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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

La rivoluzione di al Sisi…“a smart person”.

Liliana Adamo da altrenotizie.org

Democrazia e Islam sono compatibili? Un invito da porsi non senza imbarazzo soprattutto in quello che fu il giorno successivo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. Un dubbio che pone un rebus a mille altre riflessioni fino a concludere di come soltanto le comunità musulmane possano restituirci dal canto loro, una risposta univoca.

Nel vuoto politico dello scenario internazionale, se da una parte imperversa il mattatoio del Califfato minacciando l’intera area dell’Africa settentrionale, come la violenza estremista di Boko Aram in Nigeria, di al-Shabaab negli attacchi in Kenya, oltre a frammentarie milizie di terrorismo sparso (per lo più criminali comuni ed emarginati), dall’altra (Egitto e Paesi del Golfo), appare sempre più auspicabile “una rivoluzione religiosa dell’Islam” che potrebbe risolversi in normale propaganda, in attesa che il vento cominci davvero a cambiare rotta.

Abd-al-Fattah al Sisi, l’oscuro generale delle forze armate egiziane, che, dal 14 agosto 2013, ha soffocato nel sangue la rivolta dei Fratelli Musulmani, fino alla destituzione dell’allora presidente Mohamed Morsi, oggi, nuova guida di un paese che ha voglia di rinascita e riscatto sociale, sembra non aver dubbi. Il primo gennaio scorso, all’università di Al Azhar, subito dopo l’attacco terroristico alla redazione parigina, di fronte a un auditorio quasi colto alla sprovvista e composto d’imam, ulema e dotti, le parole pronunciate sono state di quelle che difficilmente possiamo aspettarci da un musulmano sunnita osservante, seppur capo di stato: “Ora mi rivolgo ai religiosi e agli imam. E’ inconcepibile che il pensiero da noi ritenuto più sacro faccia dell’intera umma (la comunità musulmana universale), una causa d’ansietà, pericolo, morte e distruzione nel resto del mondo…Questo pensiero – e non parlo di religione – ma di pensiero, questo corpo di testi e idee che abbiamo sacralizzato nel corso dei secoli, fino al punto che separarsene è diventato quasi impossibile, si sta inimicando il mondo intero. Il mondo intero c’è nemico! E’ possibile mai che 1,6 miliardi di persone (in toto, i musulmani), vogliano uccidere i restanti sette miliardi d’abitanti nel mondo, per vivere e affermare il loro credo?No, questo non è possibile”.

E dunque, al cospetto dei garanti più autorevoli nel consiglio sunnita, senza tradire il benché minimo nervosismo, il presidente ha suggerito “una rivoluzione religiosa”, un percorso con un obiettivo preciso: riformare l’islam e al pari del cristianesimo, renderlo conciliabile al senso democratico del vivere comune.  Una “mission” condividibile e altisonante, quanto poi possibile in atti pratici è tutta da vedere. Intanto, cresce nel paese la caccia alle streghe verso omosessuali e atei, additati come fonte di pericolo per la “moralità pubblica”, mentre la repressione mette fuori legge migliaia d’aderenti alla Fratellanza e sulla testa del suo predecessore, Mohamed Morsi, pende una “condanna a morte”. Se non bastasse, sono perseguitati anche i veterani della cosiddetta “primavera araba”, ex attivisti di piazza Tahrir e continuano le controversie sull’uccisione di Shaimaa al Sabbagh (con una drammatica ripresa in “diretta”, subito rimbalzata in tutto il mondo attraverso i social networks). Perfino i testimoni oculari sull’assassinio della militante nell’Alleanza Socialista, poetessa e oppositrice del regime, sono stati fermati e arrestati dalle forze di “sicurezza”. Con ventitré morti lasciati sull’asfalto, nel bilancio finale degli scontri per il quarto anniversario delle rivolte nel 2011, a tutt’oggi le autorità continuano a difendere a spada tratta, l’operato della polizia.

Ma chi è, in realtà, questo compassato leader sessantenne, ex ministro della Difesa (proprio sotto l’egida dell’ex presidente islamista) e capo delle Forze Armate, che ha formalmente “tradito” il suo mentore, con un clamoroso e incruento “colpo di stato”? Che, secondo tanti esponenti della nuova intellighenzia egiziana (dal ricercatore Tewfik Aclimandos, allo scrittore Ala Al Aswani), ha impedito, di fatto, l’insorgere e la deriva di una guerra civile? Il famoso discorso sopra citato termina con un’esortazione, pressappoco una solenne paternale diretta agli imam e non solo per chi fosse presente: “Ciò che vi sto dicendo, voi non potete comprenderlo se resterete intrappolati nella vostra mentalità…Ho detto e ripeto, che noi abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Voi imam, siete responsabili dinanzi ad Allah. Il mondo intero, ripeto, il mondo intero attende una vostra mossa…perché l’intera umma musulmana è lacerata, distrutta, si sta perdendo. E si perde nell’opera delle nostre mani…”. E il giorno successivo, in prima assoluta per un capo di stato egiziano, ha partecipato al Cairo alla Messa solenne tenuta dal patriarca Tawadros in occasione del Natale dei cristiani, copti ortodossi, da sempre considerati cittadini di serie B. Tant’è.

