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Clima: nell’occhio del ciclone.

Liliana Adamo per Altre Notizie.

Qualora non fosse sufficiente un’estate equatoriale, se non bastassero le impennate di piogge torrenziali, le improvvise temperature in picchiata, potremmo definirlo un “clima sotto attacco”? Un accanimento dovuto soprattutto a una sistematica censura per ciò che concerne il dibattito sul surriscaldamento globale ed è curioso costatare che buona parte d’opinione pubblica “beneducata” o “maneggiata” che dir si voglia, sia persuasa alla lettera sugli orientamenti dell’amministrazione Trump. Un diffuso (quanto pleonastico) negazionismo di ritorno sembra aver operato con puntuale efficacia secondo le nuove direttive del governo americano.

Sarà sufficiente scrutare l’orizzonte per accorgersi che la pubblicità potrebbe non funzionare: la realtà dei fatti è molto più drammatica rispetto alla propaganda edulcorata che Donald Trump rifila al mondo intero con analfabetismo opportunistico. Semmai l’amministrazione americana ci induca a ritenere il cambiamento climatico alla stregua di una truffa, negli Stati Uniti (e altrove), si annovera l’estate più rovente mai censita finora, costellata da una lunga serie di disastri climatici.

E a guardare i notiziari serali su ABC, CBS, NBC, sull’ultra conservatrice Fox News, si scopre che c’è una “copertura combinata” per un totale di cinquanta minuti per tutte le reti, cinquanta minuti complessivi dedicati all’uragano Harvey. In pratica, è ciò che un articolo di George Monbiot, (columnist di The Guardian), espone come “la questione centrale che definirà le nostre vite, cancellata dai notiziari e dalla mente del pubblico”.

Dunque, “l’attacco al clima” è un atto politicamente edotto; non si tratta esclusivamente d’autocensura dei media, i quali si sa, hanno un particolare istinto a sminuire i problemi reali e ingigantire quelli di contorno. Il punto è, come giustamente asserisce Monbiot, di mettere in discussione non solo la politica di Trump, non solo l’attuale politica ambientale, non solo le strutture economiche sovranazionali e il post capitalismo o liberismo, ma l’intero sistema politico/economico/concettuale che abbiamo fin qui conosciuto.

O saremo noi a invertire la rotta o sarà la disgregazione climatica a farlo. Rendiamoci conto che il nostro organismo sociale globale, così “vecchio” e figlio di una cultura obsoleta, sta rischiando d’implodere in modo irreversibile: “Un sistema destinato, se non sostituito, a distruggere tutto”.

E allora il programma politico qual è? Preservare il presente, barcamenandosi tra “rappezzi” qua e là e sequestrare il futuro alle prossime generazioni; un programma che richiede una crescita perpetua su un pianeta finito, mentre la vita d’ognuno è dominata da un sistema non più sostenibile, che ha depauperato tutte le risorse reperibili.

Affermare che non esiste correlazione tra la concomitanza di ben quattro uragani dalla potenza distruttiva e cambiamenti climatici, è una plateale immaturità politica e di rimando, mediatica; pura e semplice manipolazione per l’oggettività scientifica dell’evento in sé. L’insieme di calamità legate al meteo è influenzato da un unico fattore: che le temperature siano aumentate di circa 4° e in maggiore percentuale e che il riscaldamento globale sia dovuto alle attività umane.

Harvey, Irma, Jose, Katia, si sono abbattuti sulle coste dal Texas, a Cuba, da Haiti alla Florida, su gran parte delle isole caraibiche (distruggendole completamente), dal Golfo del Messico fino allo lambire (con relativo stato d’allerta) South Carolina, Alabama, Virginia.  Dietro di loro, una lunga scia di lutti e danni incalcolabili, che richiederanno anni d’investimenti e sacrifici. Irma, “l’uragano nucleare” sarà ricordato come il più potente mai formatosi in oceano Atlantico; questo avviene dodici anni dopo la devastazione a causa di Katrina.

In media, tra il 1981 e il 2010 si sono verificati dodici tornado e sei uragani. Secondo il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), quest’anno il numero sarà certamente superiore. Perché? Per le condizioni idonee alla formazione di grandi eventi atmosferici e a temperature oceaniche molto più elevate rispetto a qualche anno fa.

