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Namibia: nella Terra dei contrasti.

Liliana Adamo per Latitude180.

Paese di una bellezza sbalorditiva e grande potere attrattivo, la Namibia è un’antica terra di colori, contrasti e culture. Attraverso l’Oceano, la Terra e l’Aria, un percorso a tappe: dalla Foresta del Quiver Tree, alla Skeleton Coast, dalla natura selvaggia dell’Etosha National Park, attraversando la savana e il deserto, fino alle dune rosse del Sossusvlei e oltre.

Quiver Tree Forest. Le foreste endemiche che affascinarono gli antichi esploratori.

Kokerboom Woud è la corretta pronuncia afrikaans per la “foresta degli alberi faretra”, meglio conosciuta come Quiver Tree Forest. Si trova sulla strada che conduce a Koes, nei territori della fattoria Gariganus, 14 km a nord dalla città di Keetmanshoop, nella regione di Karas.

Tra le più note attrazioni turistiche a sud della Namibia, “monumento nazionale” dal 1° giugno 1995, grazie ai suoi duecentocinquanta esemplari d’Aloe dichotoma, contorte piante succulente, (kokerboom, in afrikaans), i cui rami erano tradizionalmente usati dai Boscimani per costruirvi appunto, delle faretre come contenitori per le loro frecce (velenose).

Poco lontano dal Giant Playground, nella regione arida del sud, ciò che vedrai è uno scenario che cambia euritmicamente secondo la luce solare e il momento del giorno, dall’alba al tramonto, un ambiente naturale unico nel suo genere. Grandi alberi raggiungono dieci metri d’altezza, popolando l’area da duecento anni circa; i loro rami sono nudi e dicotomici (si dividono in coppie) e le foglie che possono attecchire fino a trenta centimetri in lunghezza, sono affollate, polpose con margini pungenti. Nei mesi invernali e in primavera, quando le precipitazioni restano abbondanti, gli alberi faretra si riempiono di fiori simili a rose dai colori cangianti tendenti al giallo ed è una caratteristica per queste giungle strane e al contempo, meravigliose e che, a dispetto di fusti altissimi, rose e foglie oblunghe, non riescono a fare ombra.

Come spesso accade in Africa, la Quiver Tree Forest, custodisce uno status “sacro” per le religioni animiste del luogo, ma per i visitatori è oltremodo interessante per un fattore diremmo, “ottico”: gli alberi sembrano crescere in modo capovolto, un punto di vista bizzarro dovuto probabilmente al fogliame che somiglia molto alle radici.

Nel sud della Namibia, oltre a sparuti bush curvati dal vento e qualche arbusto, gli alberi faretra sono gli unici che troverete, non vi è altra vegetazione. Una foresta ulteriore si trova ad est di Sesriem (a qualche decina di chilometri) alcune, non spontanee, si osservano in siti di conservazione, come nel Karoo National Botanical Garden di Worcester, in Sudafrica.

Scopritori” di queste fitologie autoctone sono stati coloni, esploratori e viaggiatori. Simon Van Der Stel, le menzionò nel corso di una spedizione a Namaqualand nel 1685 e al suo seguito, il disegnatore Hendrik Claudius, le riprodusse in diversi bozzetti. Altri esemplari furono osservati ed effigiati anche da Thomas Baines nel 1866, nei pressi di Roodeberg, a sud-est di Walvis Bay. I disegni, i primi per questi habitat incontaminati, mostrarono al mondo occidentale foreste e paesaggi intorno a crinali di ruvida e cresposa roccia ocra, costellati da ciottoli e cristalli scintillanti.

Il momento migliore per godere appieno del luogo è durante i mesi invernali per evitare il caldo. Da utilizzare per escursioni, la proprietà del Gondwana Canyon, un ottimo campo base, con eccellenti sistemazioni.

Skeleton Coast. La costa atlantica, i relitti e le otarie: segni di un mondo primordiale.

