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Egitto: le isole del dissenso.

Liliana Adamo per Altrenotizie

Tiran e Sanafir formano stretti passaggi di mare nel golfo di Aqaba la cui distanza che separa il territorio egiziano dall’Arabia Saudita si riduce a una ventina di chilometri. All’orizzonte, oltre la linea del Mar Rosso fra la punta estrema della penisola del Sinai e l’ultima falda del Deserto Occidentale, si scorgono le due isole ricche di barriere coralline e pressoché disabitate, anche se a Tiran regge una postazione operativa appartata – l’OP3-11 della MFO, Multinational Force & Observers, missione di “peacekeeping”, seguita alla firma degli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Prima del crollo turistico avvenuto negli ultimi anni, questo specchio di Mar Rosso era famoso soprattutto tra gli appassionati di subacquea che arrivavano da ogni parte per immergersi intorno alle isole, in prossimità dei magnifici reef.  Nello scenario geopolitico, Tiran e Sanafir rivestono un’importanza strategica non trascurabile: l’accesso ai porti di Eliat, in Israele e di Aqaba, in Giordania, dipende direttamente dal controllo di questo spazio angusto di mare, determinante nel conflitto arabo – israeliano e nella guerra dei sei giorni, nel 1967.

In mezzo a Tiran e Sanafir ci sono passaggi sufficientemente profondi da permettere il transito per imbarcazioni anche di grandi dimensioni: l’Entreprise, in prossimità della costa egiziana (con una depressione fino a 300 metri) e il Grafton, con un fondale di 70 metri circa, più vicino l’Arabia Saudita, circondato da secche e barriere coralline.

A destabilizzare l’intera zona e i suoi confini, una risoluzione presa in sordina dal presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi, sancita con il Cairo Declaration nel luglio 2015, che prevede tout court, la “restituzione” di Tiran e Sanafir al regno saudita, la costruzione di un ponte fra i due stati a rafforzare i legami tra i due Paesi arabi, la cui definizione dei confini marittimi è richiamata come area chiave per una futura cooperazione.

Un accordo raggiunto tra il proprio governo e il re Salman, dopo la visita di quest’ultimo al Cairo, che già di per sé suscitò forte malcontento. Sul tavolo della trattativa, anni di finanziamenti e armi erogati all’Egitto e al suo governo; eppure, quello di El-Sisi, si paventa soprattutto come escamotage dettato da interessi “personali” e disperazione, a dispetto di un paese piombato in ristrettezze economiche, in profonda crisi sociale, che si trova a fronteggiare il risultato di una cattiva gestione pubblica: crollo del turismo, del PIL, svalutazione della moneta, terrorismo interno, disoccupazione, censura e restrizioni ai diritti civili, nondimeno, l’annoso problema legato a corruzione e il risultato di un potere frazionato in più parti.

In tutti governatorati, l’opinione pubblica si mobilita contro le decisioni dell’autorità militare, impersonata dal presidente. A esprimere il dissenso non solo gruppi d’opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani che lo accusano di svendere territorio in cambio di soldi e armi, ma anche una nutrita corporazione d’avvocati costituzionalisti, che ha richiamato a gran voce il Consiglio di Stato. El- Sisi è incolpato di tradimento, l’Egitto è dipinto dai media come un Paese in vendita, ponendo l’accento sull’aspetto umiliante degli accordi, per una leadership storica in Medio Oriente che oggi si è liquidata al migliore offerente.

Il 17 maggio scorso il Consiglio di Stato ha confermato l’incostituzionalità del Cairo Declaration e che le isole Tiran e Sanafir, con i confini così tracciati negli accordi di Camp David, non rappresentano merce di scambio per nessun tavolo di trattative, che il governo, privo dell’intesa popolare non è tenuto a frammentare alcuna parte in terra d’Egitto.

Quali le reali motivazioni dietro la rivendicazione saudita? Nel 1956 quando le stesse isole furono cedute dall’Arabia Saudita all’Egitto dell’allora presidente Gamal Abdel Nasser, molti osservatori intravidero in questo “passaggio di proprietà”, un espediente per scrollarsi l’incombente causa palestinese, evitando finemente un coinvolgimento diretto nelle ostilità con i Sionisti, in pratica, scaricando la perdita delle isole interamente sull’Egitto, cosa che, di fatto, avvenne nel 1967.

