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RAFAA, un design per salvare il mondo.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

A proposito di Rio de Janeiro: dalla cascata artificiale alle case galleggianti a energia solare, il progetto Inhabitat vuole ridisegnare l’ambiente urbano a cominciare dalla metropoli brasiliana.

Eludendo il linguaggio tecnico, un occhio superficiale sosterrebbe che il team di progettisti elvetici che fa capo a “RAFAA, Architecture&Design”, ha una bella fantasia. Piuttosto, guardando gli ultimi lavori del gruppo, un interrogativo sorge spontaneo: utopistici? Forse, ma in ogni caso, geniali.

Per ciò che concerne l’architettura “green”, anche per questo settore emergente il gruppo si dimostra scettico. La sostenibilità non necessariamente è comprovata dal buon design alla moda o dai colori, stili e tendenze, ma dovrebbe limitarsi agli aspetti fondamentali delle sue competenze: all’utenza, quindi al servizio per il quale l’oggetto è destinato, all’esperienza, al contesto sociale, all’effetto sull’ambiente circostante.

“Inhabitat” è, dunque, un modello votato al futuro del design, segue le innovazioni tecnologiche, di pratica e materiali, in cui stile e sostanza sono elementi di reciprocità, spingendo l’architettura a diventare in toto modus “pensante”, fattibile e sostenibile.

Sono tanti i prototipi di concretezza e funzionalità; esempi come la “Green School Showcases Bamboo”, cittadella universitaria a Bali, in Indonesia, progettata e costruita con un materiale incredibilmente versatile, il bambù e alimentata con sistemi d’energia rinnovabile (progetto candidato al premio Aga Khan per i suoi meriti d’economicità, bellezza e sostenibilità); il “Costanera Center” a Santiago del Cile, la cui inaugurazione è prevista nel 2012, per quattro edifici ad altezza variabile, ma già previsti come i più alti nel paese sudamericano, adibiti a centro commerciale, con certificazione LEED, utilizzando varie strategie del cosiddetto design sostenibile; non manca l’Italia, con il suo “Castle in the Sky”, a Latina, disegno avveniristico nella sua aura “celestiale”, che comprende una torre per la raccolta d’acqua piovana, riutilizzabile in forma di vapore e un’area pubblica con giardini.

Gli ultimi progetti firmati RAFAA, coinvolgono due elementi preziosissimi: acqua e fonti energetiche. Ecco allora, “The Last Resort, Floating Home”, case galleggianti destinate al turismo e “Solar City Tower for Rio”, sorprendente cascata artificiale creata per le Olimpiadi 2016, di Rio de Janeiro.

Le case galleggianti mobili, alimentate a energia solare e dotate d’ogni comfort, saranno una realtà entro la fine dell’anno. Come RAFAA sostiene, vivere sull’acqua è un po’ il sogno di molti: immaginate una futuristica cellula abitativa, disposta su due livelli, lunghezza media, quindici metri e larghezza, cinque, con due stanze da letto, un ampio salotto, cucina e bagno. Le ampie vetrate si oscurano con un sistema automatizzato, per consentire il riposo e per la privacy, mentre il tetto, con pannelli solari integrati, è accessibile tramite una scala e si trasforma in un’attrezzatissima terrazza panoramica.

Nel concorso “International Architecture Competition”, indetto per le grandi opere in occasione dei giochi olimpici di Rio, il progetto “Solar City Tower”, rispettando l’ambiente, coniuga simbolicamente la bellezza incontaminata della natura brasiliana con le ultime, strabilianti tecnologie per l’eco sostenibilità. Pannelli solari alimentano le pompe che trasportano acqua dal mare, spingendola alle turbine per generare energia e irradiare luce notturna, mentre ricade il flusso d’acqua verso il basso, esaltando l’immagine onirica delle forze naturali. Un monumento imponente e innovativo, che potrebbe essere costruito su una delle isole della Guanabrara Bay.

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“The Halkin”, se lo charme londinese è made in Italy.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

L’albergo di maggior charme nel quartiere del West End londinese. Scenografie di raffinatezza e stile che hanno visto la partecipazione di Giorgio Armani e un pool di designer italiani.

La Grecia antica, l’Oriente e l’Italia si mescolano per ottenere una sola tendenza creata sulla purezza del design e sull’idea di un’eleganza senza tempo, né voglia d’ostentazione. Nel sobborgo di Belgravia,  tra i più titolati dei quartieri londinesi, con i suoi condomini ottocenteschi in mattoncini rossi, la parata bianca delle ambasciate di mezzo mondo e i languidi giardini di Belgrave Square, The Halkin è un moderno grand hotel a cinque piani che sorprende per la sua facciata austera, in puro stile “british”, mentre all’interno si celano elementi tratti dalla filosofia degli atomisti e suggestioni orientali, italiane, perfino greche.

