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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

Il sogno di una foresta per Sebastião Salgado.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile, è il luogo dov’è nato Sebastião Salgado. Un tripudio di piante, fiori, fiumi, animali, che rivive in funzione mnemonica come un rifugio idealizzato, il paradiso perduto.

Considerato il più grande fotografo dei nostri tempi, Salgado si è reso testimone di un aspetto profetico e “materico” del mondo. Per lui che segue le orme del cuore e dell’azzardo mollando una carriera spianata in banca, il viaggio si compie in cento paesi diversi, osservatore di culture eterogenee, problematiche sociali e aspetti inediti; documentando esodi di massa, genocidi, catastrofi ambientali, il dramma delle comunità minacciate (in primo luogo, gli Indios in Amazzonia), così le polimorfie di grandiosi paesaggi naturali e la bellezza violata del pianeta, sembrano volerlo accompagnare nei suoi lavori più recenti.

Un viaggio forgiato da terra e luce, esito d’esperienze e conoscenze su tutto ciò che ha smosso il corso degli eventi alla fine del Novecento. Salgado si reca in Ruanda e riprende gli orrori del genocidio, in Kuwait, le esplosioni dei pozzi petroliferi, con Genesis, l’ultima, monumentale raccolta di fotografie, rende omaggio alla Terra e alle sue creature, un segno di riconciliazione, testamento d’amore e arte.

E durante il reportage sulla guerra civile in Ruanda, l’incontro con la morte nella prassi più disperata e brutale, Salgado contrae una malattia cui non si conosce la diagnosi. Lasciata l’Africa orientale per raggiungere Parigi alla ricerca di una cura, egli trova la risposta: ha guardato la morte troppo a lungo e la morte gli è entrata dentro, bisogna smettere o altrimenti lui stesso cederà.

A meeting of a religious community in Base, on the road to Attilo, Chimborazo, Ecuador, 1982

Alla soglia dei settant’anni inizia un periodo di cambiamenti e riflessioni. Turbato dall’insensatezza d’alcune esperienze, dalla fotografia e dal mondo intero, Sebastião Salgado si rifugia ad Aimorés, nel suo Brasile, un ritorno alle origini; ma dell’imponente foresta pluviale che si estendeva per metà di un territorio vastissimo, rimane un pietoso 0,5%.

Ancora una volta, l’artista percepisce quel senso di perdita che l’aveva accompagnato durante gli eccidi in Ruanda e nel percorso della sua malattia; riconosce la morte anche qui, nel luogo a lui più intimo: una terra stremata, dove l’utilizzo indiscriminato di materie prime (ferro, manganite e oro), favorisce un’economia distorta a beneficio di multinazionali e classi abbienti, mentre amplifica l’indigenza dei nativi, cancellando il lavoro rurale.

Sebastião Salgado si avvale nuovamente della macchina fotografica. La sua denuncia è potentissima, ripercorre i luoghi che conosceva da ragazzo, espone il suo “paradiso” deforestato: ciò che rimane di una distesa fiorente a perdita d’occhio si riduce a un suolo sterile, renoso, privo di piante e animali. Grazie alla sua fama internazionale esercita pressioni e va oltre; insieme alla moglie, Lélia Deluiz Wanick, elabora un ambizioso progetto di recupero, piantare un albero, poi un altro e un altro ancora… una foresta infine, l’originaria giungla pluviale subtropicale, pressoché distrutta.

Converte in “quartier generale”, il ranch che il padre aveva gestito in passato, crea una comunità a sviluppo ambientale il cui impegno è sensibilizzare, educare, promuovere la ricerca scientifica. Nasce così l’Instituto Terra, che avvia il più grande piano di riforestazione su scala globale; un programma no-profit, continuo e sistematico, per ridare linfa vitale a zone complesse, puntando sul ripristino della biodiversità locale.

Lélia Deluiz Wanick e Sebastião Salgado

Il lavoro si concentra soprattutto a Serra da Mantiqueira (1220 metri d’altitudine), sul delta del Rio Doce (letteralmente “fiume Dolce”), area ricca d’affluenti, eclettici ecosistemi, varietà di microclima, sede della più grande miniera a cielo aperto del mondo, oggetto di un disastro ambientale di vaste proporzioni con milioni di metri cubi di fanghi tossici e acque acide riversate nel maggiore dei suoi emissari, il Rio Carmo. Un intervento non facile, ma grazie al quale l’acqua continua a scorrere dalle sorgenti naturali, reintegrando gli ambiti necessari affinché specie animali a rischio d’estinzione, possano essere salvate.

“Pensiamo all’elemento acqua per ogni attività della nostra vita… ”. Sostiene Salgado: “…Ma l’acqua non si ottiene se non ci sono alberi. Quando c’è pioggia in un luogo senza alberi, in pochi minuti, l’acqua arriva nei torrenti, portando terriccio, distruggendo le nostre sorgenti, danneggiando i fiumi e non c’è umidità da trattenere. Quando ci sono alberi, il sistema di radici trattiene l’acqua. Tutti i rami degli alberi, le foglie che cadono, creano un’area umida, l’acqua si trattiene per molti mesi nel sottosuolo per arrivare ai fiumi e mantenere le nostre sorgenti…”.

Bulcão Farm, ex fattoria paterna, sede operativa del progetto Instituto Terra, coordina 1.754 acri, 1.502 dichiarati Patrimonio Privato Riserva Naturale (PNHR). Nel 2004, la buona pratica fa sì che la confederazione di Minas Gerais dia impulso alla Categoria della Riserva Privata per il Restauro Ambientale (PRER), sollecitando ogni iniziativa privata a muoversi (coraggiosamente) in tal senso. Il primo impianto ha avuto luogo nel dicembre 1999; in un work in progress estenuante, l’Instituto Terra è in fase di completamento nel recupero di tutti i lotti distrutti. Per il Brasile moderno, è un risultato senza precedenti.

La prospettiva di rivalorizzazione ambientale, come pure di un patrimonio storico inestimabile, ottiene tale prestigio e attendibilità da trascinare numerosi sostenitori e un’ingente raccolta di fondi. Il beneficio a lungo termine si estende alle popolazioni autoctone: indicativo è il caso dei Quilombola, discendenti degli indigeni fuggiti dalla schiavitù, che rischiavano di scomparire per sempre, insieme alla cultura e all’identità originarie del Brasile.

Sebastião Salgado

Fra acqua e terra, la Foresta Atlantica è depositaria di un ecosistema fra i più straordinari per l’intero continente americano. Con una superficie di 400.000 miglia quadrate (lungo l’asse del Rio Grande, da nord a sud), un tempo si spingeva fino all’estrema Argentina e il Paraguay. Ciò che rimane del “polmone terrestre”, è un deposito di biomasse ancora ricchissimo di biodiversità che, per quanto minacciato, rimane punto fondamentale per ripristinare in origine, l’equilibrio perduto; in pratica, un record di varietà botaniche: 454 specie in una singola area (appena 2,5 acri) a sud di Bahia, 476 nel dipartimento chiamato Espirito Santo, zona montuosa, di modeste dimensioni. La devastazione di queste regioni spiega il cambiamento climatico avvenuto drasticamente, conseguenti inondazioni e altre calamità, normalmente attribuite a fattori “naturali”.

