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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

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Rosso d’Arabia, fra biodiversità e suggestioni.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

Una lunga storia di biodiversità marina? Senz’altro, ma introduciamo i fatti percorrendo una suggestione tra sogno e scienza per indicare un contesto di per sé tanto fragile, quanto straordinario. La trama è di Folco Quilici, giornalista, scrittore e fotografo: “Mare Rosso”, che completa una trilogia (“Alta Profondità” e “L’abisso di Hatutu”), tra il fantasy e, appunto, la scienza (intesa come biologia e tecnica della navigazione), è un modello non omologato di perenne ricerca.

Certo, come in ogni storia che si rispetti, ci sono i protagonisti e i loro caratteri, ci sono le imprese sottomarine nell’arcipelago delle Dahlak, a sud del Mediterraneo, di fronte alla Dancalia, una zona arida in superficie i cui fondali celano meraviglie inusitate. Foreste madreporiche policrome e rigogliose, senza pari al mondo e – chissà perché, il luogo rammenta vagamente la splendida Berenice, all’estremo sud dell’Egitto, a ridosso col Sudan… e chi non ha vaneggiato, una volta nella vita, d’essere artefice e primo attore di un’avventura negli abissi profondi fra creature inusitate, barriere coralline e antichi vascelli sommersi, o almeno, chi ama intensamente andar per mare.

Nel racconto di Folco Quilici, questo scenario è crocevia di un vasto e redditizio traffico d’armi, droga, merce umana, pirateria. E se nel frattempo le operazioni sottomarine si spostano dallo studio dei reef madreporici al rinvenimento (a sorpresa), di un sommergibile, ci s’imbatte anche in un salvataggio in extremis (alla maniera delle action stories), della protagonista femminile, Sarah, presa in ostaggio da moderni pirati, perfino più disinvolti e pericolosi, rispetto a quelli di un tempo.

Non tutto è frutto di fantasia: il contrabbando (di droga, armi e bambini – merce umana, appunto), esiste già da tempi non recenti, nello stretto di Bab – El – Mandeb, detto anche “ La Porta del Mare”, tra Africa e Penisola Arabica (posto funambolico, cui raccontava, appunto, anche Jules Verne, in le “Mirabolanti avventure di Mastro Antifer”).

“Una nave sconosciuta, con un capitano sconosciuto, va alla ricerca, su un mare sconosciuto, di uno sconosciuto isolotto…”.

La Porta della lamentazione funebre (in arabo: ﺑﺎﺏ ﺍﻟﻤﻨﺪﺏ, Bāb al-Mandab), separa lo Yemen da Gibuti, congiungendo il Mar Rosso al Golfo di Aden e dunque all’Oceano Indiano. In un’estensione di soli trenta chilometri, si trova un’isola (Perim), che divide esattamente in due lo stretto, formato da più canali, come Bāb Iskandar (Porta di Alessandro) e Daqqat al-Māyyūn: la mitologia araba vuole che questo sia il luogo delle lacrime versate per il distacco dell’Africa dall’Asia, ma il nome rimanda pure all’estrema rischiosità delle sue acque per chi vi navigasse e vi navighi tuttora.

Estendendosi a sud del Mar Rosso – che va, ricordiamolo, dall’estremo lembo della penisola del Sinai e da quasi cento anni collegato attraverso il canale di Suez, al Mediterraneo, questa profonda cavità rettilinea che divide i due continenti, è in parte, zona di malaffare e pirateria, ma anche un sito unico nel suo genere, biologicamente attraente, come d’altronde possono definirsi tutte le specificità e le anomalie di questo mare.

Il fondale che più a nord raggiunge i tremila metri di profondità, presenta da sé, già un evento singolare, risalendo fino a cento metri sul pelo dell’acqua, grazie a un curioso fenomeno di marea, vale a dire un movimento in superficie, ondeggiante in modo quasi compatto: si sposta verso il basso d’alcuni metri a un’estremità, per risollevarsi d’altrettanti parametri nella parte opposta.

Secondo gli storici, fu proprio in un momento di depressione particolarmente smorzata nel livello di marea, che, passando nel Mar Rosso attraverso la Porta della lamentazione funebre, gli Ebrei di Mosè abbandonarono l’Egitto per raggiungere il Sinai.

Ma torniamo al romanzo di Quilici: come in ogni avventura sottomarina che si rispetti, c’è un relitto da rinvenire, anzi, in realtà, un sottomarino, per giunta italiano, carico di denaro fuori corso.