Ci sono poi elementi geotermici: forti monsoni dall’Africa Occidentale arrivati al Mar dei Caraibi e in parte, sull’oceano Atlantico tropicale, con la premessa che proprio quest’ultimo, possiede “un consistente potenziale termico”. In altre parole, dal mare evapora acqua che va a concentrarsi nella sovrastante atmosfera in una condizione che favorisce la formazione d’uragani; più intenso è il suo valore, maggiore sarà l’impatto con la terraferma.

Come deterrente alla stabilità meteorologica, c’è un’altra questione: la scomparsa di El Niño, la corrente del golfo che con i suoi venti freschi, indebolisce notevolmente la formazione degli uragani. Su un dato, molti climatologi concordano, non ci sono prove certe strettamente correlate all’aumento delle temperature terrestri, circa il numero crescente degli eventi, ma sulla loro intensità, sì. E questa sarà sempre più rilevante.

In conclusione, l’impatto sulle città costiere d’eventi meteorologici estremi come tempeste tropicali e uragani, è aggravato dal surriscaldamento globale attraverso due fattori. Il primo, imputa i livelli degli oceani sempre più innalzati per l’espansione termica, il secondo, include le stesse temperature del mare aumentate esponenzialmente negli ultimi anni (l’aria calda trattiene più acqua rispetto a quella più fredda).

Dove sono venuti fuori quattro uragani concomitanti? Prima di raggiungere il Golfo del Messico, Harvey era classificato in tempesta tropicale, tutto nella norma quindi, visto il periodo e le aree interessate; solo che spostandosi in quella vasta superficie di mare, ha trovato temperature molto più alte della media, incamerando tal energia da essere classificato al grado cinque, il più alto con potenziale di pericolosità.

Una massa compatta talmente estesa da “frammentarsi” in più cicloni; se non bastasse, ci sarebbe stato un cedimento approssimandosi alla costa, dove si manifesta quel fenomeno chiamato storm surge, quando gli uragani, scivolano in mare, portando in superficie acque più fresche, ingrossandole e disperdendole sulla terraferma, ma ciò che ha incontrato Harvey anche in prossimità delle coste, erano acque surriscaldate.

Da qui si evince il collegamento in modo chiaro e importante tra l’intensità di questi fenomeni e i cambiamenti climatici in corso. Negarli, oltre che irresponsabile, è criminale.

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“El Niño”: allarme globale per la siccità.

Liliana Adamo da Altre Notizie.

In campo c’è un fenomeno meteorologico chiamato El Niño e il global warming, vale a dire il surriscaldamento globale e il cambiamento climatico in rapporto causa/effetto, biunivoco: se il global warming aumenta le probabilità che si sviluppi un El Niño, questo, a sua volta, moltiplica gli effetti dello stesso cambiamento climatico rilasciando grande quantità di calore sull’Oceano Pacifico. Con elevate temperature dei mari, raddoppia, quindi, l’eventualità che si produca un super El Niño. E se un super El Niño provoca un importante incalorimento sulla superficie del Pacifico, il fenomeno si ripercuote sull’intero sistema climatico mondiale, di conseguenza, sulle stagioni dei raccolti. In pratica, un micidiale effetto domino.

Nell’anno più caldo mai registrato, il 2015 -16, gli effetti del super El Niño, abbondantemente previsti da agenzie internazionali, quali ONU e Oxfam, si sono via via intensificati. L’andamento lento e progressivo di siccità e carestia, colpisce soprattutto le aree più deboli del pianeta e le notizie sono state del tutto ignorate dai potenti network dell’informazione, stando pur certi che se ciò avvenisse, il disastro della fame si sarà già riversato sulla sorte di milioni di persone.

I paesi su cui pende questa minaccia sono stati individuati da qualche tempo: le aree povere del mondo accusano ormai gli effetti del super El Niño; i loro raccolti sono andati in rovina, i prezzi degli alimenti di base, aumentati vertiginosamente. E c’è da paventare che eventi climatici così estremi s’intensificheranno in un futuro prossimo con conseguenze sociali, politiche, economiche, facilmente prevedibili.