Nessuno a Gamaleya, centro pulsante dell’antico Cairo più tradizionalmente islamista, avrebbe mai previsto un futuro così radioso per quel ragazzo taciturno, secondo di otto fratelli, cresciuto in una famiglia benestante, molto religiosa, ma dai modi umili che, dopo la scuola, si recava tutti i giorni ad aiutare il padre in bottega intarsiando mobili, tra i bazar di Khan el Khalili, la meta più frequentata dai turisti dopo le Piramidi. Seppur con quel carattere riservato e devoto, Abd-al-Fattah scelse la carriera militare, scalando i gradi nelle brigate di fanteria meccanica, rimarcando le sue doti di leadership e di comando. Negli ultimi anni di Hosni Mubarak, fu trasferito all’intelligence militare, un particolare che gli ex attivisti di Taharir non gli perdonano, poiché questa struttura militare rappresenta l’icona di crimini e torture verso il popolo e i dissidenti. Molti si chiedono se chi guida l’Egitto sia allora un nuovo autoritario, un islamista rivoluzionario, un nazionalista, la somma di tutto ciò o la sua contraddizione.

Abd-al-Fattah al Sisi cita a memoria il Corano ma mette al bando i Fratelli Musulmani, garantisce un livello di libertà religiose mai conosciuto finora, ma reprime la libertà sessuale e d’identità, parla di democrazia con l’approvazione di una nuova Costituzione, ma è lontano dalla completa tutela dei diritti umani e della laicità. Un passo avanti, due indietro: il nuovo presidente resta un mistero per le stesse diplomazie accidentali, che di lui apprezzano il pragmatismo, insieme alla capacità d’essere agli occhi degli egiziani una “smart person” (è questo l’appellativo suggerito da un occasionale compagno di viaggio, un grasso business man alessandrino, incontrato su un aereo diretto al Cairo).

Perché al Sisi ha ben saputo conquistarsi l’appoggio e le simpatie nella stragrande maggioranza della gente: è l’uomo che (nel 2013), è apparso solidale (insieme a polizia, esercito e Servizi segreti), alla campagna di firme Tamarrod (Ribellione) nelle manifestazioni anti Morsi. E’ l’uomo invocato dal popolo nelle piazze: “Sisi, Sisi enta raisi” (Sisi, Sisi, sei tu il mio presidente). E’ l’uomo che ha riportato l’ordine e acceso la speranza. E’ colui che è apparso in televisione, senza enfasi, annunciando con un secco comunicato, l’attacco aereo in Libia per ritorsione contro il famigerato Daesh (come spregiativamente è chiamato lo Stato islamico e il suo braccio armato, l’Isis), dopo la mattanza dei ventuno lavoratori cristiani copti sulla spiaggia di Sirte.

In modo sacrosanto, al Sisi ha rivendicato il diritto a perseguire gli autori del massacro, recandosi in seguito dal presidente francese Hollande e direttamente all’Onu, chiedendo a gran voce interventi mirati, anche se, da una lettura trasversale, s’intravede l’occasione a proporsi come elemento affidabile a capo di un’alleanza internazionale, che, per iniziativa degli Stati Uniti, si schiererebbe contro il terrorismo di matrice islamista dove sicuramente l’Egitto si porrebbe come primo attore in assoluto.

Non a caso gli osservatori ravvisano una precisa “strategia” nel raid egiziano a Derna, con gli interessi italiani fatalmente compromessi. Infatti, subito dopo gli attacchi della Nato nel 2011 (spodestando il colonnello Gheddafi con tutte le conseguenze che conosciamo), se il nostro paese sembra aver abdicato alle proprie partecipazioni di natura economica, a favore di Francia e Gran Bretagna, qualora l’Italia accettasse un intervento armato a fianco di al Sisi, questo darebbe via libera “all’estensione egiziana “ in Libia con il colpo di grazia definitivo a nostri privilegi in tema di contratti petroliferi fino al controllo dei flussi migratori.

Rivoluzione religiosa dell’islam o meno, il discorso rimane sempre uguale a se stesso: petrolio, business sulla pelle dei migranti, interessi cruciali ritrovati e mancati man mano che avanzano la Jihad e il Daesh. Con provata determinazione, il progresso del nuovo regime di al Sisi sembra voler accettare la sfida rafforzando la sua affidabilità in patria, come pure sul piano internazionale e “the smart person…” ha tutte le carte in regola per spuntarla.

Ala Al-Aswani. Se non fosse egiziano…

Liliana Adamo da altrenotizie.org

“Sua Eccellenza, Signor Presidente,

il sottoscritto Taha Mohammad al-Shadhli desidera metterla a conoscenza dell’ingiustizia e del torto subito agli esami di ammissione all’accademia di polizia, da parte del signor generale capo della commissione d’esame.

Ha detto il Profeta, che Dio lo benedica e Gli dia pace:

“Che siano puniti coloro che salvano il ricco che ha rubato e castigano il povero, come avveniva prima dell’islam. Se Fatma la figlia del Profeta dovesse rubare, che le venga tagliata la mano. Abbiate fede nella parola del Profeta”.

