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Diario d’Africa.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un itinerario ricco di suggestioni: dagli alberi spettrali del Deadvlei, al “Fumo che tuona” sul fiume Zambesi; dalle Pianure del Savuti, al Cratere di Ngorongoro. Attraverso le fotografie di Marco Gaiotti, l’Africa dei grandi scenari naturali, accompagnata da un atavico “Cuore di Tenebra”.

Foto di Marco Gaiotti

Una sorta di Saudade colpisce il viaggiatore dopo aver percorso anche un solo tassello che compone lo scenario per il più antico dei Continenti. Sull’onda di un Mal d’Africa quest’articolo nasce da una suggestione, anzi, da due complementari: la lettura di un romanzo rapsodico come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e le riprese fotografiche di Marco Gaiotti. Un viaggio suggerito da letteratura e fotografia, due elementi che non combaciano, ma in cui resta intatto il richiamo potente della natura legata al destino controverso dell’umanità.
L’ Africa è terra di contrasti, che si muove tra ciò che è avvenuto e contemporaneità, dove il peso di problematiche socio politiche, dell’ingiusta organizzazione economica, o ancora, il depauperamento per le risorse naturali è un’eredità oscura del colonialismo. Tentare di superare il gap non è esclusivamente una questione di leggi e istituzioni ma passa, oggi, per la difesa dell’ambiente. Preservare un tale capitale di conoscenza e bellezza, può cambiare in meglio il tenore di vita, valorizzare le identità etniche, elaborare la propria strategia per il futuro.

Il Cuore di Tenebra è pervaso da darkness che per Conrad è il vero volto dell’ obsoleta società occidentale, un’oscurità essenziale non accettata come propria, scaraventata semmai sulle culture altre. Nel fulcro del racconto si gioca la partita a due tra Marlow e Kurtz, ma i veri protagonisti sono la natura selvaggia, inesplorata, il fiume Congo, le foreste, le voci tribali di un’Africa primordiale, impenetrabile e respingente.

PRIMA TAPPA: IN NAMIBIA.

Difficile immaginare un territorio controverso come quello della Namibia, il paese più arido a sud del Sahara, tra il deserto del Kalahari e l’Atlantico meridionale in mano ai colonizzatori tedeschi preoccupati più che altro, d’estrarre diamanti. Proprietà dell’Impero tedesco prima, parte dell’Impero britannico con l’Unione sudafricana, poi, infine provincia sudafricana fino all’indipendenza ottenuta nel 1990, la Namibia, oggi, rappresenta una vera roccaforte del turismo comunitario in cui la difesa della natura è parte integrante della Costituzione.

Il governo centrale ha incoraggiato la creazione di villaggi e campi gestiti direttamente dalle etnie locali: il miglior modo per avvicinarsi a una Namibia autentica, incrementare il turismo eco-compatibile, aiutare le popolazioni indigene. Nelle zone rurali si allestiscono le Conservancies, unità autoctone, terre e fattorie comunitarie nelle quali si sovrintendono difesa ambientale e sviluppo economico. Un modello di Conservancy è Torra, cioè, le terre dei Damara (Damaralands), fra le prime etnie originarie insieme ai San-Boscimani, ai Nama, seguiti poi da diversi gruppi Bantu, come gli Herero e gli Ovambo.  La maggioranza dei lavoratori è parte integrante della comunità, vive di turismo ed è particolarmente impegnata a proteggere la fauna selvatica dal bracconaggio. Le guide Damara sono orgogliose di mostrare antilopi, elefanti e rinoceronti neri (n’è restano soltanto pochi esemplari al mondo), ai viaggiatori venuti da lontano solo per godere di queste bellezze.

Per la sua attività di fotografo naturalista, Marco Gaiotti si è avvicinato al continente africano durante un primo viaggio avvenuto in Namibia. Quell’Africa blues cui si diceva, quel saudade sub-sahariano, gli impone di tornare anche più di una volta nell’arco di un anno, districando le sue tappe fra Zambia, Botswana, Zimbabwe, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Uganda.

Foto di Marco Gaiotti

Sono stato in Africa la prima volta nel 2007, in Namibia, e da allora cerco di tornarci ogni volta che posso…” spiega Gaiotti

L’ Africa è un concetto, un’idea che si forma in testa prima ancora di averla vista. Fin da bambini la associamo al luogo selvaggio per definizione, dove l’ambiente appartiene ancora completamente al regno animale. Devo ammettere che l’impressione iniziale non è poi diversa da come uno se la immagina, soprattutto nelle aree più lontane dalla civiltà, come buona parte dell’Africa Australe. Nel momento in cui ci metti piede, è normale fermarsi con stupore per qualsiasi cosa incontri per strada: poi col tempo si diventa più esigenti, si cerca la situazione rara, possibilmente con una luce ottima.

Ho sempre amato la fotografia ambientata, e l’Africa offre grandi opportunità da questo punto di vista: a volte è la situazione meteorologica, le piante o il deserto a fare da contorno alla vita animale, altre volte è semplicemente il cielo con le sue nuvole marcate a incorniciare e rendere indimenticabile la scena.

In Namibia, amo particolarmente la zona desertica a ridosso della costa atlantica. Qui, fra dune di sabbia e valli aride si trova un’inaspettata presenza di fauna in un habitat a dir poco mozzafiato”.

Foto di Marco Gaiotti

Gli altopiani ricoperti di bush (cespugli) e disseminati di pan (bacini endoerici che nelle stagioni più secche si ricoprono di sale), attraversano quasi l’intera Namibia per sfociare nel deserto del Namib con le sue dune piramidali, forse il più antico del mondo. I pan più scenografici sono quelli del Sossusvlei e un altro, molto esteso che si trova all’interno del Parco Nazionale d’Etosha. I pan richiamano numerosi e svariati uccelli migratori, che si ricongiungono a riposare sulle rive, creando uno spettacolo senza eguali. Al Sossusvlei ci sono le dune più alte del mondo: Big Daddy (390 metri d’altitudine) e la famosissima Duna 45, con la sua sabbia colorata in tutte le sfumature di rosso. Gli ossidi di ferro che sprigionano queste accese gradazioni, sono gli stessi presenti nelle aree secche su … Marte!

Foto di Marco Gaiotti

Altra curiosità: la costa namibiana è definita come il deserto freddo in un paese tropicale ciò è dovuto a una disposizione climatica, la corrente del Benguela che arriva dall’Antartico e rinfresca la temperatura stabilizzandola sui 17° anche nei mesi più caldi. Di là delle pianure che giungono alla costa atlantica battuta dai venti, a sud del fiume Orange, c’è l’area desertica del Kalahari, mentre a nord si circoscrive una stretta fascia di terra chiamata Dito di Caprivi, usata dai tedeschi come accesso al fiume Zambesi. Il delta del fiume Okavango, come lo straordinario Parco d’Etosha, sono riverse naturali fra le più riproduttive per il Wildlife.

Foto di Marco Gaiotti

Seguendo il corso dell’Okavango, fra i più estesi sistemi idrici al mondo, si attraversano Kangango, Andara, il Mahango Game Reserve e il parco nazionale di Bwabwata. Valli fluviali e pianure paludose diventano habitat ricchi di biodiversità per una fauna che non si trova in nessun’altra parte del paese. Fra paludi e savane, si scorgono alberi di baobab e uccelli rari (martin pescatore bianco e nero, glareola cinerea…), ma anche coba e sita unga, coccodrilli, ippopotami, bufali e una singolare specie d’antilope africana, l’ippotrago.  Nei 20.000 kmq, del Parco Nazionale di Etosha la reintroduzione del rinoceronte bianco ha ottenuto grande successo e si vedono tanti esemplari di questa maestosa specie, braccata e minacciata d’estinzione.  Il parco è un donor, ente speciale che cede animali ad altre riserve se hanno bisogno di ripopolamento. Il Pan Etosha, ai confini del parco, è un immenso deserto piatto e salino. Ogni anno, nella stagione delle piogge si converte in una bassa laguna, oasi perfetta per fenicotteri e pellicani che creano uno straordinario scenario di vita e colori; durante la stagione secca, invece, la sabbia bianca dell’Etosha avvolge ogni cosa, dai prati, agli elefanti. Tutto appare mutato e spettrale. Ripensando alla “darkness” di Conrad, a quel profondo disagio dell’Occidente verso differenti civiltà ed espressioni culturali, i più perseguitati dai turisti tra le comunità etniche della Namibia sono gli Himba, diretti discendenti dell’antico ceppo Bantu, che vivono nei villaggi del Kaokoland,  a lungo rimasti isolati. Nel rifiuto d’allinearsi al modus vivendi importato dall’Occidente, gli Himba sono angariati da una sorta di morbosa curiosità, soprattutto nei confronti delle donne. Esse difendono le loro usanze antiche, ostentano la loro nudità, fatta eccezione per un gonnellino in pelle, spalmandosi da capo a piedi una mistura di grasso animale color ocra, che dona una pelle lucente e rossiccia, simbolo di bellezza oltre che libero e disinibito richiamo sessuale.

IN BOTSWANA: STORIA D’AMORE.

Entriamo in Botswana con il ricordo di una storia d’amore e l’amore cambia tutte le storie, anche quelle ufficiali.

