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Clima: nell’occhio del ciclone.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Qualora non fosse sufficiente un’estate equatoriale, se non bastassero le impennate di piogge torrenziali, le improvvise temperature in picchiata, potremmo definirlo un “clima sotto attacco”? Un accanimento dovuto soprattutto a una sistematica censura per ciò che concerne il dibattito sul surriscaldamento globale ed è curioso costatare che buona parte d’opinione pubblica “beneducata” o “maneggiata” che dir si voglia, sia persuasa alla lettera sugli orientamenti dell’amministrazione Trump. Un diffuso (quanto pleonastico) negazionismo di ritorno sembra aver operato con puntuale efficacia secondo le nuove direttive del governo americano.

Sarà sufficiente scrutare l’orizzonte per accorgersi che la pubblicità potrebbe non funzionare: la realtà dei fatti è molto più drammatica rispetto alla propaganda edulcorata che Donald Trump rifila al mondo intero con analfabetismo opportunistico. Semmai l’amministrazione americana ci induca a ritenere il cambiamento climatico alla stregua di una truffa, negli Stati Uniti (e altrove), si annovera l’estate più rovente mai censita finora, costellata da una lunga serie di disastri climatici.

E a guardare i notiziari serali su ABC, CBS, NBC, sull’ultra conservatrice Fox News, si scopre che c’è una “copertura combinata” per un totale di cinquanta minuti per tutte le reti, cinquanta minuti complessivi dedicati all’uragano Harvey. In pratica, è ciò che un articolo di George Monbiot, (columnist di The Guardian), espone come “la questione centrale che definirà le nostre vite, cancellata dai notiziari e dalla mente del pubblico”.

Dunque, “l’attacco al clima” è un atto politicamente edotto; non si tratta esclusivamente d’autocensura dei media, i quali si sa, hanno un particolare istinto a sminuire i problemi reali e ingigantire quelli di contorno. Il punto è, come giustamente asserisce Monbiot, di mettere in discussione non solo la politica di Trump, non solo l’attuale politica ambientale, non solo le strutture economiche sovranazionali e il post capitalismo o liberismo, ma l’intero sistema politico/economico/concettuale che abbiamo fin qui conosciuto.

O saremo noi a invertire la rotta o sarà la disgregazione climatica a farlo. Rendiamoci conto che il nostro organismo sociale globale, così “vecchio” e figlio di una cultura obsoleta, sta rischiando d’implodere in modo irreversibile: “Un sistema destinato, se non sostituito, a distruggere tutto”.

E allora il programma politico qual è? Preservare il presente, barcamenandosi tra “rappezzi” qua e là e sequestrare il futuro alle prossime generazioni; un programma che richiede una crescita perpetua su un pianeta finito, mentre la vita d’ognuno è dominata da un sistema non più sostenibile, che ha depauperato tutte le risorse reperibili.

Affermare che non esiste correlazione tra la concomitanza di ben quattro uragani dalla potenza distruttiva e cambiamenti climatici, è una plateale immaturità politica e di rimando, mediatica; pura e semplice manipolazione per l’oggettività scientifica dell’evento in sé. L’insieme di calamità legate al meteo è influenzato da un unico fattore: che le temperature siano aumentate di circa 4° e in maggiore percentuale e che il riscaldamento globale sia dovuto alle attività umane.

Harvey, Irma, Jose, Katia, si sono abbattuti sulle coste dal Texas, a Cuba, da Haiti alla Florida, su gran parte delle isole caraibiche (distruggendole completamente), dal Golfo del Messico fino allo lambire (con relativo stato d’allerta) South Carolina, Alabama, Virginia.  Dietro di loro, una lunga scia di lutti e danni incalcolabili, che richiederanno anni d’investimenti e sacrifici. Irma, “l’uragano nucleare” sarà ricordato come il più potente mai formatosi in oceano Atlantico; questo avviene dodici anni dopo la devastazione a causa di Katrina.

In media, tra il 1981 e il 2010 si sono verificati dodici tornado e sei uragani. Secondo il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), quest’anno il numero sarà certamente superiore. Perché? Per le condizioni idonee alla formazione di grandi eventi atmosferici e a temperature oceaniche molto più elevate rispetto a qualche anno fa.