Signor Presidente, ho studiato con impegno fino a diplomarmi con la votazione di 89/100 in materie umanistiche e con l’aiuto di Dio ho superato tutte le prove di ammissione all’Accademia di polizia. Signor Presidente le sembra giusto che mi venga vietata l’immatricolazione all’accademia di polizia solo per il fatto che mio padre, uomo povero e onesto, lavora come portiere? Non è forse una professione rispettabile?

Signor Presidente la prego di leggere questa denuncia con gli occhi di un padre affettuoso che non consentirebbe mai che sia fatta un’ingiustizia nei confronti dei suoi figli.

Signor Presidente il mio avvenire è nelle sue mani. Confido nella sua generosa imparzialità.

Che Dio le conceda lunga vita.

Il suo sincero figlio Taha Mohammad al-Shadhli

Carta d’identità n. 19578 Qasr al-Nil

Palazzo Yacoubian

34 Tala’at Harb, il Cairo.

Per chi avesse letto per intero questa (splendida) narrazione, saprà che Taha, respinto dalla società civile egiziana perché figlio del portiere di Palazzo Yacoubian, finirà per infoltire le già gremite milizie islamiche, invece che fare il poliziotto come ambiva.

Ma “Palazzo Yacoubian” non è solo il libro (poi diventato film con la regia di Marwan Hamed), più famoso e controverso mai pubblicato nel mondo arabo (così come discusso è il suo autore, Ala Al-Aswani), l’opera più letta dopo il Corano (e il parallelo ha davvero dell’incredibile, antitesi del contraddittorio), è una dissacrante radiografia di un Egitto mai oleografico e turistico, lontano dai fasti del passato e dal conformismo di tanta retorica sciovinistica. Racconta invece, con sarcasmo variopinto e realismo, uno spaccato emblematico di una società, quell’egiziana moderna, retroflessa e disordinata, dominata dall’ipocrisia, quanto da un capillare, inestricabile sistema di corruzione; un paese intrappolato in una rassegnazione quiescente, in un sistema atavico e farraginoso che finisce per fuorviare le stesse vite dei protagonisti, metafora della società civile. Come qualcuno ha scritto, “il best seller del mondo arabo risiede in un palazzo satanico…”.

Da “Palazzo Yacoubian” alla primavera araba di Piazza Tahrir, il passo è breve e da columnist sui giornali d’opposizione, Ala Al-Aswani, co-fondatore del Movimento Kifaya (Basta), ha raccolto i suoi articoli, pubblicandoli in “La rivoluzione Egiziana” (Feltrinelli 2011).

Lui stesso si è recato in quella piazza, la più importante del Cairo, tra via Qasr al-Ayn, via Tal At Harb e via Qasr el Nil, nei pressi della metropolitana (fermata Sadat), dove si erge una grande statua ottomana e oltre, la moschea di Omar Makram. Dal 29 gennaio 2011, per diciotto giorni consecutivi, ha vissuto tra la piazza e quelle strade, “eccetto le poche ore di sonno che mi sono concesso e a dei momenti in cui sono andato a controllare come stesse la mia famiglia…”. E finalmente, a protestare contro l’annosa tirannia di Hosni Mubarak, ha incontrato i “nuovi egiziani”…

Ciò che è accaduto dopo quei momenti unici nella storia, drammatici e straordinari, è cronaca degli ultimi anni; come altri intellettuali e senza sottintesi, Al-Aswani si è schierato a favore della destituzione del presidente Morsī, del nuovo governo guidato dal generale Al-Sīsī, della (brutale) repressione ai Fratelli Musulmani. Un’islamizzazione radicale in Egitto? Più rischiosa di un’occupazione militare, a tal punto d’affermare perentoriamente di come “L’esercito mi ha anche processato, ma i Fratelli Musulmani sono terroristi”. E dunque? E dunque, alla lunga, prevarrà il popolo…Quel popolo di “nuovi egiziani” e tra i giovani di Tahrir c’è anche linfa per Cairo Automobil Club, suo ultimo lavoro, da poco pubblicato in Italia.

“La rivoluzione è un cambiamento umano. Ci sono state continue ondate di creatività, dopo il 1919 sono nati grandi creativi e poi dopo il 1952. Vedo cinema e arte in ottimo stato. Per questo ho un seminario settimanale per giovani scrittori, come il poeta Mustafa Ibrahim e vedo nuovi documentaristi e registi in grado di liberare la televisione. Credo che abbiamo presentato un modello all’umanità, superando una dittatura in modo pacifico: quando ci sono trenta milioni per le strade, loro hanno l’autorità. Ci sono stati milioni di contestatori contro la guerra in Iraq ma nulla è cambiato, invece qui, abbiamo dimostrato che l’autorità risiede nel popolo…”.

Dopo i fatti accorsi durante il 2013 (la destituzione del presidente Morsi, le proteste, gli arresti, le stragi indiscriminate, l’ombra lunga della guerra civile…), può apparire alquanto singolare agli occhi di un occidentale, se parte sostanziale dell’intellighenzia egiziana, a conti fatti, si schieri sempre più con l’esercito. Dichiarazioni simili a quella di Ala Al-Aswani, sono state riportate da Ahmed Mourad, il giovane autore di “Vertigo”, come dell’anziano e combattivo Sonallah Ibrahim, artefice di “La Commissione”, romanzo scritto nel 1981, fortemente critico verso i regimi autoritari arabi…

Tuttavia, è evidente di come i Fratelli Musulmani (democraticamente eletti), abbiano, a un certo punto, cancellato la Costituzione nel momento in cui, secondo lo scrittore, Morsī si è comportato come “un sultano turco” e se in democrazia il diritto all’impeachment (con tanto di raccolta di firme e manifestazioni nelle piazze), è tutt’altro che un elemento evasivo, l’esercito, per Al-Aswani, ha protetto il paese prima che si trasformasse in un’altra Libia o in un’altra Siria.

