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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

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Rosso d’Arabia, fra biodiversità e suggestioni.

Liliana Adamo da Altrenotizie.org

Una lunga storia di biodiversità marina? Senz’altro, ma introduciamo i fatti percorrendo una suggestione tra sogno e scienza per indicare un contesto di per sé tanto fragile, quanto straordinario. La trama è di Folco Quilici, giornalista, scrittore e fotografo: “Mare Rosso”, che completa una trilogia (“Alta Profondità” e “L’abisso di Hatutu”), tra il fantasy e, appunto, la scienza (intesa come biologia e tecnica della navigazione), è un modello non omologato di perenne ricerca.

Certo, come in ogni storia che si rispetti, ci sono i protagonisti e i loro caratteri, ci sono le imprese sottomarine nell’arcipelago delle Dahlak, a sud del Mediterraneo, di fronte alla Dancalia, una zona arida in superficie i cui fondali celano meraviglie inusitate. Foreste madreporiche policrome e rigogliose, senza pari al mondo e – chissà perché, il luogo rammenta vagamente la splendida Berenice, all’estremo sud dell’Egitto, a ridosso col Sudan… e chi non ha vaneggiato, una volta nella vita, d’essere artefice e primo attore di un’avventura negli abissi profondi fra creature inusitate, barriere coralline e antichi vascelli sommersi, o almeno, chi ama intensamente andar per mare.

Nel racconto di Folco Quilici, questo scenario è crocevia di un vasto e redditizio traffico d’armi, droga, merce umana, pirateria. E se nel frattempo le operazioni sottomarine si spostano dallo studio dei reef madreporici al rinvenimento (a sorpresa), di un sommergibile, ci s’imbatte anche in un salvataggio in extremis (alla maniera delle action stories), della protagonista femminile, Sarah, presa in ostaggio da moderni pirati, perfino più disinvolti e pericolosi, rispetto a quelli di un tempo.

Non tutto è frutto di fantasia: il contrabbando (di droga, armi e bambini – merce umana, appunto), esiste già da tempi non recenti, nello stretto di Bab – El – Mandeb, detto anche “ La Porta del Mare”, tra Africa e Penisola Arabica (posto funambolico, cui raccontava, appunto, anche Jules Verne, in le “Mirabolanti avventure di Mastro Antifer”).

“Una nave sconosciuta, con un capitano sconosciuto, va alla ricerca, su un mare sconosciuto, di uno sconosciuto isolotto…”.

La Porta della lamentazione funebre (in arabo: ﺑﺎﺏ ﺍﻟﻤﻨﺪﺏ, Bāb al-Mandab), separa lo Yemen da Gibuti, congiungendo il Mar Rosso al Golfo di Aden e dunque all’Oceano Indiano. In un’estensione di soli trenta chilometri, si trova un’isola (Perim), che divide esattamente in due lo stretto, formato da più canali, come Bāb Iskandar (Porta di Alessandro) e Daqqat al-Māyyūn: la mitologia araba vuole che questo sia il luogo delle lacrime versate per il distacco dell’Africa dall’Asia, ma il nome rimanda pure all’estrema rischiosità delle sue acque per chi vi navigasse e vi navighi tuttora.

Estendendosi a sud del Mar Rosso – che va, ricordiamolo, dall’estremo lembo della penisola del Sinai e da quasi cento anni collegato attraverso il canale di Suez, al Mediterraneo, questa profonda cavità rettilinea che divide i due continenti, è in parte, zona di malaffare e pirateria, ma anche un sito unico nel suo genere, biologicamente attraente, come d’altronde possono definirsi tutte le specificità e le anomalie di questo mare.

Il fondale che più a nord raggiunge i tremila metri di profondità, presenta da sé, già un evento singolare, risalendo fino a cento metri sul pelo dell’acqua, grazie a un curioso fenomeno di marea, vale a dire un movimento in superficie, ondeggiante in modo quasi compatto: si sposta verso il basso d’alcuni metri a un’estremità, per risollevarsi d’altrettanti parametri nella parte opposta.

Secondo gli storici, fu proprio in un momento di depressione particolarmente smorzata nel livello di marea, che, passando nel Mar Rosso attraverso la Porta della lamentazione funebre, gli Ebrei di Mosè abbandonarono l’Egitto per raggiungere il Sinai.

Ma torniamo al romanzo di Quilici: come in ogni avventura sottomarina che si rispetti, c’è un relitto da rinvenire, anzi, in realtà, un sottomarino, per giunta italiano, carico di denaro fuori corso.