Foto di Marco Gaiotti

L’incontro avviene a Londra nel 1947 con l’apartheid appena impiantato dal governo sudafricano. Seretse Khama, futuro re dello stato confinante e Ruth Williams, un’inglese impiegata ai Lloyd’s, s’innamorano e si sposano  sfidando la ragion di stato, con i governi inglese e sudafricano sul piede di guerra, la contrarietà delle rispettive famiglie d’origine, l’avversione pubblica. La storia, tout court, è stata riportata alla luce da un libro e poi da un film, A United Kingdom. Molti anni dopo, il Botswana ha saputo affrontare il trauma del post colonialismo,  l’indipendenza è stata ottenuta nel 1966, meglio d’ogni altro paese africano.  Grazie alla scoperta d’ingentissimi giacimenti minerari (diamanti), a mutamenti istituzionali, un’omogeneità etnica che ha evitato conflitti interni, tenendo salde stabilità politica e tenuta democratica. In piena autonomia i vari governi hanno investito, continuando ad investire molto, nell’istruzione e la scolarizzazione. Nel territorio del Botswana, privo di sbocchi sul mare (formato da un unico altopiano), la foce ramificata del grande fiume copre una superficie superiore a quella del Belgio; l’Okavango scende dalle alte pianure dell’Angola, incontra la savana sabbiosa del Kalahari e forma un particolare connubio: deserto e delta!

Di recente dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco, grazie alla straordinarietà della sua fauna e alla conformazione morfologica (cinque bracci principali con un intreccio di corsi e vene d’acqua, laghi, isole e foreste),  il Delta è il paradiso naturale più grande e famoso al mondo.

Il Moremi Game Reserve, rappresenta un luogo unico sull’intero pianeta, preposto alla tutela per la vita selvaggia degli animali. Situato a nord est, più grande della Corsica, il vastissimo territorio del Chobe River preserva quattro differenti biosistemi, un eden per gli elefanti nella più alta concentrazione al mondo (60.000 circa) e di grandi dimensioni. C’è abbondanza di bufali, ippopotami, antilopi, si contano circa 440 specie d’uccelli. Nella regione del Linyanti, a sud del fiume Chobe, il grande habitat del Savute e delle sua pianura arida raccoglie il meglio dell’Africa australe: facoceri, ghepardi, gnu, iene, impala, leoni, leopardi, zebre, paradiso per gli appassionati di birdwatching con oltre 460 specie di uccelli, acquatici e migranti. Fra le rocce dolomitiche delle Gubatsa Hills, nate da movimenti d’origine vulcanica in epoca preistorica, si celano antiche pitture rupestri originarie dei Boscimani.

Foto di Marco Gaiotti

Racconta Marco Gaiotti: Ho sempre visitato il Botswana durante la stagione secca, ciò che mi ha davvero colpito è il contrasto fra l’abbondanza d’acqua nei grandi fiumi come il Chobe e l’Okavango e la secchezza della terra. Gli stagni che puntellano il delta sono ricchi d’acqua per tutto l’anno, così come il fiume Chobe, che ospita enormi branchi d’elefanti sulle sue isole erbose.  Nel mezzo ci sono le immense pianure del Savuti che alternano brevi stagioni umide a periodi di siccità: piccole pozze d’acqua consentono la presenza di vita, e ricordo con piacere i tantissimi elefanti radunarsi al tramonto per dissetarsi. Una sera, mentre eravamo lì a fotografarne un branco, un impala è sbucato da un cespuglio lanciato a tutta velocità. Il tempo di capire cosa stesse accadendo che, dallo stesso cespuglio vedemmo staccarsi un branco di licaoni all’inseguimento, poi terminatosi con successo a pochi metri da noi. È stata per me la prima e unica volta che ho assistito alla caccia dei licaoni in tanti viaggi in Africa…”.

Il Botswana appare come esempio di modernità e conservazione, di sviluppo eco compatibile e democrazia, a tal punto che il premio Nobel, Nelson Mandela scriveva di quanto “abbiamo molto da imparare da voi”.

Foto di Marco Gaiotti

AL CONFINE TRA ZAMBIA E ZIMBABWE.

Aveva già individuato le rapide di Ngonye, l’esploratore scozzese David Livingstone, ma dovette sgranare gli occhi mentre si trovava più a nord, sulla foce dello Zambesi, davanti a un’enorme massa d’acqua che precipitava giù dalle alture, il 17 novembre 1855. Le cascate, dedicate da Livingstone alla regina Vittoria, erano già note ai Khoisan, ai Tokaleya e ai Nadebele e chiamate in lingua indigena,  Makololo Musi oa thunya, il fumo che tuona.

I continui arcobaleno forgiati dal vapore acqueo creano uno spettacolo naturale di rara potenza e meraviglia: con un salto di cento metri, il doppio rispetto a quelle del Niagara (nei mesi di piena, lo spruzzo d’acqua misto al fumo è visibile a 50 km di distanza, innalzandosi fino a 1.600 metri), l’enorme massa risuona con un fragore assordante da rendere impossibile la comunicazione verbale, pure se si urla a squarciagola.

Nell’Ottocento, le magnifiche cascate situate tra Zambia e Zimbabwe, rappresentavano meta ambita solo per pochi arditi esploratori, come il portoghese Serpa Pinto, il ceco Emil Holub (che le mappò in dettaglio nel 1875) e l’artista britannico Thomas Baines che non mancò d’eseguirne i primi dipinti. La sporadicità delle visite si risolse all’inizio del Novecento, quando la zona fu raggiunta da una linea ferroviaria, tuttora funzionante.

“Penso che nulla rappresenti meglio l’idea di Africa quanto il Serengeti”, rivela Gaiotti. “I miei ricordi più belli sono attinenti alla stagione umida, quando i temporali attraversano la pianura scaricando immense quantità d’acqua. Di questi momenti ricordo in particolare l’odore della pioggia e le immense mandrie di gnu e zebre giungere dal Masai Mara per inseguire i pascoli migliori, in una continua migrazione per la sopravvivenza”.

Foto di Marco Gaiotti

Pianura sconfinata ecco l’etimo del Serengeti nella lingua delle popolazioni Masai. A nord della Tanzania, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya, limitrofo al Masai Mara e alla riserva naturale di Ngorongoro, 14.763 km² in tutto, è la maggiore delle attrazioni turistiche del Northern Safari Circuit, un sistema di ben quattro aree naturali protette, fra le più ammalianti dell’Africa orientale.

Foto di Marco Gaiotti

Terra antichissima dei Masai sotto l’imponente Kilimanjaro, di ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza (come il sito di Olduvai, con i resti dell’Australopithecus boisei, ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa), nonché sede dei primi tentativi all’approccio moderno per la conservazione ambientale. Fu il naturalista tedesco, Bernhard Grzimek e suo figlio Michael in un famosissimo pamphlet Il Serengeti non può morire   (Serengeti darf nicht sterben), da cui fu tratto un documentario omonimo, vincitore del premio Oscar nel 1959, ad avvalorare le basi sulla tutela del patrimonio faunistico africano, porre all’attenzione del mondo la difesa degli habitat e del Wildlife. La storia, come molte altre ambientate in Africa, non risparmia sviluppi drammatici: nello stesso anno, Michael, da sempre suo stretto collaboratore nelle attività di ricerca, periva, vittima di un incidente al piccolo aereo con cui eseguiva i conteggi della fauna, entrato in collisione con un grosso rapace.

LA GRANDE MIGRAZIONE.

Oggi, le parole di Grzimech risuonano profetiche: “Nei prossimi decenni, nei prossimi secoli, gli uomini non andranno più a visitare le meraviglie della tecnica, ma dalle città aride migreranno con nostalgia verso gli ultimi avamposti in cui vivono pacificamente le creature di Dio. I Paesi che avranno salvato questi luoghi saranno benedetti e invidiati dagli altri, diventeranno la meta per fiumi di turisti. La natura e i suoi liberi abitanti non sono come i palazzi distrutti dalla guerra: questi si possono ricostruire, ma se la natura sarà annientata, nessuno potrà farla rivivere”.

Foto di Marco Gaiotti

La Grande Migrazione del Serengeti è fra gli eventi più straordinari e drammatici del pianeta: in nessun altro luogo è possibile assistere a una marcia di sopravvivenza per circa un milione e mezzo d’ungulati; molti andranno incontro alla morte durante la caccia serrata dei predatori. Nel parco nazionale si trovano tutti i cosiddetti big five: elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo, con la più alta concentrazione dei grandi mammiferi e circa 2500 leoni.

Masse convulse di gnu e zebre si spostano liberamente dal Serengeti al Masai Mara, in una transumanza di grande effetto scenografico. Dalle colline, a nord verso sud, tra ottobre e novembre dopo le piogge estive, da aprile a giugno verso ovest e nord: una scena di tale pathos che solo l’Africa può offrire. L’istinto migratorio è indomito, non vi è nulla che possa fermare questi animali, né siccità, né gole o fiumi dove imperversano i coccodrilli. A sud est, intorno al cratere del Ngorongoro, c’è la riserva naturale con la più grande caldera al mondo segnata da quattro tragitti, tra la corona e l’interno del cratere, da fare in meno di un’ora con fuoristrada: tutta la zona è amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente che prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle popolazioni Masai, che possono vivere e spostarsi senza impedimenti, ciò che invece, non avviene in altre aree tutelate.

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”.

NEL GIARDINO DELL’EDEN!