Come spiega l’autore, nel caso di “Mare Rosso”, la ricerca è stata complessa: la storia (autentica e ufficiale), di siluranti italiani inabissati nell’area e in parte, distrutti dai gas sviluppatosi al loro interno, è di per sé un fatto storicamente comprovato, privo comunque di dossier circostanziati e soprattutto di mappe sulla dislocazione dei resti.

Basti ricordare che le operazioni militari nell’ambito della cosiddetta Campagna dell’Africa Orientale Italiana, vincolate alla guerra del ‘40 (fino alla caduta di Massaua, nell’aprile del ‘41), intrapresero un’opera di potenziamento nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, per porti e basi navali come guarnigione e da ostruzione al traffico marittimo inglese.

Cacciatorpediniere e sommergibili oceanici (la flotta era composta da: Archimede, Galileo Galilei, Evangelista Torricelli, Galileo Ferraris, Luigi Galvani, Alberto Guglielmotti e due sommergibili costieri, Perla e Macallè), con altre unità ausiliarie, erano in condizioni obsolete, privi di un equipaggiamento ad hoc per operare in quelle condizioni climatiche di caldo torrido. Se mettiamo in conto, per esempio, impianti elettrici mal funzionanti (per l’elevata umidità ambientale) e installazioni per condizionamento a cloruro di metile (gas tossico e pericoloso, che, in più di un’occasione fu causa d’avvelenamento per interi equipaggi), il regime monsonico di un mare per il quale questi scafi non erano stati progettati, il quadro generale, sull’inabissamento dei sommergibili italiani, sembra essere preciso.

La riserva di biodiversità più vicina all’Europa.

Lambito a ovest dalle propaggini orientali del Sahara, a est dal deserto arabo, isolato dalle acque circostanti per lo scarso ricambio che si produce, a nord, attraverso l’esiguo sbocco nel canale di Suez e a sud, grazie all’apertura del Bab-El-Mandeb, arroventato tutto l’anno dal tropico del Cancro, privo d’apporti da sorgenti e fiumi immissari o da piogge, il Mar Rosso è una grande salina naturale. Con il 44% di sali minerali (l’8% in più rispetto al valore di un oceano), una temperatura media pari a 23° C (il 10% in più rispetto a quella degli altri mari), nei suoi fondali si è formato un ecosistema eccezionale per la varietà di forme vitali (vegetali e animali), fra le più ricche del pianeta.

Duecento chilometri di barriere coralline contengono fra le più alte biodiversità, fonte di nutrimento e rifugio per svariate specie animali e molluschi, echinodermi, crostacei. La ricerca sulla sua fauna, grazie anche all’esigua distanza che lo separa dal continente europeo, comincia relativamente presto, già nel diciottesimo secolo, per continuare tutt’oggi con nuove scoperte. La peculiarità è proprio basata sulle specie endemiche in altissima percentuale, dovute sostanzialmente alle caratteristiche appena descritte.

Dalla deriva dei continenti, la formazione di questo meraviglioso bacino sembrerebbe piuttosto recente, appena venti milioni d’anni fa, quando i movimenti tettonici originarono la separazione della placca africana da quella euroasiatica.

Esempio classico di “mare chiuso”, nel corso della sua storia geologica, il Mar Rosso è rimasto più volte separato dall’oceano. La prima esclusione per così dire “temporanea” risale a cinque milioni d’anni fa, verso la fine dell’Era Terziaria, cagionata dall’innalzamento nel fondale dello Stretto di Bab – El – Mandeb. Percorso da un’intensa attività sismica (soprattutto nella sua parte centrale), che determina un ampliamento di circa cinque centimetri l’anno, il Mar Rosso diventerà il quarto oceano del pianeta e lo dimostrano i campioni delle rocce basaltiche raccolte nei fondali: i requisiti sono esattamente quelli di un oceano in formazione.

Il richiamo della Chioma: diario privato su Berenice.

A  Jowita Przyborkiewic e a Omar, che corri con i tuoi dingo, nel deserto…

Non c’è nulla a Berenice che possa attrarre il turismo di massa, quello che, warning o no, si riversa sulla costa occidentale del Mar Rosso o lungo la meravigliosa penisola del Sinai. Non ci sono grandi catene alberghiere (soltanto tre – piccoli – resort con annessi diving, qualche residenza di lusso, un eco-lodge), né locali e bazar, tanto meno ristoranti e discoteche. Non c’è un aeroporto internazionale. Lasciando Marsa Alam t’imbarchi su un pulmino malconcio, sprovvisto anche d’acqua per i viaggiatori e nei duecento chilometri di strada, i militari del check point segnalano il tuo arrivo a quelli che sono avanti, finché non giungi a destinazione.