Ci sono poi elementi geotermici: forti monsoni dall’Africa Occidentale arrivati al Mar dei Caraibi e in parte, sull’oceano Atlantico tropicale, con la premessa che proprio quest’ultimo, possiede “un consistente potenziale termico”. In altre parole, dal mare evapora acqua che va a concentrarsi nella sovrastante atmosfera in una condizione che favorisce la formazione d’uragani; più intenso è il suo valore, maggiore sarà l’impatto con la terraferma.

Come deterrente alla stabilità meteorologica, c’è un’altra questione: la scomparsa di El Niño, la corrente del golfo che con i suoi venti freschi, indebolisce notevolmente la formazione degli uragani. Su un dato, molti climatologi concordano, non ci sono prove certe strettamente correlate all’aumento delle temperature terrestri, circa il numero crescente degli eventi, ma sulla loro intensità, sì. E questa sarà sempre più rilevante.

In conclusione, l’impatto sulle città costiere d’eventi meteorologici estremi come tempeste tropicali e uragani, è aggravato dal surriscaldamento globale attraverso due fattori. Il primo, imputa i livelli degli oceani sempre più innalzati per l’espansione termica, il secondo, include le stesse temperature del mare aumentate esponenzialmente negli ultimi anni (l’aria calda trattiene più acqua rispetto a quella più fredda).

Dove sono venuti fuori quattro uragani concomitanti? Prima di raggiungere il Golfo del Messico, Harvey era classificato in tempesta tropicale, tutto nella norma quindi, visto il periodo e le aree interessate; solo che spostandosi in quella vasta superficie di mare, ha trovato temperature molto più alte della media, incamerando tal energia da essere classificato al grado cinque, il più alto con potenziale di pericolosità.

Una massa compatta talmente estesa da “frammentarsi” in più cicloni; se non bastasse, ci sarebbe stato un cedimento approssimandosi alla costa, dove si manifesta quel fenomeno chiamato storm surge, quando gli uragani, scivolano in mare, portando in superficie acque più fresche, ingrossandole e disperdendole sulla terraferma, ma ciò che ha incontrato Harvey anche in prossimità delle coste, erano acque surriscaldate.

Da qui si evince il collegamento in modo chiaro e importante tra l’intensità di questi fenomeni e i cambiamenti climatici in corso. Negarli, oltre che irresponsabile, è criminale.

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COP21, il clima? In “parentesi quadre”.

Liliana Adamo da Altre Notizie.

Auspicabile in questi giorni a Parigi, che i risultati prodotti dalla Conferenza sul Clima (COP21) siano direttamente proporzionali alla portata “storica” del summit, cancellando, di fatto, lo scomodo “souvenir” di Copenaghen 2009. Al cospetto di 190 Paesi rappresentati, 147 fra premier e capi di Stato, sarebbe d’obbligo tirare fuori quell’esito (plausibile), da molti invocato, nonostante la “Conference of the Parties”, scossa dagli atti terroristici dello scorso novembre, si svolga in una città in lutto, trincerata dietro misure di sicurezza senza precedenti.

Il vertice organizzato dall’Onu ha un obiettivo, limitare l’escalation delle emissioni CO2 nell’atmosfera terrestre e gli effetti che ne conseguono, tali da incombere (e non eufemisticamente), sulla longevità della specie umana e sullo stesso concetto d’evoluzione: questi, in primis, includono fattori antropici, ambientali, economici. Proprio dalle Nazioni Unite si rende ufficiale lo “status di rifugiato ambientale” stimando nel 2050, 250 milioni di eco-profughi, costretti a fuggire – letteralmente – dai propri paesi non più vivibili per problemi legati al clima.

Nel suo Quinto Rapporto di Valutazione – The Physical Science Basis – il gruppo Intergovernativo IPCC, ha fornito una versione sul trend dei cambiamenti climatici: “Il riscaldamento del clima terrestre si aggrava in gran parte per colpa dell’uomo. La temperatura della terra aumenterà da 0,3 a 4,8 gradi centigradi, entro il 2100. I primi dieci anni del nostro secolo sono stati i più caldi dal 1850…”. Un incremento di tale portata significa che dalla terra, dal letto dei fiumi, dai ghiacci e dal mare, dalle estinzioni delle specie animali, in sostanza, dall’intero regno della natura, si registrerebbe un collasso imminente. In pratica, è il cambiamento climatico, il migliore alleato nella minaccia al terrore globale.

