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BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

Sguardi (I parte). Il fascino potente della natura libera e sconfinata.

di Liliana Adamo – Foto: Marco Gaiotti per InNatura Magazine

Wildlife Photography concept e tre grandi fotografi: Marco Gaiotti, Mostafa Elbrolosy, MarinaCano. Tre diversi modi di guardare e alcune analogie: l’approccio al mondo naturale, la fotografia come arte, l’avventura e l’etica del wildlife. Iniziamo con l’esperienza di Marco Gaiotti.

Wildlife, arte e/o etica?

Cambiamenti climatici, deforestazione, depauperamento d’ecosistemi e biodiversità, cosa ci riserva ancora l’etica della fotografia naturalistica? Come si muovono i suoi moderni fautori e quanto conta sentirsi “un artista” che osserva e fotografa la natura? Scopo primario sarebbe quello di mostrarne la bellezza intrinseca, avvicinandosi in punta di piedi in habitat esclusi, in molti casi, dalla presenza umana, di conseguenza attribuendosi una particolare responsabilità etica. Si racconta che un “pioniere” del concetto wildlife, Eric Hosking, nonostante fosse stato leso da semi cecità permanente, a causa di uno “scontro” con un gufo reale che gli lacerò l’occhio sinistro con un artiglio, continuò a dividere il suo tempo tra (straordinarie) fotografie e conferenze sul tema della conservazione aviaria; a tal punto da essere considerato, oggi, non solo un grande fotografo ma, soprattutto, antesignano della difesa ambientale e delle specie a rischio. In tanta tenacia e determinazione, l’assioma di Arthur Morris, “Work as hard as humanly possible” (Lavora col massimo impegno umanamente possibile…), può farsi regola e non eccezione, ma i più grandi fotografi naturalisti non si sottraggono al piacere d’esprimere la “propria” visione della natura. La differenza tout court sta nel respingere, per esempio, la riproduzione generica e meccanica, o smodatamente dinamica, i virtuosismi fotograficamente pletorici e fuorvianti che sembrano tanto in voga nel mondo della comunicazione digitale.

NEL TRAMONTO ARTICO

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Isole Svalbard, Norvegia; sul Mar Glaciale Artico, a settembre: “La luce arriva da un sole basso sull’orizzonte per molte ore al giorno, creando una situazione di alba o tramonto continuo…”. Il fotografo italiano Marco Gaiottisi apposta lungo la banchisa mentre “La luna piena sorge al tramonto sopra l’isola di Karl XII”. Il suo teleobiettivo è pronto: “Gli strati d’aria umida si fermano sulla superficie del mare prossimo al congelamento, diffondendo cromie incredibili…” e lui riprende un’immagine fugace ma perfetta, per luce, soggetto, condizione: un orso polare che dorme sulla scogliera, al crepuscolo, prima della lunga notte artica. La foto-emblema scattata durante la spedizione nell’autunno 2013 tra i fiordi delle terre abitate più a nord del pianeta, gli vale un primo premio al Memorial Maria Luisa nella categoria Mammiferi, ma l’intero reportage dalle Svalbard, sarà pubblicato sulle pagine dell’inglese The Guardian e conteso dalle maggiori riviste specializzate. Genovese, classe 1983, di professione ricercatore universitario, Marco Gaiotti, aveva già visitato le terre polari nel 2009, campeggiando fra le regioni dell’Alaska in completa autonomia, portandosi dietro l’attrezzatura fotografica e l’inderogabile aspirazione a riprendere la fauna e i paesaggi locali. In Alaska capirà di voler dare un taglio professionale alla sua passione, continuare a fotografare gli itinerari incontaminati del nostro pianeta: “Sicuramente un fotografo naturalista è una persona appassionata di natura che sta bene nella natura, e mostrare attraverso le fotografie ciò che rimane del patrimonio naturale di questo pianeta aiuta a far comprendere alla collettività, assegnare un valore a ciò che un domani potrebbe essere irreparabilmente distrutto. Io, in ogni caso, non condivido posizioni ambientaliste estreme che vedono l’essere umano come un parassita del pianeta, ma penso che questo pianeta sia a disposizione dell’uomo ed esso possa giovarsene entro limiti di buonsenso che garantiscano la sostenibilità per gli anni a venire, in modo che le future generazioni possano ancora apprezzare gli habitat naturali…”.