In “Cairo Automobil Club”, lo scrittore ci presenta una monarchia dispotica nell’Egitto degli anni Quaranta, ma, nel mal comune… anche in democrazia il rischio è nella corruzione. Non basta il controllo ferreo sulle entrate e uscite di denaro pubblico, ma un governo del popolo, giacché tale, urge di un vitale bisogno nel ricambio delle idee e persone, di partecipazione attiva per tutti gli strati sociali, senza emarginazione alcuna. Un sogno, nell’attuale scenario geopolitico e non solo in Medio Oriente. “Guardo ai paesi del Nord Europa, come esempio evidente di democrazia: Danimarca, Svezia e Norvegia…”.

Facoltoso dentista e scrittore “povero”, Al-Aswani conosce alla perfezione il contesto in cui colloca il suo ultimo libro, poiché in quel Cairo Automobil Club, suo padre vi aveva svolto la professione di avvocato. In un Egitto monarchico, in realtà governato dal protettorato britannico, l’Automobil Club è luogo esclusivo, dove, colonialisti arricchiti ostentano la loro protervia, onorati dalla presenza di un re fantoccio quanto dissoluto, strumento occulto di un visir corrotto, sottomesso con i potenti, tirannico con gli egiziani. I “servi” che gravitano in questo entourage, braccati, mal pagati, malmenati, oltremodo, sono costretti a versare tangenti per lavorare e sostenersi, delineando, insomma, quei personaggi universali (quasi alla Victor Hugo), dove si muore di stenti ma anche per umiliazioni. Da questo microcosmo mefistofelico nascono i primi bagliori di una “rivolta” clandestina, fomentata da una donna, “pasionaria” e anticonformista, da un principe “primula rossa”, cui si uniscono giovani che chiedono “rispetto”, pronti ad affrontare il carcere e la morte pur di riscattare l’Egitto.

Ma i veri impulsi all’ipocrisia, all’inettitudine e al disprezzo per il dolore altrui (una sorta di cattiveria sociale), sono magistralmente descritti in un romanzo – diario (I quaderni di ‘Issam ‘Abd Al-‘Ati), unitamente a una raccolta di racconti brevi. “Se non fossi egiziano”, pubblicato trentatré anni dalla sua ideazione e soltanto grazie al successo mondiale di “Palazzo Yacoubian”, è un’opera già matura e complessa, contrastata e ripetutamente rifiutata dall’allora Ente Egiziano del Libro, perché “nociva al prestigio della nazione…”.

“Se non fossi egiziano, egiziano vorrei essere”: dall’assioma del nazionalista Mustafa Kàmil, Ala – Al Aswani, pone una connotazione ironica che ne ribalta completamente il significato. Da questi undici racconti e undici protagonisti, il ritratto dell’Egitto di oggi che ne vien fuori è impietoso: lontano dal forestierismo cultural – turistico, dalla retorica “impegnata”, ripiegato su un’umanità piccolo-borghese improduttiva, ineluttabilmente allo sbaraglio, priva d’identità, chiusa in una facciata d’onorabilità ma moralmente abbietta.

Il personaggio di Issam ‘Abd Al-‘Ati, nel Diario, è memorabile: un giovane colto e sensibile, fiaccato dal dispotismo ipocrita della società che lo circonda, un ricercatore presso l’Ente nazionale per la chimica, elefantiaco agglomerato di funzionari corrotti, d’impiegati mediocri e servili, disposti a tacere sulle prevaricazioni subite dai propri colleghi. La storia si apre con una lunga, articolata disquisizione sull’assioma di Mustafa Kàmil, quel Se non fossi egiziano, egiziano vorrei essere… “prototipo di una partigianeria tribale […] idiota…”, sui vizi e l’inettitudine della classe dirigente e dell’intera società egiziana: la figliata difettosa e guasta di una soldataglia vincitrice […] accoppiata con una massa servile e sconfitta”.

Come Taha e gli altri protagonisti di “Palazzo Yacoubian”, come Hatim, giornalista inappuntabile ucciso dal suo amante nubiano Abdu, o il vecchio Zaky, tiranneggiato dalla sorella e sedotto da una giovane povera e bellissima, anche Issam, sarà destinato a soccombere, stritolato dai meccanismi di un sistema illiberale, corrotto fin dalle viscere.

 

MAA AL SALAAMA, EGITTO!

Liliana Adamo da altrenotizie.org (un articolo del luglio 2006).

A Mostafa Elnazer.