Foto di Marco Gaiotti

Nel tentativo, non ancora pienamente riuscito, di separare l’Asia e il Corno d’Africa dal resto del continente, il fenomeno subduzionale conosciuto come deriva dei continenti, iniziato cinquanta milioni d’anni fa, ha creato un gigantesco corridoio per oltre 5000 chilometri che passa dalla Siria, attraverso il Mar Rosso, fino al Mozambico. L’incrinatura sotto la superficie terrestre è la Rift Valley che taglia il Kenya in direzione nord-sud. L’intera regione è costellata da grandi laghi: Baringo, Bogoria, Elmenteita, Nakuru, Naivasha, Magadi, Turkana, da decine di vulcani e caldere che spuntano a perdita d’occhio; qui, acqua e fuoco hanno plasmato un ecosistema unico. Alcalino, poco profondo, il Nakuru Lake, polvere o luogo polveroso in lingua Masai, è il santuario degli uccelli acquatici: fenicotteri, pellicani, ibis sacri e Hadada, garzette, chiurli, spatole; è anche il luogo privilegiato per il rinoceronte bianco, la giraffa di Rothschild, antilopi d’acqua, gazzelle, facoceri, eland, babbuini, sciacalli, dik dik, impala, bufali e leopardi. Non manca un clan di leoni, che si vedono generalmente tranquilli e paciosi, distesi a godersi il sole se non è momento di caccia o d’accoppiamento. Non manca neanche una nutrita famiglia d’ippopotami che domina la parte nord orientale del lago. E’ presente un raro pipistrello: l’hipposideros megalotis, una piccolissima specie color arancio-paglierino con orecchie lunghe. Mancano, però gli elefanti, che invece sono numerosi allo Tsavo. Sulla cresta intorno al lago, tre località degne di nota: Lion Hill, interamente ricoperta da una magnifica foresta di Euphorbia (il cosiddetto albero candela), che infonde al paesaggio sembianze primordiali.

MASAI MARA GAME RESERVE.

Foto di Marco Gaiotti

Negli ultimi anni il lago Nakuru sembra aver perso il suo emblema, i fenicotteri. Dove sono finiti più di un milione di queste allampanate creature rosa? Si sono spostate più a nord, sul lago Bogoria, lasciando come avamposto poche centinaia d’esemplari: ciò è accaduto per l’innalzamento circa il livello dell’acqua di oltre due metri, riducendone salinità e alghe, quest’ultime alimento principale dei fenicotteri; diversamente, è aumentata la presenza di pellicani e uccelli migratori. Certo è che l’aumento dell’acqua è dovuto alla portata dei fiumi stagionali provenienti dal complesso di Mau, ma è anche vero che le alterazioni per dimensione e profondità sono determinate dall’eccessiva antropizzazione che si è verificata negli ultimi decenni. Infatti, la città di Nakuru, capoluogo della Rift Valley, adiacente al lago, subisce ogni anno un incremento di popolazione con gravi conseguenze sull’impatto al delicato ecosistema. Alla sparizione dei fenicotteri sul lago Nakuru, contribuiscono la variabilità del clima, l’inquinamento dovuto ai rifiuti industriali, domestici, agli infestanti chimici usati per l’agricoltura. Alcuni anni fa, un’intossicazione delle alghe presenti nel lago, causò una moria impressionante di questi uccelli… Il Masai Mara Game Reserve, nella contea di Narok, è in effetti, un continuum della pianura nel Serengeti, in Tanzania.

Frequentato da migliaia di turisti l’anno, paradossalmente, la zona più ricca di varietà faunistiche è quella meno battuta cioè la parte concentrata sul bordo occidentale, ricca di paludi e fiumi, mentre la zona orientale, più frequentata, dista più di duecento chilometri da Nairobi. L’intera grande area è attraversata dalla Rift Valley, l’habitat davvero impressionante, è quello della savana punteggiata dalle acacie, la cui icona primaria resta l’immagine del leone, che ancora e fortunatamente imperversa a grandi branchi.

Foto di Marco Gaiotti

“Nonostante avessi già una lunga esperienza di parchi africani, quando visitai la prima volta il Masai Mara, l’impatto fu davvero sorprendente, soprattutto per la zona ai confini settentrionali della riserva”. Ricorda Gaiotti. “Anche nella stagione secca, si ha l’impressione di essere improvvisamente finiti all’interno di un campo da golf, invaso chissà come da mandrie di animali selvaggi. 

Due cose mi colpirono particolarmente: i prati verdi di erba bassissima, brucata costantemente dagli erbivori stanziali anche quando le grandi mandrie in migrazione sono lontane e le colline dai profili dolci, allo stesso tempo scoscesi, che contrastano con le infinite pianure circostanti. Per giungere al Masai Mara da Nairobi, dopo aver percorso il pendio della Rift Valley, si attraversa per ore una zona arida e colline lussureggianti ti accolgono all’ingresso della riserva: la scena appare come un giardino dell’Eden circondato dal deserto”.

 

Un grazie particolare a Marco Gaiotti per l’ispirazione e la cooperazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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The David Sheldrick Wildlife Trust: Humpty e altre storie.

Liliana Adamo per InNatura Magazine

Un’operazione che, nelle sue fasi salienti, dura quarantacinque minuti: il salvataggio di un piccolo ippopotamo intrappolato in uno stagno fangoso gremito di pesci gatto, nel bel mezzo della savana nei pressi di Kiunga, sulla costa nord del Kenya, tra l’antico porto di Lamu e il confine con la Somalia.

Dibattendosi nel limo, il cucciolo era tenuto sotto osservazione d’alcuni giorni per accertarsi che fosse, appunto, un orfano. Quando ormai era evidente che senza alcun intervento sarebbe morto, ecco che il Centro recupero wildlife fa scattare la sua task force.

E’ un fresco mattino del 23 dicembre scorso: un Cessna che si trova nei paraggi (a bordo Andrew Francombe e Fuzz Dyer), si alza in volo atterrando in una zona pressoché inaccessibile; anche il DSWT Rescue Team, composto di due esperti, vola da Nairobi fino a Kiunga e grazie al “ponte” del primo aeromobile, raggiunge il gruppo di soccorritori.

Il recupero avviene nel modo consueto, un tiratore che “spara” tranquillante e una rete per bloccare il malcapitato, anche se la “cattura” si trasforma in un impegno gravoso con l’agitazione dell’animale che respira a fatica non riuscendo ad affiorare dalla densa poltiglia nera.

Finalmente spinto fuori e fatto rotolare su una barella di tela, il piccolo è fasciato in una coperta e delicatamente umettato, ma per giungere a destinazione c’è bisogno d’imbracarlo sui pattini del velivolo durante i dieci minuti di trasbordo dalla foresta all’aeroporto di Kiunga. Qui, è nuovamente preparato alla tappa successiva fino a Kaluku, ai confini dello Tsavo, dove lo attende con trepidazione l’intero staff del David Sheldrick Wildlife Trust.

Il nuovo arrivato, inizialmente considerato di sesso maschile e battezzato col nome di “Humphrey”, è affidato alle cure di un neo “mamma”, vale a dire Frans, direttore per le operazioni di campo che nel corso del tempo ha ricoperto svariati ruoli. Tuttavia, assumersi in carica un cucciolo d’ippopotamo resta indiscutibilmente un nuovo territorio, una sfida che Frans è pronto a intraprendere!

Sollecitamente srotolato e liberato della sua coperta umida, scrostata la patina di fango, il piccolo appare ustionato e disidratato, malgrado ciò, le cure per stabilizzarlo ottengono gli esiti sperati. Per Frans si prepara una lunga notte, assistendo un cucciolo impaurito sotto una doccia in continua esecuzione per mantenerlo impregnato a una temperatura costante. Il giorno successivo i guardiani predispongono anche una scuderia “personalizzata” con tanto di “piscina” (una buca d’acqua, dove potrà facilmente rinfrescarsi).

“Humphrey” che intanto è diventata “Humpty” (non essendo un “lui” ma una “lei”), mostra segni di totale attaccamento al suo custode: lo segue ovunque docile e fiduciosa; le sue condizioni migliorano visibilmente, rivelando altresì una propensione di dolcezza e familiarità per l’intero nucleo umano e animale di Kalaku, senza esclusioni. Humpty si trasforma in mascotte del DSWT. La sua storia varca i confini del Kenya, è una storia toccante ed emblematica sul recupero del wildlife in Africa, un continente alle prese con nuove minacce globali quali cambiamenti climatici e siccità, scomparsa della fauna selvatica, mentre si moltiplicano cacciatori di trofei senza scrupoli e bracconieri armati di AK74.

Il mondo intero si commuove per il cucciolo d’ippopotamo strappato al fango e della sua lotta per la vita.

“Lei ha illuminato le nostre vite e sembra così ingiusto che il destino debba privare Humpty di un futuro. Questa perdita improvvisa ci lascia devastati; con suoi modi incantati e unici Humpty ha commosso migliaia di persone, non soltanto chi è stato coinvolto nel suo salvataggio e nelle cure… Il conforto che traiamo è sapere che la sua breve vita non avrebbe potuto essere più felice, che la sua presenza lascerà un ricordo indelebile nel nostro orfanatrofio di Kaluku…”.

Angela Sheldrick (Ceo del DSWT).

Humpty non rappresenta la sola creatura – simbolo del Trust: femmine d’elefanti e rinoceronti se non vittime della selezione naturale, finiscono sotto i colpi del bracconaggio, i piccoli, privi di protezione se non accettati o “adottati” dal branco, non hanno alcuna aspettativa di sopravvivenza. L’intervento delle unità mobili e l’organizzazione interna di questi meravigliosi volontari, convoglia gli orfani in ciò che diventerà un amorevole percorso di “svezzamento” fino al reintegro negli habitat originari. Quest’ultima fase avviene progressivamente, secondo gli studi e conoscenze sul comportamento in cattività portati avanti dal compianto David Sheldrick, pioneristico “Wilderness Guardian” allo Tsavo e da sua moglie, Daphne.