Come si sa, con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, le isole e la regione peninsulare del Sinai tornarono a pieno diritto sotto “patria potestà” egiziana, pur con il consenso di transito per le navi israeliane. In primis, il nuovo accordo tra Egitto e Arabia Saudita rimetterebbe tutto in discussione, da qui la preoccupazione d’Israele, ma non solo: le vere ragioni del regno saudita, si celano tra Washington e le retrovie del potere in Iran. Gli Stati Uniti sembrano non avere più l’intenzione a proteggere gli interessi di Riyad rispetto al groviglio di problematiche legate alla stabilità regionale. L’Iran possiede le isole di Lesser Tunb, Greater Tunb e Abu Masa, minacciando perentoriamente la chiusura dello stretto di Hormuz. Ecco che Tiran e Sanafir diventano l’ago della bilancia, la chiave per proiettare il potere sul tratto più importante del Mar Rosso.

L’Arabia Saudita ha riaperto gli oleodotti costruiti dall’Iraq che danno sul mare, giusto per controbilanciare la sfida iraniana sul controllo di Hormuz, dove transita 1/5 dell’energia mondiale. Inoltre: gli osservatori internazionali hanno una propria chiave di lettura sulla cessione di Tiran e Sanafir, interpretandola come una politica di differenziazione per le esportazioni saudite. Si vuole impedire, quindi, che i clienti dell’Iran (come gli Houti) controllino lo Yemen, vietando l’accesso al golfo di Aden. Preoccupa e non poco anche lo sciagurato progetto di costruire un passaggio rialzato sopra le isole che colleghi la località balneare di Sharm el Sheikh (sigh) e quindi il Sinai alla penisola araba, creando un ponte “ideale” tra Africa e Asia, tra Maghreb e Mashreq e in tutto ciò, noncuranti dello straordinario patrimonio marino che affiora dalle acque del Mar Rosso.

Un ponte che aumenterebbe i legami economici con gli egiziani (un milione dei quali già vive e lavora in Arabia Saudita), faciliterebbe il passaggio dei fedeli durante l’hajj, accrescerebbe gli scambi commerciali, ecc.

Insomma, dietro le linee morbide di due piccole isole che si stagliano all’orizzonte del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, lambite da acque limpide e cristalline, ricche di reef e biodiversità, si celano le trame di un vero e proprio “intrigo internazionale”, di strategie politiche e affaristiche che non tengono in conto né l’orgoglio patriottico, né la legittimità costituzionale e men che mai, la difesa di un ambiente straordinario, unico al mondo.

MAA AL SALAAMA, EGITTO!

Liliana Adamo da altrenotizie.org (un articolo del luglio 2006).

A Mostafa Elnazer.

Il deserto: distante dal Sinai e dal confine con Israele, verso il Sudan, null’altro che deserto “fin dove inizia e finisce il mare“, come recita un detto comune. Il grande Deserto Occidentale con le sue montagne increspate e le tonalità opalescenti, che i viaggiatori osservano attraverso i finestrini dei pulmini climatizzati, lungo le vie carovaniere tra il Nilo e il Mar Rosso; montagne incise da numerosi wadi, che un tempo davano acqua mentre ora sono solo solchi scolpiti nella roccia. Se si escludono i porti d’El Quseir e Berenice (antichissime rotte commerciali tra la Valle del Nilo, lo Yemen e il Corno d’Africa) e i moderni monumenti al turismo di massa, l’intera regione appare completamente disabitata; eccetto quelle minoranze che ne hanno sperimentato per secoli la permanenza, le tribù nomadi dei beduini. Di tanto in tanto un’auto in panne, ma tu hai quasi l’obbligo di tirare dritto cullando la speranza che qualcun altro dia aiuto sotto quel sole rovente. Di tanto in tanto, lungo quella costa in linea retta, un nuovo hotel viene su dal nulla e gli operai fradici di sudore si muovono a rilento come formiche in un mare di rocce e sabbia; allora basta un cenno di saluto che questi sorridono, agitando il fazzoletto che gli ricopre il capo. Di tanto in tanto, un posto di blocco di giovani militari misuratamente seri.
Prima di salire sull’aereo hai ripensato agli attentati, alle vittime, tutti ignari turisti ma, atterrando in quei piccoli aeroporti lindi e puliti (dove le piste corte obbligano a decelerare in modo così brusco), riconosci l’aria torrida del deserto che ti offre il benvenuto. Di nuovo qui, all’incirca come tornare in un luogo d’appartenenza e di relazioni, rendersi conto all’istante che vuoi salutare chiunque, spiccicando facilmente un: “Izzayak?“.