Il deserto: distante dal Sinai e dal confine con Israele, verso il Sudan, null’altro che deserto “fin dove inizia e finisce il mare“, come recita un detto comune. Il grande Deserto Occidentale con le sue montagne increspate e le tonalità opalescenti, che i viaggiatori osservano attraverso i finestrini dei pulmini climatizzati, lungo le vie carovaniere tra il Nilo e il Mar Rosso; montagne incise da numerosi wadi, che un tempo davano acqua mentre ora sono solo solchi scolpiti nella roccia. Se si escludono i porti d’El Quseir e Berenice (antichissime rotte commerciali tra la Valle del Nilo, lo Yemen e il Corno d’Africa) e i moderni monumenti al turismo di massa, l’intera regione appare completamente disabitata; eccetto quelle minoranze che ne hanno sperimentato per secoli la permanenza, le tribù nomadi dei beduini. Di tanto in tanto un’auto in panne, ma tu hai quasi l’obbligo di tirare dritto cullando la speranza che qualcun altro dia aiuto sotto quel sole rovente. Di tanto in tanto, lungo quella costa in linea retta, un nuovo hotel viene su dal nulla e gli operai fradici di sudore si muovono a rilento come formiche in un mare di rocce e sabbia; allora basta un cenno di saluto che questi sorridono, agitando il fazzoletto che gli ricopre il capo. Di tanto in tanto, un posto di blocco di giovani militari misuratamente seri.
Prima di salire sull’aereo hai ripensato agli attentati, alle vittime, tutti ignari turisti ma, atterrando in quei piccoli aeroporti lindi e puliti (dove le piste corte obbligano a decelerare in modo così brusco), riconosci l’aria torrida del deserto che ti offre il benvenuto. Di nuovo qui, all’incirca come tornare in un luogo d’appartenenza e di relazioni, rendersi conto all’istante che vuoi salutare chiunque, spiccicando facilmente un: “Izzayak?“.

Ha da che essere sprezzante, una sostenitrice d’Oriana Fallaci, quando afferma che l’Islam moderato non esiste, giusto una favola inventata dai campioni del politically correct, per mettersi l’animo in pace… Poi, dopo ogni fottuto attentato c’è sempre qualcheduno pronto a dirti che non è il vero Islam, il vero Islam: “Sarà quello della lampada d’Aladino o dei villaggi turistici del Mar Rosso, meta tanto cara ai “politically correct“…In realtà, fomentare l’idea dello scontro di civiltà è tanto irragionevole quanto pretestuoso, pur con esiti conflittuali ci troviamo al cospetto con l’unica grande cultura che differisce profondamente dalla nostra, poiché siamo noi occidentali ad aver scoraggiato il senso della differenza, convinti che un’omologazione stabilisca le nostre sicurezze interiori e collettive. Il terrorismo, anche di matrice islamica, non sembra avere origine da questa diversa posizione culturale, ma s’auto-produce per logiche complesse, economiche e politiche, che poco o nulla hanno a che vedere con il parallelo tra due sistemi di pensiero. Vallo a dire agli egiziani, di rado propensi ad abiti neri e rigore dogmatico, alla deferenza di sistemi autoritari come in Iran o in Arabia Saudita. Per attitudine e carattere, essi amano la musica, la danza, la lettura, il colloquiare di tutto e con tutti, vantando uno smagliante senso dell’humor e un gran senso dello scambio commerciale, prima ed inesauribile reciprocità tra esseri umani di diverse estrazioni.

In questo luogo è anche bandito il concetto di privacy e, di conseguenza, non si conosce la solitudine; in una megalopoli come il Cairo, la città di chi è posseduto, dalla piazza di Midan et-Tahrir ai vicoli del Khan el-Khalili, tra grattacieli e moschee, mura millenarie e caotiche arterie viarie, perdura un codice tacito, non sancito da nessuna parte: durante il Ramadan, il mese santo del lunario islamico, l’intera popolazione musulmana, si unisce nell’iftar, l’interruzione del digiuno, una sorta di cerimonia pubblica notturna con i poveri e gli indigenti invitati alle “tavole di beneficenza”, allestite a bella posta nei ristoranti della città e non vengono solo per il pollo e il riso, ma per sfuggire alla solitudine e conversare con i vicini, come un qualunque commensale pagante. E’ vero che il ruolo femminile all’interno di una società prevalentemente islamica e patriarcale, resta tuttora ai margini con soltanto il 20% delle donne cairote che lavorano fuori delle mura domestiche e scrittrici femministe come Nawal es-Sadawi ancora sotto il veto censorio (mentre fu proprio una donna, Umm Kolthum, cantante araba di modestissime origini, meglio nota come Es-Sitt, la Signora, ad essere l’artista più celebrata dell’intero Egitto), eppure, c’è da scommettere che questa tendenza è destinata a non perdurare nel tempo, senza attendere stravolgimenti radicali.