“…Sede di una base militare e navale egiziana, con un piccolo aeroporto, solo fino a pochi anni fa era interdetta ai turisti. Le due ore di strada da Marsa Alam sono un viaggio nel tempo, come se la sabbia e non l’uomo di fosse ripresa tutto. Non c’è traccia della Berenice di Belzoni, del tempio di Serapide e delle necropoli che aveva scoperto. Solo spiagge cristalline, mangrovie, fondali vergini, baie incontaminate. Deserto e mare. L’Egitto di Sharm el-Sheik, Hurgada e della stessa Marsa Alam è davvero lontano…Il passato glorioso è solo nei testi antichi, dove un’inconsueta vitalità la fa comparire con innumerevoli nomi. Infine non Pancrisia, la città d’oro in Sudan, o Cirenaica in Libia, ma, una e unica, Berenice Trogloditica: fondata sulla più antica Hemtithit intorno al 275 a.c. da Tolomeo Filadelfo che regnò in Egitto tra il 285 e il 247 a.C., col nome della madre, Berenice I. Alle spalle c’è il deserto orientale fatto di rilievi montuosi spesso impervi ma frequentati, come testimoniano migliaia d’iscrizioni semitiche preislamiche, in epoca faraonica e romana perché ricchi di oro, smeraldi e minerali rari…”.

Non c’è nulla, ripeto, al di fuori del deserto e mare, ma è proprio da questo “vuoto” che si cela tanta bellezza. Se considero il pieno oberato della nostra sconnessa esistenza, oppressi da gadget tecnologici e tivù, d’assilli e ansie quotidiane, disorientati da un surplus d’informazioni e disgrazie globali, in ultima analisi, dal caos postmoderno, il vuoto quieto che regna incontrastato in quest’oasi strappata al mondo civilizzato, la rende ai miei sensi una sorta di “Thule” nordafricana. Al posto del caos sbraitato che lasci alle spalle, via via che recuperi i check point, sembra ricomporsi, intorno a te, un ordine intimo e gioioso.

Se, nel mito di Thule, l’iconografia indica un mostro degli abissi, una balena e un’orca, così Berenice è dominata dai suoi straordinari fondali, fauna marina e delfini. Come Thule, l’isola di fuoco e ghiaccio, collocata dall’esploratore greco Pitea in un punto indefinito nell’Atlantico, Berenice, che precede la linea intangibile del tropico del Cancro, si presenta ai miei occhi come una landa bruciata dal sole, di palme, acacie, mangrovie, sabbia e rocce, tra le ultime (incontaminate) spiagge del Mar Rosso e il deserto sterminato che si spinge fino al Sudan (annunciando la savana) e a Shalateen, ultimo avamposto dell’Egitto, cruento mercato di cammelli, che ostinatamente mi rifiuto di visitare.

Nel tempo scandito da maree e fasi lunari, attraverso la luce abbagliante e i suoi colori, Berenice sembra sprigionare un magnetismo onirico, ma sono i suoni che s’imprimono dentro. Quando la risacca è regolare, ti accompagna fino all’alba cogliendo il ritmo delle onde nella tua camera, se hai la fortuna d’averne una (molto vintage) a ridosso della spiaggia. Invece, se t’imbatti in giornate di burrasca, le raffiche diventano assordanti, gonfiano le tende, le onde si alzano e sembrano vogliano strapparti dal letto. Lo stridio dei gabbiani diventa irreale come in una vecchia marineria (mentre i nostri gabbiani sono ormai soggetti a mutazione genetica, costretti a nutrirsi d’immondizie nelle discariche cittadine), confondendosi con la voce dolente del muezzin, nel momento in cui, concluso il tramonto, ti sei persa in una lunga, solitaria passeggiata sulla battigia, fra dune e mangrovie, in compagnia di una ridondante quanto inutile macchina fotografica. Nel villaggio di Hamata, da una scuola istituita sei anni fa, i piccoli, per lo più beduini, fanno schiamazzo mentre escono a frotte su un cortile bianco e assolato. Su tutto, il suono del vento, incessante.