Ha da che essere sprezzante, una sostenitrice d’Oriana Fallaci, quando afferma che l’Islam moderato non esiste, giusto una favola inventata dai campioni del politically correct, per mettersi l’animo in pace… Poi, dopo ogni fottuto attentato c’è sempre qualcheduno pronto a dirti che non è il vero Islam, il vero Islam: “Sarà quello della lampada d’Aladino o dei villaggi turistici del Mar Rosso, meta tanto cara ai “politically correct“…In realtà, fomentare l’idea dello scontro di civiltà è tanto irragionevole quanto pretestuoso, pur con esiti conflittuali ci troviamo al cospetto con l’unica grande cultura che differisce profondamente dalla nostra, poiché siamo noi occidentali ad aver scoraggiato il senso della differenza, convinti che un’omologazione stabilisca le nostre sicurezze interiori e collettive. Il terrorismo, anche di matrice islamica, non sembra avere origine da questa diversa posizione culturale, ma s’auto-produce per logiche complesse, economiche e politiche, che poco o nulla hanno a che vedere con il parallelo tra due sistemi di pensiero. Vallo a dire agli egiziani, di rado propensi ad abiti neri e rigore dogmatico, alla deferenza di sistemi autoritari come in Iran o in Arabia Saudita. Per attitudine e carattere, essi amano la musica, la danza, la lettura, il colloquiare di tutto e con tutti, vantando uno smagliante senso dell’humor e un gran senso dello scambio commerciale, prima ed inesauribile reciprocità tra esseri umani di diverse estrazioni.

In questo luogo è anche bandito il concetto di privacy e, di conseguenza, non si conosce la solitudine; in una megalopoli come il Cairo, la città di chi è posseduto, dalla piazza di Midan et-Tahrir ai vicoli del Khan el-Khalili, tra grattacieli e moschee, mura millenarie e caotiche arterie viarie, perdura un codice tacito, non sancito da nessuna parte: durante il Ramadan, il mese santo del lunario islamico, l’intera popolazione musulmana, si unisce nell’iftar, l’interruzione del digiuno, una sorta di cerimonia pubblica notturna con i poveri e gli indigenti invitati alle “tavole di beneficenza”, allestite a bella posta nei ristoranti della città e non vengono solo per il pollo e il riso, ma per sfuggire alla solitudine e conversare con i vicini, come un qualunque commensale pagante. E’ vero che il ruolo femminile all’interno di una società prevalentemente islamica e patriarcale, resta tuttora ai margini con soltanto il 20% delle donne cairote che lavorano fuori delle mura domestiche e scrittrici femministe come Nawal es-Sadawi ancora sotto il veto censorio (mentre fu proprio una donna, Umm Kolthum, cantante araba di modestissime origini, meglio nota come Es-Sitt, la Signora, ad essere l’artista più celebrata dell’intero Egitto), eppure, c’è da scommettere che questa tendenza è destinata a non perdurare nel tempo, senza attendere stravolgimenti radicali.

Hejira

Ad ogni spedizione nel grande Deserto Occidentale, su un confine ancora cosparso di mine, anziché tra i fasti vacanzieri del golfo d’Aqab, rifai a te stessa la stessa domanda: cosa nasconde la crisi attuale di questo sconcertante paese? La meta dei politically correct, i lidi dorati del Mar Rosso, ha subito un vero e proprio attacco che ha fiaccato l’intero sistema economico nazionale, l’immagine e il potere del presidente Hosni Mubarak. O, viceversa, è il terrorismo a render più forte il potere di Mubarak? Una strana eco si è verificata subito dopo gli attentati di Sharm e Dahab. In entrambi i casi, a brevi intervalli, si sono verificati nuovi atti terroristici diretti alle Forze Multinazionali (MFO), nella base di Al Gourah, nel Sinai, distante appena una quindicina di chilometri da Rafah, la frontiera tra Gaza ed Egitto. Le forze multinazionali sono presenti da vent’anni, ma senza provocare alcun attrito con le popolazioni locali. Ora, in quel luogo, nel perimetro di Al Arish, improvvisamente si concentrano le forze di sicurezza egiziane per stanare gli organizzatori e gli esecutori dei tre attentati di Taba, Sharm e l’ultimo a Dahab, avvenuto nell’aprile scorso. La repressione nei confronti delle popolazioni beduine è stata durissima, si pensi che, per le deflagrazioni a Sharm, sono state arrestate almeno tremila persone. L’organizzazione internazionale, Human Rights Watch, ha riferito d’innumerevoli fermi arbitrari e torture. Certo, si è tentato un canale di dialogo tra i capi tribù e le autorità poliziesche, ma le bombe di Dahab hanno ulteriormente inasprito gli animi, perché ciò che si vuole evidenziare è la collusione tra terrorismo e nomadi del deserto, mentre il luogo nevralgico di questo rompicapo sembra essere la penisola del Sinai. Per di più, a rimarcare il controllo pieno delle forze di polizia, un corrispondente di Al Jazeera, Hussein Abdel Ghani, è stato immediatamente trattenuto e arrestato, colpevole d’aver diffuso notizie “tendenziose”, per niente gradite alle autorità.
Spingendosi in questo territorio estremo e volendo azzardare un’analisi, ci si chiede cosa c’entra la piccola, misconosciuta Dahab, unico lembo di paradiso portato avanti unicamente dai beduini, con l’Hilton di Taba e una meta turistica importantissima come Sharm. Chi è questa gente, di fatto persino disprezzata dai più colti ed evoluti cittadini egiziani?