Eppure, nonostante la drammaticità complessiva, non si delinea niente di nuovo all’orizzonte. Da una ventina d’anni a questa parte, esistono documenti segretati dalla Cia che tracciano possibili scenari dovuti a un probabile (allora) innalzamento delle temperature globali. L’avvisaglia si è materializzata con il formarsi del super El Niño; si rende urgente quindi, una risposta umanitaria immediata nei paesi già in stallo.

Nel dicembre dello scorso anno, l’ONG Oxfam, ha richiesto uno sforzo internazionale a coordinare le varie emergenze, evitando, possibilmente, i fallimenti verificati nel 2011, quando, nel Corno d’Africa, un sistema d’aiuti lento e sconclusionato gravò oltremodo una popolazione stremata, in un surplus di sofferenza diffusa.

Oltre le guerre in Siria, Sudan e Yemen, nessuno dice che quest’anno, il 2016, sarà il clima a trascinare il sistema umanitario sotto una pressione mai registrata finora; che il super El Niño lascerà interi paesi dell’Africa Meridionale, America Latina e Caraibi, ad affrontare fame, penuria d’acqua e pandemie.

Nei dettagli, come si presenta la situazione? La siccità sta colpendo ovunque; nel sud dell’Africa si registra uno stentato ciclo delle piogge, il più secco degli ultimi trentacinque anni. Stanno morendo centinaia d’animali, d’allevamento e allo stato brado. Il prezzo del mais è schizzato alle stelle, quasi del 40%, in Zambia, del 73 in Malawi, in Mozambico e Zimbabwe più del 50, raddoppiato in Sudafrica. I paesi più colpiti sono Zimbabwe, Malawi, Zambia, Sudafrica, Mozambico, Botswana e Madagascar. Il governo dello Zambia ha vietato le esportazioni di mais con pesanti ripercussioni economiche per gli importatori, i quali avevano già saldato la merce per un valore pari a ventidue milioni di euro.

Secondo il World Food Programme, nella sola Africa meridionale, circa quarantanove milioni di persone potrebbero essere coinvolte nell’incombenza siccità di una tale portata mai censita prima. Quaranta milioni di persone nelle campagne, nove, nelle aree urbane, tra le più indigenti della popolazione; considerando che in questi paesi, già quattordici milioni di persone soffrono la fame.

Pessime notizie anche sul fronte della sicurezza agroalimentare: per scongiurare la crisi, il Sudafrica ha allentato le restrizioni vigenti sulla distribuzione dei cereali OGM. Stimando che circa il 90% del mais prodotto nel paese, è geneticamente modificato, ogni nuova “qualità” deve ottenere l’approvazione statale, prima d’importazione e coltivazione. Con un decreto del febbraio scorso, il governo sudafricano autorizza lo stoccaggio di mais OGM per accrescere il tonnellaggio sulle importazioni; antecedente alla delibera, tale stoccaggio era severamente proibito, evitando, in questo modo, la contaminazione di specie non ammesse.

Una fenomenologia legata all’arma a doppio taglio dei cambiamenti climatici coinvolge un numero impressionante di persone. Si parla di sessanta milioni circa, secondo le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. Gli effetti devastanti de El Niño non si fermeranno in Sudafrica, Corno d’Africa, Africa Orientale (dove, in paesi come Etiopia, Somalia, Eritrea, Gibuti e Sud Sudan, già dodici milioni di persone sono soggette a una grave mancanza nutrizionale), compromessa anche l’area dell’America Centrale, nel cosiddetto “corridoio della siccità” (in particolare in Guatemala, Honduras, El Salvador). Qui, le comunità si trovano a fronteggiare la peggiore crisi idrica degli ultimi decenni e la stima si aggira intorno ai 3,5 milioni di persone.

A rischio perfino i paesi del Pacifico, mentre, rovescio della medaglia, alla siccità si alterneranno difformità climatiche, precipitazioni violente e cicloni. E, nei prossimi anni, sarà peggio. La Conferenza sul clima di Parigi si è chiusa mesi or sono, con unanime soddisfazione tra le parti.  Ora, che fare?