E poi c’è questo libro, “La Chioma di Berenice”, che ho voluto mettere in valigia. Per un motivo ben preciso: a casa, in Italia, non riuscivo a leggerlo. Opera dello scrittore/matematico algerino Denis Guedj, l’ambientazione è nell’Alessandria dei Tolomei, dove comincia fra le più ardite avventure scientifiche della storia, realizzata da Eratostene, astronomo, matematico e geografo, la misurazione della circonferenza terrestre…, ma senza riuscire a decifrarne il discorso e l’azione, il testo mi appariva sfuggente e, nonostante tutto, andavo avanti in una lettura scollegata, coartando l’esercizio tra noia e frustrazione.

Niente di più semplice di uno gnomone! Una semplice asta verticale piantata nel terreno; un uomo in piedi, una torre, un obelisco e il Faro sono altrettanti gnomoni.

Riferendosi al luogo in cui si ergeva la costruzione, il capomastro, incuriosito, chiese se si trattasse di una statua in onore di una Musa.

“Non di una Musa, ma del Sole”, rispose Eratostene.

“O piuttosto del suo contrario.”

“Della notte?” chiesero i muratori stupiti, con un cenno del capo Eratostene li disilluse.

“Che cosa genera il Sole?” domandò enigmatico.

“Luce”, rispose uno

“Calore”, fece un altro

“Sudore”, rispose un terzo, sollevando le braccia perché tutti constatassero quanto gocciolassero le sue ascelle.

“No, no, non ci siamo. Il sole genera ombra!”…

 …Si fermò, sentendo che non sarebbe stato capace di spiegar loro cosa fossero i tropici e i solstizi…

Complici il silenzio e la tranquillità o quelle costellazioni portatrici di storie e miti tramandati da secoli, finalmente “La Chioma di Berenice” di Guedj mi appare in tutta la sua chiarezza e senza mai mancare all’incontro serale con il mio libro ho cercato con lo sguardo quell’insieme di stelle introdotto dal mitografo greco Conone in onore di Berenice II d’Egitto, moglie di Tolomeo III, nel cielo del sud, vicino l’Orsa Maggiore, non senza difficoltà.

Una stella, “Comae Berenices”, o “Diadema” è più luminosa del sole. Ma ci sono ventisette anni luce di distanza che mi separano dalla “Chioma”, mentre il nostro sole è qui, dietro l’angolo! Tra le curiosità galattiche c’è da annotare che ancora più lontano, ma sempre in direzione delle tre stelle della Chioma, splende Black Eye, un potente cumulo cosmico, frutto di uno scontro tra due galassie, che forma un’incredibile, evanescente spirale di luce. […] Chi scrutò nell’immenso firmamento e apprese delle stelle, delle albi, dei tramonti e come il fiammeggiante lume del sole si scuri e in tempi fissi le costellazioni vengano meno quel Conone nel chiarore celeste vide me una ciocca recisa dalla chioma di Berenice […].

Astronomia e biologia marina: fra i misteri di Berenice (il cui vero nome è Port Berenice), distante dalla costa quasi quanto la galassia del Black Eye, c’è Zabargard, l’Isola Rossa, ultimo lembo di roccia in territorio egiziano. Protetta dal governo per la sua straordinaria biodiversità, selvaggia e disabitata, Zabargard è per me una leggenda. Non so come e quando riuscirò a vederla, ma ho appreso che qualcuno nel resort dove sono alloggiata, l’ha raggiunta dopo ore, ore e ore di navigazione con un mare solitamente mosso, affermando di barriere coralline in ogni caso, sbalorditive, di una fauna marina singolare.

Sono più di quarantasette i punti d’immersione a Berenice: facile incrociare delfini, tartarughe, squali martello, squali di barriera, murene, pesci pagliaccio, pesci napoleone, pesci palla, enormi barracuda (oh, ma l’elenco sarebbe lungo); tutti i segreti del mare sono qui, a portata anche di un semplice snorkeling!