Obiettivo è reintegrare gli habitat derivanti su trentasette milioni di acri; dal primo albero, che rievoca quel dicembre 1999, fino al 2050, a lavoro concluso. A oggi, 17.000 acri di terreno sono stati riportati a nuova vita, un milione di piantine curate nelle serre, aspetta d’essere collocato nel suo humus primario, come la Mata Atlantica, tipica flora pluviale subtropicale. Molte aree circostanti cominciano a seguire il sogno di Salgado, lo sforzo diventa collettivo per restituire dignità e speranza: una Biosphere Reserve, eredità di un uomo e dei suoi conflitti interiori a una pluralità d’individui e al futuro dell’intero pianeta.

 

Sguardi sul Wildlife. For the World Wildlife Day. “Listen to the Young Voices.”

Di Liliana Adamo 

(Versione originale di un articolo apparso in due fasi differenti su InNatura Magazine).

Wildlife Photography concept e tre grandi fotografi: Marco Gaiotti, Mostafa Elbrolosy, Marina Cano. Tre diversi sguardi e alcune analogie, l’approccio al mondo naturale, la fotografia come arte, l’avventura e l’etica del wildlife.

Nel tramonto artico di Marco Gaiotti.

Isole Svalbard, Norvegia; sul Mar Glaciale Artico, a settembre: “La luce arriva da un sole basso sull’orizzonte per molte ore al giorno, creando una situazione di alba o tramonto continuo…”. Il fotografo italiano, Marco Gaiotti si apposta lungo il pack mentre “La luna piena sorge al tramonto sopra l’isola di Karl XII”.  Il suo teleobiettivo è pronto: “Gli strati d’aria umida si fermano sulla superficie del mare prossimo al congelamento, diffondendo cromie incredibili…” e lui riprende un’immagine fugace ma perfetta, per luce, soggetto, condizione, un orso polare che dorme sulla scogliera, al crepuscolo, prima della lunga notte artica.

La foto-emblema scattata durante la spedizione nell’autunno 2013 tra i fiordi delle terre abitate più a nord del pianeta, gli vale un primo premio al“Memorial Maria Luisa” nella categoria “mammiferi”, ma l’intero reportage dalle Svalbard sarà pubblicato sulle pagine dell’inglese The Guardian e conteso dalle maggiori riviste specializzate.

Genovese, classe 1983, di professione ricercatore universitario, Marco Gaiotti, aveva già visitato le terre polari nel 2009, campeggiando fra le ragioni dell’Alaska in completa autonomia, portandosi dietro l’attrezzatura fotografica e l’inderogabile aspirazione a riprendere la fauna e i paesaggi locali. In Alaska capirà di voler dare un taglio professionale alla sua passione, continuare a fotografare gli itinerari incontaminati del nostro pianeta:Sicuramente un fotografo naturalista è una persona appassionata di natura che sta bene nella natura, e mostrare attraverso le fotografie ciò che rimane del patrimonio naturale di questo pianeta aiuta a far comprendere alla collettività, assegnare un valore a ciò che un domani potrebbe essere irreparabilmente distrutto. Io, in ogni caso, non condivido posizioni ambientaliste estreme che vedono l’essere umano come un parassita del pianeta, ma penso che questo pianeta sia a disposizione dell’uomo ed esso possa giovarsene entro limiti di buonsenso che garantiscano la sostenibilità per gli anni a venire, in modo che le future generazioni possano ancora apprezzare gli habitat naturali…”.

Cambiamenti climatici, deforestazione, depauperamento d’ecosistemi e biodiversità, cosa ci riserva ancora l’etica della fotografia naturalistica? E come si muovono i suoi moderni fautori?  Si racconta che un “pioniere” del concetto wildlife, Eric Hosking, nonostante fosse stato leso da semi cecità permanente, a causa di uno “scontro” con un gufo reale e un artiglio che gli lacerò l’occhio sinistro, continuò a dividere il suo tempo tra (straordinarie) fotografie e conferenze sul tema della conservazione aviaria; a tal punto da essere considerato, oggi, non solo un grande fotografo ma soprattutto, antesignano della difesa ambientale e delle specie a rischio.

Nel termine squisitamente anglofono, “wildlife”, c’è il variegato affresco di una natura sconfinata, del libero movimento della fauna selvatica, priva dell’elemento umano e antropico. Dal Sud al Nord del mondo, fino a che punto si spingono conoscenza e consapevolezza di chi fotografa luoghi ancora strenuamente integri? Senso della bellezza e spirito per l’avventura, sono comunque inclusi, ma torniamo a Marco Gaiotti e alla sua permanenza sulle isole norvegesi, dove, tra l’altro, opera una base artica italiana in memoria al pilota Umberto Nobili, che alle Svalbard si schiantò durante un’esplorazione in aerostato, nel 1928; oggi, centro di ricerca per la chimica e fisica dell’atmosfera, la biologia marina, l’oceanografia.

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Marco Gaiotti

Qui, le condizioni del ghiaccio sono al minimo storico. Quest’inverno, sulla costa occidentale delle Svalbard (a eccezione di Van Mijenfjord e Dicksonfjord), quasi nessuno dei fiordi emersi n’è ricoperto. L’effetto dei cambiamenti climatici si manifesta in modo drammatico anche nella parte più settentrionale del pianeta: “Verso settembre la banchisa raggiunge generalmente il suo minimo e nel 2013 navigammo fino a quasi l’ottantatreesimo parallelo prima d’incontrare ghiaccio marino. Secondo le nostre guide mai ci si era dovuti spingere così a nord in passato. La realtà è che le regioni artiche sono particolarmente sensibili rispetto al riscaldamento, perché una variazione di pochi decimi di grado centigrado comporta lo scioglimento o il congelamento d’immense aree di oceano. Ho seguito al mio ritorno l’evoluzione del ghiaccio marino, e fino a dicembre l’area a nord di Spitsbergen rimase priva di ghiaccio. La popolazione di orsi polari delle Svalbard, al ritiro estivo della banchisa, ha due possibilità, seguire il ritiro dei ghiacci a nord, oppure aspettarne il ritorno sulla terra ferma. Sulle isole il cibo a disposizione per gli orsi, che abitualmente cacciano le foche sul pack, è scarsissimo e sono esposti a lunghi periodi di digiuno che diventano sempre più lunghi anno dopo anno a causa della scarsità di ghiaccio. In questi mesi gli orsi riducono al minimo il consumo di energie dormendo per gran parte del tempo, come nel caso della foto dell’orso con sopra la luna piena, consumando le riserve di grasso accumulate nei mesi di caccia sul pack. Se gli orsi non hanno sufficienti riserve, o se il periodo senza ghiaccio diventa troppo lungo, muoiono di fame. Fortunatamente alcuni orsi hanno imparato a mutare le proprie abitudini per adattarsi alla nuova situazione; alcuni saccheggiano le colonie di uccelli sulla terra ferma all’inizio dell’estate, mentre altri hanno incominciato a predare le renne, sebbene non siano, come specie, predisposti a lunghi inseguimenti”.

Marina Cano, la guerriera.

Su opposte latitudini, dalla Norvegia, all’Africa Australe, le situazioni emergenziali non cambiano.

Campagne di sensibilizzazione e molti sforzi compiuti non fermano caccia di frodo e bracconaggio ormai, fuori controllo. I decantati big five (leoni, elefanti, rinoceronti, leopardi, bufali africani), sono esponenzialmente ridotti di numero. Dal 2005 al 2013, nel solo Parco Nazionale Minkebè (stato del Gabon), sono stati uccisi 11mila elefanti, due terzi della comunità; l’escalation ha avuto il suo apice d’arroganza, un anno fa, con la tragica fine di Cecil, il leone simbolo dello Zimbabwe, complici anche la mancata educazione ambientale e una sottocultura legata al concetto del “trofeo” da portare a casa a caro prezzo, ed esibire agli amici.