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UNA NATURA SCONFINATA

Nel termine squisitamente anglofono, wildlife, c’è il variegato affresco di una natura sconfinata, del libero movimento della fauna selvatica, priva dell’elemento umano e antropico. Dal sud al nord del mondo, fino a che punto si spingono conoscenza e consapevolezza di chi fotografa luoghi ancora strenuamente integri? Senso della bellezza e spirito per l’avventura, sono comunque inclusi, ma torniamo a Marco Gaiotti e alla sua permanenza sulle isole norvegesi, dove, tra l’altro, opera una base artica italiana in memoria al pilota Umberto Nobili, che alle Svalbard si schiantò durante un’esplorazione in aerostato, nel 1928. Qui, le condizioni del ghiaccio sono al minimo storico. Quest’inverno, sulla costa occidentale delle Svalbard (a eccezione di Van Mijenfjord e Dicksonfjord), quasi nessuno dei fiordi emersi n’è stato ricoperto. L’effetto dei cambiamenti climatici si manifesta in modo drammatico anche nella parte più settentrionale del pianeta: “Verso settembre la banchisa raggiunge generalmente il suo minimo e nel 2013 navigammo fino a quasi l’ottantatreesimo parallelo prima d’incontrare ghiaccio marino – ricorda Gaiotti – Secondo le nostre guide mai ci si era dovuti spingere così a nord in passato. La realtà è che le regioni artiche sono particolarmente sensibili rispetto al riscaldamento, perché una variazione di pochi decimi di grado centigrado comporta lo scioglimento o il congelamento d’immense aree di oceano. Ho seguito al mio ritorno l’evoluzione del ghiaccio marino, e fino a dicembre l’area a nord di Spitsbergen rimase priva di ghiaccio. La popolazione d’orsi polari delle Svalbard, al ritiro estivo della banchisa, ha due possibilità, seguire il ritiro dei ghiacci a nord, oppure aspettarne il ritorno sulla terra ferma. Sulle isole il cibo a disposizione per gli orsi, che abitualmente cacciano le foche sul pack, è scarsissimo e sono esposti a lunghi periodi di digiuno che diventano sempre più lunghi anno dopo anno a causa della scarsità di ghiaccio. In questi mesi gli orsi riducono al minimo il consumo di energie dormendo per gran parte del tempo, come nel caso della foto dell’orso con sopra la luna piena, consumando le riserve di grasso accumulate nei mesi di caccia sul pack. Se gli orsi non hanno sufficienti riserve, o se il periodo senza ghiaccio diventa troppo lungo, muoiono di fame. Fortunatamente alcuni orsi hanno imparato a mutare le proprie abitudini per adattarsi alla nuova situazione; alcuni saccheggiano le colonie di uccelli sulla terra ferma all’inizio dell’estate, mentre altri hanno incominciato a predare le renne, sebbene non siano, come specie, predisposti a lunghi inseguimenti”.

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FOTOGRAFIE “RAGIONATE”

Per Marco Gaiotti il messaggio artistico è fondamentale: “Vedo l’aspetto tecnico importante a servizio di un’idea precisa che l’autore vuole realizzare… Guardando il mio portfolio non ci sono fotografie tecnicamente difficili da realizzare, ma fotografie nelle quali gli animali sono inseriti in un contesto naturale che talvolta diventa predominante rispetto al soggetto stesso. Si tratta quasi esclusivamente di scatti statici, ragionati, che hanno richiesto alcuni istanti, più o meno lunghi, di preparazione… Al momento, non insisto molto su foto dinamiche, che magari hanno un elevatissimo messaggio documentaristico e lasciano spesso l’osservatore a bocca aperta, e che ammetto, siano generalmente difficilissime da realizzare. In quel campo la concorrenza è spietata ed è difficile emergere… mi piace inserire l’animale nel proprio habitat, di conseguenza ho necessità di avvicinarmi molto agli animali e montare lenti non troppo lunghe, quando riesco a usare il grandangolo, ottengo i risultati migliori. A volte la scena è sufficientemente compressa da poter ottenere ciò che si vuole con un teleobiettivo, come nel caso dell’orso polare sotto la luna piena, o nel caso della giraffa solitaria nello stagno di Etosha in Namibia… Come fotografi ne apprezzo moltissimi, italiani e stranieri, mi piace soprattutto chi, come me, cerca di sottolineare l’habitat più che l’animale.