Hejira

Ad ogni spedizione nel grande Deserto Occidentale, su un confine ancora cosparso di mine, anziché tra i fasti vacanzieri del golfo d’Aqab, rifai a te stessa la stessa domanda: cosa nasconde la crisi attuale di questo sconcertante paese? La meta dei politically correct, i lidi dorati del Mar Rosso, ha subito un vero e proprio attacco che ha fiaccato l’intero sistema economico nazionale, l’immagine e il potere del presidente Hosni Mubarak. O, viceversa, è il terrorismo a render più forte il potere di Mubarak? Una strana eco si è verificata subito dopo gli attentati di Sharm e Dahab. In entrambi i casi, a brevi intervalli, si sono verificati nuovi atti terroristici diretti alle Forze Multinazionali (MFO), nella base di Al Gourah, nel Sinai, distante appena una quindicina di chilometri da Rafah, la frontiera tra Gaza ed Egitto. Le forze multinazionali sono presenti da vent’anni, ma senza provocare alcun attrito con le popolazioni locali. Ora, in quel luogo, nel perimetro di Al Arish, improvvisamente si concentrano le forze di sicurezza egiziane per stanare gli organizzatori e gli esecutori dei tre attentati di Taba, Sharm e l’ultimo a Dahab, avvenuto nell’aprile scorso. La repressione nei confronti delle popolazioni beduine è stata durissima, si pensi che, per le deflagrazioni a Sharm, sono state arrestate almeno tremila persone. L’organizzazione internazionale, Human Rights Watch, ha riferito d’innumerevoli fermi arbitrari e torture. Certo, si è tentato un canale di dialogo tra i capi tribù e le autorità poliziesche, ma le bombe di Dahab hanno ulteriormente inasprito gli animi, perché ciò che si vuole evidenziare è la collusione tra terrorismo e nomadi del deserto, mentre il luogo nevralgico di questo rompicapo sembra essere la penisola del Sinai. Per di più, a rimarcare il controllo pieno delle forze di polizia, un corrispondente di Al Jazeera, Hussein Abdel Ghani, è stato immediatamente trattenuto e arrestato, colpevole d’aver diffuso notizie “tendenziose”, per niente gradite alle autorità.
Spingendosi in questo territorio estremo e volendo azzardare un’analisi, ci si chiede cosa c’entra la piccola, misconosciuta Dahab, unico lembo di paradiso portato avanti unicamente dai beduini, con l’Hilton di Taba e una meta turistica importantissima come Sharm. Chi è questa gente, di fatto persino disprezzata dai più colti ed evoluti cittadini egiziani?

Il Sinai è tornato all’autorità sovrana soltanto agli inizi degli anni Ottanta. I beduini si sono sentiti subito cittadini di serie B. Ricordo, due anni fa, muovendomi verso Luxor, che una guida locale mi avvertì di lasciar perdere la carità ai loro figli: “Non sprecare i tuoi soldi“, mi disse,” questa gente è decisa a vivere in questo modo, non c’è niente da fare, ogni sforzo da parte del governo sarà vano…” Sul momento mi parve un atteggiamento perlomeno anomalo valutando quanto detto sopra, ovvero la fratellanza tra musulmani di qualsiasi origine ed etnia, l’iftar e le tavole di beneficenza…Una popolazione errante nella terra degli antenati, che il governo vuole sempre più stabilizzare, sedentizzare, che vive ai margini del boom economico, senza elettricità, senza lavoro, senza possibilità di studiare. E senza più il deserto e le oasi, vale a dire la terra che negli ultimi decenni ha attirato torme d’investitori immobiliari pronti ad ottenere il massimo rendimento da quelle lunghissime nervature di sabbia e dai fondali policromi. Nel Sinai meridionale, denunciano le popolazioni beduine, gli investitori si sono spinti fin nelle terre tradizionalmente usate dai nomadi. E cosa ribattere del turismo…I beduini ne beneficiano in minima parte, tutto l’indotto ha portato in Sinai (ma anche sulla costa occidentale tra Hurghada e Marsa Alam), moltissimi lavoratori giunti dal Delta e dalla Valle del Nilo, una convivenza difficile tra immigranti “urbanizzati” e popolazioni autoctone; ma è soprattutto la gestione del territorio nelle politiche di Hosni Mubarak, a rendere la miscela quanto più esplosiva. Il prolungamento “ad interim” delle leggi speciali previste per altri due anni (pensiamo ai 25 in cui sono rimaste in vigore, dall’assassinio di Sadat ad oggi e allora saranno ben 27 anni durante i quali una legislazione impedisce ogni dissenso e dà alla polizia poteri tanto estesi, da arrestare chiunque esprima un’opposizione al governo). Le amministrazioni locali sono ancora concepite secondo il sistema arcaico ai tempi del protettorato britannico, della politica coloniale; funzionari designati esclusivamente dal potere centrale, consigli locali che hanno facoltà decisionali molto ridotte, consigli esecutivi nominati direttamente dal governo e il governo è uno soltanto: Hosni Mubarak, un pugno di ferro immortalato nell’icona di Cheope, che ha governato l’antico Egitto per ascendere con la sua piramide, sovrastante la piana di Giza…

Dunque, nel mirino non solo i Fratelli Musulmani (che molti giovani egiziani definiscono alla stregua di: “Vecchi bacucchi…esponenti di un Islam arretrato che ha scarsa considerazione sulle questioni reali e importanti della vita del paese…) ma in questa nuova ondata repressiva del dopo attentati sono gli esponenti di Kifaya a pagare di più. Il movimento liberal nato dal nulla, si è contraddistinto particolarmente per le proteste antigovernative tenute a scadenza quotidiana nelle strade della capitale. Da chi è formato il Kifaya? In Occidente si penserebbe immediatamente a giovani fanatici dell’Islam, invece che da studenti della media borghesia, non habitué di circoli islamici, ma allievi modello all’American University del Cairo. Nelle carceri egiziane ne sono finiti a decine.