Marina Cano di Cantabria (nord della Spagna), tra le più accreditate fotografe al mondo, unica donna nella rosa dei finalisti, nel 2015, per l’autorevole Wildlife Photographer of the Year, sebbene non minimizzi l’allarme crescente sull’estinzione delle specie, s’impone una cauta fiducia: “Sono preoccupata, è vero, allo stesso tempo, ho bisogno di restare ottimista. Col tempo e la mia frequentazione in Africa, sono diventata una guerriera. Cerco di difendere gli animali, d’essere la loro voce attraverso le mie fotografie. Premesso che un chilo d’avorio ha più valore di un chilo d’oro, il problema è nella corruzione, di tutti quegli stupidi esseri umani che continuano nei loro consumi a logorare avorio o corno di rinoceronte. Chi acquista queste materie strappate agli animali selvaggi, ha le mani macchiate del loro sangue, al pari dei bracconieri… La mia terra è la Cantabria. Lì sono nata e lì sento profondamente le mie radici ma, permettimi di citare Kwame Nkruma (Francis Nwia-Kofi Ngonloma, noto come Kwame Nkrumah o Osagyefo/il redentore, rivoluzionario e politico ghanese, accusato di radicalismo per il suo impegno nella decolonizzazione e il panafricanismo), non sono africano perché sono nato in Africa, ma perché l’Africa è nata a me…”.

E infine, semplificando con il principio di Ralph Waldo Emerson, la pazienza a “seguire il ritmo della natura”, tecnica d’azione, attitudine, regola base d’ogni buon fotografo naturalista; per Marina Cano, anche la pazienza gira intorno a: “Un duplice concetto, restare in attesa in un luogo, in attesa che qualcosa accada, beh dipende da dove ti trovi. Essere in paziente attesa in coda in mezzo al traffico non è una delle mie prerogative; ma in natura, non ho bisogno d’essere paziente, n’è sono totalmente immersa. Posso perfino dimenticare di mangiare, per l’attesa di un giorno intero, se necessario, non sono mai impaziente, per il semplice fatto che amo trascorrere del tempo nella natura selvaggia”.

Il salto del leopardo di Mostafa Elbrolosy.

“Sicuramente la conoscenza è un must”, afferma Mostafa Elbrolosy, egiziano di Tala, Al Minufiyah, residente a Dubai, negli Emirati Arabi, una laurea in legge, naturalista per passione, eccellente, sensibilissimo fotografo, “mosca bianca” del Medio Oriente: “Essere un fotografo naturalista in Medio Oriente? Bene, significa due cose. Primo, sei sempre nei guai con la polizia, a causa dei teleobiettivi che ti porti dietro e della mimetica. Sono stato fermato svariate volte, in Egitto e negli Emirati Arabi; due volte mi hanno sequestrato la macchina fotografica e gli obiettivi, per “indagare” cosa io avessi ripreso…Seconda cosa, nessuno in Medio Oriente sa che esiste una branchia della fotografia che si annovera come naturalistica, neanche cosa voglia dire…wildlife, quindi, fauna selvatica! Dire a qualcuno che sei un fotografo di fauna selvatica, significa che riderà di te…che si prenderà gioco di te! Anche nei concorsi fotografici c’è un completo boicottaggio, nelle selezioni e nei vincitori, di chi fotografa il wildlife!”. 

A dispetto di fermi e sequestri, a Mostafa Elbrolosy non sono mancati importanti riconoscimenti dagli Emirati nei suoi dipartimenti governativi e a livello internazionale. Il suo meraviglioso lavoro sugli uccelli è stato descritto dal National Geographic Abu Dhabi, dalla Nikon Film Photo Festival e raccolto nel libro dei Cento Fotografi Arabi.

Da un indimenticabile viaggio in Zambia con tre amici (un medico, Mostafa Mahran, un giornalista Mohamed Hesham, un altro fotografo Magdy Aly), esce fuori l’idea di una grande mostra itinerante, “Africa Wilderness”, esperienza inconsueta in Egitto, un percorso iniziatico in un paese non apertamente ostico ma, certo, poco incline. Eppure, per Mostafa Elbrolosy, che sogna di visitare l’intero continente africano, una tenda sotto un cielo stellato nella savana zambiana (e una sua incredibile foto riprende questa cornice surreale), è sentirsi esattamente: “Nella propria dimensione e nella propria pelle. In molte zone dello Zambia gli animali si muovono liberamente, in un territorio ancora integro e puro (a questo proposito avevamo scartato la Tanzania e il Kenya, fin troppo turistici…), finanche pericoloso. Abbiamo montato le nostre tende, elefanti e ippopotami giravano indisturbati intorno al nostro campo; non nego di aver provato timore, ma anche pace e relax, una sensazione liberatoria, fuori tutto, ero nel mio mondo! 

Abbiamo guidato per 3mila chilometri in autonomia (come spesso accade), cioè senza guide locali e a nostro rischio, è stata un’avventura…oltre che una spedizione fotografica. Avevamo soltanto pianificato di visitare il maggior numero di siti possibili, da est a sud ovest, raggiungendo tre parchi nazionali, due cascate, quattro città principali, centinaia di villaggi. L’intero reportage fotografico è finito in “Africa Wilderness” al Cairo e Alessandria, ma è stato proprio durante questa spedizione che ho verificato la frustrazione e i limiti che la natura impone ai fotografi. Tu lo sai, la mia magnifica ossessione sono gli uccelli, e le specie viste in Zambia erano tante da lasciare esterrefatti, ma in questo caso, ci si è messa di mezzo la sfortuna, non ho potuto ottenere la giusta distanza e poi c’è stato il salto del leopardo…”.

Che leopardo…? “Un salto di un leopardo proprio dinanzi alla nostra macchina, ma così veloce, inaspettato e repentino… più veloce del mio istinto fotografico, non gliel’ho fatta a riprenderlo…”.

Il wildlife? E’ arte!

Quanto conta sentirsi “un artista” che osserva e fotografa la natura? Scopo primario sarebbe quello di mostrarne la bellezza intrinseca, avvicinandosi in punta di piedi in habitat, in molti casi, esclusi dalla presenza umana, di conseguenza attribuendosi una particolare responsabilità etica. In tanta tenacia e determinazione, l’assioma di Arthur Morris, “Work as hard as humanly possible(Lavora col massimo impegno umanamente possibile…), può farsi regola e non eccezione, ma i più grandi fotografi naturalisti non si sottraggono al piacere d’esprimere la “propria” visione della natura. La differenza tout court sta nel respingere, per esempio, la riproduzione generica e meccanica, o smodatamente dinamica, i virtuosismi fotograficamente pletorici e fuorvianti che sembrano tanto in voga nel mondo della comunicazione digitale.

Marina Cano: il “suono ruggente del leone”.

Marina Cano, può contare su una straordinaria tecnica fotografica, eppure ciò che rende uniche le sue foto sono fattori come l’emozione, la sorpresa, il sentimento d’assoluta sintonia con i soggetti ritratti, che siano animali selvaggi ripresi in Namibia o un faro dimenticato che emerge da una tempesta sull’oceano. A Santander, dove vive, l’estetica, la bellezza sono in ogni aspetto della vita quotidiana, una condizione che sembra convergere pari passo nell’espressione artistica e fotografica.