Per finire, resta il fattore economico: le perdite indicano una fenomenologia in evoluzione determinata dalle cosiddette “calamità naturali”. Indicativa è la linea d’orientamento che riguarda il numero d’eventi distruttivi e della loro composizione. Si passa dai circa venti episodi nel 1980 (tutti riconducibili a tempeste tropicali), ai cento dell’ultimo triennio, con una ripartizione pressoché omogenea fra tempeste e altri eventi climatici, fomentati da alte temperature, siccità, incendi. Negli ultimi anni si è registrata un’impennata di passivo, dovuta a un’incredibile frequenza d’uragani, seguiti da un elevatissimo numero di vittime e danni.

Paralizzato dallo scontro ideologico fra superpotenze, da una parte Stati Uniti, Cina, India, dall’altra e l’Europa (come spesso accade), a far da spettatrice sulla battaglia dei veti, qualcosa è cambiato dall’onta di quel summit siglato nel dicembre 2009 a Copenaghen? Probabilmente sì, da più parti e nella coscienza civile, si è accettato che i cambiamenti climatici rappresentino la scacchiera su cui si gioca la stessa sopravvivenza del genere umano.

Basta con l’espressione rituale del “salviamo il pianeta” e decantate buone intenzioni (cui è lastricato l’inferno), il pianeta non ha bisogno di noi, né del nostro antropocentrismo. L’equilibrio degli ecosistemi perdura in perfetto stato di conservazione se le condizioni ambientali restano costanti, cioè, qualora elementi come temperature, salinità, esposizione ai raggi solari, ecc. rientrassero in parametri conformi. Semmai venga alterato soltanto uno di questi fattori (come la temperatura media annua che continua ad aumentare), l’intero biosistema intraprenderà un nuovo percorso evolutivo verso altri status. L’estinzione (accelerata) delle specie, il depauperamento delle biodiversità, produrranno nuovi equilibri in cui l’unica specie a non adattarsi, a scomparire per sempre, sarà quella umana.

Lo staff della politica mondiale riunito a Parigi, è assolutamente consapevole di dover mettere in campo scelte precise, politiche, economiche, sociali, a contenere un declino che, di fatto, si considererebbe irreversibile. Le risorse ambientali sono allo stremo, i cambiamenti climatici sollecitano una crisi in atto già nell’era pre – industriale. Per evitare il peggio (un ennesimo fallimento), le delegazioni hanno consegnato nelle mani di Laurent Fabius (ministro degli Esteri francese e presidente della CPO21), la bozza di un accordo. Sui punti nevralgici il testo è ancora incompleto, le principali opzioni sono incluse nelle famose “parentesi quadre”, in termini diplomatici, vale a dire che non ci sono intese certe, né conferme. Indugiano caute le interpretazioni delle varie associazioni ambientaliste, come Greenpeace e WWF; ma se vogliamo dirla tutta, secondo una generica stima di un’ONG francese, facente capo all’ecologista Nicolas Hulot, la stesura del documento conta ben 1.400 “parentesi quadre” che spianano la strada a un difficile iter di 250 disparate opzioni.

Esempio: scrivere “trasformazione a basso tasso d’emissioni” non ricalca il concetto tout court a ciò che s’intende come “piena de carbonizzazione” estesa alle economie globali. Tuttavia, i giorni di confronto si susseguono, così il lavoro sul protocollo e si riterrebbe dall’oggi al domani, che i “bracket” si accorcino, come pure le opzioni. Staremo a vedere.

 

Salvare l’Artico da Gazprom.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

Secondo Public Eye Awards 2014, è la peggiore al mondo, prima in classifica per “l’Oscar della vergogna”, fra quelle imprese che si macchiano di reati contro l’ambiente e i diritti umani. Seguita da FIFA Syngenta, Bayer, BASF, Gazprom si è aggiudicata l’ignominioso premio dopo che la Dichiarazione di Berna e Greenpeace, hanno chiamato al voto il popolo degli internauti, invitandoli a eleggere il caso top di violazioni.