A sud, nel Saint John’s Reef si trova il corallo nero, altri siti di grande interesse sono Blumen, Maksour, Abu Galawa. A quaranta miglia dalla costa, ti troverai nel solitario Dedalus Reef ma puoi continuare nell’esteso sistema corallino di Fury Shoal con decine di reef d’ogni grandezza, mentre l’area di Zabargard – il nostro House Reef – è proprio davanti alla mia prediletta “caserma”, eufemisticamente, il mio resort! A Ras Banas la conformazione morfologica dei fondali crea piscine naturali, ricche di pesci che le utilizzano come nursery e coralli. T’invito a guardare le foto, qui, i colori del mare diventano iridescenti e screziati, le trasparenze assolute, nuotarvi è un’esperienza sublime! Ma sii gentile a muoverti con le pinne, per favore. Non toccare nulla, non disturbare i loro abitanti.

Intrepida prova, se sei un abile nuotatore e non vai in panico per le correnti, è quello di tuffarsi dal pontile, spostandoti a destra e snorkelando nei punti d’immersione più belli – veri e propri labirinti di coralli ciclopici, coloratissimi e intatti. Spingersi fino alle mangrovie (dove dimorano il falco pellegrino e l’aquila di mare) e raggiungere il resort…a piedi, percorrendo la lunga spiaggia (se il sole non ti uccide prima, ma, una volta arrivati, il chiosco degli abbeveraggi è a sinistra, verso il diving…).

Se invece decidi d’abbandonarti alla solitudine infinita del deserto orientale, sappi che, in un’altra vita dovevo essere una beduina, perché se c’è un luogo al mondo (oltre alle profondità marine), dove arrivo a sentirmi completamente a mio agio, è in questa distesa di rocce policrome e canyon, laddove si avvistano gazzelle e dromedari ancora allo stato brado.

Lasciati il litorale e le dune del Gebel Elma, la riserva naturale del Wadi Gimal è un intreccio di habitat diversi, ecosistema terrestre unico e caratteristico sulla costa del Mar Rosso, percorsa dai pastori nomadi Ababd, uno sparuto gruppo dei Beja (Maria e Issam, siete Ababd?).

Partendo dall’antica Coptos (attuale Quena, nei pressi di Luxor), a Berenice si completava la via carovaniera dei dodici giorni, attraversando il deserto in diagonale per portare merci e cammelli ad Alessandria, alla costa araba, fino alle antiche Indie. Ora, seppur per un breve tratto, questa via l’abbiamo solcata in tre, su quod nuovissimi, maneggevoli e veloci. Oh, il divertimento! Da soli, nel vento e nella sabbia, fra alberi d’acacie, canyon formati da coralli preistorici (“qui arrivava il mare, fin qui”, dice Omar…) e pietre preziose che non ci sono più. “Guarda!”. E su e giù per dune scolpite dall’aria, turbinando su se stesso come una trottola, flettendo il mezzo su due ruote, una ruota…fermo Omar, sei matto? Devi riportarmi indietro mentre cala il sole e comincia l’imbrunire. “Oh, adesso attenti, prego, non avere paura…Loro mi conoscono”. Loro chi? E mi aspetto da lì a poco a poco, trovarmi dinanzi un gruppuscolo di jihadisti armati, invece sono i dingo, insomma, forse i dingo in Egitto non esistono, ma a me sembrano tali, i dingo che sbucano da non so dove e cominciano a rincorrerlo e lui accelera all’impazzata, eclissandosi in una nuvola di polvere, fra risate generali.

Un altro Egitto: alla scoperta del White Med.

Liliana Adamo per Phone&Go.

Tra Mersa Matrouh e la baia di Almaza, sul litorale settentrionale del Mar Mediterraneo (o White Med come lo chiamano gli egiziani), c’è una striscia di terra meno oppressa da cementificazione selvaggia e furori turistici di massa, autentico scrigno delle meraviglie.

Fascinazione e mito perdurano anche qui: Alessandria, anno di nascita, 332 a.C., è a due ore circa da Mersa Matrouh e il suo fautore, Alessandro Magno, o meglio, Alessandro il Grande, conquistatore e stratega, oltre a essere notoriamente habitué al Tempio dell’Oracolo, presso l’Oasi di Siwa fu chi, di punto in bianco, tracciò col grano la pianta di una straordinaria capitale che sarebbe sorta tra la palude Maryut, il villaggio chiamato Rakhotis e l’isola di Pharos, a poche centinaia di metri dalla battigia (dove già attraccavano le navi fenicie).