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Ammiro la fotografia della leonessa nell’erba alta di Pierluigi Fornari Lanzetti, che l’anno scorso ha vinto il premio assoluto al Memorial Maria Luisa e al Glanzichter. In Italia ho sempre ammirato molto anche Marcello Libra, purtroppo, da poco scomparso, Marco Colombo, per la sua incredibile capacità d’ottenere scatti magnifici da habitat italiani, ma ce n’è sono davvero tantissimi altri. Come stranieri, potrei citare Art Wolfe, Ole Jorgen Liodden, Sergey Gorshkov, ma sono solo i primi tre nomi che mi vengono in mente…”.

In uno scatto sul lago Kussharo, in Giappone, attraverso la caligine di una tormenta di neve e sotto un cielo cupo, c’è l’essenza arte/natura di Marco Gaiotti. “Uno stormo di cigni selvatici sferzati da una tempesta di neve a Hokkaido” insieme a “Un orso polare che dorme sotto la luna piena al tramonto”, foto – emblema delle Svalbard, saranno premiati per due volte di seguito, al Memorial Maria Luisa.

“La foto dei cigni è sempre stata una delle mie preferite – racconta Gaiotti – e sono contento che a distanza di due anni da quando è stata scattata, abbia ottenuto un riconoscimento così importante: era sempre stata scartata in fase di preselezione da tutti gli altri concorsi cui l’avevo iscritta. Si trattava una situazione stupenda e freddissima, con nubi spinte da un vento fortissimo che portavano forti nevicate e subito dopo si dissolvevano. Sole e neve forte si alternavano continuamente quella mattina. Il Giappone ha rappresentato una prova difficilissima per me… ho vissuto nel paese per tre mesi per lavoro (sono ricercatore universitario) e al termine del periodo ho deciso per una breve vacanza a Hokkaido, ma non avevo assolutamente l’attrezzatura necessaria per le temperature incontrate, costantemente sui -15º C. Era quindi, una sfida continua per resistere al freddo pungente senza rinunciare alla fotografia. Sono molto legato per i medesimi motivi anche a una foto fatta gli stessi giorni sulle sponde gelate del lago Onneto, premiata l’anno scorso al Glanzichter nella categoria Nature as Art, che mostra una foresta di aceri sotto una fitta nevicata”. Progetti per l’immediato futuro? In questo caso, leitmotiv è il continente africano, in Botswana per l’esattezza, come confessa Gaiotti “Sono stato molte volte in Africa, ma sento di avere realizzato fotograficamente poco in questi viaggi, mi piacerebbe riuscire a ricavare qualcosa di buono e originale nella prossima avventura…”.

Nei prossimi numeri i racconti di Mostafa Elbrolosy e Marina Cano inNatura 

I cambiamenti climatici il vero “terrore globale”?

Liliana Adamo, da Reporter Associati/Peacelink 2004.

ImmagineTemperature aumentate vertiginosamente, le linee costiere si ritirano, le precipitazioni violente sono all’ordine del giorno ed anche se gli speaker seguitano a cianciare che “dovremo farci l’abitudine” si sa che il cambiamento del clima è la vera minaccia del terrore globale. “Tuttavia ancora voliamo, guidiamo, consumiamo ed inquiniamo come non mai”, afferma Mark Townsend (in uno speciale del Guardian, pubblicato di recente) valutando le conseguenze complessive del mutamento climatico, verificabili in Gran Bretagna come in qualsiasi altro luogo del pianeta.

E’ dalla terra, dal letto dei fiumi, dai ghiacci e dal mare, dall’intero regno della natura che si registrerebbe la catastrofe imminente. C’è un angolo dello Yorkshire del sud, dove ammassi di scorie e scarti ferrosi s’annidano nel suolo, coabitando con le distese boscose, contaminando l’humus salmastro di un canale navigabile divenuto in breve tempo, il più inquinante della Gran Bretagna.

Alcune miglia più a sud, il centro dell’Inghilterra contraddistingue il punto esatto dove il sogno della verde Bretagna è sicuramente scomparso: a Conisborough, il parco ambientale chiamato enfaticamente The Earth Centre non è sopravissuto alle difficoltà. Grazie ad una cospicua largizione di denaro pubblico era stato concepito come esempio di lifestyle anglosassone: rispetto ambientale, comportamenti eco-compatibili.