Proposte delle varie associazioni ambientaliste e dalle ONG, vagliate dall’Università San Gallo e da una giuria indipendente, le diciannove aziende “aspiranti”, sono state prese di mira e subissate da appelli e richiami alle proprie responsabilità attraverso i social network più in voga; intanto che Kumi Naidoo (direttore esecutivo di Greenpeace), in conferenza stampa il 23 gennaio scorso, durante il WEF a Davos, annunciava la lista dei “vincitori”.

Tutt’altro che dilettevole, la questione si pone alle coscienze in tutta la sua criticità; infatti, da qui a un decennio, Gazprom è l’azienda che potrebbe disinvoltamente innescare l’estinzione del fragile ecosistema artico, organismo regolatore dei flussi climatici globali, caratterizzato da una biodiversità unica e importante. Quali siano le propensioni all’insostenibilità perpetrate dal colosso estrattivo russo, è presto detto: copiose e indiscriminate fuoriuscite di greggio, trivellazioni prive d’ogni controllo in cerca di nuovi giacimenti nel disinteresse totale per le norme di sicurezza ambientale e a tutela dei lavoratori.

Due mesi fa, in un regime di sostanziale impunità (e con singolare tempismo), subito dopo il rilascio degli Artic30 di Greenpeace, la più grande compagnia russa di gas naturale (le sue riserve ammontano a 18.991 kmq, pari al 18% di territorio complessivo terrestre), ha cominciato a produrre le prime quantità commerciabili dalla discussa piattaforma Prirazlomnaya al largo della costa Pechora; la stessa, oggetto della clamorosa protesta attuata dagli attivisti, finiti poi nelle carceri statali, insieme due giornalisti freelance, con l’accusa di “pirateria e terrorismo”, mentre, l’atteggiamento della Gazprom, questo sì “criminale”, propugnato a spada tratta dal sistema politico che fa capo al nuovo zar del gas, Vladimir Vladimirovic Putin, merita da solo, una breve cronistoria.

Monopolista dell’export, dal 2004 il colosso russo diventa il solo fornitore di Bosnia ed Erzegovina, Estonia, Finlandia, Macedonia, Lettonia, Lituania, Moldavia e Slovacchia, fornisce il 97% del gas alla Bulgaria, l’89 all’Ungheria, l’86 alla Polonia, i tre quarti del totale alla repubblica Ceca, per arrivare via via in Turchia, Austria, Romania, Germania, Francia e infine Italia; l’UE quindi, ottiene il 25% delle sue forniture da questa compagnia.

Gazprom, con una capitalizzazione azionaria pari a 270 miliardi, una rete di condotti più lunga al mondo (158.200 chilometri), infinite riserve di gas naturale, controlla imperturbabilmente banche, assicurazioni, società di costruzioni, agricole e di mediazioni finanziarie, proprietaria e sponsor di squadre di calcio (FC Zenit San Pietroburgo, Chelsea Football Club, Schalke 04, nondimeno della UEFA Champions League).

A dispetto della sua potenza, è unanimemente risaputo come le condizioni obsolete e le limitate capacità tecniche dei suoi impianti stiano mettendo a rischio non solo la vita stessa (biologica e umana) dei territori che prosciuga indiscriminatamente ma anche il già compromesso automatismo climatico, a difesa dell’intero pianeta.

Faiza Oulahsen, attivista olandese degli Arctic30, sostiene con forza che la stessa Shell (cui, per buona sorte, è stato rigettato il piano di trivellare il suolo dell’Alaska, dopo che una nuova piattaforma è andata alla deriva lo scorso 31 dicembre), firmando un accordo di collaborazione con Gazprom, dovrebbe preoccuparsi di una partnership così “scomoda” e potenzialmente pericolosa, perché sui possibili danni ambientali sarebbero tenuti a pagare esclusivamente gli stessi investitori della compagnia anglo-olandese.

A riflettere su una comparazione si potrebbe citare l’esempio più eloquente, il disastro della Deepwater Horizon (Golfo del Messico, 2010) e la controversia tra British Petrolium, i suoi investitori e governo americano, con la compagnia anglosassone costretta a un risarcimento senza precedenti, 4,5 miliardi di dollari – oltre 3,5 miliardi di euro – senza contare l’ammontare in corso di versamento e i suoi dirigenti indagati per omicidio colposo.

