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BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

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The Ivory Game: non un reality per fermare i bracconieri.

Liliana Adamo per Altre Notizie

Prodotto da Leonardo Di Caprio, presentato in anteprima mondiale su Netflix il 4 novembre scorso, The Ivory Game vanta due registi d’eccezione, Kief Davidson e Richard Ladkani, i quali hanno dovuto garantire per contratto, d’essere in grado a “gestire” e “contenere” tutto ciò che sarebbe loro “piovuto addosso”, letteralmente. Per esempio, inseguire elefanti e bracconieri in Africa, girare sotto copertura a Hong Kong, sottrarsi a un arresto a Pechino (dove il film non sarà proiettato).

Girato sotto copertura, in alcune circostanze rischiando di persona, The Ivory Game è un film documentario diverso da tutti gli altri. Novanta minuti di proiezione sprigionano un thriller mozzafiato con l’intento d’informare, educare sul commercio illegale dell’avorio. I protagonisti sono persone reali con nomi e cognomi, o nickname fittizi (in maggioranza), per questioni legate alla segretezza. Sì perché, quest’enorme affare si snoda attraverso una potente, cosmopolita associazione per delinquere che alla stregua di tutte le mafie necessita d’informatori, di una fitta rete di spionaggio fino a penetrare nei meandri di un ingranaggio infernale.

Tutto ha inizio tre anni fa, quando i due amici documentaristi cominciano a riflettere su un articolo apparso sul New York Times, stralci di un’inchiesta che spiegava in cosa consiste l’estinzione delle specie; fra queste, i pachidermi che decrescono a ritmo vertiginoso nei grandi parchi nazionali del continente africano e in Asia: “Mentre leggete, esattamente allo scadere d’ogni tre minuti della vostra esistenza, un elefante sarà ucciso. Un elefante ogni tre minuti…”. Si buttano a capofitto su un progetto che si pensava impossibile, senza neanche intuire quale intensa avventura sarebbe stata, creare in un film straordinario, l’uccisione in massa degli elefanti per foraggiare il mercato illecito dell’avorio, testimonianza di realismo crudo, onestà e allo stesso, modo, di spettacolo e suspense. Per l’intera durata del film, lo spettatore resta inchiodato in un thriller adrenalinico, chiedendosi alla fine, non chi sia l’assassino ma se gli elefanti riusciranno a sopravvivere.

Quale spinta migliore, comunicativa e potente, per indirizzare, convincere e sensibilizzare persone comuni in tematiche difficili ma indispensabili a salvare la vita selvatica sul nostro pianeta? The Ivory Game è anche la storia di persone coraggiose e incorruttibili che ogni giorno mettono a repentaglio la propria incolumità pur d’evitare la morte degli ultimi elefanti superstiti. Per il suo concreto contenuto di denuncia, questo film non è un reality show: i suoi “attori” sono stati davvero a rischio e lo sono tuttora; hanno indagato per le strade di due continenti, svelando gli intrecci di un quotidiano import-export sull’avorio e sul sangue degli animali uccisi. Se un singolo evento legato al concetto di “spettacolo” ha avuto un suo impatto, per i due registi la risposta è sì: “Il film ha attirato l’attenzione per moltissime associazioni che operavano separatamente su una situazione al massimo della criticità e le ha unite, cercando strategie comuni per combattere la piaga del bracconaggio. Rendere possibile il maggior effetto globale, ci soddisfa per ciò che abbiamo fatto, nonostante i pericoli…”.

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Degli antichi proboscidati soltanto due specie sono sopravvissute: gli elefanti africani (i più grandi mammiferi terrestri), con zanne d’avorio che arrivano a due, tre metri di lunghezza e quelli in Asia meridionale (Iran, Cina, Indonesia, India), di dimensioni più contenute, di cui soltanto gli esemplari maschi hanno le zanne. Il bracconaggio si concentra soprattutto in Africa; il numero degli elefanti uccisi è impressionante, circa 20.000 ogni anno. Nei territori asiatici è la deforestazione causa di un’estinzione senza pari nella storia faunistica del nostro pianeta. Parte degli habitat è fuori dai territori protetti; con il rapido incremento dell’insediamento umano, interi territori sono strappati alla vita degli animali per impiantarvi attività agricole, urbanizzazione selvaggia. Come in tutti i casi in cui si genera uno scompenso nelle leggi di natura, l’abbattimento dei grandi pachidermi rileva un’alterazione demografica nelle popolazioni esistenti. In molte riserve vi rimane soltanto un maschio adulto per ogni cento femmine, ciò vuol dire che meno di un terzo di queste, sarà accompagnata da un piccolo.

<> In Mkomazi National Park June 19, 2012 in Mkomazi, Tanzania.
<> In Mkomazi National Park June 19, 2012 in Mkomazi, Tanzania.

Il mercato legato all’avorio è stato chiuso nel 1989 tentando, quindi, di fermare l’orribile tratta. Nel 2007 Sudafrica, Namibia, Botswana e Zimbabwe, ottennero dalla Cites (organizzazione mondiale che regola i prodotti provenienti da specie a rischio e la loro presenza sulle compravendite internazionali), la possibilità di liquidare alla Cina, l’avorio “legale” accumulato negli stock in vent’anni di moratoria. Fu esattamente questa concessione a dare il via libera a bracconaggio e mercato nero. In una micidiale speculazione, si diede inizio al fattore numero uno che alimenta una strage senza limiti, annientando la fauna selvatica fino a provocarne la completa estinzione.

Paradossalmente, la scomparsa degli elefanti è fortemente voluta dalle stesse organizzazioni criminali, perché è così che si regge il mercato nero dell’avorio, con il prezzo che schizzerà alle stelle.

Privi di una vera e propria sceneggiatura, girando con una pletora GoPro, telecamere spia, droni, videocamere cinematografiche, in un ritmo forsennato tra minacce, riprese “illegali”, azzardi d’ogni genere, ogni volta fuggendo da quei Paesi che li avrebbero arrestati un momento prima, i due registi di The Ivory Game hanno creato un documentario “epico”. Lo scopo di “salvare gli elefanti”, è stato un incubo introiettato fino all’ultimo “ciak”: “La cosa migliore che puoi trovare in documentari come questo è che elimina il discorso unico. Si apre un mondo di complessità che non risolvi con un tweet, o non puoi discutere con un tweet…”.

E “The Ivory Game”, come “Eagle Huntress” (diretto da Otto Bell) e Before the Flood dello stesso Di Caprio, fanno questo, aprono delle sfide. Sono film d’alta qualità con nomi d’alto profilo che amplificano problemi complessi sulla salvaguardia del pianeta. Spettacolarizzandoli li fanno conoscere a tutti, accendono una miccia nella coscienza collettiva: un intento su cui scommettere, capitalizzare la cultura, i mezzi di comunicazione, raggiungere il pubblico più vasto ed eterogeneo, salvare gli animali, noi stessi, dall’estinzione.