Il “Palazzo Yacubian“, o meglio, ciò che arde sotto la cenere:
Come ogni paese in crisi d’identità, anche l’Egitto rivela i motivi profondi della propria disgregazione attraverso l’arte. Un esempio fra tutti, il best-seller di Alaa al Aswani, il “Palazzo Yacubian” che si è trasformato nel film più costoso del cinema egiziano, con un budget pari a 22 milioni di pound, l’equivalente a 4 milioni di dollari. Un romanzo talmente celebre da ottenere l’edizione tradotta anche in Italia, per i tipi della Feltrinelli.
Un condominio di Via Talat Harb, una strada del Cairo, una volta di fama internazionale ed ora in fase di decadenza, diventa una sorta di microcosmo di un’intera nazione, nell’accettazione acritica della corruzione, nella perdita dei sogni e dei progetti, fortemente delusa dal potere. Zaki, l’unico personaggio che si ostina a rappresentare l’antico ecumenismo della sua città, ne ricava la stessa malinconia universale, la perdita di senso ed identità. Eppure, il regista del film, Adel Adib, sostiene con forza che il “Palazzo Yacubian” è per chi ama l’Egitto, non certo per chi lo odia: “E’ il modo più giusto per presentarci agli altri, all’Europa e al mondo…Per far comprendere come la pensiamo, in un modo semplice, piano, senza arroganza“. Il “Palazzo Yacubian” è il fuoco che arde sotto la cenere, è l’Egitto d’oggi, quello che si legge sulla faccia della gente, piuttosto che tra le righe della cronaca estera. Aswani, uno scrittore che di mestiere fa il dentista, ha semplicemente descritto le persone comuni, ciò che i turisti stranieri si rifiutano di vedere, è andato da loro, si è mischiato tra le loro vite, nei bar dove s’incontrano i gay, nei caffè più desolati del Cairo, tra gli antichi nomadi, oggi sedetarizzati in città, ha raccolto testimonianze, le ha scandagliate nei minimi particolari, una realtà dove la folla brulicante della più grande città mediorientale, si scinde in ogni singolo essere umano.

Prima di ripartire, ho incontrato Hassan, un giovane di Al Quseir, a guardia del molo presso uno degli alberghi nel quale ho alloggiato. Il suo lavoro durerà soltanto tre mesi, dal mattino al tramonto sotto il sole rovente, per quaranta euro. Hassan è un ragazzo saggio, dall’intatta semplicità come soltanto qui la gente sa essere. Siamo diventati amici: quando mi vedeva depressa, veniva fuori con sortite ironiche e parole di una tale attenzione, piene di genuina ed immediata concretezza da lasciarmi stupefatta. Ho sentito qualche turista italiano lamentarsi perché gli egiziani sono svelti a prenderti in giro, è vero, ma ciò che un turista non riuscirà a capire è l’affabilità celata nella loro ironia. Ad un certo punto, Hassan ha tirato fuori le foto di famiglia e della sua ragazza, me le ha mostrate. E’ consuetudine mostrare agli “amici stranieri” le foto dei propri cari, un’usanza da noi preclusa dallo smodato senso di privacy delle nostre vite. Mi confessa che gli sarebbe piaciuto studiare l’italiano e gli prometto che avrei trovato i libri e glieli avrei spediti. Pur sapendo che il governo tassa spietatamente tutto ciò che ha a che vedere con “i beni di consumo” spediti dall’Europa.
E’ venerdì di preghiera, ho chiesto d’annotarmi un concetto del Corano su un pezzetto di carta, che trattengo nella mia borsa da viaggio e che mi ha accompagnato fin qui. Ma posso portare da me i libri d’italiano e una t-shirt. Chiusi nella valigia su un aereo in partenza e allora, maa al salama, Egitto!

Un altro Egitto: alla scoperta del White Med.

Liliana Adamo per Phone&Go.

Tra Mersa Matrouh e la baia di Almaza, sul litorale settentrionale del Mar Mediterraneo (o White Med come lo chiamano gli egiziani), c’è una striscia di terra meno oppressa da cementificazione selvaggia e furori turistici di massa, autentico scrigno delle meraviglie.

Fascinazione e mito perdurano anche qui: Alessandria, anno di nascita, 332 a.C., è a due ore circa da Mersa Matrouh e il suo fautore, Alessandro Magno, o meglio, Alessandro il Grande, conquistatore e stratega, oltre a essere notoriamente habitué al Tempio dell’Oracolo, presso l’Oasi di Siwa fu chi, di punto in bianco, tracciò col grano la pianta di una straordinaria capitale che sarebbe sorta tra la palude Maryut, il villaggio chiamato Rakhotis e l’isola di Pharos, a poche centinaia di metri dalla battigia (dove già attraccavano le navi fenicie).

Una città protesa sul Mediterraneo grazie al suo Faro (una delle sette meraviglie del mondo antico, distrutto poi da un terremoto), orgogliosa dei suoi preziosi manoscritti, raccolti in una grande, decantata biblioteca, simbolo delle più ardite erudizioni e culture, ma che il suo stesso leader non avrebbe mai visto, poiché lasciato il paese nel momento in cui l’architetto Dinocrate di Rodi avviava i lavori, Alessandro muore a Babilonia, otto anni più tardi. Fu Tolomeo, fedele luogotenente (e suo alter ego), a trasportarne il corpo, tumulandolo nell’amata città da lui voluta. Storie d’Egitto!