Una città protesa sul Mediterraneo grazie al suo Faro (una delle sette meraviglie del mondo antico, distrutto poi da un terremoto), orgogliosa dei suoi preziosi manoscritti, raccolti in una grande, decantata biblioteca, simbolo delle più ardite erudizioni e culture, ma che il suo stesso leader non avrebbe mai visto, poiché lasciato il paese nel momento in cui l’architetto Dinocrate di Rodi avviava i lavori, Alessandro muore a Babilonia, otto anni più tardi. Fu Tolomeo, fedele luogotenente (e suo alter ego), a trasportarne il corpo, tumulandolo nell’amata città da lui voluta. Storie d’Egitto!

L’Alessandria di oggi con i suoi quattro milioni d’abitanti è ormai lontanissima anche dagli anni d’oro del colonialismo, allora centro pulsante di mondanità ed esoterismo, meta indiscussa d’intrighi internazionali e dell’élite culturale europea. Tra le glorie passate resta la neo Bibliotheca Alexandrina, ricostruita negli stessi luoghi della biblioteca egizia distrutta da un incendio (si presume tra il 48 a.C. e il 642 d. C), a ovviare la gigantesca lanterna di Pharos, subentra il forte Quait Bay, voluto dal sultano Mohammed Alì.

A Mersa Matrouh, il Mediterraneo riserva molte sorprese e Almaza Bay con i suoi sette chilometri di spiaggia bianca, delimitata da due imponenti faraglioni, cela non poche meraviglie: un mare limpidissimo dalle sequenze strabilianti che molti comparano (non a torto) ai colori caraibici. I cosiddetti “Bagni di Cleopatra”, sul lato opposto alla laguna, formano una grande piscina dalla perfetta forma quadra, lambita da acque cristalline, racchiusa da rupi a strapiombo sul mare; il luogo perfetto per vagheggiare la regina Cleopatra intrattenersi insieme al suo amato Marco Antonio, per un bagno. Pura immaginazione? No, le rovine della residenza regale sono state rinvenute sulla collina opposta a questa “vasca naturale” e un passaggio sotterraneo pare conducesse dal palazzo alla spiaggia, probabilmente per romantiche nuotate al chiaro di luna. Ripetere l’esperienza dei due amanti è certo auspicabile ma attenzione a spingersi tra le rocce per le forti correnti e il moto ondoso, in alcuni momenti può essere davvero impetuoso.

Fuori dagli itinerari più battuti, ci sono altre spiagge pressoché sconosciute: Ageeba Beach (Spiaggia Miracolosa), si raggiunge percorrendo la costa per venti chilometri a ovest, verso Mersa el Sharif, fino a una stretta e profonda insenatura sabbiosa, chiusa da scogliere color ocra così antitetiche all’azzurro vitreo del mare, che lasciano il visitatore letteralmente…senza fiato!

Pressoché deserta nei periodi di Ramadan, Ageeba è considerata fra le spiagge più belle e incontaminate al mondo, però…guardarsi bene intorno a voler tentare un tuffo, in questo luogo non vale la particolare disinvoltura in auge lungo le coste e nei resort del Mar Rosso, salvo che (soprattutto per le donne), non si decida d’immergersi…vestiti!

Per una lunga nuotata pienamente appagante e questa volta in costume, meglio “rifugiarsi” in un hotel stellato sulla dolce baia di Almaza: il Jez Crystal Resort (in esclusiva per l’Italia dal tour operator Phone & Go), inaugurato nel 2009, già fiore all’occhiello dell’omonima catena alberghiera sviluppatasi lungo la costa del White Med, è a pochi minuti dal Mersa Matruh International Airport. Il più famoso degli hotel Jez è al top per servizi e strutture, abbinando una lunga e ampia spiaggia con scenari mozzafiato; architettonicamente moderno con un interior design “griffato” (dallo stilista italiano Roberto Cavalli), all’eleganza e comfort aggiunge un’ottima cucina e una vasta gamma d’attività ludiche e sportive. Senza dimenticare che in tutto questo fashion relax, cordialità e ospitalità tipiche del popolo egiziano rappresentano un valore aggiunto. Una ricca selezione di ristoranti, lounge e snack bar propone alimenti freschi e ogni tipo di bevande, anche in formula all inclusive night&day. Completano l’offerta, un centro benessere e una fornita galleria di negozi.

Dal Jez Crystal Resort, è facile prevedere altre interessanti “esplorazioni”; prioritario è noleggiare una jeep e spingersi fra le dune ai confini del Deserto Bianco con sosta all’Oasi di Siwa. Il “Gran Mare di Sabbia” travalica le frontiere con la Libia e qui, si ergono come eccentriche forme artistiche, massi di pietra calcarea scolpiti dal vento, candidi come iceberg.

