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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

Disappeared.

Liliana Adamo da Reporter Associati.

Secondo il Il “Rapporto Ambientale per una prospettiva globale”, il 24% dei mammiferi (fino a 1130) e il 12% degli uccelli (fino a 1183), scompariranno nei prossimi trenta anni.

Per capire in modo esauriente in quale disperata condizione vivono gli animali, sarebbe sufficiente dare un’occhiata al “Rapporto Ambientale per una prospettiva globale”, presentato alle Nazioni Unite. Nell’andamento complessivo dell’ecosistema, vale a dire biodiversità alterate o annientate, inquinamento dell’aria e delle acque, imprevedibili metamorfosi climatiche, con dati alla mano si certifica che il 24% dei mammiferi (fino a 1130) e il 12% degli uccelli (fino a 1183), scompariranno nei prossimi trenta anni. Il termine forse non è appropriato, diremo allora che si assisterà ad una massiccia estinzione di specie viventi, in un tale rapporto fra dimensioni mai verificato prima d’ora.

Troviamo semplicemente scandaloso che, durante un meeting per “balenieri” di fresca data, nella dorata cornice della costiera sorrentina, si auspica il ritorno delle arti venatorie braccando lo spettro di Moby Dick, senza neanche turbarsi in modo trascurabile per gli eccidi indiscriminati che sono stati messi in atto, fino a ridurre questo meraviglioso cetaceo a pochi, inestimabili esemplari viventi (primo fra tutti gli altri, “onore” al Giappone).

Nel Vecchio Testamento gli animali minacciati dall’estinzione sono raccolti a coppia da Noè e caricati sull’Arca, noi conserveremo i modelli genetici in “un’arca di ghiaccio”, sondando la tecnica della clonazione, le informazioni memorizzate del DNA, per ridare loro la vita fra una trentina d’anni.

Lo schema lanciato alcune settimane fa dagli esperti del Museo di storia naturale a Londra, ha individuato i primi “ospiti” da congelare, fra cui il “hippocampus” maculato (comunemente definito, cavalluccio marino, sottratto a branchi dai fondali ricchi d’alghe e dai reef di corallo, messo ad essiccare e smerciato come souvenir), la colomba di Socorro e la lumaca di Partila; non si trascura nemmeno “il grillo del campo”, l’unica specie autoctona della Gran Bretagna che rischia di sparire.

I loro geni saranno mantenuti a – 80° nell’Istituto universitario per la bio-genetica a Nottingham. Del modello londinese si spera prendano esempio gli scienziati d’altre parti del mondo, installando schemi distinti di biodiversità animale. Philiph Rainbow, professore di zoologia al Museo di storia naturale, afferma che, salvo una vera e propria catastrofe naturale, il tasso corrente di perdita della specie è la più grande della storia vivente accertata sul nostro pianeta.

Se questa mera previsione si confermerà per i prossimi 50 anni, le uniche risorse attuabili saranno le informazioni del DNA, stabilizzate in azoto liquido. I progressi della biologia molecolare incrementano la speranza, ma l’esperimento non assicura un esito corretto. Riprodotte le molteplicità scomparse, mammiferi, insetti o uccelli, queste potrebbero morire fuori delle celle di congelamento, a causa delle mutate condizioni ambientali e dei danni alle cellule, tenute in vita con sistemi d’ipotermia.

Certa è l’estinzione di 1130 mammiferi e 1183 volatili, resta aleatoria la strenua battaglia di pochi dottori della “conservazione” perché ciò non avvenga in modo definitivo. Nell’arco di cinque anni, la priorità sarà consentita alle specie in pericolo e a quelle che sono già estinte nella fauna selvatica. Dall’Unione Internazionale per la conservazione della natura e delle risorse naturali (IUCN), saranno importate tracce del loro DNA, dalle cellule o dal tessuto e il progetto elaborerà quei dati che serviranno a sviluppare una lista complessiva degli assortimenti di materiale genetico. Il DNA consente di ricostruire la biochimica, la fisiologia, l’ecologia d’ogni specie e persino la sua evoluzione.

Per la nuova nascita di queste creature, esso fornisce quindi una mappa cruciale per conoscere lo sviluppo dell’animale, la sua variabilità e il suo adattamento. Questa sorta di polizza assicurativa sarà applicata anche in altre istituzioni come “Il Centro per la riproduzione della specie”, a San Diego, in California e presso il “Centro Animale per le risorse del gene” “immagazzinate” a Melbourne, in Australia. Di là del mondo utopistico di Jurassic Park, la realtà ci sembra meno spettacolare.

Fra i primi otto animali che entreranno nell’arca di ghiaccio, ci saranno: l’oryx scimitar cornuto, minacciato dall’alterazione morfologica nelle vaste aree desertiche del nord Africa, la colomba di Socorro, una rana caraibica soprannominata dagli indigeni “pollo della montagna”, cibo raffinato per i palati locali e di conseguenza cacciata indiscriminatamente; a rischio, dopo il “cavalluccio marino”, un altro pesce-ricordo, il cardinale del Bangai. Così è per lo scarabeo delle Seychelles, troppo vulnerabile ai rapaci e alle malattie e il grillo britannico, ridotto ad una sola colonia di 100 insetti, sopravvissuti ad ovest del Sussex.

Nel ciclo della vita e della morte, il processo evolutivo della specie non è la causa decisiva dell’estinzione. In molti casi, è l’opera di “predatori” indifferenziati a romperne il fragile equilibrio, provocandone la scomparsa; ciò avviene a dispetto della convenzione internazionale di Washington, meglio conosciuta come Cites (Convention on International Trade in Endangered), firmata da ben 180 stati nel mondo, che regola il commercio internazionale d’animali, piante e dei loro concernenti “prodotti”. L’inquinamento e il desiderio smodato di spreco fanno il resto.

Così la lumaca polinesiana si è completamente estinta grazie ai suoi “predatori” e stessa sorte è toccata al goffo e gentile dodo, un grande uccello dalle piccole ali, incapace di spiccare il volo sull’Oceano Indiano di Mauritius; pare che gli ultimi esemplari siano stati sterminati dall’uomo nel 1715.