Il Sinai è tornato all’autorità sovrana soltanto agli inizi degli anni Ottanta. I beduini si sono sentiti subito cittadini di serie B. Ricordo, due anni fa, muovendomi verso Luxor, che una guida locale mi avvertì di lasciar perdere la carità ai loro figli: “Non sprecare i tuoi soldi“, mi disse,” questa gente è decisa a vivere in questo modo, non c’è niente da fare, ogni sforzo da parte del governo sarà vano…” Sul momento mi parve un atteggiamento perlomeno anomalo valutando quanto detto sopra, ovvero la fratellanza tra musulmani di qualsiasi origine ed etnia, l’iftar e le tavole di beneficenza…Una popolazione errante nella terra degli antenati, che il governo vuole sempre più stabilizzare, sedentizzare, che vive ai margini del boom economico, senza elettricità, senza lavoro, senza possibilità di studiare. E senza più il deserto e le oasi, vale a dire la terra che negli ultimi decenni ha attirato torme d’investitori immobiliari pronti ad ottenere il massimo rendimento da quelle lunghissime nervature di sabbia e dai fondali policromi. Nel Sinai meridionale, denunciano le popolazioni beduine, gli investitori si sono spinti fin nelle terre tradizionalmente usate dai nomadi. E cosa ribattere del turismo…I beduini ne beneficiano in minima parte, tutto l’indotto ha portato in Sinai (ma anche sulla costa occidentale tra Hurghada e Marsa Alam), moltissimi lavoratori giunti dal Delta e dalla Valle del Nilo, una convivenza difficile tra immigranti “urbanizzati” e popolazioni autoctone; ma è soprattutto la gestione del territorio nelle politiche di Hosni Mubarak, a rendere la miscela quanto più esplosiva. Il prolungamento “ad interim” delle leggi speciali previste per altri due anni (pensiamo ai 25 in cui sono rimaste in vigore, dall’assassinio di Sadat ad oggi e allora saranno ben 27 anni durante i quali una legislazione impedisce ogni dissenso e dà alla polizia poteri tanto estesi, da arrestare chiunque esprima un’opposizione al governo). Le amministrazioni locali sono ancora concepite secondo il sistema arcaico ai tempi del protettorato britannico, della politica coloniale; funzionari designati esclusivamente dal potere centrale, consigli locali che hanno facoltà decisionali molto ridotte, consigli esecutivi nominati direttamente dal governo e il governo è uno soltanto: Hosni Mubarak, un pugno di ferro immortalato nell’icona di Cheope, che ha governato l’antico Egitto per ascendere con la sua piramide, sovrastante la piana di Giza…

Dunque, nel mirino non solo i Fratelli Musulmani (che molti giovani egiziani definiscono alla stregua di: “Vecchi bacucchi…esponenti di un Islam arretrato che ha scarsa considerazione sulle questioni reali e importanti della vita del paese…) ma in questa nuova ondata repressiva del dopo attentati sono gli esponenti di Kifaya a pagare di più. Il movimento liberal nato dal nulla, si è contraddistinto particolarmente per le proteste antigovernative tenute a scadenza quotidiana nelle strade della capitale. Da chi è formato il Kifaya? In Occidente si penserebbe immediatamente a giovani fanatici dell’Islam, invece che da studenti della media borghesia, non habitué di circoli islamici, ma allievi modello all’American University del Cairo. Nelle carceri egiziane ne sono finiti a decine.