Tra nuovi amici, piscina personalizzata e la stanza da letto di Frans (dove lei reclama di dormire), in un variegato status di socialità e protezione, Humpty riscopre quindi la gioia di vivere in attesa del ritorno “a casa”. Una restituzione che madre natura attenderà invano: infatti, nella notte del 7 maggio scorso, dopo un’ordinaria giornata con bagnetto serale, la piccola d’ippopotamo muore inaspettatamente. Non basta il pronto intervento veterinario del Kenya Wildlife Service e del Dott. Poghon, né i tentativi disperati per l’intero team di soccorso medico; Humpty se ne va senza una ragione plausibile, né un segnale apparente di disagio.

GLI OSPITI DELL’ ORFANOTROFIO

Nell’ orfanotrofio Sheldrick sono ospitati piccoli di rinoceronti, bufali, facoceri, zebre, svariate specie d’antilopi autoctone: impala, cudù, eland, cefalofi azzurri, dikdik madoqua. Persino due giovani struzzi, Pea e Pod, sono diventati parte integrante dell’Unità Nursery. Pare sia nata un’incantevole amicizia fra gli allampanati pennuti e gli elefantini. A loro si è unito Kiko, un cucciolo di giraffa; sembra anche che questo strampalato gruppo non riesca mai a separarsi, avvalorando la tesi che dal comportamento animale molta umanità potrebbe trarre insegnamento se non altro su paludati concetti di convivenza e integrazione.

C’è l’elefantino Mteto di dieci mesi appena, rinvenuto nei pressi del villaggio Masai di Mtito Andei, accanto alla carcassa della madre cui sono state asportate le zanne per l’avorio. Difficile restare controllati ed efficaci in situazioni di tale sofferenza, come racconta Angela Sheldrick: “Dinanzi a scene simili non si può fare a meno di riflettere su ciò che deve aver provato nei giorni e nelle notti precedenti al suo recupero, da solo e vulnerabile, accanto al corpo straziato della madre. Quando le squadre arrivano sul posto, trovano questi cuccioli atterriti e potenzialmente aggressivi. Ma gli elefanti sono creature straordinariamente intelligenti, basta davvero poco perché si acquietino, intuiscano in qualche modo che siamo lì per aiutarli…”.

C’è Eleonor, la matriarca, fra le prime a essere portata in salvo (a oggi, più di 400 elefanti hanno sostato nell’orfanotrofio), con la quale Daphne Sheldrik stabilisce un feedback intensamente viscerale ed empatico: “Sono gli animali che più si avvicinano a quelle che noi definiamo caratteristiche umane, racchiusi in un’aura che ci raggiunge in modo misterioso e trascendente…”.

Infine c’è Olmeg. Profondamente sensibile e passibile dell’ammirazione altrui, “un personaggio complesso”, spiega Angela Sheldrick, essendo il più robusto e il più “vecchio” fra gli elefanti, Olmeg ha incondizionata adorazione dagli orfani più giovani e inesperti. Può apparire come un’esagerazione, ma le comunità di questi proboscidati seguono regole molto articolate: non è raro osservare il modo in cui i piccoli elefanti maschi stabiliscano un rango e un “eroe – culto” fra gli anziani. Olmeg è una sorta di “boss” della Nursery, capo prescelto all’unanimità.

Sarà l’autopsia a svelare che nulla avrebbe potuto salvarla: il suo intestino appare completamente contorto e il perché avvenga questa complicazione rimane, purtroppo, un mistero. Imputabile, forse, la vegetazione abbondante, ricca di minerali che si sviluppa a seguito di copiose piogge torrenziali; non è mai del tutto chiaro il motivo di un imprevisto fatale che può colpire gli animali in tenera età.

Tracce della sua presenza sono le impronte tra la scuderia e la pozza d’acqua. Stringono il cuore di Frans e dell’intero personale che presta la sua opera nel DSWT. Humpty, lascia un vuoto enorme, un ricordo dolce e straziante, eppure il lavoro appassionato di un precursore della conservazione come David Sheldrick, l’orfanotrofio e il team no profit creati in sua memoria da sua moglie Daphne, hanno reso lo Tsavo East famoso nel mondo per il programma di riabilitazione destinato alla fauna selvatica.

LE ANALOGIE TRA UOMO ED ELEFANTE

Singolari alcune similitudini tra elefanti e uomo. La durata della vita, per esempio (un cucciolo arriva alla maturità a vent’anni circa), la sensibilità nei confronti della famiglia e la comunità, il senso della morte. Gli elefanti mostrano molte delle nostre emozioni peculiari, possono essere allegri, tristi, demoralizzati. Esprimono invidie, gelosie, capricci, sviluppano un feroce senso di competitività, oppure farsi collaborativi. Si addolorano per la perdita dei propri cari, versano lacrime, soffrono, si deprimono. Hanno il senso della compassione nei confronti dei propri simili e di altre specie. Si aiutano l’un l’altro nelle avversità “E se li conosci molto bene, ti accorgi di quanto siano capaci di sorridere, divertirsi, essere felici”.

I tratti che non si ravvisano nelle limitate capacità umane, sono gli infrasuoni a lungo raggio (gli elefanti adottano eccezionali “strategie comunicative” a noi oscure), udito sofisticato (riescono a percepire anche un rumore di passi in lontananza) e ovviamente, una memoria che supera notevolmente la nostra, ampliandosi per l’intero arco della loro vita.

Moltissimi esemplari sono stati reintegrati con successo, sebbene cresciuti in ambienti forse non rispondenti alle loro attitudini. All’attività di recupero si affianca una preziosissima mole d’informazioni per gestazione, tassi di crescita, preferenze alimentari, malattie, struttura sociale, evoluzione in habitat ordinari o permanenza in cattività. Per i piccoli degli elefanti, Daphne Sheldrick ha sperimentato (con risultati ottimali), una particolare composizione del latte che permette l’aumento del peso, la crescita e la sopravvivenza. Si è studiato a fondo il rapporto che si stabilisce fra due razze diverse, quella umana con gli animali, ciò ha dato fiducia gli uni negli altri.

A un centinaio di visitatori in orari prestabiliti, il DSWT offre la possibilità e il piacere d’osservare i cuccioli e interagire con loro.

Resta un fattore importante, che questo immane compito insieme al rapporto tra uomo e natura selvaggia, non si interrompa, ma continui a rafforzarsi su basi concrete: reprimere a livello internazionale la piaga del bracconaggio applicando normative ad hoc, prefiggersi una cultura rivoluzionaria che rigetti le disparità fra diverse specie viventi, nel rispetto degli animali e dei loro habitat.

A special thanks to The David Sheldrick Wildlife Trust staff of Nairobi (Kenya) and to Miss Angela Sheldrick,  DSWT Ceo.

BBC Earth: se la Natura è in alta definizione.

Liliana Adamo per AltreNotizie.org

Con una vasta gamma di piattaforme multimediali, esperienze interattive nei musei e parchi tematici, un sito web (“Life is”), un blog, varie uscite col marchio BBC su DVD e Blu Ray, la BBC Earth o meglio, il segmento per la BBC Natural History Unit, ha distribuito in oltre 180 paesi titoli come Planet Frozen, Life, Blue Planet, Planet Earth. L’ultimo prodotto, tra i più “spettacolari” in senso assoluto, è Planet Earth II (l’abbiamo visto il mese scorso su un canale Mediaset). Il brand, detiene, in pratica, la più grande produzione commerciale “wildlife” esistente al mondo.

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Realizzato nel 2006, il documentario Planet Earth (I edizione), si è avvalso di nuove tecnologie ad alta definizione (HD), inclusa l’ultra-alta (4K), che consente una perfetta stabilizzazione della fotocamera, la registrazione a distanza di suoni appena percepiti dall’orecchio umano, la totale eliminazione d’ogni rumore estraneo, non compatibile alla resa scenica, come, per esempio, il ronzio di un aereo.

 “Mountains” (Montagne), “Great Plains” (Savane e Praterie), “Jungles” (Giungle), “Seasonal Forests” (Foreste), “Fresh Water” (Acque Dolci), “Shallow Seas” (Coste e Barriere Coralline), sono fra gli undici episodi che raccolgono il meglio del nostro Pianeta attraverso filmati, suggestioni, storytelling. Emblematico “From Pole to Pole” (Da Polo a Polo): l’episodio mostra la Terra e le specie che la abitano come unica entità, negli elementi che ne hanno determinato la storia naturale plasmando paesaggi, ambienti, biosistemi. Grazie alla ripresa aerea, il team BBC Earth segue un milione di caribù durante la discesa alle selvagge terre artiche; con insuperabili tecniche fotografiche si registrano trasformazioni del suolo in seguito ad alluvioni e terremoti mentre uno slow motion documenta i momenti più intimi nella vita di un orso polare, riscuotendo la testimonianza più completa (e avvincente), mai mostrata prima, da una telecamera. Dieci anni dopo dalla messa in onda per Planet Earth, ecco che sette nuovi episodi prendono il via alla ricerca d’altri lidi da esplorare; voce narrante, quella “storica” di Sir David Attenborough, famoso naturalista, conduttore “pionieristico” per i più importanti documentari creati dalla BBC Production, oggi, quasi novantenne. Il premio Oscar, Hans Zimmer (autore di musiche per film di successo come Il Re Leone, Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar e 12 Anni schiavo), ha composto la colonna sonora.  La seconda stagione di Planet Earth è stata girata in 40 paesi sparsi per il globo, 117 viaggi per un totale di 2.089 giorni. Solo per immortalare la remota isola antartica di Zavodovski, c’è voluto un anno di programmazione, mentre una troupe ha trascorso cinque mesi accampata sul delta dell’Okavango. Si gira dal Botswana alle Galapagos, dalle Alpi francesi al Madagascar, dall’Antartide a Mumbai, ma c’è anche un pezzetto d’Italia (in “Cities”). Abitato da un insieme d’umani e 20 specie d’uccelli,  ideale commistione fra natura selvaggia e habitat urbano, il prototipo visionario del Bosco Verticale a Milano progettato da Stefano Boeri è un ecosistema nel cuore della City che enumera 800 alberi, 5.000 arbusti di grandi dimensioni, 15.00 piante perenni che ricadono da alti grattacieli (realizzati con criteri ecocompatibili). Fredi Davas, il produttore che ha guidato l’equipe di riprese per la Natural History Unit della BBC, racconta così la sua esperienza italiana: “Sono un esperto di deserti e il mio primo interesse sono stati i babbuini…quest’ambiente urbano mi ha conquistato per le prospettive fresche e inedite che ci offre e la speranza che apre al futuro. Oggi, intorno  alla Torre Pelli che si trova poco lontano del Bosco, ho visto volare due falchi pellegrini, gli stessi che nidificano in massa a New York come raccontiamo nell’episodio dedicato all’impatto degli animali con le città…”. 

