da pesca.

Cosa si è fatto finora? Escludendo sparuti temerari come Charles Moore e Curtis Ebbesmeyer, poco o nulla; il “Pacific Trash Vortex” esiste lì, a commemorare il nostro marchio d’infamia, espandendosi sempre di più. Per la plastica, il 15% dei 100 miliardi di chilogrammi prodotti all’anno o giù di lì, finisce in mare; in parte, opprimendo i fondali degli oceani, distruggendo tutto ciò che incontra, biodiversità marina, barriera corallina e quant’altro, mentre il resto continua a galleggiare, sgretolandosi in particelle destinate allo stomaco di mammiferi e pesci, portandoli alla morte. La plastica si decomporrà, ma solo tra centinaia e centinaia di anni, all’alba di un nuovo eden, chissà…

Se storicamente i rifiuti accumulati nell’oceano, erano spontaneamente sottoposti a biodegradazione, dagli anni Cinquanta l’enorme quantità di plastica mista a rottami, invece di declassarsi, si disintegra in frammenti sempre più piccoli, mantenendo la stessa caratteristica polimerica anche quando raggiunge le dimensioni di una molecola.

Non solo il fenomeno produce un alto tasso inquinante di PCB (policlorobifenili) a lento rilascio, ma l’emersione delle particelle, simili allo zooplancton, inganna la fauna marina che le ingerisce, introducendole dritto nella catena alimentare. Si è visto, attraverso alcuni studi, che campioni d’acqua, hanno una quantità di plastica intrinseca superiore al fattore 6 dello zooplancton, con risultati facilmente immaginabili.

La caduta d’interi container di navi cargo, alimenta ulteriormente il vortice di PCB, con materiale che finisce sulle spiagge circostanti. L’incidente più famoso, causato dalla nave mercantile Hansa Carrier, è datato 1990.

Nell’occasione scivolano in mare 80.000 tra calzature e scarpe di ginnastica a marchio Nike, mandate qua e là, nell’arco di tre anni, fra le spiagge della British Columbia, Oregon e Hawaii. Nel ’92, galleggiano migliaia di giocattoli, nel ’94, attrezzature da hockey e così via. Attraverso i flussi delle correnti oceaniche, il gorgo del “Pacific Trash”, può determinare le sue enormi dimensioni su scala globale.

L’equipe oceanografica di Charles Moore ha analizzato a fondo la diffusione e la concentrazione dei detriti plastici formati da mono filamenti, fibre di polimeri, incrostati di zooplancton e diatomee.

Utilizzando una grande rete a strascico, molti ne sono stati tirati su e Marcus Eriksen, ricercatore della Marine Research Foundation creata da Moore, ha rilevato come, inizialmente, la gente si era fatta l’idea che si trattasse di un’isola di plastica, sulla quale sarebbe stato facile camminare. In realtà, ha spiegato, la marea di rifiuti somiglia sempre di più a “un infinito minestrone di plastica che si estende su un’area grande forse il doppio degli Stati Uniti…”.

L’oceanografo, Curtis Ebbesmeyer, che si è occupato a lungo del problema, paragona il gorgo a un organismo vivente: “Si divincola come un grosso animale privo di guinzaglio. Quando la bestia si avvicina alla terraferma, com’è accaduto alle Hawaii, le conseguenze sono gravissime. La massa di rifiuti rigurgita pezzi e le spiagge si trasformano in un tappeto di plastica”.