Il “Palazzo Yacubian“, o meglio, ciò che arde sotto la cenere:
Come ogni paese in crisi d’identità, anche l’Egitto rivela i motivi profondi della propria disgregazione attraverso l’arte. Un esempio fra tutti, il best-seller di Alaa al Aswani, il “Palazzo Yacubian” che si è trasformato nel film più costoso del cinema egiziano, con un budget pari a 22 milioni di pound, l’equivalente a 4 milioni di dollari. Un romanzo talmente celebre da ottenere l’edizione tradotta anche in Italia, per i tipi della Feltrinelli.
Un condominio di Via Talat Harb, una strada del Cairo, una volta di fama internazionale ed ora in fase di decadenza, diventa una sorta di microcosmo di un’intera nazione, nell’accettazione acritica della corruzione, nella perdita dei sogni e dei progetti, fortemente delusa dal potere. Zaki, l’unico personaggio che si ostina a rappresentare l’antico ecumenismo della sua città, ne ricava la stessa malinconia universale, la perdita di senso ed identità. Eppure, il regista del film, Adel Adib, sostiene con forza che il “Palazzo Yacubian” è per chi ama l’Egitto, non certo per chi lo odia: “E’ il modo più giusto per presentarci agli altri, all’Europa e al mondo…Per far comprendere come la pensiamo, in un modo semplice, piano, senza arroganza“. Il “Palazzo Yacubian” è il fuoco che arde sotto la cenere, è l’Egitto d’oggi, quello che si legge sulla faccia della gente, piuttosto che tra le righe della cronaca estera. Aswani, uno scrittore che di mestiere fa il dentista, ha semplicemente descritto le persone comuni, ciò che i turisti stranieri si rifiutano di vedere, è andato da loro, si è mischiato tra le loro vite, nei bar dove s’incontrano i gay, nei caffè più desolati del Cairo, tra gli antichi nomadi, oggi sedetarizzati in città, ha raccolto testimonianze, le ha scandagliate nei minimi particolari, una realtà dove la folla brulicante della più grande città mediorientale, si scinde in ogni singolo essere umano.

Prima di ripartire, ho incontrato Hassan, un giovane di Al Quseir, a guardia del molo presso uno degli alberghi nel quale ho alloggiato. Il suo lavoro durerà soltanto tre mesi, dal mattino al tramonto sotto il sole rovente, per quaranta euro. Hassan è un ragazzo saggio, dall’intatta semplicità come soltanto qui la gente sa essere. Siamo diventati amici: quando mi vedeva depressa, veniva fuori con sortite ironiche e parole di una tale attenzione, piene di genuina ed immediata concretezza da lasciarmi stupefatta. Ho sentito qualche turista italiano lamentarsi perché gli egiziani sono svelti a prenderti in giro, è vero, ma ciò che un turista non riuscirà a capire è l’affabilità celata nella loro ironia. Ad un certo punto, Hassan ha tirato fuori le foto di famiglia e della sua ragazza, me le ha mostrate. E’ consuetudine mostrare agli “amici stranieri” le foto dei propri cari, un’usanza da noi preclusa dallo smodato senso di privacy delle nostre vite. Mi confessa che gli sarebbe piaciuto studiare l’italiano e gli prometto che avrei trovato i libri e glieli avrei spediti. Pur sapendo che il governo tassa spietatamente tutto ciò che ha a che vedere con “i beni di consumo” spediti dall’Europa.
E’ venerdì di preghiera, ho chiesto d’annotarmi un concetto del Corano su un pezzetto di carta, che trattengo nella mia borsa da viaggio e che mi ha accompagnato fin qui. Ma posso portare da me i libri d’italiano e una t-shirt. Chiusi nella valigia su un aereo in partenza e allora, maa al salama, Egitto!

Il richiamo della Chioma: diario privato su Berenice.

A  Jowita Przyborkiewic e a Omar, che corri con i tuoi dingo, nel deserto…

Non c’è nulla a Berenice che possa attrarre il turismo di massa, quello che, warning o no, si riversa sulla costa occidentale del Mar Rosso o lungo la meravigliosa penisola del Sinai. Non ci sono grandi catene alberghiere (soltanto tre – piccoli – resort con annessi diving, qualche residenza di lusso, un eco-lodge), né locali e bazar, tanto meno ristoranti e discoteche. Non c’è un aeroporto internazionale. Lasciando Marsa Alam t’imbarchi su un pulmino malconcio, sprovvisto anche d’acqua per i viaggiatori e nei duecento chilometri di strada, i militari del check point segnalano il tuo arrivo a quelli che sono avanti, finché non giungi a destinazione.

“…Sede di una base militare e navale egiziana, con un piccolo aeroporto, solo fino a pochi anni fa era interdetta ai turisti. Le due ore di strada da Marsa Alam sono un viaggio nel tempo, come se la sabbia e non l’uomo di fosse ripresa tutto. Non c’è traccia della Berenice di Belzoni, del tempio di Serapide e delle necropoli che aveva scoperto. Solo spiagge cristalline, mangrovie, fondali vergini, baie incontaminate. Deserto e mare. L’Egitto di Sharm el-Sheik, Hurgada e della stessa Marsa Alam è davvero lontano…Il passato glorioso è solo nei testi antichi, dove un’inconsueta vitalità la fa comparire con innumerevoli nomi. Infine non Pancrisia, la città d’oro in Sudan, o Cirenaica in Libia, ma, una e unica, Berenice Trogloditica: fondata sulla più antica Hemtithit intorno al 275 a.c. da Tolomeo Filadelfo che regnò in Egitto tra il 285 e il 247 a.C., col nome della madre, Berenice I. Alle spalle c’è il deserto orientale fatto di rilievi montuosi spesso impervi ma frequentati, come testimoniano migliaia d’iscrizioni semitiche preislamiche, in epoca faraonica e romana perché ricchi di oro, smeraldi e minerali rari…”.