Come spiega l’autore, nel caso di “Mare Rosso”, la ricerca è stata complessa: la storia (autentica e ufficiale), di siluranti italiani inabissati nell’area e in parte, distrutti dai gas sviluppatosi al loro interno, è di per sé un fatto storicamente comprovato, privo comunque di dossier circostanziati e soprattutto di mappe sulla dislocazione dei resti.

Basti ricordare che le operazioni militari nell’ambito della cosiddetta Campagna dell’Africa Orientale Italiana, vincolate alla guerra del ‘40 (fino alla caduta di Massaua, nell’aprile del ‘41), intrapresero un’opera di potenziamento nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, per porti e basi navali come guarnigione e da ostruzione al traffico marittimo inglese.

Cacciatorpediniere e sommergibili oceanici (la flotta era composta da: Archimede, Galileo Galilei, Evangelista Torricelli, Galileo Ferraris, Luigi Galvani, Alberto Guglielmotti e due sommergibili costieri, Perla e Macallè), con altre unità ausiliarie, erano in condizioni obsolete, privi di un equipaggiamento ad hoc per operare in quelle condizioni climatiche di caldo torrido. Se mettiamo in conto, per esempio, impianti elettrici mal funzionanti (per l’elevata umidità ambientale) e installazioni per condizionamento a cloruro di metile (gas tossico e pericoloso, che, in più di un’occasione fu causa d’avvelenamento per interi equipaggi), il regime monsonico di un mare per il quale questi scafi non erano stati progettati, il quadro generale, sull’inabissamento dei sommergibili italiani, sembra essere preciso.

La riserva di biodiversità più vicina all’Europa.

Lambito a ovest dalle propaggini orientali del Sahara, a est dal deserto arabo, isolato dalle acque circostanti per lo scarso ricambio che si produce, a nord, attraverso l’esiguo sbocco nel canale di Suez e a sud, grazie all’apertura del Bab-El-Mandeb, arroventato tutto l’anno dal tropico del Cancro, privo d’apporti da sorgenti e fiumi immissari o da piogge, il Mar Rosso è una grande salina naturale. Con il 44% di sali minerali (l’8% in più rispetto al valore di un oceano), una temperatura media pari a 23° C (il 10% in più rispetto a quella degli altri mari), nei suoi fondali si è formato un ecosistema eccezionale per la varietà di forme vitali (vegetali e animali), fra le più ricche del pianeta.

Duecento chilometri di barriere coralline contengono fra le più alte biodiversità, fonte di nutrimento e rifugio per svariate specie animali e molluschi, echinodermi, crostacei. La ricerca sulla sua fauna, grazie anche all’esigua distanza che lo separa dal continente europeo, comincia relativamente presto, già nel diciottesimo secolo, per continuare tutt’oggi con nuove scoperte. La peculiarità è proprio basata sulle specie endemiche in altissima percentuale, dovute sostanzialmente alle caratteristiche appena descritte.

Dalla deriva dei continenti, la formazione di questo meraviglioso bacino sembrerebbe piuttosto recente, appena venti milioni d’anni fa, quando i movimenti tettonici originarono la separazione della placca africana da quella euroasiatica.

Esempio classico di “mare chiuso”, nel corso della sua storia geologica, il Mar Rosso è rimasto più volte separato dall’oceano. La prima esclusione per così dire “temporanea” risale a cinque milioni d’anni fa, verso la fine dell’Era Terziaria, cagionata dall’innalzamento nel fondale dello Stretto di Bab – El – Mandeb. Percorso da un’intensa attività sismica (soprattutto nella sua parte centrale), che determina un ampliamento di circa cinque centimetri l’anno, il Mar Rosso diventerà il quarto oceano del pianeta e lo dimostrano i campioni delle rocce basaltiche raccolte nei fondali: i requisiti sono esattamente quelli di un oceano in formazione.

Un altro Egitto: alla scoperta del White Med.

Liliana Adamo per Phone&Go.

Tra Mersa Matrouh e la baia di Almaza, sul litorale settentrionale del Mar Mediterraneo (o White Med come lo chiamano gli egiziani), c’è una striscia di terra meno oppressa da cementificazione selvaggia e furori turistici di massa, autentico scrigno delle meraviglie.

Fascinazione e mito perdurano anche qui: Alessandria, anno di nascita, 332 a.C., è a due ore circa da Mersa Matrouh e il suo fautore, Alessandro Magno, o meglio, Alessandro il Grande, conquistatore e stratega, oltre a essere notoriamente habitué al Tempio dell’Oracolo, presso l’Oasi di Siwa fu chi, di punto in bianco, tracciò col grano la pianta di una straordinaria capitale che sarebbe sorta tra la palude Maryut, il villaggio chiamato Rakhotis e l’isola di Pharos, a poche centinaia di metri dalla battigia (dove già attraccavano le navi fenicie).