Una creazione nata non sull’idea che lo sviluppo sostenibile si renderebbe garante delle future generazioni, ma per assecondare un progetto che attutiva l’impatto di un depauperamento ormai giunto al suo limite; eppure, secondo Townsend, il progetto di per sé appariva troppo “esoterico per una società usa e getta, del qui ed ora”. Per affermare quel concetto reso “esoterico” da chi continua a propinarci frottole ed idiosincrasie sull’esistenza del global warming – un’accensione catastrofica con reazioni a catena – e sulla sua reale pericolosità, sarà sufficiente serbare la memoria dei dinosauri, estinti 65 milioni d’anni fa.

La scomparsa di molte specie continua a qualificare pessimamente gli ultimi decenni della vita sul pianeta. Dopo il ripetuto allarme (cui non si è dato soluzioni) e i referti, le grandi foreste stanno morendo. Gli oceani più profondi subiscono un’emorragia vitale ad un tasso che, nelle statistiche, parrebbe quasi inimmaginabile. Nell’ultima decade lo strato gelato dei picchi più alti si è rapidamente assottigliato in modo tale che, nonostante i violenti uragani imperversino ad intervalli ravvicinati, la nostra potrebbe essere l’ultima era del ghiaccio.

Ogni giorno la lascivia sintetica abbandonata nel suolo, nell’acqua e nei corpi non pone vie d’uscita. In realtà nessuna scienza sa ricominciare punto e a capo e l’isola di Mark Townsend cambierà faccia prima che qualcuno metterà in atto una radicale inversione di marcia. Al medesimo livello la trasfigurazione avverrà sulla nostra penisola, sulle coste delle Canarie, sui deserti del continente africano, molto più velocemente di quanto la storia potrà presagire.

Il problema si nasconde anche alla coscienza collettiva, il cambiamento climatico rimarrà ancora per molto un concetto troppo astratto affinché la maggior parte della gente comprenda, questo vale anche per gli inglesi. Townsend nell’articolo del Guardian, racconta di come molti ambientalisti tedeschi hanno viaggiato per miglia e miglia in una sorta di “pellegrinaggio” fino all’Earth Centre, all’esoterico centro di salute ecologista, per trovarlo chiuso; brutalizzata dai complessi equilibri della competitività economica ed indifferente agli equilibri della natura, oggi, la regione dello Yorkshire del sud è fra le zone più inquinate della Gran Bretagna.

Desideri frustati dopo la rivoluzione industriale.

Due terzi dei prodotti chimici che provocherebbero varie forme di cancro, sono stati rilevati nei cieli spenti della verde Inghilterra, sprigionati da alcune fabbriche (oggi privatizzate) in 10 città campione. Nell’agosto scorso, mentre The Earth Centre è venuto a mancare, beffardamente distrutto da una violenta reazione del global warming (una pioggia torrenziale che ha invaso interamente lo Yorkshire), Jonathon Porrit, l’uomo che Tony Blair ha scelto per riuscire dove altri hanno fallito, si è installato nella sede di Gloucestershire nella veste di Presidente per la commissione governativa di sviluppo sostenibile.

Che fare? Intanto si è subito preoccupato di lanciare un messaggio non facile però di rigore: “Dobbiamo vivere in senso meno offensivo, avendo la consapevolezza che il cammino può essere un processo lento e doloroso.” Ma il diluvio che si è scatenato in tutta la regione, che ha fatto tracimare fiumi e torrenti, causato danni economici superiori alla media, mettendo in ginocchio quella parte dell’Inghilterra centrale molto meglio dei paventati attacchi terroristici, è soltanto una scheggia degli errori e dei progetti, affondati insieme all’attrattiva turistica dell’eco-parco.

Il cambiamento del clima inquieta non poco il fisico cinquantaquattrenne John Schellnhuber, direttore per il Centro di ricerca di Tyndall, dove gran parte dell’eminenza grigia scientifica sviscera l’ultimo episodio meteorologico del 16 agosto scorso. “E’ l’ultima torsione della natura.” spiega con ansia. “Questo è soltanto l’inizio, dobbiamo fare previsioni che ci mettono in pericolo. Le cose possono mettersi male per tutti noi”. Nel momento stesso in cui la nazione ha chiesto spiegazioni sull’eccezionalità dell’evento, Tony Blair ha ricevuto successive istruzioni dal consiglio tecnico, ma per un primo ministro così risoluto la priorità spetta alla necessità di trovare le armi di distruzione di massa, possibilmente di là dai propri confini, ha annunciato quindi che favorirà un’attività industriale “rispettosa e sostenibile”.