“Sostengo che le mie foto sono come i miei figli. Beh, certo, ce n’è sono alcune che hanno fatto un lungo percorso. La cover per la rivista, Nat Geo Traveler, L’elefante e il Kilimanjaro, è in assoluto, fra le mie preferite…”.  Ambasciatrice della squadra Canon (Canon Explorer per la fauna selvatica), finalista al Wildlife Photographer of the Year con Heaven on Earth, scatto onirico e “capovolto” di una pozza d’acqua e giraffe nell’atto di bere a fianco di un rinoceronte nero, Marina Cano, ha avuto come “madre spirituale” un’altra esponente di spicco per la difesa dell’ambiente e del wildlife, Jane Goodall. Sull’annosa “questione femminile”, non solo in campo fotografico, le sue idee sono chiare e decise: “Sono un essere umano con una macchina fotografica. Una persona che ha una specifica personalità, e scatta foto. Sono Marina Cano, solo un essere umano. Avrei potuto essere un cane, un elefante, un uomo o una donna. Voglio dire, non vi è alcun lato femminile specifico nelle mie immagini solo per il fatto del mio genere… La società dice alla donna, devi essere una madre, prenderti cura dei figli, essere bella, indossare tacchi alti, avere capelli lunghi, unghie laccate, vestiti stretti, essere magra, sorriso perfetto, sempre impeccabile … e con quel vestito poi, cerchi d’andare nella savana selvaggia… Le donne storicamente sono state relegate. C’è una grande pressione sociale per dire alle donne qual è il loro ruolo. Ed è davvero difficile camminare in un percorso diverso, quando non ci sono i campioni da seguire, nessun incoraggiamento ma al contrario, non è facile da rompere le regole. Le cose sono cambiate, ma poco, e molto lentamente. Incoraggio a tutti le donne a rompere le regole che ci opprimono. Possiamo essere qualsiasi cosa vogliamo essere”.

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Marina Cano

All’indomani dell’ennesimo viaggio in Africa, lei lavora al suo prossimo libro che sarà pubblicato quest’anno. Dopo “Cabarceno”, “Drama and Intimacy”, “Babies of the Wild” di grande successo commerciale, sull’ultima opera in corso, afferma come la scrittura: “Renderà l’esperienza ancora più profonda…un libro realizzato con l’amore più selvaggio” I contenuti? “Sarà come invocare il suono ruggente del leone… ”.

Le fotografie “ragionate” di Marco Gaiotti.

Per Marco Gaiotti il messaggio artistico è fondamentale: “Vedo l’aspetto tecnico importante a servizio di un’idea precisa che l’autore vuole realizzare…Guardando il mio portfolio non ci sono fotografie tecnicamente difficili da realizzare, ma fotografie nelle quali gli animali sono inseriti in un contesto naturale che talvolta diventa predominante rispetto al soggetto stesso. Si tratta quasi esclusivamente di scatti statici, ragionati, che hanno richiesto alcuni istanti, più o meno lunghi, di preparazione…Al momento, non insisto molto su foto dinamiche, che magari hanno un elevatissimo messaggio documentaristico e lasciano spesso l’osservatore a bocca aperta, e che ammetto, siano generalmente difficilissime da realizzare. In quel campo la concorrenza è spietata ed è difficile emergere mi piace inserire l’animale nel proprio habitat, di conseguenza ho necessità di avvicinarmi molto agli animali e montare lenti non troppo lunghe, quando riesco a usare il grandangolo, ottengo i risultati migliori. A volte la scena è sufficientemente compressa da poter ottenere ciò che si vuole con un teleobiettivo, come nel caso dell’orso polare sotto la luna piena, o nel caso della giraffa solitaria nello stagno di Etosha in Namibia…Come fotografi n’è apprezzo tantissimi, italiani e stranieri, mi piace soprattutto chi, come me, cerca di sottolineare l’habitat più che l’animale. Ammiro la fotografia della leonessa nell’erba alta di Pierluigi Fornari Lanzetti, che l’anno scorso ha vinto il premio assoluto al Memorial Maria Luisa e al Glanzichter. In Italia ho sempre ammirato molto anche Marcello Libra, purtroppo, da poco scomparso, Marco Colombo, per la sua incredibile capacità d’ottenere scatti magnifici da habitat italiani, ma ce n’è sono davvero tantissimi altri. Come stranieri, potrei citare Art Wolfe, Ole Jorgen Liodden, Sergey Gorshkov, ma sono solo i primi tre nomi che mi vengono in mente…

 In uno scatto sul lago Kussharo, in Giappone, attraverso la caligine di una tormenta di neve e sotto un cielo cupo, c’è l’essenza arte/natura di Marco Gaiotti. “Uno stormo di cigni selvatici sferzati da una tempesta di neve a Hokkaido” insieme a “Un orso polare che dorme sotto la luna piena al tramonto”, foto – emblema delle Svalbard, saranno premiati per due volte di seguito, al “Memorial Maria Luisa”: La foto dei cigni è sempre stata una delle mie preferite, e sono contento che a distanza di due anni da quando è stata scattata, abbia ottenuto un riconoscimento così importante (era sempre stata scartata in fase di preselezione da tutti gli altri concorsi cui l’avevo iscritta). Si trattava una situazione stupenda e freddissima, con nubi spinte da un vento fortissimo che portavano forti nevicate e subito dopo si dissolvevano. Sole e neve forte si alternavano continuamente quella mattina. Il Giappone è stata una prova difficilissima per me… ho vissuto nel paese per tre mesi per lavoro (sono ricercatore universitario) e al termine del periodo ho deciso per una breve vacanza a Hokkaido, ma non avevo assolutamente l’attrezzatura necessaria per le temperature incontrate, costantemente sui -15º C. Era quindi, una sfida continua per resistere al freddo pungente senza rinunciare alla fotografia. Sono molto legato per i medesimi motivi anche a una foto fatta gli stessi giorni sulle sponde gelate del lago Onneto, premiata l’anno scorso al Glanzichter nella categoria “Nature as Art”, che mostra una foresta di aceri sotto una fitta nevicata.

Progetti per l’immediato futuro? Anche in questo caso, leitmotiv è il continente africano, in Botswana per l’esattezza: “Sono stato molte volte in Africa, ma sento di avere realizzato fotograficamente poco in questi viaggi, mi piacerebbe riuscire a ricavare qualcosa di buono e originale in questo continente e nella prossima avventura…”.

E quelle “estemporanee” di Mostafa Elbrolosy.

Gli uccelli, ma non di hitchcockiana memoria; al contrario, uccelli amabili, imprevedibili, eccentrici, delicati, appartati o in gruppi, colti nell’immediatezza o attesi in lunghi, silenziosi appostamenti. Sono gli uccelli di Mostafa Elbrolosy, “magnifica ossessione”, da lui prediletta, studiata in anni di letture, mentre frequentava la facoltà di legge, esplorata nella “caccia fotografica” percorrendo deserti e oasi, campeggiando sulle montagne aride degli Emirati o lungo le sponde dei laghi salati, in Africa centrale o in Egitto: “Provo gioia nell’osservarli, non solo scattando foto!”.

A dispetto della sua insostituibile “mimetica”, c’è un’innata riservatezza (che non esime altresì, una risoluta testardaggine), un’educazione impeccabile, da upper class egiziana, un sorriso disarmante e l’amore incondizionato per la natura, dalle sfumature infinitesimali al wildlife più estremo: “La mia fotografia? Sta nel fermare, attraverso l’obiettivo, quei momenti speciali che la maggior parte delle persone non può osservare in natura. Nel wildlife, di solito amo concentrarmi su scene transitorie, temporanee, fuggevoli…un movimento appena percettibile, le azioni, la caccia… gioco sulle suggestioni o semplicemente indugiando su un batter d’occhio accattivante, che in natura, è spesso presente. Ho scelto questa poetica e questa tecnica così che lo spettatore possa ottenere davvero una visione dei dettagli che al là del concetto d’insieme, sono anch’essi importantissimi; una visione più ravvicinata e ottimizzata nei particolari e nei colori trasmette lo spirito delle creature selvagge e, nelle mie foto, cerco quelle emozioni e quei sentimenti che dovrebbero toccare profondamente l’animo umano”.