Così come i cinque colori che compongono l’Halkin incarnano ciascuno, i cinque principi del cosmo: acqua, aria, fuoco, terra, cielo e s’inseriscono nelle quarantuno camere, tratteggiandone gli arredi e i complementi. Tranne le preziose sete cinesi tutto ricorda lo stile italiano, dai mobili alle suppellettili, dai marmi alle arti musive, ai particolari in radica.

Lo stilista Giorgio Armani, oltre ad aver partecipato al progetto e disegnato le uniformi dello staff, possiede una quota dell’albergo, di proprietà giapponese, inaugurato nell’aprile del 1991, dopo un investimento pari a 25 milioni di sterline. Lo stile italiano si ripete nel ristorante che si apre di fianco alla luminosa lobby, ravvivata da eleganti sofà di pelle blu elettrico.

Questo è il luogo giusto, nel cuore di Londra, per gustare un vero risotto allo zafferano e un’autentica cotoletta alla milanese, d’altronde la maestria degli chef proviene direttamente dalla grande scuola culinaria di Gualtiero Marchesi e il ristorante, il migliore della City, è l’unico che si fregia della famosa stella Michelin per sfatare il concetto che, nella capitale inglese, non esistono autorevoli menù doc italiani. Generosi e creativi primi piatti si alternano alle numerose specialità di carne e di pesce in crosta, ai ricercati, curatissimi dessert.

Non è raro incontrarvi Bono, leader degli U2, mentre centellina del buon vino, come non è raro imbattersi in esponenti della politica e dello spettacolo nella sala decorata dalla tela di Hsiao Chin.

Super premiato come uno dei più rinomati dell’intero Regno Unito, The Halkin Hotel si trova a pochi minuti da Belgrave Square e da Buckingham Palace,  in una strada tranquilla e silenziosa, ma non dista molto da Harrods, all’angolo di Knights bridge, il più eletto tra i grandi magazzini, dove si trovano ancora le “Food Halls”, i sette reparti dedicati alla migliore gastronomia britannica.

 

Restyling d’autore per il Mondrian Hotel di Los Angeles.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

L’albergo fashion di Los Angeles ha un nuovo design firmato dal visionario Benjamin Noriega Ortiz.

Disegnato da Philippe Starck nel 1996, il Mondrian Hotel è entrato nel mito come l’albergo più alla moda, più glamour,  più pretenzioso di Los Angeles, se non addirittura degli Stati Uniti. In altre parole, “the quintessential California lifestyle”, com’è stato definito dal “Five Star Alliance”.

Nel contrasto evidente tra la sfarzosa lobby  e le camere minimal di grandi dimensioni, completamente arredate di beige/bianco, con salotto, cucina e vista eccezionale, Starck volle evidentemente sottolineare le linee pulite del suo stile. Con quel tocco di casual depurato nei grandi spazi diafani e l’amore senza riserve per gli effetti “nature”, come nei due ristoranti Asia de Cuba (piatto forte, il miglior sushi della costa ovest), compresso in un lungo corridoio d’alberi in enormi vasi e ADCB; così irresistibile, grazie alle forme particolari dei tavoli e delle sedie, un’esperienza che dall’alta gastronomia ambiva agli alti concetti d’arte e design, in un’atmosfera a dir poco surreale.

Insomma, con tutto l’eclettismo del suo estro, Starck mise in atto un criterio completamente innovativo per sbarazzarsi in un sol colpo di vecchie convenzioni d’ospitalità all’interno di strutture ricettive. Ne uscì “sovvertito” perfino il concetto di consumismo tout-court: ancora adesso al Mondrian  si vende di tutto, dai saponi della toilette delle camere, fino al mini bar dove si consuma al prezzo di un ristorante.

Ma, una volta entrati, questo è il luogo dal quale «non vorrete più uscire», come recita lo slogan che accompagna il lancio del restyling firmato da Benjamin Noriega Ortiz, l’architetto e arredatore più influente e alla moda del momento. Scelta che sorprende non poco, intanto perché al posto del design lineare, subentra uno stile visionario, e al merchandising di lusso si antepone la filosofia zen, nell’intento di trasformare il Mondrian in un rifugio dove pace ed equilibrio si sostituiscono alla vita rutilante di Los Angeles.