Eppure, sempre secondo Greenpeace, se un incidente di questo tipo dovesse ripetersi nelle acque gelide intorno al Circolo Polare, nessuno sarebbe pronto a intervenire, per la sola ragione che l’accordo di cooperazione (preparazione e risposta) cui sta lavorando il Consiglio Artico, elargisce buone intenzioni ma manca di misure concrete contro l’inquinamento da petrolio in mare.

La spartizione dell’Artico per le immense riserve petrolifere e gas naturali, con nuovi giacimenti off shore pronti per lo sfruttamento, prevede, infatti, un’autorità garante sovranazionale con il Canada a guida dell’organismo, raggruppando Stati Uniti, Russia, Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda e Danimarca (in rappresentanza della Groenlandia), a titolo decisionale premono anche Cina e Corea del Sud, mentre l’Italia chiede di farne parte come osservatore permanente.

Impegno del Consiglio è tracciare una bozza per trovare soluzioni comuni, fermo restando, denunciano gli ambientalisti, che si lascia ai singoli stati il compito di stabilire le regole per prevenire e rispondere alle emergenze e alle imprese coinvolte nel grande business, le responsabilità per eventuali bonifiche, pur senza specificare, come afferma Ben Ayliffe sul sito di Greenpeace: “Quali siano i metodi per tappare i pozzi e pulire animali e ambiente o le attrezzature adeguate…”.

In considerazione del fatto che la stessa conformazione morfologica dell’habitat artico sia così particolare e fragile, acque avvolte dall’oscurità e coperte di ghiacci, eventuali bonifiche sarebbero difficili senza un’adeguata e preesistente tecnologia in grado di bloccare fuoriuscite del petrolio sotto i giacchi, trasportato attraverso i confini del mare da fortissimi venti e correnti. E questa scienza tecnologica, come spiega la Reuters, citando fonti del DNV norvegese (ente di certificazione leader nel mondo, per il supporto di performance aziendali con assessment nell’ambito della sostenibilità), è tuttora insufficiente.

Un altro aspetto andrebbe evidenziato: l’Artide, oltre ai concetti (pur condivisibili e sacrosanti), sulla difesa dell’ambiente, delle popolazioni autoctone, degli animali e del clima, è per diritto, patrimonio dell’umanità intera. Il diritto vive di formulazioni ed espressioni a prescindere.

Se l’Antartide si è salvato grazie ad una situazione giuridica più chiara e coerente, attraverso le norme del Trattato di Washington (1959) e della Convenzione di Wellington (1988) che frenano, in sostanza, le pretese territoriali sull’immenso continente di ghiaccio a sud del globo, disponendo che le terre nel 60° di latitudine, siano interdette da attività a scopo militare, caccia e pesca severamente regolate a finalità di tutela, allora anche il Circolo Polare Artico, avulso dalle logiche di mercato e pretese d’ogni singolo stato, dovrebbe essere tutelato da un assoluto consenso internazionale, perché luogo di tutti, necessario a tutti, cui nessuno può arroccarsi sulle proprie speculazioni.

“Gaia” annaspa nel clima impazzito.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

In “The Revenge of Gaia”, l’ultimo libro dello scienziato inglese, James Lovelock, c’è un vademecum che potrà tornare utile ai superstiti dei cambiamenti climatici, quei pochi che rimarranno immuni al crollo definitivo dell’umana civiltà. Per restituirlo in modo plausibile ed efficace, lo scritto non è in forma elettronica bensì in cartaceo con inchiostro durevole. In esso sono contenute le più ardue cognizioni scientifiche accumulate in migliaia d’anni, ad esempio nozioni di fisica come la posizione della Terra nel sistema solare; biologiche come l’enumerazione delle forme più cruente, microbiche e virali, che causano malattie epidemiche. Insomma, il retaggio del nostro vissuto (per il quale abbiamo lottato e sofferto) e le tracce di un mondo che conoscevamo, un mondo che abbiamo amato ed annientato, riassunto in poche righe per rinnovare l’umana specie. Lovelock, col suo aplomb scomodamente disincantato, dichiara di non credere neppure che l’ampio assetto d’iter tecnologici darebbe vita all’ancora di salvezza e ridurre così i potenziali, nefasti impatti del surriscaldamento globale sul ciclo naturale del nostro pianeta e, se appena un anno fa, annunciasse provocatoriamente la sua flessibilità all’uso d’impianti ad energia nucleare per sopperire al consumo di petrolio e carbone, oggi, senza scomporsi più di tanto, assicura che nulla più è fattibile: prima della fine di questo secolo, i sopravvissuti si troveranno nell’Artico, l’unico posto dove il clima sarà più sopportabile.
Il test di Gaia, vale a dire il sistema d’autoregolamentazione con cui la Terra provvede alle condizioni ottimali per ogni forma di vita, è dunque fallito, lo scioglimento dei ghiacciai e della calotta artica, n’è prova tangibile.