La volontà di mettere in pratica le “buone intenzioni” per una “buon’economia”, sarebbe stata premiata se il suo governo avesse reso operativo il programma destinato al riciclaggio, come per esempio della carta, prima ancora che se ne cominciasse a parlare. Secondo i calcoli di Schellnhuber per il prossimo futuro, il surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici potrebbero essere appellati come “Bankrupt Britain”.

Le compagnie assicurative prevedono risarcimenti alle stelle e corrono ai ripari, anzi sono certi che entro il 2060 il costo della vita nell’economia globale, il valore dei prodotti e dei servizi, saranno soggetti ad una considerevole impennata. I documenti redatti dai funzionari delle Nazioni Unite, completati in ottobre, rivelano che, causa i disastri naturali, moltissime persone e società hanno subito danni economici raddoppiati rispetto alla passata decade, per non parlare dell’alto numero di perdite umane.

Budget causa ed effetto

In Inghilterra i costi per i disastri prodotti dal clima, sono quasi triplicati. Al punto che nessuno ha concesso una sterlina quando la natura ha sprigionato la sequenza di calamità e The Earth Centre è stato sacrificato. Nessuno pare interessato a rimetterlo in piedi. Quattro violenti uragani hanno fatto il giro del pianeta: dalla Florida ai Carabi, mentre il Bangladesh è crollato per l’inondazione più feroce degli ultimi quarant’anni, persino i grandi ghiacciai del plateau tibetano, che misurano un quarto delle sconfinate pianure cinesi, si sono trovati a liquefarsi con una rapidità che rende stupefacente la loro sopravvivenza in questo secolo.

L’aumento medio della temperatura s’attesta intorno a 5.8 C. Questo s’ evidenzierebbe come un dato modesto, invece basta l’aumento per metà del valore, per minacciare i ghiacci della Groenlandia che si scioglierebbero più velocemente di quanto possano essere sostituiti, secondo i meccanismi originari. S’avrebbe così un tangibile aumento dei livelli oceanici che inonderebbe le coste meridionali ed orientali dell’Inghilterra.

Sir David King, un autorevole scienziato dello staff governativo, è convinto che il surriscaldamento globale è la vera minaccia per un terrorismo più diffuso e capillare, l’ostacolo più grande che le civiltà occidentali si troveranno a fronteggiare nel prossimo futuro.

Al contrario delle più disfattistiche previsioni, uno studioso di statistica, il danese Bjorn Lomborg, pone invece molti dubbi. Autore di un libro piuttosto critico sulle valutazioni finora fatte circa il global warming, “The Skeptical Environmentalist” (L’ecologo scettico), porta avanti la filosofia del determinismo teorico. Una minaccia è coerentemente effettiva e di lunga durata, ma il sistema energetico della biosfera e l’equilibrio terrestre, in condizioni di stress cronico, possono rivelare inusitati sviluppi d’auto-protezione, modificando gli assetti e dunque le conseguenze.

La salvaguardia del pianeta può essere attuata soltanto all’interno di una società globalizzata ed intensamente tecnologica. Le sue previsioni sul rischio del surriscaldamento globale, ritenute credibili e rassicuranti, sono in programma sui libri scolastici e lo stesso Lomborg ha una carica governativa, in veste di consulente scientifico, eppure l’ex attivista di Greenpeace, tutto è tranne che un vero e proprio specialista e la comunità scientifica internazionale lo ha accusato di palese disonestà intellettuale, poiché nel suo testo, le fonti sono alterate o “interpretate”per sostenere le sue tesi.

I primi in classifica

Antecedente alla ratifica del protocollo di Kyoto, la Russia di Vladimir Putin non era conosciuta al mondo per richiedere il parere degli ecologisti, neanche ad un ecologista alla Lomborg, per dirla tutta. Per la completa mancanza di politiche ambientali, il suo paese ha meritato davvero una pessima fama; non c’è un portavoce di tale passività con la stessa essenza di Putin, un ultra conservatore, avversario dell’ambiente. Alla fine che Putin riconosce il protocollo non assolve la Russia dal suo passato e dalla leggerezza con cui ha avvelenato gran parte dell’Asia ed Europa.