Non c’è nulla, ripeto, al di fuori del deserto e mare, ma è proprio da questo “vuoto” che si cela tanta bellezza. Se considero il pieno oberato della nostra sconnessa esistenza, oppressi da gadget tecnologici e tivù, d’assilli e ansie quotidiane, disorientati da un surplus d’informazioni e disgrazie globali, in ultima analisi, dal caos postmoderno, il vuoto quieto che regna incontrastato in quest’oasi strappata al mondo civilizzato, la rende ai miei sensi una sorta di “Thule” nordafricana. Al posto del caos sbraitato che lasci alle spalle, via via che recuperi i check point, sembra ricomporsi, intorno a te, un ordine intimo e gioioso.

Se, nel mito di Thule, l’iconografia indica un mostro degli abissi, una balena e un’orca, così Berenice è dominata dai suoi straordinari fondali, fauna marina e delfini. Come Thule, l’isola di fuoco e ghiaccio, collocata dall’esploratore greco Pitea in un punto indefinito nell’Atlantico, Berenice, che precede la linea intangibile del tropico del Cancro, si presenta ai miei occhi come una landa bruciata dal sole, di palme, acacie, mangrovie, sabbia e rocce, tra le ultime (incontaminate) spiagge del Mar Rosso e il deserto sterminato che si spinge fino al Sudan (annunciando la savana) e a Shalateen, ultimo avamposto dell’Egitto, cruento mercato di cammelli, che ostinatamente mi rifiuto di visitare.

Nel tempo scandito da maree e fasi lunari, attraverso la luce abbagliante e i suoi colori, Berenice sembra sprigionare un magnetismo onirico, ma sono i suoni che s’imprimono dentro. Quando la risacca è regolare, ti accompagna fino all’alba cogliendo il ritmo delle onde nella tua camera, se hai la fortuna d’averne una (molto vintage) a ridosso della spiaggia. Invece, se t’imbatti in giornate di burrasca, le raffiche diventano assordanti, gonfiano le tende, le onde si alzano e sembrano vogliano strapparti dal letto. Lo stridio dei gabbiani diventa irreale come in una vecchia marineria (mentre i nostri gabbiani sono ormai soggetti a mutazione genetica, costretti a nutrirsi d’immondizie nelle discariche cittadine), confondendosi con la voce dolente del muezzin, nel momento in cui, concluso il tramonto, ti sei persa in una lunga, solitaria passeggiata sulla battigia, fra dune e mangrovie, in compagnia di una ridondante quanto inutile macchina fotografica. Nel villaggio di Hamata, da una scuola istituita sei anni fa, i piccoli, per lo più beduini, fanno schiamazzo mentre escono a frotte su un cortile bianco e assolato. Su tutto, il suono del vento, incessante.

E poi c’è questo libro, “La Chioma di Berenice”, che ho voluto mettere in valigia. Per un motivo ben preciso: a casa, in Italia, non riuscivo a leggerlo. Opera dello scrittore/matematico algerino Denis Guedj, l’ambientazione è nell’Alessandria dei Tolomei, dove comincia fra le più ardite avventure scientifiche della storia, realizzata da Eratostene, astronomo, matematico e geografo, la misurazione della circonferenza terrestre…, ma senza riuscire a decifrarne il discorso e l’azione, il testo mi appariva sfuggente e, nonostante tutto, andavo avanti in una lettura scollegata, coartando l’esercizio tra noia e frustrazione.

Niente di più semplice di uno gnomone! Una semplice asta verticale piantata nel terreno; un uomo in piedi, una torre, un obelisco e il Faro sono altrettanti gnomoni.

Riferendosi al luogo in cui si ergeva la costruzione, il capomastro, incuriosito, chiese se si trattasse di una statua in onore di una Musa.

“Non di una Musa, ma del Sole”, rispose Eratostene.

“O piuttosto del suo contrario.”

“Della notte?” chiesero i muratori stupiti, con un cenno del capo Eratostene li disilluse.

“Che cosa genera il Sole?” domandò enigmatico.

“Luce”, rispose uno

“Calore”, fece un altro

“Sudore”, rispose un terzo, sollevando le braccia perché tutti constatassero quanto gocciolassero le sue ascelle.