Immagini imparziali o visione esclusiva, che cosa rinvia alle persone, al mondo, lo sguardo di un fotografo naturalista?: “La propria visione, questo fa la differenza…Sull’uso della tecnologia…trasformo minimamente la resa delle mie foto, limitandomi alle correzioni del colore, contrasto e nitidezza, tutto il resto avviene nel momento dello scatto. Sì, la luce è il fattore più importante nel fotografare in natura, se questa non è perfetta, nulla puoi in post processing. Puoi scattare una foto perfetta e poi migliorarla, ma se lo scatto è scadente, rimarrà scadente nonostante tutto ciò che farai per correggerlo. Elementi indispensabili per le mie foto, sono la luce, il contatto con gli occhi, azione, emozione e sfondo chiaro”.

 

 

Turks and Caicos: le isole più glamour dei Caraibi.

di Liliana Adamo 

Le spiagge, gli itinerari e i ristoranti più “in”, tutto a suon di ripsaw: scoprire (lentamente) l’arcipelago di Turks and Caicos, le isole caraibiche più glamour.

Un Protettorato britannico d’oltremare eletto dagli stilisti più in auge, veterani del rock e star cinematografiche che amano rifugiarsi nei bungalow di un resort eco-friendly e new age fra i più esclusivi, quel Parrot Cay Resort and Spa, regno della solitudine e dell’anonimato, concedendosi il lusso di un bagno in piscina privata assolutamente nudi e un maggiordomo personale per tutto il resto. Dotato di un centro benessere considerato a livello internazionale (COMO Shambhala SPA), con terapie e trattamenti beauty squisitamente orientali (come il “Javanese Royal Lular Bath“) e uno staff di specialisti olistici, è luogo ideale per chiunque voglia concedersi una vacanza da sogno per distendersi, ristabilirsi, perché no, ringiovanire, nel corpo e nello spirito.

Non a caso, leggenda locale riferisce di una “corsara”, Anne Bonny, che, stanca d’amanti e scorribande, decise d’acquartierarsi su quest’isolotto mistico dando origine a Parrot Cay, odierno luogo di delizie. Habitué di Turks and Caicos? Bruce Willis, Keith Richards, Donna KaranCindy Crawford, giusto per citarne alcuni.

Formato da Grand Turk, Salt Cay, più ventotto lembi delle Caicos, arcipelago corallifero nell’Oceano Atlantico circondato da un ricco sistema di reef (il Molasses Reef, pare, abbia causato il naufragio della Pinta, nella traversata di Cristoforo Colombo), si annovera fra le località leader per le immersioni subacquee e lo snorkeling. Con undici parchi nazionali, altrettante riserve naturali, quattro santuari marini, vanta le spiagge più belle al mondo e, nel complesso, anche i visitatori si sono differenziati, mescolandosi alle celebrities.

A Grace Bay, le spiagge arrivano fino alle rocce di Chalck Sound: “Scenario ideale per ampliare anche i tuoi pensieri”, secondo le guide locali. Siamo nei dintorni di Providencials, la capitale, “Provo” per i residenti e i frequentatori più assidui; eppure, abitanti stanziali di Chalk sembrano essere le iguane, assorte a scavare tane nella sabbia o immobili al sole in un silenzio irreale. Le acque poco profonde della laguna celano grotte sottomarine, dove si muovono indisturbati barracuda, razze e piccoli squali, mentre, tutt’intorno saettano gabbiani, sterne, aironi. Il modo migliore per godere di questo paradiso è attraversarlo in kayak, lentamente, ma se decideste d’inoltrarvi nella macchia, non vi venisse l’idea di rasentare la corteccia di un albero urticante e velenoso, il Coral Sumac, noto anche come Poisonwood, la cui massiccia presenza è proprio nella zona del Chalk Sound National Park.

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Chalck Sound: “Scenario ideale per ampliare anche i tuoi pensieri”.

A dispetto di una legislazione rigorosa, il convertirsi al turismo e all’eco-turismo degli ultimi anni, ha mutato in parte il volto e l’assetto di questi tranquilli elisi delle biodiversità. Si prenda il caso di Pine Cay, isola limitrofa a Forte George Cay, divenuta “privata”. L’unico insediamento preesistente era rappresentato dagli Arawak, etnia amerinda precolombiana dell’area caraibica, risalente all’undicesimo secolo; furono gli Arawak a incontrare Cristoforo Colombo, che li descrisse come popolazione pacifica e gentile, sebbene i pregiudizi dell’epoca li identificassero ostili e primitivi. In sintonia con gli habitat tropicali, il gruppo linguistico degli Arawak di Turks and Caicos, celebra tuttora una sorta di culto animista che riconosce elementi della natura, quali il sole, gli alberi, la pioggia, il tuono, autentiche divinità del luogo.

Con l’insediamento del resort extra lusso, The Meridian Club, una pista d’atterraggio per piccoli aerei ed elicotteri, un centro benessere, Pinet Cay si è via via affollata di turisti, di lavoranti stanziali provenienti da North e Middle Caicos, smarrendo quell’aura di paradiso selvaggio, perfettamente integrato con le antiche popolazioni autoctone e incontaminato.

A sud di Provo, troviamo in rapida successione, Sapodilla Bay, Discovery Bay, Turtle Tail e Long Bay con spiagge semi deserte anche nella zona più bazzicata delle isole. Palme rigogliose e sabbia bianca finissima, acque turchesi, poco profonde, yacht ormeggiati lungo la baia, Sapodilla è un lungo arenile riparato dai venti atlantici; vi si accede dopo aver percorso la South Dock Road e un tratto di percorso sterrato. Chalet e ville in perfetto stile Bermuda, sono stati edificati in un periodo relativamente recente ma nulla toglie alla sua magia, grazie alle severe legislazioni che regolano l’impatto ambientale in tutto l’arcipelago. Tuttavia, se l’architettura di Turks propende per un esuberante american stylish, potrete recarvi a Long Bay e raggiungere Cheshire Sala e Richmond Hill, due villaggi che serbano intatte, le antiche case delle piantagioni costruite dai Lealisti. Nelle vicinanze c’è anche un misterioso condotto calcareo, The Hole, in cui penetra dal sottosuolo acqua  salata di un’assoluta trasparenza.

Unico ristorante in zona è il Las Brisas che vi accoglie in terrazza con Tapas, cucina mediterranea, gusti creoli e caraibici, carta di vini. C’è anche un gazebo, musica dal vivo, un lungo pontile proteso verso gli isolotti e le acque iridescenti di Chalk Sound.

In tema di gusto e atmosphere, troverete un plus di raffinatezza al Pavilion, presso il Somerset Resort di Grace Bay Road. Il suo chef crea pietanze non solo per il palato ma per uno stato d’animo: gli involtini primavera in conchiglia accompagnati da Brie caldo, in crosta, serviti con aglio tostato e composta di bacche, sono, indubbiamente, i migliori di Turks and Caicos. Il Savor Mahi Mahi alla griglia (delizioso filetto di platessa su un fondo d’arancia sanguigna e ananas scottate alla griglia, con riso basmati allo zafferano), è cucinato e servito alla perfezione. Il codice d’abbigliamento spazia fra il casual e l’elegante; può capitare, fra i tavoli, d’incappare in qualche volto noto e mondano. Il mercoledì sera la cena è accompagnata da carta di vini italiani.