Lanciandosi lungo i dossi ecco comparire le casette di fango color giallo rossiccio di Shali, un villaggio abitato che sembrerebbe un set cinematografico, anche se pochi scenografi al mondo potrebbero ricreare un tale labirinto con tanto di Medina, dove i mercanti si aggirano trascinandosi la mercanzia con carretti e muli mentre bambini giocano indisturbati, tirando calci a un pallone ai piedi del Tempio di Amon, incuranti di pitture e incisioni secolari. Il piccolo Museo della Casa di Siwa conserva gioielli, antichi strumenti musicali, manufatti d’artigianato berbero. E, a proposito di berberi, storici e archeologi ancora litigano per stabilire il momento esatto in cui i faraoni andarono via da Siwa rimpiazzati da questa particolare etnia.

In un’atmosfera senza tempo, tra il deserto, i suk arabi e le spiagge incontaminate del White Med, un Egitto particolarmente diverso merita si essere scoperto.

Lo charme di Sharm: Renaissance Golden View Beach.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

Ritornare a Sharm nella baia incontaminata di Ras Umm Sid. E il resort? Un cinque stelle della catena Marriot.

Sharm El Sheik si ama per la vivacità della sua gente, il clima caldo e secco tutto l’anno, i colori del deserto e la bellezza dei suoi fondali, sebbene negli ultimi anni abbia temuto uno sviluppo turistico così prorompente da non consentire d’instradare una vera politica ambientale orientata al rispetto dei suoi magnifici litorali e di una barriera corallina tra le più belle al mondo.

La novità apportata dal recente, lussuoso resort è rivolta soprattutto agli spazi comuni idonei ai portatori di handicap, così come le camere, una novità assoluta per l’Egitto e i suoi servizi ricettivi. D’altronde, è nell’alta qualità delle infrastrutture che eccelle il Renaissance Golden View Beach, grazie a una funzionalità commisurata all’attenzione per l’estetica: architettura elaborata ad arte e curati giardini che gli egiziani sanno far nascere ovunque, anche se il deserto giunge fino al mare e il terreno è riarso dal sole, quattro piscine con comode calate digradanti e ampi ambienti relax, molti ascensori e quattro camere attrezzate per le persone diversamente abili, nessuna barriera architettonica, nonostante l’hotel sia davvero di grandi dimensioni, con circa 95.000 metri quadrati d’estensione.

Al centro benessere, sauna e massaggi sono gratuiti per tutti gli ospiti, subito coccolati e vezzeggiati dal personale notevolmente qualificato per essere in Egitto, i trattamenti proseguono con bagni relax e immersioni in oli particolari e profumatissimi. Assenza di camere standard, la scelta è tra camere deluxe o family suite, alcune sono collegate tra loro con un passaggio comune per creare veri e propri appartamenti.

Quelle fronte mare sono le più belle, ci si sveglia al mattino con lo sciabordio della risacca; per il resto non manca proprio nulla, servizio in camera 24h./24h, aria condizionata regolabile (attenzione però agli sbalzi di temperatura), lavabiancheria, televisore a schermo piatto e tecnologie d’ottimo livello. Colorati e sufficientemente gradevoli anche gli arredi. Uno zelo speciale va alla ristorazione; pensate, c’è un menu per i più piccoli, ma un menu è stato creato espressamente per i gusti degli ospiti italiani, il che non fa rimpiangere pasta, pane fatto in casa, dolci e così via. Il ristorante principale è riservato a 250 persone, con una terrazza vista mare straordinaria e un’architettura sinuosa che guida lo sguardo dagli interni fino all’orizzonte, verso la costa, il deserto, il profilo di Tiran.

tre ristoranti à la carte convogliano sapori e tradizioni di diverse provenienze; innanzitutto il ristorante italiano, aperto dalle 19h. alle 23h; quello internazionale con tre servizi al giorno e l’ottimo ristorante messicano, disponibile dalle 10h. alle 20h.

Per gli habitué del Mar Rosso, un dettaglio di fondamentale importanza: è stato aperto, da poco, l’angolo shisha e del tè alla menta per un dopocena all’insegna delle vere tradizioni. La tenda beduina è collocata in prossimità della spiaggia, al chiaro di luna, cullati dall’amicizia e dalle melodie arabe.