Tuttavia il grande inquinatore del pianeta resta l’America. Esistono documenti redatti da Schellnhuber e dalla sua equipe che invitano il governo americano a non sottovalutare i cambiamenti climatici in atto. Rivelano, tra l’altro, che, in meno di cinquant’anni, un pezzo dello Yorkshire, il litorale che va da Norwich a Colchester, si ritroverà sott’acqua; che le obsolete infrastrutture di Londra non riusciranno a far fronte agli acquazzoni monsonici, che il canale navigabile più famoso di Londra, il Tamigi, si è trasformato in una cloaca con lo scarto di 600.000 tonnellate d’escrementi, tutto l’eccedente che il sistema fognario non riesce a smaltire.

I documenti, mai pubblicati, accennano all’emergenza per le sostanze tossiche sprigionate dagli anticrittogamici e deplorano la distruzione degli habitat fluviali, quei terreni saturi d’umidità una volta considerati ecosistemi per la fauna selvatica; nonostante gli sforzi del volontariato e dell’associazioni ambientaliste, non esiste un programma serio, per serbare le aree verdi dei “wetlands”.

Dal carbone al plutonio

Per la prima volta il movimento ambientalista inglese si trova ad affrontare un impensabile rompicapo, se il cambiamento del clima è un automatismo artificiale, indotto dall’uomo e dal profitto, allora ridurre le emissioni del biossido di carbonio nell’atmosfera diventa d’importanza vitale; ma invertire la corsa resta una chimera e un’utopia, esoteriche quanto The Earth Centre.

Oltre le risorse energetiche alternative di cui si discute da anni (la sfida non è mai stata raccolta con giusto pragmatismo), l’unica fonte d’elettricità che non esacerba il cambiamento climatico è il nemico numero uno dell’ideale verde: l’energia nucleare. In realtà “la rivoluzione verde” pontificata da Blair (più o meno il tre per cento dell’elettricità in territorio inglese proviene dal vento, dal sole, dal mare e via dicendo) è una strategia pubblicitaria campata in aria.

La fonte principale d’elettricità è ancora in quelle riserve del nord, ricche di gas e carbone che si esauriranno nell’arco dei prossimi dieci anni. Blair, come Bush e il resto dell’occidente, ha bisogno dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente, o, viceversa si userà massicciamente il plutonio; d’altro canto, le vecchie, sporche centrali elettriche, alimentate dal carbone, che hanno guidato la rivoluzione industriale, non sembrano essere più difendibili da nessuna parte in causa.

Per molti ecologisti parlare di scelta nucleare come ultimo compendio ed incrementarne l’utilizzo, è semplicemente un anatema e per quanto mi riguarda se dovessi scrivere sull’incognita delle scorie e dei pericoli delle centrali, mi servirebbe un altro articolo.

Towsend allora si chiede: qualora i membri d’Al-Qaeda attaccassero una qualsiasi centrale atomica, per esempio quella di Cumbrian, gli avvenimenti di Chernobyl sarebbero come “una nota a piè pagina”. ma anche senza l’appoggio di un attacco terroristico, il plutonio di Sellafield è riuscito a contaminare perfino i denti dei bambini. Non stanno meglio quelli di Retford e Doncaster che vivono presso le sommità fumanti di carbone, propulsore delle centrali elettriche. Bambini che tossiscono per l’asma e le malattie respiratorie, alcuni si ammalano di cancro.

In conclusione l’opinione diffusa sulle politiche energetiche resta ancorata agl’elementi fondamentali di vita e per gran parte del movimento ecologista il governo inglese deve espandere il suo programma (definito “pietoso”) circa le risorse rinnovabili e farne un altro per il risparmio energetico. Il primo ministro inglese si tesse le lodi da solo, invocando ai suoi l’esigenza di “pensare ambientale”, ma si rifiuta, ad esempio, d’imporre tasse di combustione agli aerei super-veloci del nuovo aeroporto internazionale. Un volo di tre ore consegnerà all’atmosfera gas di scarico pari a ciò che un singolo automobilista distribuisce in un anno.

C’è un’evidente incongruenza tra le parole e i fatti, un conflitto tra i discorsi e gli obiettivi reali, ma siamo tutti noi che non ancora possediamo quel cambiamento di cultura, presumibilmente perché abbiamo smarrito il senso del cambiamento e ci accontentiamo di dissimulare l’escalation del global warming, di chiudere gli occhi per non vedere.

L’umanità è invecchiata, compresa quella in età giovanile e l’ironia vuole che anche domani sia un altro giorno.