Una città protesa sul Mediterraneo grazie al suo Faro (una delle sette meraviglie del mondo antico, distrutto poi da un terremoto), orgogliosa dei suoi preziosi manoscritti, raccolti in una grande, decantata biblioteca, simbolo delle più ardite erudizioni e culture, ma che il suo stesso leader non avrebbe mai visto, poiché lasciato il paese nel momento in cui l’architetto Dinocrate di Rodi avviava i lavori, Alessandro muore a Babilonia, otto anni più tardi. Fu Tolomeo, fedele luogotenente (e suo alter ego), a trasportarne il corpo, tumulandolo nell’amata città da lui voluta. Storie d’Egitto!

L’Alessandria di oggi con i suoi quattro milioni d’abitanti è ormai lontanissima anche dagli anni d’oro del colonialismo, allora centro pulsante di mondanità ed esoterismo, meta indiscussa d’intrighi internazionali e dell’élite culturale europea. Tra le glorie passate resta la neo Bibliotheca Alexandrina, ricostruita negli stessi luoghi della biblioteca egizia distrutta da un incendio (si presume tra il 48 a.C. e il 642 d. C), a ovviare la gigantesca lanterna di Pharos, subentra il forte Quait Bay, voluto dal sultano Mohammed Alì.

A Mersa Matrouh, il Mediterraneo riserva molte sorprese e Almaza Bay con i suoi sette chilometri di spiaggia bianca, delimitata da due imponenti faraglioni, cela non poche meraviglie: un mare limpidissimo dalle sequenze strabilianti che molti comparano (non a torto) ai colori caraibici. I cosiddetti “Bagni di Cleopatra”, sul lato opposto alla laguna, formano una grande piscina dalla perfetta forma quadra, lambita da acque cristalline, racchiusa da rupi a strapiombo sul mare; il luogo perfetto per vagheggiare la regina Cleopatra intrattenersi insieme al suo amato Marco Antonio, per un bagno. Pura immaginazione? No, le rovine della residenza regale sono state rinvenute sulla collina opposta a questa “vasca naturale” e un passaggio sotterraneo pare conducesse dal palazzo alla spiaggia, probabilmente per romantiche nuotate al chiaro di luna. Ripetere l’esperienza dei due amanti è certo auspicabile ma attenzione a spingersi tra le rocce per le forti correnti e il moto ondoso, in alcuni momenti può essere davvero impetuoso.

Fuori dagli itinerari più battuti, ci sono altre spiagge pressoché sconosciute: Ageeba Beach (Spiaggia Miracolosa), si raggiunge percorrendo la costa per venti chilometri a ovest, verso Mersa el Sharif, fino a una stretta e profonda insenatura sabbiosa, chiusa da scogliere color ocra così antitetiche all’azzurro vitreo del mare, che lasciano il visitatore letteralmente…senza fiato!

Pressoché deserta nei periodi di Ramadan, Ageeba è considerata fra le spiagge più belle e incontaminate al mondo, però…guardarsi bene intorno a voler tentare un tuffo, in questo luogo non vale la particolare disinvoltura in auge lungo le coste e nei resort del Mar Rosso, salvo che (soprattutto per le donne), non si decida d’immergersi…vestiti!

Per una lunga nuotata pienamente appagante e questa volta in costume, meglio “rifugiarsi” in un hotel stellato sulla dolce baia di Almaza: il Jez Crystal Resort (in esclusiva per l’Italia dal tour operator Phone & Go), inaugurato nel 2009, già fiore all’occhiello dell’omonima catena alberghiera sviluppatasi lungo la costa del White Med, è a pochi minuti dal Mersa Matruh International Airport. Il più famoso degli hotel Jez è al top per servizi e strutture, abbinando una lunga e ampia spiaggia con scenari mozzafiato; architettonicamente moderno con un interior design “griffato” (dallo stilista italiano Roberto Cavalli), all’eleganza e comfort aggiunge un’ottima cucina e una vasta gamma d’attività ludiche e sportive. Senza dimenticare che in tutto questo fashion relax, cordialità e ospitalità tipiche del popolo egiziano rappresentano un valore aggiunto. Una ricca selezione di ristoranti, lounge e snack bar propone alimenti freschi e ogni tipo di bevande, anche in formula all inclusive night&day. Completano l’offerta, un centro benessere e una fornita galleria di negozi.