Island, Deserts, Grasslands, Cities… sei ore di proiezioni mozzafiato coinvolgono lo spettatore in una trance visiva e percettiva, suscitando rapimento, meraviglia, compenetrazione: una natura potente, così drammatica e poetica, cinematograficamente, non si era mai vista. Ed è proprio uno studio condotto dalla stessa BBC e California University, che confermerebbe l’effetto “benefico” (fisico e psichico), suscitato dai documentari naturalistici. Le variazioni indotte dai video-documentari sulla natura sono indicative; a livello cognitivo e sensoriale meraviglia e piacere  incoraggiano la felicità, se questi sentimenti sono scaturiti dal vedere immagini in natura, allora porteranno a una maggiore empatia e capacità a gestire lo stress.

8Grazie ai progressi raggiunti con gli strumenti di ripresa, l’uso dei droni (che offrono un nuovo punto di vista per conoscere e ammirare il regno animale), telecamere a sensori, stabilizzatori d’immagine a giroscopio, tutto ciò che prima era impercettibile, è ora riconoscibile nei dettagli e ci getta nel cuore dell’azione. Come nella sequenza di caccia incentrata su un’iguana marina inseguita da un’infinità di serpenti che con un movimento scaltro, a sorpresa, riesce… a farla franca. Una sequenza divenuta “virale” con quattro milioni di visualizzazioni in Rete! E ancora, come nell’episodio in cui vediamo (per la prima volta), i rarissimi leopardi delle nevi che vivono sull’Himalaya.

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Tuttavia, anche per quest’ultimo lavoro c’è chi rimprovera un’eccessiva, manierata “spettacolarizzazione”. Per esempio, citando il documentarista Martin Hughes Games, (sul Guardian), ambedue le serie sono definite alla stregua di uno show avvincente, ma: “Mentre le specie animali di tutto il mondo versano in grave pericolo e sono notoriamente in declino, i produttori (di questo show), continuano imperterriti ad andare nei parchi e nelle riserve che si stanno rapidamente riducendo, solo per fare i loro film, creando un bel mondo fantasy…”.

Rincara la dose anche il New York Times intervistando chi lavora nel settore. Si ha l’impressione che per gli animali vada tutto bene, che il mondo selvatico, l’anima del wildlife non sia in pericolo. E’ un macrocosmo fantasy che illude gli spettatori, fa credere loro che esiste un’utopia in cui le tigri (minacciate d’estinzione, come molte altre specie), vaghino libere e indisturbate in un mondo in cui pare, l’uomo non esista.

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Ai detrattori (che pur hanno le loro ragioni), risponde l’autorevolezza di David Attenborough che insiste su argomenti legati all’ambientalismo tout court, alla tutela delle specie in pericolo, auspicando qualità propedeutiche anche per questi lungometraggi girati con tecnologie avveniristiche e budget milionari: “Penso seriamente che un programma che si occupi di natura in senso lato sia di cruciale importanza, se il mondo naturale è in pericolo, lo siamo anche noi. Le persone dovrebbero essere a conoscenza di come funzionino i meccanismi naturali, capire come e quando li stiamo danneggiando”.

Sguardi sul Wildlife. For the World Wildlife Day. “Listen to the Young Voices.”

Di Liliana Adamo 

(Versione originale di un articolo apparso in due fasi differenti su InNatura Magazine).

Wildlife Photography concept e tre grandi fotografi: Marco Gaiotti, Mostafa Elbrolosy, Marina Cano. Tre diversi sguardi e alcune analogie, l’approccio al mondo naturale, la fotografia come arte, l’avventura e l’etica del wildlife.

Nel tramonto artico di Marco Gaiotti.

Isole Svalbard, Norvegia; sul Mar Glaciale Artico, a settembre: “La luce arriva da un sole basso sull’orizzonte per molte ore al giorno, creando una situazione di alba o tramonto continuo…”. Il fotografo italiano, Marco Gaiotti si apposta lungo il pack mentre “La luna piena sorge al tramonto sopra l’isola di Karl XII”.  Il suo teleobiettivo è pronto: “Gli strati d’aria umida si fermano sulla superficie del mare prossimo al congelamento, diffondendo cromie incredibili…” e lui riprende un’immagine fugace ma perfetta, per luce, soggetto, condizione, un orso polare che dorme sulla scogliera, al crepuscolo, prima della lunga notte artica.

La foto-emblema scattata durante la spedizione nell’autunno 2013 tra i fiordi delle terre abitate più a nord del pianeta, gli vale un primo premio al“Memorial Maria Luisa” nella categoria “mammiferi”, ma l’intero reportage dalle Svalbard sarà pubblicato sulle pagine dell’inglese The Guardian e conteso dalle maggiori riviste specializzate.

Genovese, classe 1983, di professione ricercatore universitario, Marco Gaiotti, aveva già visitato le terre polari nel 2009, campeggiando fra le ragioni dell’Alaska in completa autonomia, portandosi dietro l’attrezzatura fotografica e l’inderogabile aspirazione a riprendere la fauna e i paesaggi locali. In Alaska capirà di voler dare un taglio professionale alla sua passione, continuare a fotografare gli itinerari incontaminati del nostro pianeta:Sicuramente un fotografo naturalista è una persona appassionata di natura che sta bene nella natura, e mostrare attraverso le fotografie ciò che rimane del patrimonio naturale di questo pianeta aiuta a far comprendere alla collettività, assegnare un valore a ciò che un domani potrebbe essere irreparabilmente distrutto. Io, in ogni caso, non condivido posizioni ambientaliste estreme che vedono l’essere umano come un parassita del pianeta, ma penso che questo pianeta sia a disposizione dell’uomo ed esso possa giovarsene entro limiti di buonsenso che garantiscano la sostenibilità per gli anni a venire, in modo che le future generazioni possano ancora apprezzare gli habitat naturali…”.

Cambiamenti climatici, deforestazione, depauperamento d’ecosistemi e biodiversità, cosa ci riserva ancora l’etica della fotografia naturalistica? E come si muovono i suoi moderni fautori?  Si racconta che un “pioniere” del concetto wildlife, Eric Hosking, nonostante fosse stato leso da semi cecità permanente, a causa di uno “scontro” con un gufo reale e un artiglio che gli lacerò l’occhio sinistro, continuò a dividere il suo tempo tra (straordinarie) fotografie e conferenze sul tema della conservazione aviaria; a tal punto da essere considerato, oggi, non solo un grande fotografo ma soprattutto, antesignano della difesa ambientale e delle specie a rischio.

Nel termine squisitamente anglofono, “wildlife”, c’è il variegato affresco di una natura sconfinata, del libero movimento della fauna selvatica, priva dell’elemento umano e antropico. Dal Sud al Nord del mondo, fino a che punto si spingono conoscenza e consapevolezza di chi fotografa luoghi ancora strenuamente integri? Senso della bellezza e spirito per l’avventura, sono comunque inclusi, ma torniamo a Marco Gaiotti e alla sua permanenza sulle isole norvegesi, dove, tra l’altro, opera una base artica italiana in memoria al pilota Umberto Nobili, che alle Svalbard si schiantò durante un’esplorazione in aerostato, nel 1928; oggi, centro di ricerca per la chimica e fisica dell’atmosfera, la biologia marina, l’oceanografia.

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Marco Gaiotti

Qui, le condizioni del ghiaccio sono al minimo storico. Quest’inverno, sulla costa occidentale delle Svalbard (a eccezione di Van Mijenfjord e Dicksonfjord), quasi nessuno dei fiordi emersi n’è ricoperto. L’effetto dei cambiamenti climatici si manifesta in modo drammatico anche nella parte più settentrionale del pianeta: “Verso settembre la banchisa raggiunge generalmente il suo minimo e nel 2013 navigammo fino a quasi l’ottantatreesimo parallelo prima d’incontrare ghiaccio marino. Secondo le nostre guide mai ci si era dovuti spingere così a nord in passato. La realtà è che le regioni artiche sono particolarmente sensibili rispetto al riscaldamento, perché una variazione di pochi decimi di grado centigrado comporta lo scioglimento o il congelamento d’immense aree di oceano. Ho seguito al mio ritorno l’evoluzione del ghiaccio marino, e fino a dicembre l’area a nord di Spitsbergen rimase priva di ghiaccio. La popolazione di orsi polari delle Svalbard, al ritiro estivo della banchisa, ha due possibilità, seguire il ritiro dei ghiacci a nord, oppure aspettarne il ritorno sulla terra ferma. Sulle isole il cibo a disposizione per gli orsi, che abitualmente cacciano le foche sul pack, è scarsissimo e sono esposti a lunghi periodi di digiuno che diventano sempre più lunghi anno dopo anno a causa della scarsità di ghiaccio. In questi mesi gli orsi riducono al minimo il consumo di energie dormendo per gran parte del tempo, come nel caso della foto dell’orso con sopra la luna piena, consumando le riserve di grasso accumulate nei mesi di caccia sul pack. Se gli orsi non hanno sufficienti riserve, o se il periodo senza ghiaccio diventa troppo lungo, muoiono di fame. Fortunatamente alcuni orsi hanno imparato a mutare le proprie abitudini per adattarsi alla nuova situazione; alcuni saccheggiano le colonie di uccelli sulla terra ferma all’inizio dell’estate, mentre altri hanno incominciato a predare le renne, sebbene non siano, come specie, predisposti a lunghi inseguimenti”.