Come s’intuisce dal sito web di BNOdesign, la gamma estetica dell’elegiaco e visionario arredatore portoricano è «tradizionale e moderna, voluttuosa, affascinante ed eterea», e i suoi interior design, seducenti. Dopo aver fatto le ossa per una decade lavorando nello studio di progettazione John F. Saladino Inc., Noriega Ortiz ha riprogettato con successo le case di celebrità come la rock star Lenny Kravitz, la fotografa di moda Laura Esquivel e Michael Fuchs. In particolare, la penthouse di Kravitz, situata in una zona poco commerciale, appartata e silenziosa nel quartiere di Soho, ha richiesto più di uno sforzo creativo: è un ambiente concepito come un set teatrale monocromatico, dove non conta la funzionalità, ma si ricerca l’emozione, il vecchio glamour di Hollywood, in chiave vintage, l’eleganza dei film americani degli anni ’20 e ’40.

Dal restyling di case di lusso agli hotel fashion, il passo è stato breve. Il gruppo Morgan gli ha affidato l’incarico di rinnovare l’immagine e il design di alcuni alberghi della sua catena, il Mondrian Scottsdale di Los Angeles e il Mondrian Soho, a Manhattan. Nel 2007, l’archi-designer ha trovato anche il tempo di pubblicare il suo primo libro, “The sensual Interiors of Benjamin Noriega-Ortiz”, edito da Simon e Schuster’s Atria Book Division, Emotional Rooms.

Breguet, un orologiaio a Versailles.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

Nel 1775 a Versailles praticava un maestro dell’arte orologiaia. Si chiamava Abraham – Louis Breguet, creatore di una griffe intramontabile.

Secondo il nuovo manager, Nicolas G. Hayek: «La vitalità di un grande nome dell’orologeria dipende dalla sua capacità d’innovare. Se oggi la storia è parte integrante della cultura Breguet, è perché Breguet fa scuola sul piano dell’audacia e delle scelte estetiche, riuscendo costantemente ad anticipare il futuro…».

Tra le peculiarità più preziose, il fine guillochage, la rabescatura eseguita a mano, le lancette brevettate nel 1783, d’acciaio brunito blu a forma di mela vuota, l’eleganza della cassa scannellata e, naturalmente, gli orologi Grande Complication con brevetto Tourbillon, straordinaria invenzione di Abraham – Louis Breguet, che incanterà i più grandi (e celebri) estimatori di tutti i tempi.

Gli orologiai della Vallée de Joux, come quelli che operavano a Parigi in Quai de L’Horloge, sono mossi dallo stesso desiderio per la perfezione, a tal punto da riconoscere un Breguet al primo sguardo. Torniamo al passato: se si pensa a Versailles, il primo impulso è ricordare i fasti del palazzo reale e i complicati cerimoniali dell’aristocrazia francese. Ciò nonostante, il diciottesimo secolo era anche un tempo dominato dallo spirito cartesiano che regnava incontrastato, paradossalmente al capriccio dell’eleganza e dello sfarzo.

Il maestro orologiaio, Abraham – Louis Breguet, era stato influenzato “dall’esprit de géometrie” che aleggiava negli ambienti artistici dell’epoca. Grazie ad una straordinaria abilità tecnica, alla capacità di creare forme inedite, concepite come splendidi scrigni per meccanismi complessi e innovativi, la sua bottega era diventata meta irrinunciabile per la nobiltà che voleva esibire un orologio unico e un Breguet aveva un valore tale d’eguagliare quello di un palazzo.

Nel libro d’oro dell’azienda a conduzione familiare, compaiono nomi di clienti come la regina Maria Antonietta, il duca d’Orléans, Luigi XVI. Nella Maison, ogni esemplare era un’opera d’arte, un pezzo unico, che non aveva altro modello identico; ciascuno, contrassegnato da una serie numerica, per riporre, in segreto, storie d’acquirenti eccezionali.

Una di queste cifre, per l’esattezza, 2685, è legata a un momento particolare: nel 1811, il marchese Emmanuel de Grouchy, generale dell’esercito napoleonico, eroe in battaglia e grande stratega, si recava dal maestro per acquistare un orologio a ripetizione. Breguet, con un’attitudine quasi psicologica che mostrava nei confronti dei suoi selezionati clienti, pensò di creare un oggetto assolutamente originale. Dal codice 2685, nasceva un orologio a ripetizione con pulsante a corona, quadrante d’argento “a grano d’orzo” e catena d’oro, stimato 3.600 franchi, destinato a entrare nella storia.

E dal codice 2685, la Maison Breguet, da laboratorio artigianale, si trasformava in grande atelier. Già nel 1787 erano stati adottati i rubini a rendere più efficaci i meccanismi; nel 1795 era stato creato il calendario perpetuo per le fasi lunari, mentre, tre anni dopo, si preparerà la tecnica per segnare i secondi, una vera innovazione per l’epoca. Si perfezionavano aspetto estetico e cura del manufatto artigianale, lo stile e il disegno delle casse, realizzate sempre in metallo prezioso e valorizzate dalle lancette a pommes in metallo brunito.