Dopo un’intensa matinée in spiaggia, un menù tipico per rinvigorirsi al Pavilion, può essere selezionato nei seguenti criteri: Pollo Calypso, con mango dolce e salsa d’anacardi, riso, piselli e verdure; Vitello e Gamberetti, innaffiati da Vermouth Bianco, con salsa alle erbe e limone fresco; Linguine Del Pescatore, arricchite da gamberi saltati, cozze e vongole; Agnolotti Semplici, pasta ripiena con lieve crema di cocco al curry; Pan Arrosto Snapper Filets con cajun (miscela piccante di spezie), spolverato di mais tostato, servito con pesto al pomodoro fresco, patate dolci e verdure; Cernia Croccante al curry verde (usato nella cucina Thai orientale) e riso vegetale fritto.  Per il dessert non c’è che l’imbarazzo della scelta, Torta di mele e gelato di cannella in crema, Cioccolato salato al caramello, Torta guarnita con panna di cocco, Crème brulée.

Altri ritrovi “mondani”, ma sobri e intimi come soltanto a Turks sanno essere, sono il Parrot Cay’s Terrace (piatti d’impronta mediterranea) e il Lotus  Poolside, sofisticatissimo rifugio sul mare, meta preferita dalle stars, che propone una squisita cucina fusion, in ambienti eleganti e informali.

Un buon ristorante in un contesto esclusivo, è il Plunge presso il Regent Palms Resort su Grace Bay Road: pesce freschissimo aromatizzato da pout pourri di salse, formaggi e verdure. Per gli irriducibili della cucina italiana, un indirizzo fra tutti: Via Veneto di Aldo Della Casa, dove, pare, vi lavori uno chef pluristellato, il migliore di Turks. Dal nostro paese arrivano gli ingredienti d’ogni piatto e non solo, suppellettili, arredi ma anche il personale ai tavoli e in cucina: tutto è rigorosamente made in Italy, l’impronta di uno stile inconfondibile sull’Atlantico.

Le aree protette di Turks and Caicos sono scrigni di biodiversità, bellezza e natura selvaggia. La stessa Grace Bay è inserita nei 2643 ettari del Princess Alexandra National Park con le spiagge di West Harbour Bluff (più appartata e lontana), Bight e Leeward (quest’ultima fra le più belle al mondo), Little Water Cay, detta anche l’isola delle iguane (Iguana Island), le zone umide di Mangrove Cay, Donna Cay fino alle spettacolari scogliere di Lizard Cay. La West Harbour Bluff è nota come il “Covo dei pirati” o Split Rock. Dall’alto della zona costiera, vi si aprirà la visione conturbante di questa spiaggia isolata, magnifica per praticare birdwatching (pellicani, aironi verdi fenicotteri e moltissime altre specie endemiche), per avvistare squali (non pericolosi), fin dalla riva. O ancora, rinvenire iscrizioni sulle rocce, vecchie di duecento anni fa, lasciate lì dai naufraghi.

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Chalck Sound: “Scenario ideale per ampliare anche i tuoi pensieri”.

Nelle riserve di Frenchmans Creek e Pigeon, santuari eletti a rifugio per una grande varietà d’animali selvatici, vita sottomarina e una miriade d’uccelli, si alternano mangrovie, lunghe distese di sabbia bianca, scogliere e all’interno, lagune di sale; ma è nell’incontaminata Middle Caicos e a Mudjin Harbour, che scoprirete le attrazioni top dell’intero arcipelago. La spiaggia in origine si chiamava Bermudian Harbor ed è luogo ideale per nuotare o praticare snorkeling grazie a una  vivace barriera corallina a ridosso della riva.

L’accesso principale è situato all’interno del Blu Horizon Resort, oppure attraverso un parcheggio a 150 metri. Dinanzi a Dragon Island, sulla battigia si allineano possenti composizioni calcaree, alte scogliere modellano una grande grotta battuta dalle correnti: un luogo incantevole, da esplorare. E il modo migliore per farlo, è percorrere a piedi lo storico Crossing Place Trail, sentiero che s’inerpica sulle colline circostanti, in passato, secondo la tradizione, unica via di collegamento per l’intera Middle Caicos. Altro aspetto interessante è quello geologico; le Caicos poggiano su un altopiano sdraiato a 2500 metri sul fondo dell’oceano i cui margini fuoriescono proprio a Mudjin Harbour. Sono i bordi frastagliati di questo enorme piedistallo a rompere le onde che s’infrangono a riva, creando un effetto di forza e bellezza senza pari.

A questo punto vi chiederete se c’è un sottofondo musicale, una sorta di soundtrack a tutto questo; reggae, calypso, come nel resto dei Caraibi? No, accompagnato da percussioni, fisarmonica, armonica e maracas, il suono di Turks and Caicos è nel ripsaw, che si “graffia” con chiodo o coltello, su un particolare strumento chiamato “saw” (una sorta di lama dentata), nata con gli schiavi Tainos portati qui da Santo Domingo. Raschiante e percussivo, il ripsaw echeggia per le strade ogni domenica sera dai Cafè e Lounge Bar di Providencials. Il modo più autentico per farsi trascinare dal Rake‘n’Scrape e il posto migliore per ascoltarlo, è sull’isola di Fish Fry, durante il festival locale con parata in costumi tradizionali, lo Junkanoo. I cocktail rum serviti durante questa ricorrenza che si ripete tutti i giorni festivi, sono così buoni e di misture originali, che non ne troverete di simili in nessun’altra isola caraibica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sea Shepherd: per gli oceani oltre la tempesta.

Liliana Adamo. Versione originale (più lunga) di un articolo per Altrenotizie.org

Quest’articolo è dedicato a Toni, mio marito.

“Non sono quello che viene definito un uomo civile, professore. Ho rotto con la società per ragioni che mi sembravano buone” – Capitan Nemo (di Jules Verne).

Diario di bordo, 6 aprile, 2015: mentre si sta inabissando, la Thunder, nave bracconiera battente bandiera nigeriana, lancia un SOS. Le coordinate, 0’ 20’, a nord, 05’ 24’ a est, indicano il punto localizzato nella zona d’esclusione economica (ZEE), di Sao Tome, nel golfo di Guinea, presso l’omonima isola africana, a circa 250 km dalla costa nord – occidentale del Gabon.

Il capitano della Thunder entra in contatto, via radio, con la nave di Sea Shepherd, “Bob Barker” che gli sta alle costole nell’operazione denominata Icefish, la quale risponde immediatamente al segnale d’emergenza. Peter Hammarstedt, capo della nave ambientalista tra le più famose al mondo, coordina le operazioni di soccorso intanto che quaranta membri d’equipaggio, capitano, ufficiali e personale di coperta, tutti cacciatori di frodo, si predispongono sulle scialuppe di salvataggio. La situazione si fa via via più grave con la Thunder che comincia a imbarcare acqua. Peter Hammaestedt comunica con l’altro natante, Sam Simon, il “coadiutore”, chiedendo d’intervenire per prestare soccorso al personale della nave bracconiera che intanto si è inclinata su un fianco.

La Thunder è stata intenzionalmente “affondata” e i segnali sono apparsi subito chiari. Per quattro mesi difilati (un vero record per queste operazioni), la Bob Barker ha inseguito e contrastato la sua attività illegale e ora si procede al recupero di settantadue chilometri fra reti e altro materiale per la pesca di frodo che saranno consegnati, personale compreso, alle autorità portuali competenti di Port Luis, a Mauritius.