“No, no, non ci siamo. Il sole genera ombra!”…

 …Si fermò, sentendo che non sarebbe stato capace di spiegar loro cosa fossero i tropici e i solstizi…

Complici il silenzio e la tranquillità o quelle costellazioni portatrici di storie e miti tramandati da secoli, finalmente “La Chioma di Berenice” di Guedj mi appare in tutta la sua chiarezza e senza mai mancare all’incontro serale con il mio libro ho cercato con lo sguardo quell’insieme di stelle introdotto dal mitografo greco Conone in onore di Berenice II d’Egitto, moglie di Tolomeo III, nel cielo del sud, vicino l’Orsa Maggiore, non senza difficoltà.

Una stella, “Comae Berenices”, o “Diadema” è più luminosa del sole. Ma ci sono ventisette anni luce di distanza che mi separano dalla “Chioma”, mentre il nostro sole è qui, dietro l’angolo! Tra le curiosità galattiche c’è da annotare che ancora più lontano, ma sempre in direzione delle tre stelle della Chioma, splende Black Eye, un potente cumulo cosmico, frutto di uno scontro tra due galassie, che forma un’incredibile, evanescente spirale di luce. […] Chi scrutò nell’immenso firmamento e apprese delle stelle, delle albi, dei tramonti e come il fiammeggiante lume del sole si scuri e in tempi fissi le costellazioni vengano meno quel Conone nel chiarore celeste vide me una ciocca recisa dalla chioma di Berenice […].

Astronomia e biologia marina: fra i misteri di Berenice (il cui vero nome è Port Berenice), distante dalla costa quasi quanto la galassia del Black Eye, c’è Zabargard, l’Isola Rossa, ultimo lembo di roccia in territorio egiziano. Protetta dal governo per la sua straordinaria biodiversità, selvaggia e disabitata, Zabargard è per me una leggenda. Non so come e quando riuscirò a vederla, ma ho appreso che qualcuno nel resort dove sono alloggiata, l’ha raggiunta dopo ore, ore e ore di navigazione con un mare solitamente mosso, affermando di barriere coralline in ogni caso, sbalorditive, di una fauna marina singolare.

Sono più di quarantasette i punti d’immersione a Berenice: facile incrociare delfini, tartarughe, squali martello, squali di barriera, murene, pesci pagliaccio, pesci napoleone, pesci palla, enormi barracuda (oh, ma l’elenco sarebbe lungo); tutti i segreti del mare sono qui, a portata anche di un semplice snorkeling!

A sud, nel Saint John’s Reef si trova il corallo nero, altri siti di grande interesse sono Blumen, Maksour, Abu Galawa. A quaranta miglia dalla costa, ti troverai nel solitario Dedalus Reef ma puoi continuare nell’esteso sistema corallino di Fury Shoal con decine di reef d’ogni grandezza, mentre l’area di Zabargard – il nostro House Reef – è proprio davanti alla mia prediletta “caserma”, eufemisticamente, il mio resort! A Ras Banas la conformazione morfologica dei fondali crea piscine naturali, ricche di pesci che le utilizzano come nursery e coralli. T’invito a guardare le foto, qui, i colori del mare diventano iridescenti e screziati, le trasparenze assolute, nuotarvi è un’esperienza sublime! Ma sii gentile a muoverti con le pinne, per favore. Non toccare nulla, non disturbare i loro abitanti.

Intrepida prova, se sei un abile nuotatore e non vai in panico per le correnti, è quello di tuffarsi dal pontile, spostandoti a destra e snorkelando nei punti d’immersione più belli – veri e propri labirinti di coralli ciclopici, coloratissimi e intatti. Spingersi fino alle mangrovie (dove dimorano il falco pellegrino e l’aquila di mare) e raggiungere il resort…a piedi, percorrendo la lunga spiaggia (se il sole non ti uccide prima, ma, una volta arrivati, il chiosco degli abbeveraggi è a sinistra, verso il diving…).

Se invece decidi d’abbandonarti alla solitudine infinita del deserto orientale, sappi che, in un’altra vita dovevo essere una beduina, perché se c’è un luogo al mondo (oltre alle profondità marine), dove arrivo a sentirmi completamente a mio agio, è in questa distesa di rocce policrome e canyon, laddove si avvistano gazzelle e dromedari ancora allo stato brado.

Lasciati il litorale e le dune del Gebel Elma, la riserva naturale del Wadi Gimal è un intreccio di habitat diversi, ecosistema terrestre unico e caratteristico sulla costa del Mar Rosso, percorsa dai pastori nomadi Ababd, uno sparuto gruppo dei Beja (Maria e Issam, siete Ababd?).