Dal Jez Crystal Resort, è facile prevedere altre interessanti “esplorazioni”; prioritario è noleggiare una jeep e spingersi fra le dune ai confini del Deserto Bianco con sosta all’Oasi di Siwa. Il “Gran Mare di Sabbia” travalica le frontiere con la Libia e qui, si ergono come eccentriche forme artistiche, massi di pietra calcarea scolpiti dal vento, candidi come iceberg.

Lanciandosi lungo i dossi ecco comparire le casette di fango color giallo rossiccio di Shali, un villaggio abitato che sembrerebbe un set cinematografico, anche se pochi scenografi al mondo potrebbero ricreare un tale labirinto con tanto di Medina, dove i mercanti si aggirano trascinandosi la mercanzia con carretti e muli mentre bambini giocano indisturbati, tirando calci a un pallone ai piedi del Tempio di Amon, incuranti di pitture e incisioni secolari. Il piccolo Museo della Casa di Siwa conserva gioielli, antichi strumenti musicali, manufatti d’artigianato berbero. E, a proposito di berberi, storici e archeologi ancora litigano per stabilire il momento esatto in cui i faraoni andarono via da Siwa rimpiazzati da questa particolare etnia.

In un’atmosfera senza tempo, tra il deserto, i suk arabi e le spiagge incontaminate del White Med, un Egitto particolarmente diverso merita si essere scoperto.

Lo charme di Sharm: Renaissance Golden View Beach.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

Ritornare a Sharm nella baia incontaminata di Ras Umm Sid. E il resort? Un cinque stelle della catena Marriot.

Sharm El Sheik si ama per la vivacità della sua gente, il clima caldo e secco tutto l’anno, i colori del deserto e la bellezza dei suoi fondali, sebbene negli ultimi anni abbia temuto uno sviluppo turistico così prorompente da non consentire d’instradare una vera politica ambientale orientata al rispetto dei suoi magnifici litorali e di una barriera corallina tra le più belle al mondo.

La novità apportata dal recente, lussuoso resort è rivolta soprattutto agli spazi comuni idonei ai portatori di handicap, così come le camere, una novità assoluta per l’Egitto e i suoi servizi ricettivi. D’altronde, è nell’alta qualità delle infrastrutture che eccelle il Renaissance Golden View Beach, grazie a una funzionalità commisurata all’attenzione per l’estetica: architettura elaborata ad arte e curati giardini che gli egiziani sanno far nascere ovunque, anche se il deserto giunge fino al mare e il terreno è riarso dal sole, quattro piscine con comode calate digradanti e ampi ambienti relax, molti ascensori e quattro camere attrezzate per le persone diversamente abili, nessuna barriera architettonica, nonostante l’hotel sia davvero di grandi dimensioni, con circa 95.000 metri quadrati d’estensione.

Al centro benessere, sauna e massaggi sono gratuiti per tutti gli ospiti, subito coccolati e vezzeggiati dal personale notevolmente qualificato per essere in Egitto, i trattamenti proseguono con bagni relax e immersioni in oli particolari e profumatissimi. Assenza di camere standard, la scelta è tra camere deluxe o family suite, alcune sono collegate tra loro con un passaggio comune per creare veri e propri appartamenti.

Quelle fronte mare sono le più belle, ci si sveglia al mattino con lo sciabordio della risacca; per il resto non manca proprio nulla, servizio in camera 24h./24h, aria condizionata regolabile (attenzione però agli sbalzi di temperatura), lavabiancheria, televisore a schermo piatto e tecnologie d’ottimo livello. Colorati e sufficientemente gradevoli anche gli arredi. Uno zelo speciale va alla ristorazione; pensate, c’è un menu per i più piccoli, ma un menu è stato creato espressamente per i gusti degli ospiti italiani, il che non fa rimpiangere pasta, pane fatto in casa, dolci e così via. Il ristorante principale è riservato a 250 persone, con una terrazza vista mare straordinaria e un’architettura sinuosa che guida lo sguardo dagli interni fino all’orizzonte, verso la costa, il deserto, il profilo di Tiran.

tre ristoranti à la carte convogliano sapori e tradizioni di diverse provenienze; innanzitutto il ristorante italiano, aperto dalle 19h. alle 23h; quello internazionale con tre servizi al giorno e l’ottimo ristorante messicano, disponibile dalle 10h. alle 20h.

Per gli habitué del Mar Rosso, un dettaglio di fondamentale importanza: è stato aperto, da poco, l’angolo shisha e del tè alla menta per un dopocena all’insegna delle vere tradizioni. La tenda beduina è collocata in prossimità della spiaggia, al chiaro di luna, cullati dall’amicizia e dalle melodie arabe.