Una lunga strada semi deserta si confonde sulla superficie arida lungo la costa dell’Atlantico “dove tutto sembra tornare polvere”. Dove incontri solo qualche pescatore solitario con il suo fuoristrada parcheggiato sulla striscia di sabbia, carico di provviste e taniche di benzina. Tuttavia, non è questo il motivo per l’appellativo di “Skeleton”; la strada, la spiaggia, la costa si chiamano così per le innumerevoli navi che vi sono arenate nel corso del tempo, colpa le correnti, le tempesti, le nebbie, i fondali frastagliati. Ciò che resta di questi relitti è strappato dal vento e dalle onde, ultimi passaggi umani riassorbiti dal deserto e dal mare fino a sparire del tutto, a diventare polvere nella polvere, appunto (i resti della nave Zelia sono fra i più recenti, risalgono appena al 2008. Il relitto è ben indicato lungo la strada, fra Hentie’s Bay e Cape Cross). Alta curiosità: la costa namibiana è definita al pari di un “deserto freddo”. In un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi.

Sulla Skeleton Coast dimenticatevi il confort dei campi tendati nella savana, qui è l’ultimo avamposto per la civiltà del lusso, fino al confine con l’Angola e oltre, c’è solo qualche campeggio. Finalmente a Cape Cross, quasi sul confine angolano (dove si può visitare un interessante museo dedicato alla storia del luogo, che deve il suo nome alla croce piantata dal portoghese Diogo Cao, primo europeo a sbarcare nel 1486), l’Oceano regala la visione impressionante dinanzi a una distesa di decine di migliaia d’otarie. I loro versi, lamentosi o feroci squarciano l’aria, l’odore è quasi insopportabile ma ci rendiamo conto che siamo al cospetto di un mondo primordiale, di cui, ormai, non siamo più parte.Un centinaio di chilometri separa Cape Cross da Ugabmund, nel parco nazionale, dopo l’interminabile strada di salsedine e polvere sulla costa Atlantica.

Etosha e Sossusvlei. Nel cuore del Wildlife, ammirando le Dune rosse più alte al mondo.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti; tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale, difficile immaginarli nel sole accecante di questi spazi sterminati, nel paese più arido a sud del Sahara.

La Namibia, oggi, rappresenta la vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione. Lo stesso Ministero dell’Ambiente e Turismo è impegnato in un’unità di lavoro (il progetto Community-Based Natural Resource Management), che coordina egregiamente lo stato di conservazione e lo sviluppo economico.

Il governo centrale ha quindi incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le “Conservancies”, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e crescita economica. Un modello di “Conservancy” è Torra, vale a dire la terra dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.

La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intero Paese per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico al mondo. Il pan più scenografico è nel Sossusvlei, un altro, molto grande, si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo, “Big Daddy” (390 metri d’altitudine) e la famosissima “Duna 45”, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nella conformazione delle aree secche su … Marte!

Superando le pianure che si spingono fino alla costa atlantica, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di superficie chiamata Dito di Caprivi e usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive in Africa per il Wildlife.

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo (a voler essere precisi, la denominazione è Kavango in Namibia, Okavango in Botswana), attraversando Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata, valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna straordinaria. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope, l’ippotrago.

Con i suoi 20.000 kmq, il Parco Nazionale di Etosha ha una prerogativa che lo rende unico: in qualsiasi altro luogo impieghi ore o addirittura giorni per avvistare fauna selvatica, da osservare o fotografare. Qui, sono gli animali ad avvicinarsi; basta fermarsi nei pressi delle tante buche d’acqua, aspettare un po’ mentre leoni, elefanti, antilopi e gazzelle si appresteranno non a due, tre o quattro ma a centinaia!

Ancora: la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione. Il parco è, infatti, un donor, un ente speciale che cede animali ad altre riserve qualora quest’ultime, richiedessero un ripopolamento di varie specie.

Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si trasforma in una bassa laguna, in uno scenario di vita e colori, oasi per fenicotteri e pellicani; viceversa, nella stagione secca, la sabbia bianca avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale.

Intorno al Parco, nei villaggi del Kaokoland, vive un’etnia fra le più “perseguitate” dai turisti: sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, a lungo rimasti isolati.

Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Sono proprio le donne a difendere le usanze più antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino di pellame, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona all’epidermide una tonalità lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

 

 

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Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.