L’Alessandria di oggi con i suoi quattro milioni d’abitanti è ormai lontanissima anche dagli anni d’oro del colonialismo, allora centro pulsante di mondanità ed esoterismo, meta indiscussa d’intrighi internazionali e dell’élite culturale europea. Tra le glorie passate resta la neo Bibliotheca Alexandrina, ricostruita negli stessi luoghi della biblioteca egizia distrutta da un incendio (si presume tra il 48 a.C. e il 642 d. C), a ovviare la gigantesca lanterna di Pharos, subentra il forte Quait Bay, voluto dal sultano Mohammed Alì.

A Mersa Matrouh, il Mediterraneo riserva molte sorprese e Almaza Bay con i suoi sette chilometri di spiaggia bianca, delimitata da due imponenti faraglioni, cela non poche meraviglie: un mare limpidissimo dalle sequenze strabilianti che molti comparano (non a torto) ai colori caraibici. I cosiddetti “Bagni di Cleopatra”, sul lato opposto alla laguna, formano una grande piscina dalla perfetta forma quadra, lambita da acque cristalline, racchiusa da rupi a strapiombo sul mare; il luogo perfetto per vagheggiare la regina Cleopatra intrattenersi insieme al suo amato Marco Antonio, per un bagno. Pura immaginazione? No, le rovine della residenza regale sono state rinvenute sulla collina opposta a questa “vasca naturale” e un passaggio sotterraneo pare conducesse dal palazzo alla spiaggia, probabilmente per romantiche nuotate al chiaro di luna. Ripetere l’esperienza dei due amanti è certo auspicabile ma attenzione a spingersi tra le rocce per le forti correnti e il moto ondoso, in alcuni momenti può essere davvero impetuoso.

Fuori dagli itinerari più battuti, ci sono altre spiagge pressoché sconosciute: Ageeba Beach (Spiaggia Miracolosa), si raggiunge percorrendo la costa per venti chilometri a ovest, verso Mersa el Sharif, fino a una stretta e profonda insenatura sabbiosa, chiusa da scogliere color ocra così antitetiche all’azzurro vitreo del mare, che lasciano il visitatore letteralmente…senza fiato!

Pressoché deserta nei periodi di Ramadan, Ageeba è considerata fra le spiagge più belle e incontaminate al mondo, però…guardarsi bene intorno a voler tentare un tuffo, in questo luogo non vale la particolare disinvoltura in auge lungo le coste e nei resort del Mar Rosso, salvo che (soprattutto per le donne), non si decida d’immergersi…vestiti!

Per una lunga nuotata pienamente appagante e questa volta in costume, meglio “rifugiarsi” in un hotel stellato sulla dolce baia di Almaza: il Jez Crystal Resort (in esclusiva per l’Italia dal tour operator Phone & Go), inaugurato nel 2009, già fiore all’occhiello dell’omonima catena alberghiera sviluppatasi lungo la costa del White Med, è a pochi minuti dal Mersa Matruh International Airport. Il più famoso degli hotel Jez è al top per servizi e strutture, abbinando una lunga e ampia spiaggia con scenari mozzafiato; architettonicamente moderno con un interior design “griffato” (dallo stilista italiano Roberto Cavalli), all’eleganza e comfort aggiunge un’ottima cucina e una vasta gamma d’attività ludiche e sportive. Senza dimenticare che in tutto questo fashion relax, cordialità e ospitalità tipiche del popolo egiziano rappresentano un valore aggiunto. Una ricca selezione di ristoranti, lounge e snack bar propone alimenti freschi e ogni tipo di bevande, anche in formula all inclusive night&day. Completano l’offerta, un centro benessere e una fornita galleria di negozi.

Dal Jez Crystal Resort, è facile prevedere altre interessanti “esplorazioni”; prioritario è noleggiare una jeep e spingersi fra le dune ai confini del Deserto Bianco con sosta all’Oasi di Siwa. Il “Gran Mare di Sabbia” travalica le frontiere con la Libia e qui, si ergono come eccentriche forme artistiche, massi di pietra calcarea scolpiti dal vento, candidi come iceberg.

Lanciandosi lungo i dossi ecco comparire le casette di fango color giallo rossiccio di Shali, un villaggio abitato che sembrerebbe un set cinematografico, anche se pochi scenografi al mondo potrebbero ricreare un tale labirinto con tanto di Medina, dove i mercanti si aggirano trascinandosi la mercanzia con carretti e muli mentre bambini giocano indisturbati, tirando calci a un pallone ai piedi del Tempio di Amon, incuranti di pitture e incisioni secolari. Il piccolo Museo della Casa di Siwa conserva gioielli, antichi strumenti musicali, manufatti d’artigianato berbero. E, a proposito di berberi, storici e archeologi ancora litigano per stabilire il momento esatto in cui i faraoni andarono via da Siwa rimpiazzati da questa particolare etnia.

In un’atmosfera senza tempo, tra il deserto, i suk arabi e le spiagge incontaminate del White Med, un Egitto particolarmente diverso merita si essere scoperto.