Marina Cano, la guerriera.

Su opposte latitudini, dalla Norvegia, all’Africa Australe, le situazioni emergenziali non cambiano.

Campagne di sensibilizzazione e molti sforzi compiuti non fermano caccia di frodo e bracconaggio ormai, fuori controllo. I decantati big five (leoni, elefanti, rinoceronti, leopardi, bufali africani), sono esponenzialmente ridotti di numero. Dal 2005 al 2013, nel solo Parco Nazionale Minkebè (stato del Gabon), sono stati uccisi 11mila elefanti, due terzi della comunità; l’escalation ha avuto il suo apice d’arroganza, un anno fa, con la tragica fine di Cecil, il leone simbolo dello Zimbabwe, complici anche la mancata educazione ambientale e una sottocultura legata al concetto del “trofeo” da portare a casa a caro prezzo, ed esibire agli amici.

Marina Cano di Cantabria (nord della Spagna), tra le più accreditate fotografe al mondo, unica donna nella rosa dei finalisti, nel 2015, per l’autorevole Wildlife Photographer of the Year, sebbene non minimizzi l’allarme crescente sull’estinzione delle specie, s’impone una cauta fiducia: “Sono preoccupata, è vero, allo stesso tempo, ho bisogno di restare ottimista. Col tempo e la mia frequentazione in Africa, sono diventata una guerriera. Cerco di difendere gli animali, d’essere la loro voce attraverso le mie fotografie. Premesso che un chilo d’avorio ha più valore di un chilo d’oro, il problema è nella corruzione, di tutti quegli stupidi esseri umani che continuano nei loro consumi a logorare avorio o corno di rinoceronte. Chi acquista queste materie strappate agli animali selvaggi, ha le mani macchiate del loro sangue, al pari dei bracconieri… La mia terra è la Cantabria. Lì sono nata e lì sento profondamente le mie radici ma, permettimi di citare Kwame Nkruma (Francis Nwia-Kofi Ngonloma, noto come Kwame Nkrumah o Osagyefo/il redentore, rivoluzionario e politico ghanese, accusato di radicalismo per il suo impegno nella decolonizzazione e il panafricanismo), non sono africano perché sono nato in Africa, ma perché l’Africa è nata a me…”.

E infine, semplificando con il principio di Ralph Waldo Emerson, la pazienza a “seguire il ritmo della natura”, tecnica d’azione, attitudine, regola base d’ogni buon fotografo naturalista; per Marina Cano, anche la pazienza gira intorno a: “Un duplice concetto, restare in attesa in un luogo, in attesa che qualcosa accada, beh dipende da dove ti trovi. Essere in paziente attesa in coda in mezzo al traffico non è una delle mie prerogative; ma in natura, non ho bisogno d’essere paziente, n’è sono totalmente immersa. Posso perfino dimenticare di mangiare, per l’attesa di un giorno intero, se necessario, non sono mai impaziente, per il semplice fatto che amo trascorrere del tempo nella natura selvaggia”.

Il salto del leopardo di Mostafa Elbrolosy.

“Sicuramente la conoscenza è un must”, afferma Mostafa Elbrolosy, egiziano di Tala, Al Minufiyah, residente a Dubai, negli Emirati Arabi, una laurea in legge, naturalista per passione, eccellente, sensibilissimo fotografo, “mosca bianca” del Medio Oriente: “Essere un fotografo naturalista in Medio Oriente? Bene, significa due cose. Primo, sei sempre nei guai con la polizia, a causa dei teleobiettivi che ti porti dietro e della mimetica. Sono stato fermato svariate volte, in Egitto e negli Emirati Arabi; due volte mi hanno sequestrato la macchina fotografica e gli obiettivi, per “indagare” cosa io avessi ripreso…Seconda cosa, nessuno in Medio Oriente sa che esiste una branchia della fotografia che si annovera come naturalistica, neanche cosa voglia dire…wildlife, quindi, fauna selvatica! Dire a qualcuno che sei un fotografo di fauna selvatica, significa che riderà di te…che si prenderà gioco di te! Anche nei concorsi fotografici c’è un completo boicottaggio, nelle selezioni e nei vincitori, di chi fotografa il wildlife!”. 

A dispetto di fermi e sequestri, a Mostafa Elbrolosy non sono mancati importanti riconoscimenti dagli Emirati nei suoi dipartimenti governativi e a livello internazionale. Il suo meraviglioso lavoro sugli uccelli è stato descritto dal National Geographic Abu Dhabi, dalla Nikon Film Photo Festival e raccolto nel libro dei Cento Fotografi Arabi.

Da un indimenticabile viaggio in Zambia con tre amici (un medico, Mostafa Mahran, un giornalista Mohamed Hesham, un altro fotografo Magdy Aly), esce fuori l’idea di una grande mostra itinerante, “Africa Wilderness”, esperienza inconsueta in Egitto, un percorso iniziatico in un paese non apertamente ostico ma, certo, poco incline. Eppure, per Mostafa Elbrolosy, che sogna di visitare l’intero continente africano, una tenda sotto un cielo stellato nella savana zambiana (e una sua incredibile foto riprende questa cornice surreale), è sentirsi esattamente: “Nella propria dimensione e nella propria pelle. In molte zone dello Zambia gli animali si muovono liberamente, in un territorio ancora integro e puro (a questo proposito avevamo scartato la Tanzania e il Kenya, fin troppo turistici…), finanche pericoloso. Abbiamo montato le nostre tende, elefanti e ippopotami giravano indisturbati intorno al nostro campo; non nego di aver provato timore, ma anche pace e relax, una sensazione liberatoria, fuori tutto, ero nel mio mondo! 

Abbiamo guidato per 3mila chilometri in autonomia (come spesso accade), cioè senza guide locali e a nostro rischio, è stata un’avventura…oltre che una spedizione fotografica. Avevamo soltanto pianificato di visitare il maggior numero di siti possibili, da est a sud ovest, raggiungendo tre parchi nazionali, due cascate, quattro città principali, centinaia di villaggi. L’intero reportage fotografico è finito in “Africa Wilderness” al Cairo e Alessandria, ma è stato proprio durante questa spedizione che ho verificato la frustrazione e i limiti che la natura impone ai fotografi. Tu lo sai, la mia magnifica ossessione sono gli uccelli, e le specie viste in Zambia erano tante da lasciare esterrefatti, ma in questo caso, ci si è messa di mezzo la sfortuna, non ho potuto ottenere la giusta distanza e poi c’è stato il salto del leopardo…”.

Che leopardo…? “Un salto di un leopardo proprio dinanzi alla nostra macchina, ma così veloce, inaspettato e repentino… più veloce del mio istinto fotografico, non gliel’ho fatta a riprenderlo…”.

Il wildlife? E’ arte!

Quanto conta sentirsi “un artista” che osserva e fotografa la natura? Scopo primario sarebbe quello di mostrarne la bellezza intrinseca, avvicinandosi in punta di piedi in habitat, in molti casi, esclusi dalla presenza umana, di conseguenza attribuendosi una particolare responsabilità etica. In tanta tenacia e determinazione, l’assioma di Arthur Morris, “Work as hard as humanly possible(Lavora col massimo impegno umanamente possibile…), può farsi regola e non eccezione, ma i più grandi fotografi naturalisti non si sottraggono al piacere d’esprimere la “propria” visione della natura. La differenza tout court sta nel respingere, per esempio, la riproduzione generica e meccanica, o smodatamente dinamica, i virtuosismi fotograficamente pletorici e fuorvianti che sembrano tanto in voga nel mondo della comunicazione digitale.

Marina Cano: il “suono ruggente del leone”.

Marina Cano, può contare su una straordinaria tecnica fotografica, eppure ciò che rende uniche le sue foto sono fattori come l’emozione, la sorpresa, il sentimento d’assoluta sintonia con i soggetti ritratti, che siano animali selvaggi ripresi in Namibia o un faro dimenticato che emerge da una tempesta sull’oceano. A Santander, dove vive, l’estetica, la bellezza sono in ogni aspetto della vita quotidiana, una condizione che sembra convergere pari passo nell’espressione artistica e fotografica.