Partendo dall’antica Coptos (attuale Quena, nei pressi di Luxor), a Berenice si completava la via carovaniera dei dodici giorni, attraversando il deserto in diagonale per portare merci e cammelli ad Alessandria, alla costa araba, fino alle antiche Indie. Ora, seppur per un breve tratto, questa via l’abbiamo solcata in tre, su quod nuovissimi, maneggevoli e veloci. Oh, il divertimento! Da soli, nel vento e nella sabbia, fra alberi d’acacie, canyon formati da coralli preistorici (“qui arrivava il mare, fin qui”, dice Omar…) e pietre preziose che non ci sono più. “Guarda!”. E su e giù per dune scolpite dall’aria, turbinando su se stesso come una trottola, flettendo il mezzo su due ruote, una ruota…fermo Omar, sei matto? Devi riportarmi indietro mentre cala il sole e comincia l’imbrunire. “Oh, adesso attenti, prego, non avere paura…Loro mi conoscono”. Loro chi? E mi aspetto da lì a poco a poco, trovarmi dinanzi un gruppuscolo di jihadisti armati, invece sono i dingo, insomma, forse i dingo in Egitto non esistono, ma a me sembrano tali, i dingo che sbucano da non so dove e cominciano a rincorrerlo e lui accelera all’impazzata, eclissandosi in una nuvola di polvere, fra risate generali.

The best lands, secondo Lonely Planet.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

Quale meta per un viaggio indimenticabile? La classifica del Lonely Planet suggerisce le dieci regioni più belle al mondo, con qualche sorpresa.

Via dalla pazza folla. Questo è il motto, secondo la classifica stilata dal Lonely Planet, per dieci terre da raggiungere in itinerari inconsueti, perché i luoghi “più belli al mondo”, ognuno con le proprie peculiarità, sono anche i meno battuti dal turismo internazionale e particolarmente inviolati dall’urbanizzazione selvaggia.

Un sito ad hoc è il deserto del Sinai (Egitto), che si avvale sorprendentemente della prima posizione. Silenzio, fascino e incanto per l’ascesa al monte e la calata verso il Monastero di Santa Caterina; un trekking da dover necessariamente posticipare in tempi più tranquilli, visti i noti fatti d’attualità.

Procedendo alle altre posizioni, troviamo: la costa e l’interno dell’Istria; dai piccoli villaggi meno conosciuti come Motovun e Groznjan a quelli già noti ai viaggiatori di “bocca buona”, Porec e Rovinj.

L’immancabile Polinesia con le isole Marchesi, alture rigogliose a ridosso di un mare cristallino, dove è ancora viva la memoria dell’ospite più illustre, Paul Gauguin.

La regione turca della Cappadocia, con il panorama dei “camini delle fate” e le città sotterranee, le chiese rupestri di Mustafapasa e gli incantevoli villaggi di Kaymakli, Goreme, Cavusin, Avanos, costruiti su rupi scoscese; uno scenario entrato nel mito, racchiuso in un labirinto di torri, castelli, pinnacoli, anfratti e canyon.

Westfjords, nell’isola più a nord d’Europa, l’Islanda; i grandi fiordi dell’area occidentale, plasmati da vulcani, ghiacciai e sorgenti termali.

Le Shetland e gli scenari emozionanti di ben tre parchi nazionali, al largo della costa settentrionale della Scozia, regione antesignana nelle attività turistiche ecocompatibili con il suo Green Tourism Business Scheme.

La barriera corallina australiana e la West Coast statunitense, i 70 chilometri denominati “Orange Coast”, inframmezzati da piccole, deliziose cittadine, grandi riserve naturali e spiagge su cui s’infrangono le onde del Pacifico.
La Patagonia con i suoi spazi sterminati tra Argentina e Cile; il ghiacciaio in movimento Perito Moreno e il Parco Nazionale Los Glaciares.

Le Gili Islands, in Indonesia; situate tra Lombok e Bali, le tre isole sono lambite da un mare trasparente e sempre calmo, con spiagge candide e barriera corallina pressoché intatta.

Per Tony Wheeler, fondatore, editore e presidente del Lonely Planet, Egitto, Islanda, Cappadocia, Scozia, le migliori destinazioni: «L’incontaminato esiste ancora, fortunatamente». Una sequenza, quella dei luoghi più belli al mondo, che è frutto di concomitanze e rapporti, creati da giornalisti e ricercatori, d’indicazioni ricevute dai lettori e analisi conseguite presso istituti specializzati, agenzie di viaggi, varie associazioni sparse per il mondo.

Ma non soltanto le località selvagge e inaccessibili entrano nella top ten e questo è un dato che Tony Wheeler tiene a precisare. In Italia, per esempio, una regione come la Toscana conserva panorami di una bellezza mozzafiato e che dire delle Dolomiti, le montagne rosa, patrimonio universale dell’umanità, così come la cultura del paesaggio e delle arti è universalmente apprezzata dai visitatori del nostro paese, che resta, comunque, fra i dieci più belli in un’altra classifica stilata dalla storica guida. Al momento, consoliamoci così.