Diario di bordo, 13 febbraio 2015: mentre Interpol, guardia costiera di Nuova Zelanda e Australia sembrano prendersela comoda, la nave conservazionista Sam Simon ha intercettato a sud delle acque australiane, i due battelli Yongding e Kunlun, dediti alle attività di frodo, ambedue nel mirino dell’operazione Icefish, per la campagna di Sea Shepherd in Difesa dell’Oceano del Sud.

E’ la prima volta che ci si pone l’obiettivo d’entrare direttamente “in campo”, contrastando chi, con attività fuorilegge, saccheggia gli oceani, depaupera i fondali, cattura quintali di pesci causando danni incalcolabili all’ecosistema marino e al mondo intero. La pesca intensiva (e illegale) ai danni del merluzzo dell’Antartide (Dissosthicus Eleginoides Norman), per esempio, è fra gli obiettivi.

Durante un inseguimento serrato, la Sam Simon è costretta a difendersi dalle azioni aggressive della bracconiera Kunlun, che tenta una possibile fuga attraverso banchi di ghiaccio alla deriva, approcciando azzardate condotte intimidatorie da breve distanza (10 metri). Nonostante ciò, la nave di Sea Shepherd riesce ad allontanare i contrabbandieri dai “territori di caccia”, vale a dire la Zona Economica Esclusiva dell’Australia, pressappoco a 2500 miglia nautiche a sud ovest, in pieno Oceano Antartico; ma gli attacchi intenzionali della Kunlun creano una situazione al limite della collisione. Le due navi sembrano destreggiarsi in piena guerra di nervi, con gli ufficiali della bracconiera nascosti dietro spessi tendoni. Perché, come dice Sid Chakravarty, capitano della Sam Simon, sono spesso i prepotenti i più grandi codardi, e anche la Kunlun non fa eccezione a questa regola.

In questo parapiglia, la seconda nave bracconiera Yongding, è riuscita a defilarsi ed è stata avvistata dalla Sam Simon, l’ultima volta, virare a est. La bandiera nera di Sea Shepherd che riporta l’antica suggestione piratesca, il Jolly Roger e lo stemma di Nettuno, quando appare all’orizzonte, fa certo più paura dell’inerzia del governo australiano, che resta nel suo imbarazzante silenzio, mentre navi bracconiere segnalate sulla black list della Commissione della Conservazione per le risorse biologiche dell’Antartico (CCAMLR), scorrazzano liberamente in acque territoriali.

Le storie qui descritte, della contesa tra Bob Baker e Thunder, tra Sam Simon contro Kunlun e Yongding, che si combatte dai mari sud fino all’Oceano Atlantico, cabotando l’Antartide, sono cronache giornaliere cui gli equipaggi (tutti volontari) di Sea Shepherd, si rendono fieri protagonisti.

“Dannazione, miei cari, siamo pirati!

Ci vuole un pirata per fermare un altro pirata, ed è per questo motivo che la bandiera di Sea Shepherd Conservation Society ha il Jolly Roger. Sì, siamo pirati! Non ho intenzione di fingere il contrario. In alto mare ci sono davvero i delinquenti e noi navighiamo sotto le stelle che abbiamo scelto come guide, puntando la nostra prua nella direzione in cui il dovere ci chiama. Rispondiamo solo a coloro cui abbiamo giurato fedeltà, ed è a loro nome che interveniamo, contro i loro nemici, per difendere e proteggere le loro vite e la loro libertà.

Nel corso degli anni siamo stati chiamati con molti nomi, alcuni dei quali veritieri, ma non ho intenzione d’iniziare una discussione su quest’argomento. E’ per il fatto di essere stati chiamati pirati che ho utilizzato il Jolly Roger come simbolo, adattandolo per riflettere su ciò che rappresentiamo, con il bastone del pastore incrociato al tridente del Nettuno che simboleggia la protezione degli esseri viventi negli oceani e la nostra determinazione a lottare per il loro diritto di sopravvivere, di essere liberi e restare in mare. Il teschio riflette la morte che l’umanità porta all’oceano, mentre la balena e il delfino che formano lo yin e lo yang, il desiderio di ristabilire un equilibrio nei nostri mari, ripristinare la grazia del delfino e la saggezza della balena. E’ stato l’occhio di una balena che mi ha dato l’ispirazione, tanto tempo fa, a fondare Sea Shepherd…”. Capitano Paul Watson, leader di Sea Shepherd.

Doveroso, a questo punto, presentare la flotta di Nettuno: la Steve Irwin si distinse in difesa dei cetacei nell’operazione Migaloo (2007/2008), osteggiando efficacemente l’annosa caccia alle balene nel Santuario dell’Antartico. Il suo nome è in onore al naturalista australiano prematuramente scomparso nel 2006, Stephen Robert Irwin, un personaggio televisivo, divulgatore scientifico e documentarista (chi non ricorda The Crocodile Hunter?). La Steve Irwin può contare su un elicottero, altre piccole imbarcazioni e su un equipaggio di oltre sessanta volontari, provenienti da ogni parte del mondo.

Grazie a un cospicuo lascito dell’icona televisiva statunitense, Bob Barker, una ex baleniera viene acquistata, rimessa a nuovo con un sofisticato sistema antighiaccio e, quasi in sordina, il 18 dicembre 2009, parte alla volta dell’arcipelago Mauritius per unirsi alla Steve Irwin, all’Ady Gil ed entrare nella flotta Sea Shepherd che staziona in Oceano Indiano. Questa ex baleniera è la Bob Barker, il terrore dei cacciatori di frodo, una nave eccezionale come gli equipaggi che si sono susseguiti. Le donazioni coprono anche i costi di un elicottero, il Nancy Burnet, che accompagnerà le navi dell’associazione. Dedicato al presidente degli United Activists for Animal Rights, altra organizzazione supportata dallo stesso Barker, l’aeromobile parteciperà alle future campagne di Sea Shepherd. Nelle sue irruzioni, la Bob Barker è spesso assistita dalla Sam Simon, altra storica “griffe”, che, in origine, era una nave meteorologica di proprietà del governo giapponese.

Le imprese dell’intercettore Brigitte Bardot, ex Gojira (Godzilla), sono legate a uno spassoso aneddoto: tra gennaio e febbraio, questa inesorabile imbarcazione di supporto è riuscita, da sola, “a far fuori” l’intera flotta di baleniere giapponesi, distogliendole dal Santuario nel  Pacifico. Sentire i media nipponici asserire che un’intera flotta è stata battuta da Godzilla, è stato a dir poco esilarante…tant’è che una schiera di avvocati ha intimato Sea Shepherd di cambiargli nome. Presto fatto, il capitano Paul Watson, allora, decide d’intitolare lo spietato intercettatore a un’indimenticabile sex symbol, l’attrice francese Brigitte Bardot, lei che da anni, sostiene Sea Shepherd Conservatory Society, nella campagna che si oppone al massacro dei globicefali, nelle Isole Danesi delle Fær Øer.

Nella flotta di Nettuno, la Steve Irwin, la Bob Barker, la Sim Simon e la Brigitte Bardot, fanno la parte del leone, pronte in qualsiasi momento, anche in condizioni meteorologiche avverse, a far rotta verso gli oceani e intervenire per ogni crimine che si perpetua contro di esso. In questa speciale “armata”, alla salvezza delle creature marine, molte gloriose navi hanno partecipato e altre ne faranno parte.

Coordinate fra loro, equipaggiate di tutto punto, guidate da personale di bordo che non ha soltanto professionalità da vendere ma coraggio e passione nell’assolvere un compito che sente profondamente, i volontari, provenienti da esperienze e contesti spesso diversissimi, si elevano a veri eroi contemporanei, pur non abusando impropriamente di questa retorica.