Con la sabbia negli occhi…Parte III

di Liliana Adamo

E’ il Sahara, forse, il deserto più bello al mondo, con le sue distanze infinite, le notti rischiarate dalle stelle, i gesti millenari delle guide tuareg, i silenzi. In un viaggio attraverso “il grande vuoto”, sarà utile acquisire alcuni gerghi in uso: le oasi sahariane si chiamano jennat, le grandi dune di sabbia, erg, la sorgente sotterranea o la pozza d’acqua piovana che si sedimenta tra le rocce, si chiama guelta, mentre, hammada è la piana rocciosa perpendicolare, caratterizzata da fenditure, tappezzata da una crosta secca e friabile e hofra è il nome dato alle depressioni, le più note si chiamano chott e sono bacini inariditi di acque saline.

Libia/Egitto

Il Sahara si apre agli occhi attraverso le montagne dell’Acacus e dei wadi Mathendush, ma valicando le dune sbucano i laghi Mandara, Gabra’Un, Umm El ma e le maestose dune rosse dell’erg di Marzuk. Probabilmente, le esperienze sahariane in Libia sono fatte per gli specialisti, tuttavia, viaggiatori poco esperti possono aggregarsi e lasciarsi guidare in un esercizio di volontà e disponibilità per intraprendere un percorso che diverrà, man mano, memorabile. La terra sahariana è policromatica e variegata nelle sue forme e strutture: ovunque si levano archi, torrioni, pinnacoli, come in una grande architettura naturale, vere cattedrali di roccia nel deserto. In Fezzan, regione sahariana della Libia, la natura si è divertita a creare un complesso d’attrattive paesaggistiche uniche e irripetibili. I laghi azzurri sono incastonati fra dune color zafferano, le oasi, come quella di Giarabub, conservano conchiglie fossili intarsiate in rocce bianche come alabastro, i crateri, come la spettacolare bocca del Wan En Namus, nei pressi della grande oasi di Cufra, hanno perfetti coni vulcanici circondati da sabbie corvine, laghi e palmeti, luoghi assolutamente magici che sembrano partoriti da un asteroide alieno.

In tutto questo, non mancano antiche città romane ben conservate, come Leptis Magna, pitture rupestri nascoste qua e là, tra le rocce e a sud, verso la città di Bengasi, ecco aprirsi la nervatura costiera del Mediterraneo, non prima d’aver attraversato la dolce distesa del Gran Mare di Sabbia, al confine con l’Egitto. Qui, tra il Sahara e il mare, sorgono antiche vestigia, dalla Cirenaica greco-romana, come le archeologie di Tolemaide, Cirene e Apollonia, alla Tripolitania dell’imperatore romano Settimio Severo, come la splendida città di Sabrata.

Al primo impatto col Deserto Occidentale, al confine tra Libia ed Egitto, c’è la certezza che l’altopiano del Gilf Kebir, a sud della frontiera, rappresenta la meta sahariana più isolata e dunque, più ardua da raggiungere. Più che un viaggio di piacere, l’attraversamento diventa una vera e propria spedizione. A questo punto, solo piccoli gruppi condotti da una guida di grande esperienza, con auto ed equipaggiamenti ineccepibili, possono garantire, con la necessaria sicurezza, il buon esito di una “missione” che durerà all’incirca dieci giorni e oltre millesettecento chilometri di percorso.

Tale sforzo sarà ben ripagato, perché qui il Sahara offre il meglio di sé; anche se fu abitata dagli antichi Egizi, tutta l’area è ferma all’era preistorica con creazioni rocciose che sembrano tinteggiate di un bianco accecante: le valli inesplorate del Gilf Kebir, l’indecifrabile Silica Glass, detta “Pietra Verde del Deserto”, le Valli Fossili del Gran Mare di Sabbia. E’ un territorio dove non esistono strade o piste e fu in questo Deserto dai Mille Misteri o Deserto Bianco, che svanì un’intera armata, quella del re persiano, Cambise. Dall’oasi di Siwa, a quella di Farafra, tra dune, laghi, i templi di Siwa e le necropoli di El Baharein, i paesaggi divengono grandiosi e incontaminati, selvaggi e ascetici. Oltre Farafra c’è il Nilo e sulle sue sponde, Luxor, poi Port Safaga e Hurghada e si apre un nuovo scenario legato al così eletto Acquario di Allah, o meglio, al Mar Rosso ma questa è un’altra storia che vale la pena raccontare per intero.