“Sostengo che le mie foto sono come i miei figli. Beh, certo, ce n’è sono alcune che hanno fatto un lungo percorso. La cover per la rivista, Nat Geo Traveler, L’elefante e il Kilimanjaro, è in assoluto, fra le mie preferite…”.  Ambasciatrice della squadra Canon (Canon Explorer per la fauna selvatica), finalista al Wildlife Photographer of the Year con Heaven on Earth, scatto onirico e “capovolto” di una pozza d’acqua e giraffe nell’atto di bere a fianco di un rinoceronte nero, Marina Cano, ha avuto come “madre spirituale” un’altra esponente di spicco per la difesa dell’ambiente e del wildlife, Jane Goodall. Sull’annosa “questione femminile”, non solo in campo fotografico, le sue idee sono chiare e decise: “Sono un essere umano con una macchina fotografica. Una persona che ha una specifica personalità, e scatta foto. Sono Marina Cano, solo un essere umano. Avrei potuto essere un cane, un elefante, un uomo o una donna. Voglio dire, non vi è alcun lato femminile specifico nelle mie immagini solo per il fatto del mio genere… La società dice alla donna, devi essere una madre, prenderti cura dei figli, essere bella, indossare tacchi alti, avere capelli lunghi, unghie laccate, vestiti stretti, essere magra, sorriso perfetto, sempre impeccabile … e con quel vestito poi, cerchi d’andare nella savana selvaggia… Le donne storicamente sono state relegate. C’è una grande pressione sociale per dire alle donne qual è il loro ruolo. Ed è davvero difficile camminare in un percorso diverso, quando non ci sono i campioni da seguire, nessun incoraggiamento ma al contrario, non è facile da rompere le regole. Le cose sono cambiate, ma poco, e molto lentamente. Incoraggio a tutti le donne a rompere le regole che ci opprimono. Possiamo essere qualsiasi cosa vogliamo essere”.

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Marina Cano

All’indomani dell’ennesimo viaggio in Africa, lei lavora al suo prossimo libro che sarà pubblicato quest’anno. Dopo “Cabarceno”, “Drama and Intimacy”, “Babies of the Wild” di grande successo commerciale, sull’ultima opera in corso, afferma come la scrittura: “Renderà l’esperienza ancora più profonda…un libro realizzato con l’amore più selvaggio” I contenuti? “Sarà come invocare il suono ruggente del leone… ”.

Le fotografie “ragionate” di Marco Gaiotti.

Per Marco Gaiotti il messaggio artistico è fondamentale: “Vedo l’aspetto tecnico importante a servizio di un’idea precisa che l’autore vuole realizzare…Guardando il mio portfolio non ci sono fotografie tecnicamente difficili da realizzare, ma fotografie nelle quali gli animali sono inseriti in un contesto naturale che talvolta diventa predominante rispetto al soggetto stesso. Si tratta quasi esclusivamente di scatti statici, ragionati, che hanno richiesto alcuni istanti, più o meno lunghi, di preparazione…Al momento, non insisto molto su foto dinamiche, che magari hanno un elevatissimo messaggio documentaristico e lasciano spesso l’osservatore a bocca aperta, e che ammetto, siano generalmente difficilissime da realizzare. In quel campo la concorrenza è spietata ed è difficile emergere mi piace inserire l’animale nel proprio habitat, di conseguenza ho necessità di avvicinarmi molto agli animali e montare lenti non troppo lunghe, quando riesco a usare il grandangolo, ottengo i risultati migliori. A volte la scena è sufficientemente compressa da poter ottenere ciò che si vuole con un teleobiettivo, come nel caso dell’orso polare sotto la luna piena, o nel caso della giraffa solitaria nello stagno di Etosha in Namibia…Come fotografi n’è apprezzo tantissimi, italiani e stranieri, mi piace soprattutto chi, come me, cerca di sottolineare l’habitat più che l’animale. Ammiro la fotografia della leonessa nell’erba alta di Pierluigi Fornari Lanzetti, che l’anno scorso ha vinto il premio assoluto al Memorial Maria Luisa e al Glanzichter. In Italia ho sempre ammirato molto anche Marcello Libra, purtroppo, da poco scomparso, Marco Colombo, per la sua incredibile capacità d’ottenere scatti magnifici da habitat italiani, ma ce n’è sono davvero tantissimi altri. Come stranieri, potrei citare Art Wolfe, Ole Jorgen Liodden, Sergey Gorshkov, ma sono solo i primi tre nomi che mi vengono in mente…

 In uno scatto sul lago Kussharo, in Giappone, attraverso la caligine di una tormenta di neve e sotto un cielo cupo, c’è l’essenza arte/natura di Marco Gaiotti. “Uno stormo di cigni selvatici sferzati da una tempesta di neve a Hokkaido” insieme a “Un orso polare che dorme sotto la luna piena al tramonto”, foto – emblema delle Svalbard, saranno premiati per due volte di seguito, al “Memorial Maria Luisa”: La foto dei cigni è sempre stata una delle mie preferite, e sono contento che a distanza di due anni da quando è stata scattata, abbia ottenuto un riconoscimento così importante (era sempre stata scartata in fase di preselezione da tutti gli altri concorsi cui l’avevo iscritta). Si trattava una situazione stupenda e freddissima, con nubi spinte da un vento fortissimo che portavano forti nevicate e subito dopo si dissolvevano. Sole e neve forte si alternavano continuamente quella mattina. Il Giappone è stata una prova difficilissima per me… ho vissuto nel paese per tre mesi per lavoro (sono ricercatore universitario) e al termine del periodo ho deciso per una breve vacanza a Hokkaido, ma non avevo assolutamente l’attrezzatura necessaria per le temperature incontrate, costantemente sui -15º C. Era quindi, una sfida continua per resistere al freddo pungente senza rinunciare alla fotografia. Sono molto legato per i medesimi motivi anche a una foto fatta gli stessi giorni sulle sponde gelate del lago Onneto, premiata l’anno scorso al Glanzichter nella categoria “Nature as Art”, che mostra una foresta di aceri sotto una fitta nevicata.

Progetti per l’immediato futuro? Anche in questo caso, leitmotiv è il continente africano, in Botswana per l’esattezza: “Sono stato molte volte in Africa, ma sento di avere realizzato fotograficamente poco in questi viaggi, mi piacerebbe riuscire a ricavare qualcosa di buono e originale in questo continente e nella prossima avventura…”.

E quelle “estemporanee” di Mostafa Elbrolosy.

Gli uccelli, ma non di hitchcockiana memoria; al contrario, uccelli amabili, imprevedibili, eccentrici, delicati, appartati o in gruppi, colti nell’immediatezza o attesi in lunghi, silenziosi appostamenti. Sono gli uccelli di Mostafa Elbrolosy, “magnifica ossessione”, da lui prediletta, studiata in anni di letture, mentre frequentava la facoltà di legge, esplorata nella “caccia fotografica” percorrendo deserti e oasi, campeggiando sulle montagne aride degli Emirati o lungo le sponde dei laghi salati, in Africa centrale o in Egitto: “Provo gioia nell’osservarli, non solo scattando foto!”.

A dispetto della sua insostituibile “mimetica”, c’è un’innata riservatezza (che non esime altresì, una risoluta testardaggine), un’educazione impeccabile, da upper class egiziana, un sorriso disarmante e l’amore incondizionato per la natura, dalle sfumature infinitesimali al wildlife più estremo: “La mia fotografia? Sta nel fermare, attraverso l’obiettivo, quei momenti speciali che la maggior parte delle persone non può osservare in natura. Nel wildlife, di solito amo concentrarmi su scene transitorie, temporanee, fuggevoli…un movimento appena percettibile, le azioni, la caccia… gioco sulle suggestioni o semplicemente indugiando su un batter d’occhio accattivante, che in natura, è spesso presente. Ho scelto questa poetica e questa tecnica così che lo spettatore possa ottenere davvero una visione dei dettagli che al là del concetto d’insieme, sono anch’essi importantissimi; una visione più ravvicinata e ottimizzata nei particolari e nei colori trasmette lo spirito delle creature selvagge e, nelle mie foto, cerco quelle emozioni e quei sentimenti che dovrebbero toccare profondamente l’animo umano”.

Immagini imparziali o visione esclusiva, che cosa rinvia alle persone, al mondo, lo sguardo di un fotografo naturalista?: “La propria visione, questo fa la differenza…Sull’uso della tecnologia…trasformo minimamente la resa delle mie foto, limitandomi alle correzioni del colore, contrasto e nitidezza, tutto il resto avviene nel momento dello scatto. Sì, la luce è il fattore più importante nel fotografare in natura, se questa non è perfetta, nulla puoi in post processing. Puoi scattare una foto perfetta e poi migliorarla, ma se lo scatto è scadente, rimarrà scadente nonostante tutto ciò che farai per correggerlo. Elementi indispensabili per le mie foto, sono la luce, il contatto con gli occhi, azione, emozione e sfondo chiaro”.

 

 

Sguardi (I parte). Il fascino potente della natura libera e sconfinata.

di Liliana Adamo – Foto: Marco Gaiotti per InNatura Magazine

Wildlife Photography concept e tre grandi fotografi: Marco Gaiotti, Mostafa Elbrolosy, MarinaCano. Tre diversi modi di guardare e alcune analogie: l’approccio al mondo naturale, la fotografia come arte, l’avventura e l’etica del wildlife. Iniziamo con l’esperienza di Marco Gaiotti.

Wildlife, arte e/o etica?

Cambiamenti climatici, deforestazione, depauperamento d’ecosistemi e biodiversità, cosa ci riserva ancora l’etica della fotografia naturalistica? Come si muovono i suoi moderni fautori e quanto conta sentirsi “un artista” che osserva e fotografa la natura? Scopo primario sarebbe quello di mostrarne la bellezza intrinseca, avvicinandosi in punta di piedi in habitat esclusi, in molti casi, dalla presenza umana, di conseguenza attribuendosi una particolare responsabilità etica. Si racconta che un “pioniere” del concetto wildlife, Eric Hosking, nonostante fosse stato leso da semi cecità permanente, a causa di uno “scontro” con un gufo reale che gli lacerò l’occhio sinistro con un artiglio, continuò a dividere il suo tempo tra (straordinarie) fotografie e conferenze sul tema della conservazione aviaria; a tal punto da essere considerato, oggi, non solo un grande fotografo ma, soprattutto, antesignano della difesa ambientale e delle specie a rischio. In tanta tenacia e determinazione, l’assioma di Arthur Morris, “Work as hard as humanly possible” (Lavora col massimo impegno umanamente possibile…), può farsi regola e non eccezione, ma i più grandi fotografi naturalisti non si sottraggono al piacere d’esprimere la “propria” visione della natura. La differenza tout court sta nel respingere, per esempio, la riproduzione generica e meccanica, o smodatamente dinamica, i virtuosismi fotograficamente pletorici e fuorvianti che sembrano tanto in voga nel mondo della comunicazione digitale.