In linea con una visione di geostrategia globale, le ultime azioni Sea Shepherd sono attive nei luoghi più disparati del pianeta. Si va dalle nuove reclute donate alla locale gendarmeria ambientale dell’Ecuador (designate come unità K9), ovvero i cani – fauna dell’operazione Galapagos, che riconoscono ogni traccia d’animale selvatico (pinne di quali, per quell’agghiacciante pratica di shark finning, oppure iguane, tartarughe, le preziose oloturie o “cetrioli di mare”) e tutto ciò che concerne il traffico illegale fuori dalle isole più eco protette delle Americhe, ma non esenti da criminalità ambientale. Tale criminalità sembra non voler escludere nessuna area terrestre, soprattutto le più povere e vulnerabili; un problema, quest’ultimo, di gravità crescente.

L’operazione Milagro prevede, invece, uno staff di consulenti che lavora insieme alla comunità australiana per porre fine allo scriteriato abbattimento dei grandi squali oceanici, tentativo maldestro che non servirà a tutelare i bagnanti sulle spiagge (esistono misure non letali atte a proteggerli), ma solo a impoverire la biodiversità e l’eco-sistema marino.

E ancora, l’operazione Pacuare, per recuperare la nidificazione delle tartarughe verdi, embricate e liuto, in via d’estinzione. Pacuare è un’isola al largo del Costa Rica e conta circa duecento residenti. Una fonte alternativa di reddito è rappresentata dall’eco-turismo. Tuttavia, la disperazione economica spinge la gente del luogo a distruggere invece che proteggere, esportando illegalmente le uova di tartaruga verso i mercati esteri. Anche in questo caso, si agisce a livello culturale, far capire che una tartaruga  marina rappresenta l’emblema della bellezza naturale e della fauna, come pure una grande opportunità di reddito, un bene – rifugio per le specie umana, che queste creature gentili valgono molto più da vive che da morte.

Sulla spiaggia di Moìn, epicentro del traffico di stupefacenti, sosta perentoriamente una nave Sea Shepherd, la Jairo Mora Sandoval, nome dell’ambientalista assassinato nel maggio scorso dai bracconieri, qui, in Costa Rica. Il modo migliore per onorare la sua memoria è, appunto, portare avanti ad ogni costo, il suo mandato.

Se nella salvaguardia dell’ambiente non esiste una priorità, poiché tutto è prioritario, le operazioni Grindstop, Relentless e Infinite Patience sono fra le più ostiche e clamorose degli ultimi anni.

L’operazione Grindstop si muove in difesa dei globicefali insensatamente massacrati nelle isole Fær Øer, baluardo artico della Danimarca, immerse nell’Oceano Atlantico, note come le “Taiji del Nord”. Dal lontano 1980 Sea Shepherd Conservation Society si oppone con ogni mezzo, alla ferocia di questa pleonastica mattanza perpetrata nell’evoluta, emancipata Europa. E quest’anno, centinaia di volontari sono sbarcati sulle isole feroci, con un pattugliamento che si allarga ad ampio raggio, in terra, mare e aria; arrivano perfino a un corpo a corpo, entrano in acqua disponendosi direttamente tra branchi di cetacei e i loro massacratori. E finiscono malmenati e ammanettati…mentre si levano urla strazianti e l’oceano si tinge di sangue.

Citiamo ancora le parole di Paul Watson, attraverso un suo memorandum:

“…perché alcuni feringi provano la brama di smorzare la scintilla vitale di esseri così delicati, socialmente complessi, autocoscienti, intelligenti e senzienti?

Quali demoni li spingono a sprecare, in un modo privo di qualsivoglia considerazione, le vite di creature che non comprendono?

…Essi sputano patetiche giustificazioni a propria difesa.

Hanno bisogno della carne. Non è vero. La carne è salutare. Non è vero. E’ una tradizione. Lo sono anche la schiavitù e il rogo delle streghe.

…Negano il dolore che infliggono. Accusano coloro che difendono la vita, definendoli malvagi, intolleranti o insensibili. Ci accusano perfino d’essere razzisti, come se loro fossero, per qualche ragione, una razza diversa, posta al di sopra delle altre, esente d’empatia e compassione.

Sì, siamo intolleranti verso la crudeltà, Sì, siamo insensibili nei confronti della morte che loro infliggono in nome di una cultura barbara da tempo perduta.

…Il massacro dei globicefali e dei delfini nelle isole Fær Øer, come quello nella baia di Taiji, in Giappone, è una vergogna di tutto il genere umano. Dicono che non sono affari nostri MA “sì”, sono affari nostri, eccome! Sono affari nostri perché la vita ci è cara. Sono affari nostri perché aborriamo il massacro rivoltante di esseri tanto delicati e intelligenti. Sono affari di qualunque essere umano che abbia ancora un grammo d’empatia e un minimo di compassione…”.

L’operazione Relentless termina il 5 gennaio scorso con un trattato di pace per le balene, finalmente libere dalla caccia e di sopravvivere nei loro Santuari. Grazie a Sea Shepherd, la nave bracconiera giapponese Nisshin Maru torna indietro a mani vuote, degno finale di una stagione disastrosa. I cetacei dell’Antartide (circa 4.500), sono salvi! Prima d’iniziare questa campagna, “abbiamo fatto una promessa ai nostri clienti, le balene e a tutti i nostri sostenitori nel mondo, sputare fuori questi bracconieri dalle acque protette. Abbiamo mantenuto la promessa. Noi siamo implacabili.”

In una baia nascosta e poco profonda, un luogo divenuto tristemente famoso, per l’incredibile numero di sei mesi, ogni anno, dal primo settembre fino a marzo, un gruppo di cacciatori assedia e cattura intere famiglie di delfini selvatici, fra cui anche il raro delfino albino (come non ricordare la sorte del piccolo Angel?). Il fine è soddisfare la richiesta internazionale di delfini, destinati in cattività ai delfinari e acquari dislocati in varie parti del mondo. Alcuni sono presi prigionieri, il restante è massacrato con una tecnica di caccia nota come “enervazione”, che lascia i delfini agonizzanti e ancora coscienti, praticamente paralizzati, annegare nel sangue dei propri familiari.

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“Segui il ritmo della natura: il suo segreto è la pazienza…” scrive Ralph Waldo Emerson e l’operazione Infinite Patience richiede tempo. Nella baia di Taiji, “The Cove” (come titola l’eco film diretto da Louie Psihoyos, che ha mostrato al mondo intero l’orrore delle stragi, la sofferenza di questi meravigliosi animali e nondimeno, la stupidità umana), nessuno si fermerà finché non si fermerà il massacro. Eppure l’infinita pazienza comincia a dare i suoi frutti: è notizia di poche settimane fa, che l’Associazione Giapponese di zoo e acquari, JAZA, non acquisterà più i delfini sopravvissuti alle stragi di Taiji, seguendo la scelta dell’Associazione Mondiale, WAZA, che già aveva deciso una delibera in questo senso.

Grazie a Sea Shepherd che spinge verso un’imponente sensibilizzazione, JAZA si ritira e prende una decisione “storica”. Non sappiamo ancora se le intenzioni sono tali da porre fine al massacro, è certo che il mercato dei delfini subirà un duro colpo e le catture esistono perché muovono soldi. Se s’interrompe questo circolo vizioso (la domanda), cessa anche l’offerta (la cattura).

Taiji resterà sotto i riflettori internazionali finché non sarà risparmiato anche l’ultimo delfino.