L’approccio scientifico del vecchio leader può essere facilmente tacciato come espressione di puro catastrofismo, ma sarà bene capire l’esclusiva di questo criterio che, per così dire, s’evidenzia in modo”polittico” e del tutto originale. Lovelock, non si sofferma ai singoli fattori indicatori del global warming, distaccati gli uni dagli altri, ma studia le trasformazioni nell’intero sistema di controllo, quest’ultimo sottoposto ad una notevole pressione. Certo, esistono illimitati dispositivi di reazione e contro-reazione che il nostro pianeta mette in atto per rendere le temperature globali più o meno in equilibrio tra loro, ciò nondimeno, negli ultimi decenni, in una successione di rapporti preoccupanti, l’equilibrio di Gaia appare del tutto soverchiato, impazzito, tanto che, quegli stessi meccanismi non più “governabili” da un sistema in buona salute, contribuiranno a rendere la Terra esageratamente calda da non permettere, in linea generale, gli attuali schemi di vita.

Secondo l’ultimo studio avviato dal governo britannico (condiviso da James Lovelock e dal suo staff), il continente australiano diverrà ancora più caldo ed asciutto e le produzioni agricole subiranno un netto calo, provocando carestie in meno di un centennio. Sparirà la corrente del golfo, che mitiga i mari nel nord Europa (osservazioni satellitari provano che essa è già notevolmente rallentata); nel continente indiano le perturbazioni monsoniche sussisteranno più violente e catastrofiche che mai, mentre i corsi d’acqua in Africa saranno prosciugati. Si prevede la fine dei ghiacciai artici (con grave crisi per gli approvvigionamenti idrici) e degli orsi polari entro il 2040 e gli scienziati urlano al mondo intero e ai governi che la colpa di tutto ciò sta nelle emissioni di gas serra nell’atmosfera.

Lo scorso anno, Lovelock lanciò un allarme attraverso l’Independent, per indicare due fattori d’estrema importanza: in primis, come abbiamo detto, i ghiacciai dei Poli che, fino a questo momento sono stati “utilizzati” dal sistema d’auto-regolamentazione per riflettere i raggi solari e, nel contempo, deflettere anche il calore. Con la loro disgregazione, la scura superficie del mare, inverosimilmente ingrossata e carica di calore ed energia, modificherà l’ordine morfologico terrestre, per non parlare della totale distruzione d’organismi viventi (i grandi reef oceanici), che avverrà con l’innalzamento delle temperature. Altrettanto drammatico è il secondo fattore: le cosiddette “polveri sottili”, prodotte dalle industrie, che rivestono l’intero emisfero settentrionale come in uno strato di garza, causano un fenomeno chiamato oscuramento globale.
Paradossalmente è l”oscuramento globale” a contenere il picco del calore, un meccanismo artificioso che trattiene in sé i raggi solari, impedendo che essi raggiungono direttamente la superficie terrestre. Cosa avverrebbe in un futuro dai tratti così apocalittici se non una riduzione delle attività industriali e della produzione di gas inquinanti? Questo strato aeriforme e il fenomeno dell’oscuramento globale sparirebbero velocemente, causando un ulteriore, improvviso aumento delle temperature.

E allora? Rintanato negli studi della verde Cornovaglia, il vecchio leader dell’ambientalismo sostiene che è meglio prepararsi al peggio; nondimeno, una parte dell’umanità non vuole “consegnarsi al nemico”, senza prima aver collaudato un nuovo sistema di vita sul nostro pianeta. A questa parte d’umanità spetta un compito arduo e appassionato, perché il caos prodotto e governato dai signori delle guerre energetiche non si profili all’orizzonte, cupo come il cielo grigio carico di calore di quest’inverno impazzito.