NEL TRAMONTO ARTICO

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Isole Svalbard, Norvegia; sul Mar Glaciale Artico, a settembre: “La luce arriva da un sole basso sull’orizzonte per molte ore al giorno, creando una situazione di alba o tramonto continuo…”. Il fotografo italiano Marco Gaiottisi apposta lungo la banchisa mentre “La luna piena sorge al tramonto sopra l’isola di Karl XII”. Il suo teleobiettivo è pronto: “Gli strati d’aria umida si fermano sulla superficie del mare prossimo al congelamento, diffondendo cromie incredibili…” e lui riprende un’immagine fugace ma perfetta, per luce, soggetto, condizione: un orso polare che dorme sulla scogliera, al crepuscolo, prima della lunga notte artica. La foto-emblema scattata durante la spedizione nell’autunno 2013 tra i fiordi delle terre abitate più a nord del pianeta, gli vale un primo premio al Memorial Maria Luisa nella categoria Mammiferi, ma l’intero reportage dalle Svalbard, sarà pubblicato sulle pagine dell’inglese The Guardian e conteso dalle maggiori riviste specializzate. Genovese, classe 1983, di professione ricercatore universitario, Marco Gaiotti, aveva già visitato le terre polari nel 2009, campeggiando fra le regioni dell’Alaska in completa autonomia, portandosi dietro l’attrezzatura fotografica e l’inderogabile aspirazione a riprendere la fauna e i paesaggi locali. In Alaska capirà di voler dare un taglio professionale alla sua passione, continuare a fotografare gli itinerari incontaminati del nostro pianeta: “Sicuramente un fotografo naturalista è una persona appassionata di natura che sta bene nella natura, e mostrare attraverso le fotografie ciò che rimane del patrimonio naturale di questo pianeta aiuta a far comprendere alla collettività, assegnare un valore a ciò che un domani potrebbe essere irreparabilmente distrutto. Io, in ogni caso, non condivido posizioni ambientaliste estreme che vedono l’essere umano come un parassita del pianeta, ma penso che questo pianeta sia a disposizione dell’uomo ed esso possa giovarsene entro limiti di buonsenso che garantiscano la sostenibilità per gli anni a venire, in modo che le future generazioni possano ancora apprezzare gli habitat naturali…”.

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UNA NATURA SCONFINATA

Nel termine squisitamente anglofono, wildlife, c’è il variegato affresco di una natura sconfinata, del libero movimento della fauna selvatica, priva dell’elemento umano e antropico. Dal sud al nord del mondo, fino a che punto si spingono conoscenza e consapevolezza di chi fotografa luoghi ancora strenuamente integri? Senso della bellezza e spirito per l’avventura, sono comunque inclusi, ma torniamo a Marco Gaiotti e alla sua permanenza sulle isole norvegesi, dove, tra l’altro, opera una base artica italiana in memoria al pilota Umberto Nobili, che alle Svalbard si schiantò durante un’esplorazione in aerostato, nel 1928. Qui, le condizioni del ghiaccio sono al minimo storico. Quest’inverno, sulla costa occidentale delle Svalbard (a eccezione di Van Mijenfjord e Dicksonfjord), quasi nessuno dei fiordi emersi n’è stato ricoperto. L’effetto dei cambiamenti climatici si manifesta in modo drammatico anche nella parte più settentrionale del pianeta: “Verso settembre la banchisa raggiunge generalmente il suo minimo e nel 2013 navigammo fino a quasi l’ottantatreesimo parallelo prima d’incontrare ghiaccio marino – ricorda Gaiotti – Secondo le nostre guide mai ci si era dovuti spingere così a nord in passato. La realtà è che le regioni artiche sono particolarmente sensibili rispetto al riscaldamento, perché una variazione di pochi decimi di grado centigrado comporta lo scioglimento o il congelamento d’immense aree di oceano. Ho seguito al mio ritorno l’evoluzione del ghiaccio marino, e fino a dicembre l’area a nord di Spitsbergen rimase priva di ghiaccio. La popolazione d’orsi polari delle Svalbard, al ritiro estivo della banchisa, ha due possibilità, seguire il ritiro dei ghiacci a nord, oppure aspettarne il ritorno sulla terra ferma. Sulle isole il cibo a disposizione per gli orsi, che abitualmente cacciano le foche sul pack, è scarsissimo e sono esposti a lunghi periodi di digiuno che diventano sempre più lunghi anno dopo anno a causa della scarsità di ghiaccio. In questi mesi gli orsi riducono al minimo il consumo di energie dormendo per gran parte del tempo, come nel caso della foto dell’orso con sopra la luna piena, consumando le riserve di grasso accumulate nei mesi di caccia sul pack. Se gli orsi non hanno sufficienti riserve, o se il periodo senza ghiaccio diventa troppo lungo, muoiono di fame. Fortunatamente alcuni orsi hanno imparato a mutare le proprie abitudini per adattarsi alla nuova situazione; alcuni saccheggiano le colonie di uccelli sulla terra ferma all’inizio dell’estate, mentre altri hanno incominciato a predare le renne, sebbene non siano, come specie, predisposti a lunghi inseguimenti”.

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FOTOGRAFIE “RAGIONATE”

Per Marco Gaiotti il messaggio artistico è fondamentale: “Vedo l’aspetto tecnico importante a servizio di un’idea precisa che l’autore vuole realizzare… Guardando il mio portfolio non ci sono fotografie tecnicamente difficili da realizzare, ma fotografie nelle quali gli animali sono inseriti in un contesto naturale che talvolta diventa predominante rispetto al soggetto stesso. Si tratta quasi esclusivamente di scatti statici, ragionati, che hanno richiesto alcuni istanti, più o meno lunghi, di preparazione… Al momento, non insisto molto su foto dinamiche, che magari hanno un elevatissimo messaggio documentaristico e lasciano spesso l’osservatore a bocca aperta, e che ammetto, siano generalmente difficilissime da realizzare. In quel campo la concorrenza è spietata ed è difficile emergere… mi piace inserire l’animale nel proprio habitat, di conseguenza ho necessità di avvicinarmi molto agli animali e montare lenti non troppo lunghe, quando riesco a usare il grandangolo, ottengo i risultati migliori. A volte la scena è sufficientemente compressa da poter ottenere ciò che si vuole con un teleobiettivo, come nel caso dell’orso polare sotto la luna piena, o nel caso della giraffa solitaria nello stagno di Etosha in Namibia… Come fotografi ne apprezzo moltissimi, italiani e stranieri, mi piace soprattutto chi, come me, cerca di sottolineare l’habitat più che l’animale.

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Ammiro la fotografia della leonessa nell’erba alta di Pierluigi Fornari Lanzetti, che l’anno scorso ha vinto il premio assoluto al Memorial Maria Luisa e al Glanzichter. In Italia ho sempre ammirato molto anche Marcello Libra, purtroppo, da poco scomparso, Marco Colombo, per la sua incredibile capacità d’ottenere scatti magnifici da habitat italiani, ma ce n’è sono davvero tantissimi altri. Come stranieri, potrei citare Art Wolfe, Ole Jorgen Liodden, Sergey Gorshkov, ma sono solo i primi tre nomi che mi vengono in mente…”.

In uno scatto sul lago Kussharo, in Giappone, attraverso la caligine di una tormenta di neve e sotto un cielo cupo, c’è l’essenza arte/natura di Marco Gaiotti. “Uno stormo di cigni selvatici sferzati da una tempesta di neve a Hokkaido” insieme a “Un orso polare che dorme sotto la luna piena al tramonto”, foto – emblema delle Svalbard, saranno premiati per due volte di seguito, al Memorial Maria Luisa.

“La foto dei cigni è sempre stata una delle mie preferite – racconta Gaiotti – e sono contento che a distanza di due anni da quando è stata scattata, abbia ottenuto un riconoscimento così importante: era sempre stata scartata in fase di preselezione da tutti gli altri concorsi cui l’avevo iscritta. Si trattava una situazione stupenda e freddissima, con nubi spinte da un vento fortissimo che portavano forti nevicate e subito dopo si dissolvevano. Sole e neve forte si alternavano continuamente quella mattina. Il Giappone ha rappresentato una prova difficilissima per me… ho vissuto nel paese per tre mesi per lavoro (sono ricercatore universitario) e al termine del periodo ho deciso per una breve vacanza a Hokkaido, ma non avevo assolutamente l’attrezzatura necessaria per le temperature incontrate, costantemente sui -15º C. Era quindi, una sfida continua per resistere al freddo pungente senza rinunciare alla fotografia. Sono molto legato per i medesimi motivi anche a una foto fatta gli stessi giorni sulle sponde gelate del lago Onneto, premiata l’anno scorso al Glanzichter nella categoria Nature as Art, che mostra una foresta di aceri sotto una fitta nevicata”. Progetti per l’immediato futuro? In questo caso, leitmotiv è il continente africano, in Botswana per l’esattezza, come confessa Gaiotti “Sono stato molte volte in Africa, ma sento di avere realizzato fotograficamente poco in questi viaggi, mi piacerebbe riuscire a ricavare qualcosa di buono e originale nella prossima avventura…”.

Nei prossimi numeri i racconti di Mostafa Elbrolosy e Marina Cano inNatura