Da Versailles a oggi, poco è mutato nello stile della Maison. Tutti i nomi del gotha internazionale, dalle teste coronate ai politici, dagli scrittori ai musicisti, sono stati accomunati dalla passione di un orologio Breguet: da Napoleone, allo zar Alessandro, dalla regina Vittoria ad Arthur Rubinstein, da Alexandre Dumas a Sir Winston Churchill.

Primo attore di questa grande e singolare storia è il lavoro di matrice artigianale come l’aveva voluto il maestro, Abraham – Louis Breguet, nel 1775. Nel laboratorio di L’Abbaye, in Vallée de Joux (Svizzera), gli orologiai ripetono i medesimi gesti con la competenza dei loro precursori di due secoli fa.  Sono operazioni accuratissime che richiedono perizia e una straordinaria cura per il dettaglio; anche lo scarto di un millimetro può fare la differenza, non sono tollerate manchevolezze, seppur insignificanti.

Di sicuro ciò non rappresenta un problema per i virtuosi dell’orologeria Breguet, maestria e raffinatezza si riflettono in ogni particolare, nei meccanismi perfetti, nel design, nei modelli storici dell’antico atelier come nell’attuale, di Vallée de Joux.

Etro Home Collection.

Liliana Adamo da Luxuryonline.

La “nuova tradizione” è un concetto unico per la marca Etro. Antecedente al prêt-à-porter, la linea di tessuti e accessori home si trasforma in uno stile di vita basato su qualità, estro ed eleganza.

Il brand italiano non è solo sinonimo di stile. Negli anni della crisi, Etro palesa un tale successo commerciale, da chiedersi se il suo management, che poi si compone nei quattro fratelli, Veronica, Kean, Jacopo, Ippolito (e il presidente, glorioso capostipite, Girolamo detto Gimmo), non nasconda un infallibile stratagemma per vincere anche in tempi non economicamente floridi.

Già nel ’68 l’azienda inizia a produrre superbi tessuti in fibre originali, decorati con motivi ornamentali e colori definiti «folli, bizzarri, ispirati», capolavori nella manifattura e nell’artigianalità, ma soprattutto destinati a creare un segno di riconoscimento nel marchio Etro e nello stile; come il motivo jacquard Paisley, cucito su telai di legno e presentato nelle prime collezioni del 1981.

Il must vincente è stato poi individuato nella serie per la casa nei complementi d’arredo, con scelte originali e creative nei materiali, nei disegni, nelle soluzioni. Nasceva il concetto ibrido di riformulare l’obsoleto traditional in un nuovo modo d’intenderlo, più aperto e cosmopolita, magari mescolato ai linguaggi etnici d’altri paesi e culture, con esiti davvero sorprendenti.

Distinta da quattro mood e ispirazioni profondamente diverse, anche l’Etro Home Collection di quest’anno espone trapunte, cuscini, plaid e biancheria. La linea Angers ripete l’atmosfera romantica del Settecento, con elementi nature intrecciati in righe jacquard e ricamati su cuscini di shantung che destano suggestioni d’Oriente; mentre Kanpur inneggia alla seta e al cachemire a tinte vivaci: fucsia, verde smeraldo, violetto, ocra, fino all’oro, per trapunte, cuscini e plaid che celebrano mondi esotici; India e Mediterraneo assieme, per Jalor, con toni metropolitani dell’avorio, del rosso aranciato e delle righe policrome che incontrano la freschezza del cotone.  Infine, Ortigia s’ispira ai colori accesi del sud dell’Italia; il rosa, il verde in tutte le sue gradazioni, dal menta, al salvia, al clorofilla, con motivi ornamentali di cachemire floreali, nell’inconfondibile stile Etro.

Ma l’estro e l’eleganza del marchio s’impongono anche in occasione del Salone Internazionale del Mobile. Davanti a un vasto pubblico, Etro ha esposto la sua nuova poltrona Pop, in bella vista nella boutique di Via Montenapoleone.

Realizzata con il contributo di Kartell e frutto di un progettista d’eccezione, Piero Lissoni, è rivestita del nuovo jacquard Ranocchie, nelle tonalità del verde, ispirato all’Oriente delle fiabe e dei prodigi. La struttura è nera o, in alternativa, in materiale trasparente. La poltrona Pop è un primo esemplare di una collected works, esclusivamente un pezzo unico in esposizione, presentato in anteprima durante la settimana milanese del design.